Traduzione integrale del reportage di Ulrich Brand ricercatore dell'università di Kassel (si occupa di politica e globalizzazione) arrestato e pestato dalla polizia a Genova durante il G8.
L'articolo è tratto da spiegelonline ed è stato pubblicato il 3 agosto su:
http://www.spiegel.de/politik/europa/0,1518,148356,00.html
Un detenuto del G8 racconta
Calci, gas lacrimogeno e canzoni fasciste
Secondo le sue dichiarazioni, lo studioso di Kassel Ulrich Brand stava manifestando pacificamente contro il vertice dell'economia mondiale il 21 luglio a Genova, quando fu improvvisamente arrestato. La polizia italiana lo trattenne in arresto per ben 30 ore. Su SPIEGEL ONLINE racconta il suo martirio.
Ulrich Brand, 34 anni, è un ricercatore dell'Università di Kassel dove si occupa di politica e globalizzazione. E' attivo nel congresso federale dei gruppi d'azione in politica dello sviluppo (BUKO) e nella Casa del Terzo Mondo a Francoforte. Brand ha pubblicato numerosi libri ed articoli sul tema della globalizzazione. La manifestazione di Genova era soltanto la terza della sua vita.
AFP/DPA Sabato 21 luglio partecipammo in un gruppo di sette alla grande manifestazione a Genova durante l'incontro del G8. La manifestazione era autorizzata e si svolgeva al di fuori della zona vietata. Verso le 15.30 decidemmo di camminare attraverso al centro con il corteo dei manifestanti. L'umore era molto buono nonostante gli incidenti di venerdì. In lontananza si potevano osservare i primi scontri con fumogeni, tuttavia a distanza di sicurezza dal percorso della manifestazione. Ci unimmo ad una parte del corteo in cui camminava anche un gruppo di sindacalisti italiani e giungemmo così ad un incrocio nel centro della città, dove gli organizzatori chiesero ai partecipanti di camminare più in fretta in modo che il corteo non ristagnasse.
Improvvisamente venne sparato del gas lacrimogeno nella folla, sia dietro di noi che davanti a noi. Tra i dimostranti scoppiò il panico. Io rimasi insieme ad altre due persone del mio gruppo, volevamo tornare indietro. Fu allora che scoprimmo una portina aperta e cercammo protezione insieme a circa un centinaio di altre persone. Eravamo tutti relativamente tranquilli e occupati a lavarci gli occhi con l'acqua e a ripulirci il viso. Una signora che abitava nella casa aprì la porta e ci offrì aiuto.
Dopo circa 20 minuti sul pianerottolo giunse la notizia che sotto c'era la polizia e che ci avrebbero lasciato uscire. Scendemmo e al pianterreno - io non pensavo affatto a qualcosa di brutto - un poliziotto infuriato mi strappò improvvisamente la maglietta nera, indicò il ritratto del comandante zapatista messicano Marcos, che vi era rappresentato, e gridò: "Terrorista!". Tentai di proseguire ma venni fermato e dovetti mostrare i miei documenti che mi vennero subito requisiti. Per circa cinque minuti fui trattenuto nell'androne, le mie due accompagnatrici dovettero proseguire, nell'androne dietro di me alcune persone venivano bastonate. Dovetti aprire il mio zaino, venne lanciato a terra, non rividi più due ginocchiere, una macchina fotografica, lo stesso zaino ed un orologio.
Fummo arrestati in due, un Italiano (non conoscendo il suo nome lo chiamerò Massimo) ed io. Eravamo quelli che avevano indosso dei vestiti neri: lui era completamente vestito di nero, io avevo la maglietta nera di Marcos, calzoni blu e scarpe da ginnastica. Di fronte ad una macchina della polizia ci dovemmo inginocchiare e ci legarono i polsi con dei lacci che ci furono lasciati fino all'arrivo nella caserma di Bolzaneto. In circa cinque minuti fummo portati con una macchina familiare fino ad un edificio (come scoprii in seguito era la questura) nel centro città. Già si avvertiva la rabbia e l'odio dei poliziotti. Non smisero un istante di picchiare Massimo con un manganello della polizia, il mio "vicino" era più mite. Poi fummo condotti dall'auto fino all'interno dell'edificio. Il poliziotto vicino a me mi minacciava (si comunicava sempre in Inglese) di uccidermi nel caso fossi fuggito (I will kill you). Poi un poliziotto che camminava dietro di me canticchiò una canzone, e la persona di fianco a me mi chiese: "Do you know this song? No? It's a fascist song."
Davanti all'edificio c'erano parecchi poliziotti in uniforme ed in borghese. All'interno fummo condotti in una stanza sporca senza mobili e con il pavimento di piastrelle, ed io capii subito ciò che sarebbe successo. Fummo lanciati a terra, poi bastonati, prima Massimo e poi io, il tutto sempre con i polsi legati dai lacci. Intorno a me c'erano da 10 a 15 poliziotti, circa cinque di loro si avvicinarono uno dopo l'altro e mi presero a calci: sulla testa, in faccia, sulla schiena e sulle gambe. Erano calci pieni di odio. All'inizio mi vennero tolti gli occhiali, furono messi di fianco a me e qualcuno li calpestò. Poi restammo sdraiati sul pavimento - sempre legati - senza sapere ciò che sarebbe successo, ci vennero tolte le ultime cose (soldi, indirizzi, la cintura), durante quest'operazione due tasche dei calzoni non ci vennero aperte, bensì strappate. Le scarpe mi furono tolte, non le avrei più riavute e rimasi con le sole calze per le15 ore che seguirono.
Ad un certo punto giunse un medico, che disse che ora era tutto a posto. Ci puntò una luce negli occhi e ci misurò il battito cardiaco. Io però pensavo a che utilità avrebbe dovuto avere. Ad un certo punto le persone nella stanza cambiarono molto velocemente, il medico ed il suo aiutante se ne erano andati e giunsero poliziotti con guanti neri: il secondo giro di botte. Questa volta mi fu completamente strappata la maglietta nera, fummo insultati continuamente e colpiti nuovamente con pugni e calci. Poi con un taglio mi staccarono la maglietta e me ne infilarono una nuova sulla testa. Ma anche questa mi venne du nuovo tolta e fu rimpiazzata da una colorata. Di questo fui felice, perché speravo che nelle prossime ore avrebbe avuto come effetto di ridurre la violenza. A questo punto avevo una paura estrema, perché i poliziotti avrebbero potuto farci di tutto. L'odio e l'arbitrarietà erano sconvolgenti. Se Massimo fosse stato portato fuori ed io fossi rimasto da solo avrei certamente avuto un attacco di panico.
Improvvisamente fummo portati fuori, nuovamente picchiati mentre raggiungevamo la macchina, la mia testa colpì un muro. Poi si andò - in auto separate - ad alta velocità attraverso la città inanimata, poi con l'autostrada fino ad un carcere di smistamento. Come scoprii in seguito era Bolzaneto. Ci tolsero i lacci dai polsi e fui condotto in una cella (la numero 7), nel corridoio i poliziotti erano di nuovo disposti in due ali, alcuni di essi colpivano e tiravano calci a volontà. Con le parole "trattamento speciale" venni condotto ad una cella ed ebbi paura che sarebbe subito proseguito così. Ma ci si riferiva al "trattamento" precedente. Nella cella (circa sei metri per sei) eravamo in otto e dovevamo restare in piedi con la faccia al muro, il naso contro il muro e le mani in alto. Coloro che avevano il compito di tenerci d'occhio gridavano continuamente "in alto le mani!", camminavano continuamente dentro alla cella e costringevano i prigionieri a tendere le mani ancora più in alto, gridavano pieni d'odio "comunista", "bastardi", "global", "Manu Chao" ed altre cose. La parola preferita dai poliziotti era "cazzo". Dietro alla finestra c'erano altri poliziotti che dicevano cose piene d'odio. Ad un certo punto uno di loro fece mise nella stanza del gas lacrimogeno e si felicitò del tossire dei prigionieri.
Dopo circa due ore, era ancora chiaro, dovetti uscire (di nuovo le due ali di poliziotti nel corridoio) ed aspettare ancora circa 30 minuti, poi giunsi al servizio di identificazione. Mi vennero prese le impronte digitali elettronicamente, poi in maniera normale, poi ancora fotografie, e infine dovetti comunicare i miei dati. Tra parentesi estremamente ben equipaggiati di computer; un prigioniero irlandese mi raccontò successivamente che aveva visto sullo schermo tra i suoi dati personali che si era abbonato al "The Internationalist" sei mesi prima. Uscendo mi pulii le mani nel cortile, quando improvvisamente vidi di fianco a me un poliziotto che disse qualcosa, teneva qualcosa a 20 centimetri dalla mia faccia e premette: era gas lacrimogeno. Fortunatamente riuscii a girarmi e a chiudere gli occhi. Non lo si poteva lavare, perché si stava già avvicinando il prossimo poliziotto dall'altra parte ed io ebbi paura di un ulteriore attacco. Nelle ore seguenti mi fece terribilmente male.
In seguito mi riportarono nella stessa cella, dove nel frattempo il numero delle persone era salito da otto a più di trenta. C'era anche una donna. Stava diventando buio. In piedi, accanto a me, c'erano un tedesco di Stoccarda e un ragazzo italiano. Riuscimmo a scambiarci qualche frase parlando a bassa voce. Ad un certo punto il ragazzo italiano venne prelevato, gemeva, quando lo riportarono dopo un quarto d'ora di "trattamento speciale". Continuavamo a sentire le urla delle persone torturate provenire dai corridoi. Ogni tanto venivano a prendere singoli prigionieri per comunicargli i motivi del fermo ("sentenza") e farglieli firmare. Continuavano ad entrare delle persone che poi sentivo parlare di avvocati con i singoli prigionieri. Ero totalmente all'oscuro delle accuse a mio carico, né sapevo per quanto tempo e in quale luogo dovevo rimanere. Poi quell'odiosa faccenda con i gas lacrimogeni successe ancora.
Con Massimo, che era stato rinchiuso in un'altra cella, mi portarono davanti ad un ufficio. Ero certo che si trattasse delle accuse a nostro carico. Nel corridoio fummo presi nuovamente a calci e a pugni. Massimo fu costretto a ripetere più volte ad alta voce "Viva il Duce". Poi ci riportarono direttamente in cella senza un colloquio, senza un interrogatorio o qualcosa di simile. Finalmente, per la prima volta, ci permisero di sederci per terra – avevamo dolori alle braccia e alle spalle. Ma dopo una decina di minuti ci ordinarono di rialzarci e di metterci faccia al muro con le braccia alzate. Lo stanzone si stava svuotando, evidentemente i prigionieri venivano rilasciati o trasferiti. Ci riportarono un'altra volta davanti a quell'ufficio, senza farci entrare. Poi in un'altra cella, dove ci vennero riconsegnate le nostre cose (a me restituirono soltanto i documenti e i soldi, ad altri anche gli zainetti e altre cose).
Il sorvegliante di quella cella era un sadico, che ci malmenò e torturò ancora. Più tardi ci obbligarono a stare in ginocchio, ma con il busto eretto, causandoci così dei dolori terribili. Comunque, pensavo che ci avrebbero rilasciato presto, mi chiedevo se ad attenderci ci fosse qualcuno del "Genoa Social Forum" e se mi sarebbe toccato tornare a casa senza scarpe, speravo che non fossero i poliziotti a riportarmi in città. Trascorse un'altra ora e verso mezzanotte ci portarono in quell'ufficio. Dovemmo firmare un mucchio di carte, ma quando chiesi di poter leggere che cosa stavo firmando, mi risposero che non c'era tempo. Tra le altre cose firmai anche la dichiarazione di essere stato trattato bene dalla polizia. In seguito mi riportarono dal medico (è lì che appresi che non sarei stato liberato, ma trasferito in prigione), poi di nuovo in cella. Infine mi fecero salire su un cellulare con celle per quattro persone ciascuna, ammanettato ad un'altra persona – non vidi più Massimo. Era l'alba, quando partimmo. Tengo a precisare che lasciai Bolzaneto senza essere stato interrogato e senza sapere di che cosa ero accusato (durante il tragitto mi assopii più volte, e i miei sogni mi hanno portato in un mondo completamente diverso, di vacanze e scene tranquille).
Giungemmo al carcere di Alessandria dopo 30 – 45 minuti. Mentre entravamo e scendevamo dal cellulare, le guardie non si lasciarono sfuggire l'occasione di picchiarci un'altra volta. Ci rinchiusero in piccole celle, a gruppi di 6 – 7 persone. C ordinarono di rimanere a distanza di un metro dalla parete. Avevamo il permesso di appoggiarci, prima con due, poi con un dito soltanto. Avevo paura, perché in corridoio continuavano a ripetere la parola "german" che non vuol dire tedesco, ma germano (?). Pensavo ai 1200 marchi che mi erano stati ritirati al mio arrivo, e che magari i poliziotti avrebbero tentato impossessarsi di quei soldi con la forza. Piuttosto tardi arrivò il mio turno (durante il tragitto dalla cella all'ufficio di registrazione alcune persone vennero ancora picchiate). In quell'ufficio c'erano due superiori seduti e altri 8 – 10 poliziotti in piedi. Uno dei superiori stava contando i miei soldi, e ciò sembrò confermare i miei timori. Un poliziotto mi sibilava all'orecchio varie schifezze. Dissi loro in inglese che rinunciavo ai soldi, che non sapevo quali fossero le accuse a mio carico, che volevo parlare con un avvocato e con un rappresentante dell'ambasciata tedesca. Diedi loro un numero di telefono di Francoforte ma non se ne interessarono. Mi presentarono invece una lista redatta dall'ambasciata tedesca che conteneva i nomi di alcuni avvocati, chiedendomi di segnare con una crocetta uno dei nomi.
Mi chiesero er quale ragione ero venuto a Genova. Risposi che volevo partecipare alle manifestazioni pacifiche contro il G8, che faccio parte di un'organizzazione terzomondista di Francoforte. "Stop talking, please". Non c'era nemmeno l'ombra di un magistrato, ciononostante, mi parlarono di almeno 5 giorni di prigione. Considerando che mi trovavo in uno stato di diritto, la situazione era assurda, così come lo era stata fino a quel momento. Di un procedimento ordinario non si parlava proprio. Continuavano ad imperare la tirannia e l'odio.
Dopo l'ennesima visita medica mi rinchiusero in cella con un ragazzo romano (del quale non ricordo il nome, so che abita vicino a Roma, a Città Vecchia (Civitavecchia??) e ho annotato il suo numero di telefono). Lo avevano arrestato perché aveva fotografato dei poliziotti. Non aveva neppure partecipato alla manifestazione, era un semplice turista. Potemmo fare la doccia e mangiare. Ci consegnarono la biancheria e le stoviglie. Prendemmo in prestito un libro (bisognava scegliere tra l'ora d'aria e il libro). Passai il giorno sprofondando più volte in un sonno agitato e chiacchierando con il mio compagno di cella. Verso sera entrò qualcuno e mi disse in italiano che ero libero. Raccolsi le mie cose e mi presentai per il check-out. La cosa perfida fu che alcune delle stesse persone, che quel mattino ci avevano trattato con disprezzo, ora ci trattavano gentilmente. Ci offrirono delle sigarette, l'atmosfera era rilassata. Ci misero un po' di tempo per trovare i miei documenti, ma poi mi resero persino i soldi. Uno dei poliziotti disse: "Forget all. It was a bad dream." Ci scortarono fino all'uscita, eravamo in sette. Uno di noi dovette tornare indietro, perché gli mancavano ancora delle cose. Qualcuno sentì che veniva ancora picchiato, mentre era di sopra.
Dopo circa 30 ore ero finalmente libero. Camminammo per un paio di chilometri in direzione di Alessandria, da dove parte il treno per Genova. Poi si fermò un'automobile, a bordo c'era una donna che era stata avvertita dal Genoa Social Forum. Ci portò a casa sua, e telefonai a Francoforte, aspettammo che arrivassero anche gli altri, quelli che erano stati rilasciati più tardi – tra di loro c'era anche il ragazzo tedesco che a Bolzaneto stava accanto a me. In seguito ci portaronoo in macchina fino a Nervi, presso Genova. Il mio gruppo era già partito, perciò quel lunedì mattina alle 5.50 presi il treno per Milano – volevo andarmene da Genova al più presto.
Martedì mattina andai da un medico di Innsbruck, venerdì sera ero nel reparto traumatologico dell'ospedale di Francoforte. La ferita alla testa sta guarendo, e ora, dopo una settimana, sono cessati anche i dolori. I lividi sotto gli occhi sono quasi scomparsi. Mi fa ancora male la parte sinistra del torace, dove mi hanno preso a calci. È mia intenzione passare alle vie legali insieme a diverse altre persone, non appena tutti gli arrestati saranno stati rilasciati.
|