il paradosso!
"La polizia è impazzita perché debole e sola"
Parla il questore Forleo, fondatore del sindacato e imputato di omicidio
CARLO BONINI
-------------------------------------------------------------------------------- ROMA - Lo guardi fumare una sigaretta via l'altra. Tra improvvise emozioni e opprimenti silenzi. Il questore Francesco Forleo ha inciso sulla pelle il dramma della Polizia. E' stato uno dei padri della riforma della Polizia e tra i fondatori del suo primo sindacato, il Siulp. Ha rischiato la vita nei carrugi di Genova, la sua città, quando l'emergenza si chiamava Br. E' stato deputato del Pci, questore di Brindisi, Firenze, Milano, dove venne arrestato nel '98 perché accusato di aver tolto la vita ad un uomo che non conosceva in una notte di estate del ‘95, nel disgraziato inseguimento di uno scafo contrabbandiere nelle acque di Brindisi. Imputato in attesa di sentenza di primo grado, lavora in un angolo dimenticato del Viminale. «Ogni volta che penso al G8 di Genova e a quel che potrà accadere in autunno, mi torna alla mente il poeta: Non siamo più quelli di prima, eppure siamo gli stessi». Cosa intende dire? «Che quando vieni travolto da qualcosa che non comprendi, come è accaduto a Genova, scopri che i sentimenti di chiunque nella piazza, siano poliziotti o manifestanti, sono gli stessi: paura, rabbia, impotenza...Un contagioso cortocircuito. Inarrestabile». E' così che si arriva a Bolzaneto e a Carlo Giuliani? Per semplice impazzimento? «A Genova, quando l'esercizio della forza è diventato violenza è stato per debolezza. Quanto più debole e frastornato ti senti, tanto più precipiti nella violenza. Vent'anni fa, la piazza la leggevi. Oggi cosa capisci? La violenza è cieca. Erutta improvvisa. E quando su un reparto piomba una molotov o un sasso spacca la testa di un collega, esistono meccanismi di reazione istintivi che è difficile contenere». Sì, ma Bolzaneto che c'entra... «Non sto giustificando Bolzaneto. Mi danno l'anima per capire come è possibile che vent'anni di battaglie e riforme della Polizia si siano macchiate in tre giorni. Io mi preoccupo di quel che può accadere domani. E non mi piacciono le ipocrisie». Quali ipocrisie? «Il ceffone in questura, la battuta greve, la manganellata a casaccio ci sono sempre state. E i reparti celeri, quando escono dalle caserme, sanno che nel conto c'è lo scontro fisico. Il problema è perché ad un certo punto tutto questo impazzisce». Perché? «Perché i poliziotti escono da anni in cui si sono sentiti ultimi della scala sociale e avvertito la loro dignità calpestata. Tra i poliziotti c'è chi si sente ultimo tra gli ultimi. Vent'anni fa sognavamo una crescita culturale e professionale che si è fermata a metà». E questo produce Genova.... «Anche». Ci sarà pure una componente di errore. O no? «Vogliamo metterla giù semplice su dove sta l'errore? Bene, dirò allora una cosa che non ho mai detto e che mi costa dire, ma che forse aiuterà a capire». Cosa? «Io, a Brindisi, ho sbagliato. Perché ho creduto che la Polizia dovesse mettere ordine. E non ho capito, invece, che la Polizia non deve mettere ordine. Deve governare il disordine». E come si è arrivati all'errore di una Polizia che vuole «mettere ordine»? «Quando, nell'87, il Parlamento decise di sciogliere la Commissione dell'Interno. Era l'unica sede in cui la politica era chiamata a discutere dei temi della sicurezza nel loro insieme e complessità. Era la finestra del Parlamento sugli umori della polizia, sulla cultura dei suoi gruppi dirigenti. Chiuso quello spiraglio, di quei temi si è finito con il parlare nelle commissioni antimafia o affari costituzionali. Salvo un giorno svegliarsi e scoprire la complessità dell'ordine pubblico. Da questo punto di vista mi aspetto molto dalle conclusioni della commissione di indagine su Genova. Perché se il problema sarà solo offrire qualche agnello sacrificale, vorrà dire che si sarà persa una grande occasione. E si ricadrà in vecchi errori». Quali? «Quelli del passato. Fatti anche dalla sinistra. Avere inseguito soltanto le emergenze. Ieri la mafia, oggi l'insorgenza di nuove forme di antagonismo sociale. Sono stato un deputato del Pci e spesso mi chiedo quale eredità ha lasciato il centrosinistra al Viminale». Risposta? «La racconto con un episodio. D'Alema venne a Firenze, dove ero questore. Mi disse: tu sei quello del sindacato? Risposi: no, sono quello che da vent'anni si batte per una Polizia democratica». Adesso al Viminale c'è Scajola e a palazzo Chigi il centrodestra. «Mi auguro non facciano lo stesso errore. Che affrontino la questione tornando alle origini. Alla riforma della Polizia del 1981. Allo spirito e ai princìpi di quella legge. Tenendo bene a mente una cosa che molti sembrano dimenticare». Cosa? «I poliziotti non amano padroni. Ma hanno bisogno di un quadro di riferimento chiaro: di poteri a cui corrispondano responsabilità e strumenti». Lei dà molti consigli alla politica. Ma ai suoi colleghi? «A tutti i poliziotti dico di non avere paura a guardarsi dentro. A riconoscere gli errori da farci perdonare. Perché questo significa dare prova di coraggio e di libertà. Una delle grandi conquiste è stata che i panni sporchi non si lavano più in famiglia. Non abbiamo nulla di cui vergognarci. La democrazia ha tenuto in questo Paese anche grazie ai nostri questori e prefetti». Avete anche delle scadenze di piazza da fronteggiare. «Siamo arrivati al G8 come ad una guerra. A Napoli, per il vertice Nato, mi auguro di vedere in piazza meno elmi e tanta autorità civile di pubblica sicurezza. In borghese, con la fascia tricolore. Armata innanzitutto di parole. Che, con intelligenza, non cerchi di mettere ordine, ma governi il disordine».
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