articolo di g.bettin sul manifesto del 3 novembre
Il giorno dei morti GIANFRANCO BETTIN
APorto Marghera, in quasi cinquant'anni di storia dell'industria chimica, non è successo niente, e se qualcosa è successo era perfettamente legale, nel senso che non essendovi leggi apposite a tutela della salute umana e dell'ambiente, tutto era lecito: inquinare, avvelenare, uccidere, distruggere. Se le parole hanno un senso, e se un senso hanno i fatti, questo significa la sentenza emessa ieri nell'aula bunker di Mestre a conclusione del primo grado del processo per le morti da cvm e per il danno ambientale prodotti dal Petrolchimico. In modo irrituale, con un comunicato, la Corte ha poi sentito il bisogno di anticipare le motivazioni, che renderà note solo fra un paio di mesi, con le quali ha assolto tutti gli imputati (i vertici dell'industria chimica dagli anni Cinquanta in poi) da tutti i reati di cui erano accusati. In sostanza, dice la Corte, negli anni nei quali quei reati, col senno e le norme di oggi, sarebbero stati perseguibili non esistevano in realtà leggi adeguate a tutela della salute e dell'ambiente. E dopo, dagli anni '70, le aziende hanno rispettato le norme. Tanto è vero che oggi la situazione non è da considerarsi, sotto il profilo penale, di avvelenamento. Così si è espressa la Corte. Sembrano parole pronunciate da qualcuno che ha vissuto su Marte, che non ha seguito il processo e non ha conosciuto la storia della fabbrica, della città e del territorio da almeno mezzo secolo in qua. Che non ha capito niente della stessa situazione attuale. Parole dettate da un arroccamento formalistico che piega la legge in direzione della più astratta lettura dei nessi tra storia reale e storia giudiziaria, tra responsabilità concreta e norma vigente, e che in tale astrattezza fondamentalisticamente ribadita nasconde e in effetti cancella la coscienza stessa di chi deve giudicare. Gioisce lo stuolo infinito e lautamente pagato dei grandi avvocati dell'industria chimica. Piangono e inveiscono gli ex operai presenti in aula, i parenti delle vittime - centinaia - e tutte le persone che hanno seguito un processo durato quasi quattro anni e che a molti, moltissimi, era sembrato far chiarezza sulla tragedia del Petrolchimico e sullo scempio della laguna di Venezia anche sul piano penale oltre che sul piano storico e politico. Quest'ultimo aspetto - la verità storica e politica - rimane comunque, appare inconfutabile e va quindi ribadito: si è inquinato, distrutto, avvelenato, ucciso. E se anche - oggi lo sappiamo, retroattivamente - i colpevoli avevano una specie di licenza di uccidere, nessuno dimenticherà quello che è successo. "Oggi le vittime sono state uccise una seconda volta", ha detto Luigi Mara, di Medicina Democratica, l'associazione a cui apparteneva Gabriele Bortolozzo, l'ex operaio del Petrolchimico che ha denunciato le morti da cvm (era rimasto l'unico superstite di tutto un reparto). Gabriele è morto nel 1995 in un incidente stradale. In tutti questi anni di processo ho sempre avvertito un acuto dolore nel vedere che lui non poteva assistere al dibattimento che aveva contribuito ad aprire in modo determinante. Per la prima volta, invece, ieri pomeriggio, ho pensato amaramente che era meglio che oggi lui non ci fosse a sentire che per la malattia terribile che aveva contratto in fabbrica - il morbo di Raynaud - e per la morte di tanti suoi compagni non deve ringraziare nessuno e che nessuno risponderà dei crimini enormi che sono stati commessi. "La sentenza si commenta da sola": ha detto il pm Felice Casson, chiudendosi poi nel silenzio. Ma noi, invece, questa sentenza la commenteremo a lungo.
www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/03-Novembre-2001/art1.htm
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