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Le manovre contro di me. Tutte le prove - di Massimo Del Papa
by Massimo Del Papa Monday, Mar. 20, 2006 at 7:17 PM mail: massimo.delpapa@tin.it

Le manovre contro di...
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ECCO COME ANDO’

Quando ho aperto il blog “Babysnakes”, nel maggio 2005, sono immediatamente spuntati alcuni sedicenti che, con insistenza sospetta, tornavano su mie vecchie e trascurabili polemiche, alle quali, secondo logica, non avrebbero dovuto essere in alcun modo interessati. Invece non solo le riesumavano, ma me ne addossavano in pieno la responsabilità. Da lì, un continuo rimbalzo di miei articoli sui siti meno stimabili, naturalmente senza alcuna autorizzazione da parte mia, il che forniva l’occasione per sempre nuovi attacchi, insulti, anche minacce. Una tecnica scoperta, funzionale a fomentare la confusione e la distorsione di quanto andavo, e vado, scrivendo. Una attenzione, oltretutto, paranoica, perché se una libertà esiste nella rete, è quella di prescindere da ciò che uno vi inserisce: non è come la televisione, che impone la sua agenda. Se un blog non è gradito, nessuno impone a nessuno di visitarlo, copiarne il contenuto, diffonderlo per originare polemiche, diffamazioni, ingiurie, avvertimenti. Invece questo è accaduto, quasi che si volessero “seppellire” certi contenuti, fino a quel momento confortevolmente avvolti in una nebbia di falsità che, a questo punto, credo sia il caso di diradare, ristabilendo la verità storica dei fatti e, per quanto può interessare a chi avrà la pazienza di leggere, dimostrando che certe polemiche personali, non meno che volgari, il sottoscritto non le ha mai originate, ma, al contrario, se ne è trovato immerso, per altrui iniziativa e addirittura a sua insaputa.
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Ormai tanto tempo fa, sul finire del 2002, scrissi sul Mucchio un pezzo polemico (spero sia ancora consentito) a seguito di un’intervista in cui, con ammirevole faccia tosta, alcuni Pinocchietti della rivoluzione, intrufolati in vari giri e giretti della sottocultura e dell’editoria, rivendicavano una patente antimperialista continuando a contare i soldi dell’impero, cioè di Berlusconi. Più che un’intervista, un’autopromozione. Immediatamente ricevetti una piccata lettera da uno scrittore allora per me sconosciuto, dopodichè evitabile, che, dopo una serie di argomentazioni strampalate, concludeva con raffinatezza degna d’un Nabokov: “Io sarò anche una puttana ma Del Papa è mio figlio”. Alla missiva, sopra le righe e non priva di volgarità, risposi ironicamente, anche per puntualizzare che io, a differenza dell’interlocutore, di affari col “regime” non ne intrattenevo. Io rispondevo da privato a privato, ma ignoravo che quella corrispondenza era stata già divulgata, senza autorizzazione, pertanto commettendo un reato penale. La coraggiosa abitudine, “Niente verrà nascosto al popolo, tranne quel che ci fa comodo” non si smentisce, e parla da sè. Venni infatti avvertito da alcune e-mail (che conservo) che lo scambio era stato reso pubblico, ossia diffuso via mailing-list. Abusivamente, va ribadito, perché la legge tutela la segretezza della corrispondenza, estendendola da ultimo anche a quella elettronica.
Ma non bastava: ecco, in soccorso dello zio rosso antico (quanto basta), una rivendicazione dei nipotini (tali e quali, anche nelle griffe editoriali, di un impresario per loro stessa definizione neofascista): prolissa, piombata, indigeribile, illeggibile. Io anche questi non li conoscevo, perché della controcultura pseudoalternativa non so che farmene: se avessi saputo con chi stavo a perdere tempo, non mi ci sarei mai sprecato, perché non mi piace chi ha amici terroristi e satanisti, e li difende. Così, infastidito da quella lettera fluviale quanto petulante, risposi: “E voi chi… minchia siete? Levatevi dalle palle!”.
Che il sottoscritto non si fosse mai occupato di loro, d’altronde anonimi per definizione (e per vocazione), dovette suonare intollerabile a simili narcisetti, Io, comunque, non ho cercato alcuno, non avevo alle spalle mailing-list, movimenti e simile mercanzia: le mie polemiche me le gestisco abitualmente da uomo a uomo, cioè da uomo. Loro, commettendo – vale la pena di ripeterlo – un abuso, nonché un reato penale, hanno immediatamente diffuso il tutto, sollevando un polverone di commenti poco attendibili nei loro siti, per avvolgervi il vero oggetto di polemica: fare i soldi con l’odiato editore fascista, col “regime putrido”, nientemeno. Previo apocalittico avvertimento dei cavalieri senza faccia: “con la tua risposta ti sei qualificato come il demente che sei. Diffonderemo questo rivelatore scambio di e-mail in tutti i canali necessari” (dal che si dimostra che la decisione di pubblicizzare, contro la legge, faccenduole private, ebbe padrini precisi), lo scambio, astutamente contrabbandato per “fall out dell’intervista sul Mucchio Selvaggio” (falsissimo: non c’entrava nulla con l’intervista, cui non partecipai in alcun modo: era un semplice botta e risposta privato), venne immediatamente duplicato, il 5 gennaio 2003, su Indymedia, e qualcuno se ne sarà pure occupato. Il tutto dava ovviamente la stura alla canea a base di fotomontaggi allusivi (questi visibili anche sui siti dei personaggi direttamente interessati alla faccenda), risibili processetti on line, provocazioni di bassa lega, a catena di sito in sito, di forum in forum, di mailing list in mailing list. Tutto anonimo. Tutto abusivo. Tutto confortevolmente schermato dalla totale inconsistenza, alla lettera, di Indymedia (già entrata nelle indagini sugli ultimi delitti neobrigatisti), per perseguire la quale occorrono rogatorie dall’estero, come per Berlusconi (è, infatti, registrata in Brasile, per di più in forma sfuggente e pressochè anonima: un indirizzo e-mail cui non corrisponde neppure un interlocutore definito).
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Un’altra puntata di questa “telenovela”, dal copione analogo, si è poi avuta a proposito di una polemica concernente Cesare Battisti, il terrorista pluriassassino che rinunciò a difendersi in Italia (finalmente è appena uscito in Francia un libro che fa giustizia di tanta paccottiglia menzognera), ma esaltato da fanatici amici (alcuni, responsabili di un libello in suo favore, passato pressochè inosservato forse perché non edito da Berlusconi…). Amici che non hanno potuto, pena la perdita della faccia, se non approvare finanche il non esaltante, ma beffardo (anzitutto per loro stessi) esito, per ora, di questa vicenda, allorchè Battisti si fece uccel di bosco da Parigi, dov’era riparato per una malintesia applicazione della “dottrina Mitterrand” e, forse, in virtù di antiche protezioni che, nella capitale francese, mai sono mancate ai terroristi, specialmente quelli sospettati di essere in realtà infiltrati, come gli ambigui fondatori del Superclan, Simioni, Berio, Mulinaris, lo stesso Moretti capo delle “seconde BR”, in contatto con la scuola di lingue Hyperion, in effetti una centrale spionistica europea controllata dalla Cia, e in particolare con uno spione dal nome in codice “Louis”, al secolo Jean Louis Baudel.
Dopo che sul Mucchio avevo contestato non la libertà di Battisti, come ignobilmente si tentò di contrabbandare (scrissi tra l’altro: “se lo tengano, pure, i francesi”), ma l’atteggiamento moralmente rivoltante di chi lo considerava “un eroe”, anche in quanto romanziere, ancora una volta è partito il solito sgangherato linciaggio, con molte lettere, ma sempre gli stessi nomi di comodo, sul Mucchio cartaceo (dove di comune accordo abbiamo deciso di pubblicare un florilegio di simpatiche missive che mi definivano drogato, assassino, infame, lercio, causa dei guai del giornale ed altre amenità), sul forum on line del giornale e, di rimbalzo, su Indymedia. Nel pieno della bagarre, c’è stato chi, nauseato dalla campagna pro compagno d’edizione con curriculum ergastolano, s’è dissociato, m’ha scritto, raccontato: subito è stato raggiunto da analoghe attenzioni (dalle pubbliche scomuniche alle telefonate a domicilio “Non appiattirti su Del Papa”), che l’hanno lasciato, come è facile capire, piuttosto turbato.
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La terza, e più grave operazione, si è avuta a proposito del “caso Baldoni”, ugualmente atta a generare (la tecnica è quella) ricostruzioni stravolte e diffamatorie delle mie parole, nonché fotomontaggi insultanti sui siti Indymedia (dove diversi miei pezzi sono anche stati abusivamente, inseriti, spesso a mio nome), ma anche sugli spazi web dei soliti ignoti, nonché sui forum del Mucchio, di Linus, di Diario ed altri.
Su Baldoni, in sintesi, mi limitai a rispondere ad una domanda rivoltami, in via privata, dal direttore del Mucchio. Quella risposta poi venne, in totale buona fede del direttore, pubblicata, fornendo il presteso per una distorsione quanto mai opportuna, in un certo senso.
Di Baldoni (l’originale è reperibile su un numero di settembre 2004 del Mucchio, a disposizione di quanti volessero controllare), risposi che era un collega la cui morte ci fa orrore, ci strazia ma ne restava discutibile la filosofia di vita, annotata nel suo blog: “Forse ci lascerò la pelle ma non m’importa, siamo tutti un minestrone cosmico”. È equilibrato o infantile, considerare in un modo simile, a 60 anni l’eventualità di una morte quasi sfidata, chiedevo, in nome di ideali di solidarietà? O non è piuttosto dilettantismo, voglia d’avventura sublimata, dannunzianismo di sinistra questo recarsi, senza le necessarie precauzioni, in luoghi di accertata estrema pericolosità? E mi chiedevo come avesse valutato una simile eventualità, poi effettivamente maturata, la famiglia. Bene. Con un banale lavoro di taglia e incolla, quella nota è divenuta l’esaltazione, da parte mia, di una morte e la diffamazione cinica di un martire. Una volta pubblicate, quelle brevi considerazioni private, opportunamente stravolte, hanno preso a rimbalzare, partendo da Indymedia, che di per sé non è una cattiva idea, tutt’altro, ma è stata ridotta, in Italia, al balocco di mocciosi ricchi, esaltati e frustrati, che ne approfittano per prendere in giro parecchia gente in buona fede (oltre ad essere infiltrata, com’è inevitabile, da provocatori, spie, gente a vario titolo occhiuta). Da Indymedia (dove si assisteva alla grottesca contraddizione di vedere esaltati, allo stesso tempo, la vittima, Baldoni, e i carnefici, i “resistenti” irakeni…), la bufala saltabeccava in tutti i siti e i forum che, a vario titolo mi riguardavano (compresi, naturalmente, quello di Mucchio ma anche di Linus che, prendendo per buoni i messaggi contraffatti, si dissociava immediatamente da quanto mai realmente sostenuto dal sottoscritto, utile però a troncare una collaborazione giornalistica fattasi ingombrante); poi, a macchia d’olio, la voce allagava buona parte dei media progressisti (dunque, per autodefinizione: pluralisti), dove la circostanza era presa per genuina, senza ombra di dubbio, e senza mai interpellare l’interessato. Perfino la definizione di “dannunziano”, che ha un preciso fondamento culturale, veniva presa (o suggerita) come un insulto da quanti a digiuno dei più rudimentali cenni di filosofia e letteratura. Specularmente a Indymedia, l’operazione, arricchita da obbligatoria gogna multimediale corredata da fotomontaggi, pubblicazione di messaggi e-mail riservati, chiose all’altezza e quant’altro, si sviluppava sul forum del giornale con cui lavoro: e lì si vedeva che i messaggi e gli operatori, sempre schermati da nomi di fantasia, erano i medesimi degli altri forum. Al punto che ci si dava appuntamento dall’un forum all’altro. Al punto che il direttore, schieratosi non dalla mia parte ma da quella della realtà, veniva a sua volta investito da un vento maligno. Un caso distorsivo talmente da manuale, da essere stato citato in una tesi di laurea in Scienza della Comunicazione (che conservo), di un laureando di Siena. L’ “articolo” sciacallesco era, in realtà, una risposta privata, privatissima, inopinatamente uscita e utilizzata per venire distorta e strumentalizzata. Cosa precisata a più riprese, inutilmente, dal direttore del Mucchio. Una risposta privata in cui non della persona parlavo, con tutta evidenza, ma dell’atteggiamento specifico: che non solo a me parve, come pare, discutibile, anche a fronte della fine di innumerevoli colleghi che hanno pagato un definitivo prezzo per la loro esigenza di testimoniare. A meno che una morte drammatica eviti ogni riflessione, a maggior ragione privata, sul contesto in cui è maturata. Concludevo, peraltro, auspicando che più nessuno, per nessuna ragione e in nessuna veste, si avventurasse (o venisse inviato) ancora in luoghi così a rischio fino al ristabilimento almeno delle minime condizioni di sicurezza, perché in una terra di nessuno come l’Iraq, sostenevo, “ci fanno fuori tutti senza distinguere in ragione del ruolo, delle convinzioni politiche o ideali delle vittime”. Una consapevolezza della quale prenderà pubblicamente atto successivamente un’altra giornalista rapita in Iraq, ma più fortunata, Giuliana Sgrena. Sintomatico il fatto che, mentre si continuavano ad esaltare le morti di militari ed esponenti delle forze dell’ordine, anche per banali ed apolitiche rapine, su Indymedia e altrove mai venivano non si dicano criticate, ma nemmeno riprese le obiezioni di esponenti assai più influenti del sottoscritto, come Giorgio Bocca, che nel settembre del 2005, sull’Espresso, accennerà per l’appunto alla imprudenza di fotografi e giornalisti d’avventura, mercenari e volontarie in Iraq.
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A margine, è anche il caso di far notare quanto sia improbabile la grottesca levata di scudi contro presunti quanto inventati “sciacallaggi”, a fronte di esaltazioni, sempre comparse sui siti cosiddetti antagonisti, per la morte di 19 soldati italiani in Iraq. Una tragedia, peraltro, commentata da qualche zoppicante tuttologo, specialista in prefazioni, con la seguente chiosa: “Cosa si aspettavano [i soldati, recandosi in Iraq], di venire accolti a polenta e refosco?”. Né ha mai suscitato, nei miei severissimi censori, alcuno sdegno una sorta di raccontino, sempre per l’illuminata penna, di sapore ironico a proposito del cordoglio popolare seguito all’uccisione per mano neobrigatista del giuslavorista Marco Biagi, considerato “nemico di classe” e del quale si ridimensionava la gravità, in quanto “Non tutte le morti ci diminuiscono”. A questo segno è dunque giunta la controcultura, alla lettera, in Italia. Gente simile, che dell’assenza onnipresente ha fatto una strategia precisa, è solita imbarcarsi in equivoci e diatribe stravaganti, a volte non prive di incidenti di percorso: all’inizio del 2005 si ritrovò invischiata (ogni tanto chi di delirio abusa, ne perisce pure) in una odiosa strumentalizzazione, per cui l’interessato si ritrovava ingiustamente attribuito di un intervento di sapore negazionista a proposito dell’Olocausto. Operazione ricondotta ad un non meglio precisato complotto. Ma in passato il nostro eroe si era distinto per una campagna “libertaria” e “garantista” a favore del gruppo satanista bolognese “Bambini di Satana” (il cui leader, Marco Dimitri, venne poi assolto da svariati reati con formula parzialmente dubitativa ovvero in base all’art. 530, II c.p, in pratica la vecchia insufficienza di prove), campagna che fruttò una condanna in primo grado, il 14 giugno 2001, dal Tribunale Civile di Bologna, per diffamazione nei confronti del pm d’accusa nel processo “Bambini di Satana”, Lucia Musti. Gli atti sono pubblici, leggerli è istruttivo.
Si sostiene a un certo punto che il pm Musti avrebbe “artatamente collegato ‘parole, frasi e periodi del testo’ in maniera tale da farli erroneamente apparire come riferiti alla sua persona, mentre invece, gli stessi passi, se correttamente letti nel foro contesto, evidenzierebbero l'assenza di ogni intento denigratorio della sua immagine, umana e professionale”. Al che il Tribunale replica: Contrariamente a quanto sostenuto dalle convenute e dal [convenuto] i passi riportati, proprio se letti nel loro contesto, effettivamente descrivono la dott.ssa Musti come facente parte di un asserito complotto tra la Curia di Bologna, gli organi di informazione e le autorità inquirenti, volto alla demonizzazione ed alla repressione di ogni devianza sociale o sessuale. E' pertanto chiaro l'intento dell'autore di fornire un'immagine dell'attrice come magistrato che ha esercitato l'azione penale non a tutela del pubblico interesse per perseguire fatti gravissimi, ma per fini repressivi e per motivi di personale tornaconto (per apparire quale prode "Giovanna d'Arco" - sub d -) estranei alla sua funzione. La dott.ssa Musti viene, addirittura, definita come "odiosa e gracchiante viceprocuratora" e la si accusa di aver regalato al mondo uno dei più gravi casi di persecuzione giudiziaria (…) e ciò perché voleva diventare la Di Pietro dell'intolleranza religiosa" (sub.G) tant'è che la sua persona viene persino accostata, in maniera suggestiva, a quella del grande inquisitore Torquemada (pag. 43).
Dunque, secondo il Tribunale non è la pm ad avere “copiato ed incollato" artatamente determinati concetti, sì da ritenerli lesivi della sua reputazione: di più, se una simile operazione c’è stata, lei non ne è stata artefice ma vittima. Aggiunge infatti la sentenza: La critica, per essere legittima, deve trarre spunto da fatti veri, e non artatamente manipolati per sostenere la stessa tesi critica. (…) Privo di pregio è il riferimento (…) al diritto di critica satirica. Per satira si intendono quelle forme di espressione volte alla critica di personaggi noti al pubblico o di episodi di significativo interesse collettivo, mediante una rappresentazione idonea a suscitare ilarità che renda palese il carattere dell'inverosimiglianza e dell'esagerazione. Il che non ricorre nel caso di specie ove si consideri che la rappresentazione dei fatti che emerge dall'opera in questione, esula dai confini di una interpretazione forzata, buffa o maliziosa di un accadimento reale per divenire, invece, allusione gratuita a circostanze prive del benché minimo riscontro oggettivo (legame tra l'attrice, e la nuova inquisizione). Il carattere offensivo del libro non poteva non essere palese al suo autore il che è sufficiente ad integrare l'elemento soggettivo del reato di diffamazione. (… ) Come riportato in narrativa, il [convenuto] contesta di essere l'autore dell'opera in questione, assumendo di aver sottoscritto il contratto di edizione in atti, non in nome proprio, ma quale mandatario con rappresentanza del movimento collettivo (…) Eccepisce, inoltre, il [convenuto], che non avendo la [casa editrice] ancora effettuato alcun valido pagamento per il titolo dedotto, mancherebbero i presupposi per l'esercizio dell'azione di regresso proposta nei suoi confronti. Tali tesi difensive non possono essere condivise (…).Secondo quanto sostiene [il convenuto] poiché l'opera (…) ha natura collettiva ed impersonale, come ogni produzione attribuibile a [l collettivo], egli non potrebbe risponderne avendo sottoscritto il contratto di edizione in nome e per conto del suddetto movimento culturale. Ebbene, anche volendo ritenere, come è peraltro pacifico in causa, che effettivamente l'eponimo … identifichi una collettività di persone, non può porsi in dubbio che dell'opera generatrice del danno di cui si discute dovrebbe rispondere la suddetta "collettività", e per essa, quindi, i suoi singoli componenti trattandosi, per quel che sembra, di un'associazione di persone. Orbene, tenuto conto del suo comportamento e dell'attività da lui svolta nella vicenda in esame, si ravvisano fondati motivi di ritenere che il [convenuto] facesse parte di quella collettività e ne condividesse gli scopi, tant'è che non ha indicato alcun'altra e diversa ragione per la quale sarebbe stato indotto a farsi portatore delle idee del gruppo. Ma anche volendo prescindere da tale rilievo, occorre osservare che, contrariamente da quanto assume il [convenuto], egli ha sottoscritto in proprio il contratto di edizione in atti; qualificandosi espressamente come "autore" del libro, senza spendere il nome del suddetto movimento, ma chiedendo unicamente all'editore di inserire "il nome dell'Autore (e cioè il suo, n.d.r.) in copertina e nel frontespizio" con la "dicitura ?
Segue condanna. Insomma, per il Tribunale dire “io non ho nome, e in più non mi hanno neanche pagato”, non è una valida scriminante e non lascia facoltà di diffamare…

Sostegno e solidarietà a terroristi pluriomicidi e satanisti da b-movie, indifferenza quando non ironia verso “sbirri” e studiosi trucidati per mano terrorista. L’equilibrato coautore di raffinati romanzi storici, non pare altrettanto sagace ed elegante quando si dedica alla tuttologia politica o di cronaca …
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Tornando alla mia vicenda personale, sempre sul forum del Mucchio, e, di rimbalzo, su Indymedia, veniva nel frattempo (grossomodo in coincidenza con la polemica sul terrorista Battisti) annunciata una “sconvolgente scoperta”: digitando il mio nome sul motore di ricerca Google, lo si trovava legato a una quantità di siti osceni. Cosa cui molti, nel forum, mostravano di credere, in considerazione dell’infimo livello morale del sottoscritto. Tale “rivelazione”, fonte di chiose e commenti all’altezza nel forum del Mucchio, verrà riproposta, tempestivamente, non appena aprirò, nel maggio 2005, il mio blog, assieme ai consueti insulti, insinuazioni e addirittura tentativi di calunnie (o “autocalunnie”) nei riguardi di terzi, che mi vedrò costretto a eliminare “in tempo reale” per non incorrere mio malgrado in reati di diffamazione. Alla fine, reputerò conveniente negare del tutto l’accesso ai commenti, lasciando a disposizione un indirizzo e-mail per comunicare con me. Come per incanto, tutti gli insulti e le insinuazioni cesseranno, segno che si puntava solo a compromettere e soffocare il blog istruendo e sfruttando provocazioni artefatte quanto, in prospettiva, compromettenti.
I contenuti del mio blog intanto rimbalzavano anche su alcuni siti gestiti da improbabili “amatori”, che tempo dopo risulteranno essere in realtà una sorta di schermo per personaggi del sottobosco letterario, più abili a manifestarsi quali infantili “guastatori” dall’identità fittizia, che a comporre opere di un qualche valore. Mentre sulla solita Indymedia, oltre a ripetuti articoli clonati senza permesso dal mio blog, e con il patetico espediente di attribuirne a me stesso l’inserimento, compariva nell’estate 2005 una torbida “lettera” falsamente firmata dal direttore del Mucchio, Stèfani, il quale in pratica pronunciava una sorta di autocritica stalinista per avere arruolato nel giornale il sottoscritto, naturalmente ricoperto di insulti. Nel messaggio non mancavano ambigue allusioni alla situazione interna alla rivista, quasi a suggerire che chi scriveva, ancorchè schermato da una identità evidentemente falsa, conosceva retroscena e aspetti privati del giornale. L’operazione aveva tutto l’aspetto di un messaggio neppure troppo velato diretto al direttore: liberati del tuo molesto collaboratore (come ha già fatto qualche altra rivista) e camperai tranquillo, in caso contrario anche tu sperimenterai le stesse attenzioni…
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Io non ho elementi per ricondurre simili vicende a responsabili precisi, e dimostrabili senza ombra di dubbio. Ho, in compenso, molti elementi indiretti per capire quali ne siano gli artefici. Insomma, “io so, ma non ho (quasi) le prove”. Più in generale, penso si possa dire che tutta questa trascurabile, ma emblematica faccenda venga trasportata da un vento lontano, soffiato da altri che i trascurabili soggetti che potrebbero superficialmente apparire. Un vento che aveva cominciato a soffiare esattamente in coincidenza con una campagna giornalistica solitaria, senza difensori, senza “spalle coperte”, senza testimonial, senza clan, senza grandi editori, per denunciare – prima su un paio di giornali, poi a mezzo di un libro che, guardacaso, ha suscitato un odio degno di miglior causa, basta controllarne le “recensioni” in rete - i troppi ipocriti in armonia d’interessi con se stessi; quelli il cui censore fa rima con editore; quelli che più gridano al regime, più ne denunciano il fetore, e più non avvertono l’odore dei soldi che dal regime provengono; insomma ci stanno, e ci restano, in affari. Una condizione che chiama in causa una pletora di personaggi, chi di maggiore chi di minore rilevanza, nessuno dei quali ha tuttavia mai ritenuto di confrontarsi direttamente sul punto; una polemica giornalistica che, viceversa, e in modo sorprendente, sembrava semmai accendere i furori di chi restava estraneo, come i semplici lettori (o apparenti tali): quasi che nutrissero il timore di scoprirsi ingannati, o comunque sentissero con evidente fastidio un richiamo alla coerenza.
Il problema in sé, del quale col tempo si sono occupati altri e più illustri colleghi, spesso con opportune dimenticanze dettate da amicizia o colleganza, non viene mai negato, casomai minimizzato, stravolto, buttato “in rissa”. Ma che esista, lo dimostrano libri come “Inciucio”, dibattiti come quelli apparsi su “l’Unità” (che, di norma, finisce per assolvere personaggi organici, e crocifiggere, troppo facilmente, il solo Bruno Vespa). Lo hanno dimostrano, più di tutto, i frequenti tentativi di replica, sempre “di sponda”, spesso fra diretti interessati che si “assolvono” a vicenda, ma mai in modo logicamente accettabile – come credo d’aver dimostrato per l’appunto nel mio libro, assai poco citato, ma molto mormorato, dato il clamore e gli insulti che su internet ha riscosso (guardacaso sempre da parte degli stessi che intasavano i forum, e che, in quanto sedicenti “estranei”, davvero stupivano per la virulenza degli attacchi, quasi che il mio libro li avesse chiamati personalmente in causa). Di non pochi personaggi conosciuti (o divenuti davvero tali con la guerra a Berlusconi), conosco direttamente l’imbarazzo e la fatica di difendere una condizione che, in pubblico, si affanno a presentare come non contraddittoria, non imbarazzante. Molti ne sono stati tratti, sull’orlo dell’esaurimento, da colleghi e amici che li hanno aiutati a negoziare altri editori e altri ingaggi (che non li penalizzassero troppo). Segno che il problema c’era, se, dopo tanto negarlo, lo si è voluto risolvere. Segno anche che risolverlo si poteva.
Questa, dunque, era una sfida giornalistica, un impegno etico che sapevo fin dall’inizio perdente, ma cui ho ritenuto di non potermi sottrarre in ragione del mio mestiere. Pensavo che una situazione in cui il capo del Governo è il controllore di se stesso, e quanti dicono di temerlo lo rafforzano anche loro controllandosi (assolvendosi) fra loro stessi, non è una condizione accettabile, perché insana per la democrazia: come tale, ritenevo andasse segnalata con forza. Ma la risposta, più che democratica, è stata di stampo mafioso.
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Spesso mi sono sentito dire che “non so farmi furbo”; ma quand’è che un giornalista si fa furbo? E qual è il prezzo da pagare? Io ho preferito il rispetto del pubblico, la dignità del mestiere alle lusinghe. Ho preferito la coerenza, a costo di rinunciare a tutto il resto. Da tutte e due le parti non si può stare. Se contesto qualcuno, non mi ci metto in società; se dico che questo è un regime, non posso farci i soldi. Il che implica la persistente impossibilità di vivere decentemente, comporta salti mortali per far quadrare l’affitto. Altrochè anticipi dal “regime”. Nessuno in questa battaglia solitaria mi ha difeso. Neppure quelli, e non erano pochi, che sapevano bene come si fosse sviluppata questa progressiva chiusura, e che con una citazione, una parola, un invito, avrebbero potuto spezzarla. Ma bisognerebbe sapere che in questo Paese le mezze misure non sono ammesse: se davvero di sconti non ne fai, se non ti scegli almeno un clan (vanno di moda oggi quelli dei martiri di professione, dei censurati per vocazione, le Confraternite dei Comici e Giornalisti Epurati), se, insomma, non torni nel gregge, da cane sciolto non vivi. Non sopravvivi neppure. E la ragione è semplicissima: da solo, non vali letteralmente nulla. Non fai parte di nessuna scena che può comunque sortire giornali, libri, lavori cinematografici o teatrali, magari fondati sulla militanza. Non hai sponsor, non sei sponsor, non convieni a nessuno.
Quanti, e mi riferisco a personaggi di grande notorietà televisiva e artistica, dopo essere stati lanciati da Berlusconi, e permanendoci in affari ancora mentre lo attaccavano, hanno dovuto la loro definitiva consacrazione alla foga con cui lo hanno accusato? Quanti possono dire davvero di non dovere nulla all’autocrate che incarna il regime, e oggi di non dovere nulla al “movimento”, o girotondo, del controregime? Quanti, facendo una contabilità della fama, possono negare di essere passati da appena conosciuti a famosi dopo essersi a lungo agitati, spesso in modo scomposto, spesso in modo eccessivo, contro lo stesso “censore” che li aveva lanciati e foraggiati per anni? Quanti hanno tenuto e tuttora tengono i loro piedi in staffe opposte? Quanti nascondono l’esatta consistenza dei proventi maturati grazie alle aziende del cosiddetto censore? Quanti hanno raggiunto un successo al botteghino o in libreria, più o meno convincente, veicolati dai potentissimi mezzi industriali e pubblicitari di quell’autocrate di cui fingono d’esecrare lo strapotere, il conflitto d’interessi, il monopolismo, la deriva populista, il tradimento della cultura a beneficio del consumismo? E così via cianciando.
L’errore, in questo Paese, è credere di poterti permettere la libertà, dico una libertà completa, che si riservi il lusso di essere insoddisfatta, e di conseguenza critica, senza tenere conto di militanze, ideologie o amicizie. “Libero” in Italia non significa autonomo, ma appartenente a un clan che si giudica meno compromesso o più degno di altri. Senza cogliere questa fondamentale, per quanto assurda, sfumatura, va a finire che ti ritrovi presto o tardi a scoppiare, letteralmente, di confidenze ricevute sottovoce: “Hai visto, l’hai pagata, il tuo nome è circolato tra i giornali, le case editrici, sei fuori, sei segnato…”. Seguono retroscena più o meno dettagliati, sui quali, ancora una volta, si potrebbe chiosare: “io so... ma non ho le prove”. Uno, in particolare, riferisce di un virtuosissimo scambio: la testa del sottoscritto, “che ha scritto quelle cose sul nostro amico Enzo Baldoni, e soprattutto che non deve più stilare liste di proscrizione”, contro ambìti affari editoriali, a mezzo di insospettabili mediatori decisi ad applicare il princìpio: colpirne uno per educarne cento. Fosse vero, troppa grazia: non sospettavo di valere tanto. Di certo so che l’unico direttore davvero degno di questo nome, ha dovuto sfoderare doti non comuni di lealtà e di coraggio per potermi tenere. Sapeva perfettamente come stavano le cose. Basate, cioè, su una montatura per suscitare insulti, diffamazioni, minacce di intensità che nessun altro può vantare fra i bersagli di questi siti “controinformativi”. Il che io rivendico, data la fonte, con l’orgoglio delle cose migliori.
Però anche io so. Non dimentico. Non ho fretta. A ciascuno il suo. È già cominciato, qualcosa è andato storto e molti hanno capito: la fobia patetica di questi individui è tale da aver predisposto addirittura messaggi precompilati a quanti, intercettati in rete, si azzardassero ad esprimere stima al sottoscritto. Ma simili mezzi ormai servono a poco, anche perchè rimandano invariabilmente alle stesse "fonti", oramai abbondantemente screditate, servite ad architettare questo sgangherato capolavoro di viltà e diffamazione. Ma è ancora presto, e sarà divertente, sempre più divertente sgonfiare certi palloncini farciti del fumo che proviene da lobby, mafiette editoriali, criticuzzi a gettone e inciuci con l’odiato “regime”. Del resto, una vita da sorci, nelle fogne di internet, a sollevare immondizia senza neppure potersi mostrare, è già una condanna sufficiente. E forse non è neppure la peggiore: c’è lo specchio, sopra ogni cosa. Con quello, l’anonimato non funziona.
Massimo Del Papa

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