EUGENIO CEFIS QUESTO NOME NON MI E' NUOVO....
http://www1.dagospia.com/articolo_1097.html
Dagospia.com 15 Maggio 2001
EUGENIO CEFIS QUESTO NOME NON MI E' NUOVO....
http://www1.dagospia.com/articolo_1097.html
Articolo di Alberto Statera per "Affari & Finanza", supplemento di "Repubblica"
Sarà per la febbre elettorale che negli ultimi giorni ha concentrato tutte le attenzioni su Berlusconi, ma un grande ritorno, uno di quelli che fanno rivivere in un momento un intero ventennio di storia italiana, è passato praticamente inosservato. Martedì 8 maggio, nell'aula bunker di Mestre dove si celebrava l'ultima udienza al processo per le morti di tumore alpetrolchimico di Porto Marghera (121 udienze, 24.700 pagine di verbali, 31 imputati, 546 parti lese, 99 periti) è comparso un anziano e austero signore, alto dritto, con un che di militaresco,che ha declinato davanti al presidente della Corte Nelson Salvarani e al pubblico ministero Felice Casson: "Sono Cefis Eugenio, nato a Cividale del Friuli il 21 luglio del 1921…."
Scommettiamo che un sondaggio tra mille studenti di Economia e di Scienze politiche delle principali università italiane rivelerebbe che il 90 per cento degli studenti (ma anche dei giovani manager e dei giovani giornalisti) non ha la minima idea di chi sia quel signore allampanato costretto a difendersi a ottant'anni all'accusa di aver causato con le "sue " fabbriche chimiche 220 morti di cancro. Eppure, Eugenio Cefis non è stato soltanto il discusso presidente dell'Eni, lo spregiudicato scalatore della chimica nazionale con denaro pubblico, perso nel sogno di farne un settore competitivo a livello internazionale, ma è stato soprattutto il protagonista occulto di vent'anni di politica italiana.
La sua ossessione era di sapere tutto degli altri, attraverso i sofisticati sistemi di spionaggio messi in piedi all'Eni e alla Montedison, e far sapere nulla di sé. Il suo predecessore Enrico Mattei comprava i partiti inzeppando banconote nelle scatole di scarpe, lui passò ai più moderni sistemi della finanza estera. Ministri, presidenti del Consiglio, interi governi furono nelle sue mani per lustri, piegati alle esigenze non tanto di un sogno imprenditoriale, ma di un ben più grande sogno di potere. La Montedison lo interessava, ma gli interessava di più impadronirsi dell'Italia.
Per cui stupì tutti a metà degli anni Settanta, quando, vecchio cadetto dell'Accademia militare di Modena e lettore indefesso di Clausewitz, ma anche di Schumpeter, si ritirò da tutto e scomparve. Si racconta che quando gli diede l'annuncio che si sarebbe ritirato, Enrico Cuccia esclamò: "Non me lo aspettavo, credevo che lei avrebbe fatto il colpo di stato". Perché Cefis, come ha poi raccontato Piero Ottone in un suo libro, aveva la sensazione e l'ossessione che la repubblica italiana stesse disintegrandosi e che occorresse intervenire con vigore, idea in cui lo confortava il suo consulente Gianfranco Miglio, che molti anni dopo troveremo tra gli ideologi della Lega Nord.
Clausewitz in qualcosa lo aiutò: nel suggerirgli di ripiegare e scomparire, prima in Canada poi in Svizzera, con un patrimonio personale valutato allora sui 100 miliardi, perché tra tutti i grandi boiardi è il solo che è riuscito a schivare inchieste, processi, mandati di cattura, salvo, per l'appunto, il processo che si conclude nei prossimi giorni per le morti di cancro al petrolchimico di Marghera, nel quale è imputato con altri presidenti e dirigenti della Montedison.
Ecco così che, come scomparve, Cefis ricompare all'improvviso quasi un quarto di secolo dopo impettito e fiero. Due sono le circostanze che inducono a riflettere sull'evento. La prima è che la Montedison, tanti lustri dopo, rimane ancora lo psicodramma senza principio e senza fine dell'economia italiana. La seconda, che l'incedere dinanzi ai magistrati nell'aula di giustizia di Mestre avviene mentre si annuncia la vittoria elettorale di uno schieramento politico variegato, guidato da un uomo che fu iscritto alla loggia massonica P2, nei cui programmi risuona l'eco di qualcuna delle elucubrazioni che in quei lontani anni Cefis coltivava con Miglio. Per carità, nessuna illazione immotivata, ma la conferma che qualche volta "ogni cosa lungamente passata ci pare essere presente".
Alberto Statera
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