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DEHEISHE Una partenza difficile Alcuni internazionali lasciano il campo «salutati» dalle raffiche dell'esercito israeliano CINZIA GUBBINI Prima di lasciare il campo di Deheishe, vicino Betlemme, accompagnati da un convoglio diplomatico composto da 15 auto blindate, gli attivisti internazionali che da ieri si trovano a Gerusalemme hanno dovuto assistere alla morte di un bambino palestinese appena nato. Il bambino è venuto alla luce nella notte tra giovedì e venerdì, soffriva di problemi respiratori, ma Deheishe è sotto l'occupazione isreliana da una settimana, e quindi le autoambulanze non sono potute passare. In compenso, se così si può dire, un altro bambino palestinese del campo ha ricevuto dei medicinali, portati ieri mattina da un'autoambulanza che è potuta entrare grazie a un'estenuante trattativa che gli internazionali - prima di partire - hanno ingaggiato con le autorità consolari e con i rappresentanti delle Nazioni unite che sono andati a prenderli. Non è stata una partenza facile. Questo lo raccontano tutti quelli che hanno ancora nelle orecchie le raffiche di arma da fuoco che gli israeliani hanno sparato contro il convoglio prima che lasciasse il campo. «Stavamo salutando i nostri amici palestinesi - racconta Meri - quando dai vicoli sono usciti alcuni soldati che hanno inziato a sparare, sparavano anche dai tank. E' stato allucinante, ci siamo buttati nelle macchine blindate, abbiamo fatto salire anche i palestinesi. Qulacun altro si è rifugiato nei portoni delle case». Ma il «saluto» dell'esercito si era fatto sentire di prima mattina. Poco prima che il convoglio diplomatico entrasse nel campo, verso mezzogiorno, dai carriarmati sono partite raffiche pesanti che hanno colpito il centro culturale Ibdaa, dove per cinque giorni hanno vissuto asserragliati i circa cento attivisti di Indymedia e del Coordinamento internazionale per il sostegno all'Intifada. I colpi hanno spaccato le finestre, e le schegge hanno colpito una ragazza francese.
«Quando è arrivato il convoglio - continua Meri - abbiamo capito che ci avrebbero scortato i tank, fuori dal campo. A quelle condizioni non ce ne saremmo mai andati, non saremmo usciti dal campo scortati dall'esercito». Iniziano le discussioni con il corpo diplomatico, che preme per andarsene il prima possibile, senza tante "sottigliezze" . Poi si giunge - più o meno - a un accordo: il convoglio non sarà scortato dai carriarmati, per qualche ora sarà sospeso il coprifuoco e potrà entrare l'autoambulanza. Ma durante i saluti tra gli attivisti e la gente del campo, l'esercito interviene sparando. C'è chi entra nelle macchine, c'è chi cerca rifugio. Alla fine, quando i carriarmati spariscono dalla circolazione, il convoglio parte. Ma una ragazza italiana, che si era rifugiata in una casa per ripararsi dai colpi dell'esercito, non riesce a salire. E rimane a Dehehishe. «Abbiamo portato fuori 31 italiani», riferiscono dal consolato italiano di Gerusalemme, ripetendo più volte che «l'esercito non ha sparato sul convoglio diplomatico».
A Dehishe è rimasta una delegazione di sei persone: una ragazza che deve lavorare con una cooperativa nei campi, una che sta studiando l'arabo, due persone i cui biglietti aerei scadono fra una settimana, e due attivisti di Indymedia, che continueranno a inviare aggiornamenti (http://www.italy.indymedia.org). «Hanno sparato per tutto il pomeriggio - raccontavano ieri - e hanno tagliato la corrente elettrica, che è tornata solo la sera». Un'altra delegazione è presente nel campo di Haida, vicino Dheishe, dove il convoglio, prima di dirigersi a Gerusalemme, è passato per prelevare due italiani.
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