FRATELLI E SORELLE, PROFIT OVER PEOPLE E' DISPONIBILE IN ITALIANO COL TITOLO "SULLA NOSTRA PELLE" (ED. TROPEA). LEGGERLO E' CALDAMENTE CONSIGLIATOa!!! (LO"STESSO VALE PER L'OPERA DI NOAM CHOMSKY, "IL PIU'IMPORTANTE INTELLETTUALE VIVENTE" (NYT), NONCHE' IL PIU' CITATO FRA I VIVENTI). PS: SE SIETE AL VERDE LEGGETEVI LA MIA SINTESI.
BACI.
Il neo-liberismo è il paradigma economico-politico che definisce il nostro tempo: indica l'insieme delle politiche e dei processi che consentono a un gruppo relativamente ristretto di interessi privati di controllare il più possibile la vita sociale allo scopo di massimizzare i profitti. Il grande sforzo finanziario compiuto nell'ultimo ventennio dalle imprese sul fronte delle pubbliche relazioni ha conferito a questo termine e a queste idee un'aurea pressochè sacrale. Il risultato è che le tesi neoliberali non vengono neppure più difese ma invocate a sostegno di ogni forma di razionalizzazione: dall'attenuazione della pressione fiscale sui ricchi, all'abolizione delle norme di tutela ambientale, allo smantellamento della scuola pubblica e dello stato sociale. In realtà una difesa empirica del mondo che stanno costruendo, i neoliberisti non sono in grado di offrirla. Al contrario impongono una fede religiosa nell'infallibilità del mercato privo di regole, cioè in una tesi desunta da teorie ottocentesche che non hanno alcun rapporto col mondo attuale. La democrazia neoliberista consiste in un insieme di dibattiti oziosi su questioni marginali condotti da partiti che, al di là di alcune differenze superficiale di programma, sostanzialmente perseguono la medesima politica filoaffaristica. La democrazia è tollerabile solo a condizione che il mondo dell'economia sia sottratto a deliberazioni popolari. Vale a dire a condizione di non essere democratica. Il sistema neoliberista, quindi, ha un sottoprodotto necessario quanto importante: una cittadinanza depoliticizzata dominata dall'apatia e dal cinismo. Una cultura politica vitale ha bisogno di associazioni, biblioteche, scuole pubbliche, gruppi di volontariato, sindacati, che consentano ai cittadini di incontrarsi. La democrazia neoliberista, con la sua determinazione a porre il mercato sopra tutto, tende a colpire a morte queste realtà: non produce cittadini, ma consumatori; non costruisce comunità ma centri commerciali. Una componente della mitologia del libero mercato è l'idea che gli stati siano organizzazioni inefficienti che vanno ridimensionate, se non si vuole infrangere la natura magia del lassez-faire. In realtà, stati e governi sono pilastri portanti del sistema capitalistico moderno, dato che sovvenzionano generosamente le imprese e promuovono gli interessi del mondo economico su una varietà di fronti. La loro centralità si evidenzia con l'emergere del mercato globale. La globalizzazione è il risultato dell'azione di governi molto forti, in particolare di quello USA, decisi a imporre contratti commerciali alle nazioni del mondo per facilitare il dominio delle economie nazionali da parte delle grandi imprese e dei ricchi. Tale disegno non era mai stato tanto scoperto da quando, agli inizi degli anni '90, è stato creato il Wto, e si sono tenute deliberazioni segrete adottate in vista del Mai. Una delle caratteristiche più sorprendenti del neoliberismo è la sua incapacità di avviare discussioni aperte su se stesso. I mezzi di informazione del mondo economico, l'industria delle pr, gli ideologi accademici e in genere gli intellettuali svolgono il ruolo essenziale di elaborare e diffondere le "illusioni" necessarie a far apparire razionale, utile e necessaria, se non desiderabile, questa situazione di profonda ingiustizia. Anche se l'idea di una società postcapitalistica sembra irrealizzabile. Noi sappiamo che l'attività politica degli uomini può fare del mondo in cui viviamo una realtà molto migliore. Anche nelle democrazie dimezzate del nostro tempo, la comunità degli affari da un lato lavora incessantemente per evitare che fatti importanti come la stipula del Mai vengano dibattuti in pubblico, dall'altro spende una fortuna per dispiegare un apparato di pubbliche realzioni mirante a convincere gli americani che questo è il migliore dei mondi possibili. Robert W. McChesney
NOAM CHOMSY – PROFIT OVER PEOPLE (1999) Ed. It. SULLA NOSTRA PELLE (Marco Tropea Editore, Milano)
NEOLIBERISMO E ORDINE GLOBALE
Gli Usa erano diventati la principale potenza economica del mondo molto tempo prima della seconda guerra mondiale, e durante il conflitto prosperarono ulteriormente mentre i loro rivali ne furono gravemente danneggiati. Alla fine del conflitto gli Usa possedevano la metà della ricchezza mondiale e una posizione di potere senza precedenti nella storia. Naturalmente i principali artefici della politica decisero di usare tale potere per dar vita a un sistema globale funzionale ai propri interessi. Documenti di alto livello identificano le minacce principali a questi interessi, soprattutto in America Latina, nei "regimi radicali" e "nazionalistici" sensibili alle pressioni popolari per un "miglioramento immediato degli standard di vita disastrosi delle masse" e per la soddisfazione dei bisogni interni. Queste esigenze infatti erano in conflitto con l'esigenza di creare "un clima politico favorevole agli investimenti "privati", con relativo rimpatrio dei profitti e "protezione delle nostre materie prime": nostre anche se situate in altri paesi.. Come ebbe a dire l'importante economista George Kennan, per queste ragioni "dobbiamo smetterla di riempirci la bocca di obiettivi vaghi e irrealistici come i diritti umani, l'elevamento degli standard di vita, e la democratizzazione" e "occuparci invece di questioni concrete legate al potere". Quello che sto citando è un verbale segreto, oggi in linea di principio accessibile, ma ancora sconosciuto al grande pubblico. Il "nazionalismo radicale" rappresenta "una minaccia grave alla stabilità". Nel 1954 mentre Washington si preparava a rovesciare il primo governo democratico del Guatemala, un funzionario del Dipartimento di stato ammonì che quel paese rappresentava "una minaccia sempre più grave alla stabilità di Honduras e Salvador. La sua riforma agraria è una potente arma propagandistica". Henry Kissinger definì il Cile un "virus" che avrebbe diffuso messaggi sbagliati sulle possibilità effettive di ottenere un cambiamento sociale, rischiando di contaminare così altri paesi, fra cui l'Italia, non ancora "stabile" nonostante la Cia per anni avesse attuato importanti piani di destabilizzazione. Nei programmi segreti elaborati dopo la guerra, a ogni parte del mondo venne assegnato un ruolo specifico. Così la "funzione principale" del Sud-est Asiatico fu quella di fornire materie prime alle potenze industriali; l'Africa doveva essere "sfruttata" dall'Europa allo scopo di favorire la sua stessa ripresa. Le "funzioni" dell'America Latina furono chiarite nel corso di una conferenza continentale in cui washington propose una Carta Economica delle Americhe che bandiva il "nazionalismo" in tutte le sue forme. Alcuni documenti del Dipartimento di stato ammoniscono che i latinoamericani "prediligono programmi politici intesi a realizzare una più larga distribuzione della ricchezza e a elevare lo standard di vita delle masse" e ritengono che "i primi beneficiari dello sviluppo di un paese debbano essere i cittadini dello stesso". Si tratta di idee inaccettabili: "i primi beneficiari delle risorse di un paese sono gli investitori statunitensi e l'America Latina deve svolgere il proprio ruolo di servizio senza avanzare irragionevoli pretese in nome del benessere generale". La posizione degli Usa prevalse, ma negli anni successivi i problemi non mancarono e furono affrontati con mezzi che rendono superfluo ogni commento. Quando l'Europa e il Giappone si ripresero dalle devastazioni della guerra, l'ordine mondiale assunse uno schema tripolare. I cambiamenti più importanti si sono verificati quando l'amministrazione Nixon smantellò il sistema economico globale in cui il suo paese era stato di fatto la banca del mondo, ruolo che non era più in grado di sostenere. Questo atto unilaterale innescò una vera e propria esplosione disordinata di flussi di capitali. Ancora più sorprendente la trasformazione della composizione di tali capitali. Nel 1971 il 90% delle transazioni finanziare riguardava l'economia reale.. Nel 1990 le proporzioni si sono rovesciate e nel 1995, in presenza di un movimento di capitali molto maggiore, la componente speculativa ha raggiunto il 95%, con flussi quotidiani regolarmente superiori alle riserve complessive in valute estere delle sette maggiori potenze industriali (oltre mille miliardi di dollari al giorno). Oltre vent'anni fa eminenti economisti avevano ammonito che tale processo avrebbe portato a un'economia caratterizzata da una crescita lenta e da basse retribuzioni, ma gli artefici del washington consensus optarono per i profitti molto elevati previsti. Gli stati cosiddetti "comunisti" non facevano parte di questo sistema globale, ma negli anni '70 la Cina vi fu reintegrata. L'economia sovietica negli anni sessanta entrò in una fase di stagnazione e vent'anni dopo si arrivò al crollo dell'intero fatiscente edificio. Un'indagine dell'Unicef del '93, ha stimato un aumento di mezzo milioni di morti nella sola Russia dovuti alle "riforme" neoliberiste promosse dallo stato. Recentemente il ministero degli affari sociali russo ha stimato che il 25% della popolazione è scivolato al di sotto del livello di sussistenza, mentre i nuovi governanti hanno accumulato ingenti ricchezze. Quello che si ripete, ancora una volta, è il modello tipico delle regioni dipendenti dall'Occidente. Noti sono anche gli effetti della violenza su larga scala praticata per promuovere il 2benessere del sistema capitalistico mondiale". In occasione di una recente conferenza organizzata dai gesuiti a San Salvador, è stato sottolineato che nel corso del tempo la 2cultura del terrore ridimensiona le aspettative della maggioranza delle persone"; la gente non riesce più nemmeno a pensare ad "alternative diverse dagli esiti che il potere" descrive come altrettante vittorie della libertà e della democrazia.
LA NOVITA' DEL NEOLIBERISMO
Osserva Paul Krugman, è opinione corrente che "le cattive idee hanno successo perché sono funzionali agli interessi di gruppi di potere". Il nocciolo della questione è tutto qui. Sul terreno dello sviluppo economico nell'età moderna sono stati condotti molti esperimenti, da cui sono emersi dati uniformi che sarebbe difficile ignorare. Uno è questo: gli ispiratori dei vari progetti tendenzialmente ne traggono notevoli vantaggi, anche se per i soggetti interessati gli esperimenti si risolvono il più delle volte in un fallimento. Il primo progetto importante fu realizzato due secoli fa, quando i governatori in India istituirono la Colonia permanente. Gli esiti furono esaminati da una commissione ufficiale, la cui conclusione fu che "la Colonia ha avuto l'infelice risultato di sottoporre le classi inferiori a un'oppressione gravissima", producendo sofferenze che "forse non hanno l'eguale nella storia del commercio" tanto che "le pianure dell'India sono imbiancate dalle ossa dei tessitori di cotone". Ma il Governatore generale inglese osservò che "la Colonia permanente ha prodotto almeno il risultato senz'altro positivo di creare una vasta rete di ricchi proprietari terrieri sinceramente interessati alla prosecuzione del dominio inglese e in grado di esercitare un potere illimitato sulla popolazione". Un altro risultato positivo fu che gli investitori inglesi accumularono immense ricchezze. In breve, il primo grande esperimento fu una cattiva idea per i sudditi, ma non per i suoi artefici, né per le élite locali associate a loro. Questo schema si è ripetuto di continuo fino ad oggi, ponendo sempre il profitto al di sopra delle persone. La continuità del fenomeno non è meno impressionante della retorica che lo ha sempre accompagnato. German Haines scrive che dal 1945 gli Usa hanno usato il Brasile come "terreno di prova per metodi scientifici moderni di sviluppo industriale solidamente basati sul capitalismo". Nel 1989 Haines presenta "i programmi degli Usa sul Brasile" come "un successo enorme", "un vero e proprio trionfo americano". Nello stesso anno il Report on Human Development dell'ONU collocò il Brasile vicino all'Albania. L'esempio più recente c'è lo offre il Messico. Attualmente una buona metà della sua popolazione non riesce a soddisfare le esigenze alimentari minime. Negli ultimo 15 anni, per la maggior parte della popolazione statunitense i redditi hanno subito una stagnazione o un decremento, mentre le condizioni di lavoro e la sicurezza dell'impiego sono peggiorate; un fenomeno senza precedenti è rappresentato dal fatto che questa tendenza si è mantenuta anche dopo la ripresa economica. Le disuguaglianze hanno raggiunto livelli sconosciuti da settant'anni. Gli Usa hanno un livello di povertà infantile superiore a quello di tutte le altre società industriali, seguiti dagli altri paesi di lingua inglese.
LE STRADE DELLO SVILUPPO
Al di fuori dell'Europa occidentale, le due regioni importanti che si sono sviluppate, Usa e Giappone, sono quelle sfuggite alla colonizzazione europea. Mentre l'occidente si sviluppava, nel quattrocento, l'europa orientale diveniva la sua area sussidiaria, il terzo mondo del tempo. A dispetto delle inenarrabili atrocità compiute da Stalin e delle enormi distruzioni prodotte dalle guerre, il sistema sovietico ha realizzato un importante programma di industrializzazione, in virtù del quale ha cessato di far parte del Terzo Mondo per entrare nel Secondo. Non può sorprendere che il budget del Pentagono resti a livello da guerra fredda, e anzi stia aumentando. Questi dati aiutano a farsi un'idea della realtà dell'ordine globale. La storia economica contemporanea riconosce che l'intervento dello stato ha giocato un ruolo centrale nella crescita economica ma ne sottovaluta il peso. La rivoluzione industriale è stata favorita dal basso prezzo del cotone, soprattutto negli Usa; ebbene l'offerta di cotone a basso prezzo è stata resa possibile non dalle forze del mercato, ma dalla progressiva eliminazione della popolazione indigena e dalla schiavitù. Gli altri produttori, India e Egitto: il primo vide le sue avanzate industrie tessili andare distrutte dal protezionismo e dall'esercito inglese; quest'ultimo bloccò anche il tentativo di sviluppo egiziano. Senza queste misure, metà dell'emergente industria tessile del New England, secondo le stime degli storici, sarebbe naufragata, con effetti macroscopici sulla crescita industriale in generale. Un esempio analogo dei giorni nostri è rappresentato dall'energia, essenziale per le economie industriali avanzate. L'"età dell'oro" dello sviluppo postbellico è stata resa possibile dalla disponibilità di petrolio abbondante e a buon mercato, ottenuta, con la minaccia o l'uso della forza. Oggi una parte cospicua del budget del Pentagono viene usata per contenere i prezzi del greggio mediorientale in una fascia che gli Usa e le loro società petrolifere considerano appropriata. Il Giappone ha respinto le dottrine neoliberiste dei suoi consiglieri americani e la conclusione degli economisti è che il rifiuto è stato condizione del "miracolo giapponese". Joseph Stiglitz, prima capo del Comitato dei consiglieri economici di Clinton e poi Chief Economist della Banca Mondiale ha ammesso che le ex-colonie del Giappone sono progredite grazie al fatto che "i governi si sono assunti la responsabilità di promuovere la crescita economica". Nonostante la crisi recente, "che rappresenta, almeno in parte, il frutto dell'abbandono della strategia che aveva portato a risultati così incoraggianti, non ultimo la creazione di mercati finanziari ben regolati", i dati restano: "nessun'altra regione al mondo ha mai conosciuto un aumento così rapido del reddito né ha mai visto una porzione così ampia della popolazione uscire in così poco tempo dalla povertà, e ciò "con un pesante coinvolgimento del governo". Un importante storico dell'economia , Paul Bairoch, sottolinea che "senza ombra di dubbio il liberismo forzoso imposto al Terzo mondo nell'Ottocento è una spiegazione importante dei suoi ritardi sulla strada dell'industrializzazione."
VARIETA' DEL PENSIERO NEOLIBERISTA
La dottrina del libero mercato è emersa in 2 versioni: quella ufficiale imposta agli indifesi e quella "del mercato realmente esistente". Nel seicento si è imposta la seconda. E' vero che nel 1846, dopo che 150 di protezionismo, di violenza e di potere statale le avevano garantito un vantaggio enorme sui concorrenti, la GB si è convertita al liberismo. Ma non senza eccezioni e riserve: il 40% delle esportazioni andarono ai paesi colonizzati. Dal canto loro gli Usa si difesero dalla siderurgia inglese con dazi molto elevati e così svilupparono un'industria interna dell'acciaio. Negli anni '30, con un intervento più diretto dello stato nell'economia, la produzione di macchine utensili inglesi quadruplicò e si ebbe un boom generalizzato nell'industria: si trattò "di una nuova ondata, passata sotto silenzio, di rivoluzione industriale", come scrive l'analista economico Will Hutton. Dopo la seconda guerra mondiale i leader dell'economia Usa si convinsero che senza un intervento statale, ci sarebbe stata un'altra recessione. La spesa pubblica, si diceva, ha l'effetto di stimolare la produzione, ha effetti di democratizzazione e svolge una funzione redistributiva. La spesa militare non ha nessuno di questi difetti. E si può spendere col temine "sicurezza". Il sistema del Pentagono venne così ritenuto il migliore per trasferire i costi al settore pubblico, soprattutto quelli dell'aeronautica. Non può stupire che Clinton abbia indicato nella Boing "il modello di tutte le aziende americane". L'amministrazione Reagan da un lato magnificava ai poveri le glorie del libero mercato, dall'altro ha "assicurato all'industria americana più commesse di tutti i suoi predecessori degli ultimi 50 anni", innescando, come scrisse Foreign Affairs, "la più grande svolta protezionistica che si ricordasse dagli anni '30". Un ampio studio sulle multinazionali condotto da Winfried Ruigrock e Rob van Tulder ha sottolineato che "la strategia e la posizione concorrenziale di quasi tutte le più grandi aziende del mondo hanno risentito in maniera decisiva delle politiche eo delle barriere commerciali adottate dai governi". L'intervento del governo, aggiunge lo studio, "negli ultimi due secoli non è stato l'eccezione ma la regola, ha giocato un ruolo decisivo nello sviluppo e nella diffusione di molti prodotti e di molte innovazioni dei processi produttivi". Una conclusione sembra assolutamente chiara: le dottrine approvate vengono applicate e elaborate per ragioni di potere e profitto. L'economia non è più globale di quella di inizio secolo. Le aziende multinazionali dipendono in maniera determinante dai sussidi pubblici e le loro transazioni internazionali, avvengono in buona parte in Europa, Giappone e Usa. L'idea che il mondo economico sia "fuori controllo" non è dunque molto credibile. E se prendiamo sul serio le dottrine sul liberalismo classico, non c'è obbligo di attenersi a questi meccanismi. Wilhelm von Humboldt giunse a condannare il lavoro salariato: in quel caso l'individuo non "può essere apprezzato per quello che fa, ma disprezzato per quello che è". Di Adam Smith tutti conoscono l'elogio della divisione del lavoro, ma pochi conoscono la denuncia dei suoi effetti disumani, che minacciano di trasformare i lavoratori "in oggetti stupidi e ignoranti quanto può esserlo una creatura umana". Effetti che per Smith devono essere impediti "in tutte le società avanzate e civili" da un'azione di governo tesa a neutralizzare la forza distruttiva della "mano invisibile". Di Smith si tende a ignorare anche la tesi per cui "le leggi dello Stato che favoriscono i lavoratori sono sempre giuste e eque" mentre non si può dire lo stesso a riguardo di quelle che "tendono a favorire i padroni". Un altro spunto che si ignora è il pronunciamento di Smith a favore dell'uguaglianza degli esiti. Anche Toqueville concordava che detta uguaglianza è una caratteristica importante di una società libera e giusta, segnalando già al suo tempo i pericoli di "una permanente disuguaglianza delle condizioni" e annunciando che se "l'aristocrazia produttiva che sta crescendo sotto i nostri occhi" negli Usa, "una delle più dure e impietose che siano mai esistite"" avesse varcato i confini di quel paese -–cosa che avvenne oltre le sue più cupe previsioni – sarebbe stata la fine della democrazia. Dunque i principi fondamentali del liberalismo classico trovano la loro naturale espressione moderna non nel "dogma" liberista, ma nei movimenti indipendenti dei lavoratori, nonché nelle idee di quel socialismo libertario espresso anche da grandi del Novecento come Bertrand Russel e John Dewey.
CONSENSO SENZA CONSENSO: UN'OPINIONE PUBBLICA ADDOMESTICATA
David Hume analizzò con inquietudine "la facilità con cui molti si lasciano governare da pochi", "giacchè la forza è sempre dalla parte dei governanti". La conclusione che ne trasse è che il governo ha la propria pietra angolare nel controllo dell'opinione. Il fatto che l'industria delle PR abbia le radici e i centri principali nel paese "più libero del mondo" è esattamente quel che dovremmo attenderci se avessimo imparato la lezione di Hume. La teoria più diffusa ha trovato chiara espressione nel presidente della Corte Suprema John Jay: "a governare il paese devono essere le persone che lo possiedono". Il principale artefice della Costituzione Usa fu James Madison, per il quale la responsabilità primaria del governo è di "tutelare la minoranza opulenta dalla maggioranza". Questo è stato il principio guida del sistema democratico dalle sue origini a oggi. A suo dire, le insidie che minacciavano la democrazia sarebbero creciute nel tempo a causa della cresita delle persone che "conosceranno le privazioni e le durezze della vita aspirando segretamente a una più equa distribuzione delle sue gioie". La soluzione caldeggiata era di mettere il potere saldamente nelle mani di coloro "che vengono dalla classe dei benestanti" cioè "le persone più capaci". Una preoccupazione comune di Dulles e Eisenhower fu che i comunisti avevano la "capacità di controllare i grandi movimenti di massa" che "noi non sappiamo imitare", perché loro "fanno appello ai poveri che sempre hanno desiderato depredare i ricchi". In altre parole indurre la popolazione ad accettare la nostra dottrina che i ricchi devono depredare i poveri è un compito molto più difficoltoso, un problema di pubbliche relazioni ancora insoluto. Al pari di Smith e di altri padri del liberalismo clasico, Madison però apparteneva ad un'epoca pre-capitalistica e si aspettava che i governanti fossero "illuminati", capaci cioè "di discernere gli interessi reali del paese". Quando però la "minoranza opulenta" incominciò a spadroneggiare Madison cambiò idea: alla base della svolta c'era lo spettacolo di tutta una classe intenta a perseguire quella che Smith aveva definito la "spregevole massima dei padroni": "tutto per me e niente per gli altri". Così ammonì che il capitalismo stava "sostituendo alla nozione di dovere pubblico quella di interesse privato", promettendo di dar vita "a un predominio di pochi privilegiati sulla massa della popolazione, confinata in condizioni di libertà solo apparente". Deplorando la "terribile tristezza dei tempi" rilevava che i poteri privati "stavano diventando i pretoriani del governo". Negli ultimi 200 anni gli ammonimenti di Madison hanno acquistato più forza e verità, con la costituzione delle grandi tirannie private. Le teorie elaborate per giustificarne l'esistenza poggiano su idee che stanno alla base anche di fascismo e bolscevismo: la principale è che le entità organiche hanno diritti superiori a quelli delle persone. Tali entità ricevono generose elargizioni dai governi che pure in larga misura dominano, restandone, nello stesso tempo, strumenti e tiranni. Un importante manuale di PR scritto dal guru del settore Edward Bernays, cominciò sostenendo che "la manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni organizzate delle masse è una componente importante della società democratica". Secondo un altro veterano del comitato wilsoniano di propaganda, Walter Lippman, la popolazione, "ignorante e impicciona", a parte le periodiche consultazioni elettorali, deve restare "spettatrice". Volendo prendere a prestito la terminologia usata dalla Banca Mondiale, i capi devono poter agire liberamente in una condizione di "isolamento tecnocratico". Ciò è normale in una società come la nostra che essendo dominata in modo inconsueto dal mondo degli affari, destina al marketing una cifra enorme: mille miliardi di dollari l'anno. Un sesto del PIL, in gran parte fiscalmente detraibile: cioè la gente paga per avere il privilegio di essere assoggettata alla manipolazione delle proprie idee e del proprio agire. Dewey, filosofo liberale fra i più importanti del secolo, ha sottolineato che la democrazia ha un contenuto molto ridotto quando a governare l'esistenza sono le grandi forze economiche del paese mediante il controllo "dei mezzi di produzione, dei commerci, della pubblicità, dei trasporti e della comunicazione". Negli Usa i cittadini convinti che "il paese sia governato a beneficio di una minoranza e non del popolo" sono una percentuale elevata, passata dal 50% all'80%. Ancora maggiore è la percentuale di coloro che ritengono il sistema economico "intrinsecamente ingiusto". La "grande bestia" è difficile da domare. Eppure spesso si è pensato che il problema fosse risolto. A inizio ottocento, i padri del neoliberismo sostennero che la nuova scienza era irrefutabile: il dono migliore che possiamo fare ai poveri è toglier loro l'illusione che di avere il diritto di vivere. Come scrisse Karl Polanyi, con il trionfo dell'ideologia di destra gli inglesi furono "costretti a cimentarsi con un esperimento utopistico": di fatto si trattò dell'atto "più crudele di riforma sociale" di tutta la storia, costato "un numero esorbitante di vite umane". Sorsero disordini, ma ci pensò l'esercito e l'ordine tornò a regnare. Più avanti nel secolo fu il famoso artista William Morris a scandalizzare i benpensanti dichiarando che "l'opinione dominante ritiene che il modello economico in voga è la perfezione, il fine ultimo della storia", ma se così fosse aggiunse, "sarà anche la fine della civiltà". Gli fece eco lo storico Montgomery che negli Usa parlò di "un'America estremamente antidemocratica costruita sulle proteste dei lavoratori". In entrambi i casi si ebbero lotte popolari. Culminate nel'68. La Commissione Trilaterale, fondata da Rockfeller nel 1973 dedicò la prima ricerca importante appunto "alla crisi della democrazia", che la commissione riconobbe significativamente come un "eccesso di democrazia", formulando la speranza in un ritorno al tempo in cui "Truman poteva governare il paese con la collaborazione di un numero ristretto di banchiere di Wall Street e di giuristi". Un'attenzione speciale fu dedicata alle istituzioni responsabili "dell'indottrinamento dei giovani": scuole, università e chiese. Così a partire dagli anni settanta, i cambiamenti intervenuti nell'economia internazionale hanno posto nuove armi nelle mani dei padroni, consentendo loro di stracciare pezzo a pezzo il detestato contratto sociale conquistato con una lunga lotta popolare. Il Wall Street Journal, poco dopo l'elezione di Clinton, si rallegrava che "questione dopo questione; l'amministrazione Clinton si schieravano dalla parte del mondo economico". La stampa economica riconosce apertamente che "negli ultimi 15 anni il capitale ha avuto la meglio sui lavoratori". Tuttavia le lotte popolari possono riprendere da un livello più elevato. La solidarietà internazionale può assumere forme nuove è più costruttive, giacchè la grande maggioranza delle persone nel mondo stanno accorgendosi di condividere gli stessi interessi.
L'IDOLATRIA DEL MERCATO
Per chi voglia rappresentare "il vangelo del libero mercato" l'Inghilterra della Thatcher rappresenta una scelta valida. Nel 1977 il londinese Observer riferì che "quasi 2 milioni di bambini inglesi accusano problemi di salute e rachitismo dovuti a malnutrizione", osservando che ciò era il frutto "di una povertà diffusa che sembrava definitivamente scomparsa negli anni trenta". In precedenza aveva intitolato: "In Inghilterra un bambino su tre nasce povero e il fenomno è triplicato dall'elezione di Margaret Thatcher. Le condizioni della Gran Bretagna assomigliano sempre più a quelle del secolo scorso". E dopo 17 anni di vangelo thacheriano la spesa pubblica è rimasta la stessa: il 42,25 % del PIL.
IL WTO
La FAO sta sollecitando i "paesi in via di sviluppo" a ricusare le politiche imposte loro dal neoliberismo; esse infatti hanno avuto conseguenze disastrose in intere regioni del mondo, mentre hanno favorito enormemente solo le imprese agroindustiali e, incidentalmente, anche il narcotraffico. In sintesi, le conseguenze previste della vittoria dei "valori americani" tra i paesi aderenti alla Wto sono le seguenti: 1 creazione di un "nuovo strumento" atto a consentire agli Usa interventi di vasta portata negli affari interni di altri paesi. 2 acquisizione del controllo di settori cruciali delle economie di altri paesi (agroalimentare, telecomunicazioni, servizi finanziari) da parte di imprese con sede negli Usa. 3 benefici ulteriori per i ricchi e per il mondo economico. 4 trasferimento di costi alla popolazione. 5 messa a punto di nuove armi potenzialmente efficaci contro le minacce proveniente dalla democrazia.
La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) condannò gli USA per "uso illegale della forza" nei confronti del Nicaragua, ordinando loro di porre fine al terrorismo internazionale, alla violazione dei trattati e a una guerra economica illegale, e di risarcire danni di notevole entità. Gli Usa risposero negando la giurisdizione della CIG, definita "non competente" e "tribunale ostile". Successivamente gli USA posero il veto a una risoluzione dell'Onu che richiamava tutti gli stati al rispetto della legge internazionale. Nel 1996 votarono contro una risoluzione che li invitava a ritirare l'embargo contro Cuba. Oggi ammoniscono il Wto a non pronunciarsi contro la loro violazione del libero commercio data dalla legge Helms Burton (per cui si impongono sanzioni alle società straniere che commerciano con Cuba). In breve, quello che gli USA hanno cercato di creare a propria immagine e somiglianza mediante la costituzione di organizzazioni internazionali è un mondo che poggia sul principio del governo del più forte. Eizenstat, portavoce dell'amministrazione, giustificando il rifiuto Usa di aderire agli accordi Wto, affermò che ""''Europa sta contestando tre decenni di politica americana nei confronti di Cuba che risale all'amministrazione Kennedy e mira a imporre un cambiamento di governo all'Avana". Gli Usa hanno dunque tutto il diritto di rovesciare un altro governo. La politica di Kennedy nasceva da due preoccupazioni: "i disordini che Cuba minacciava di innescare nella regione" e "il legame con la Russia". Pericoli che non ci sono più e che denunciano l'anacronismo della politica di Clinton. Spiega lo storico Arthur Schlesinger, che i disordini erano legati alla possibile "diffusione dell'idea di Castro di prendere il paese nelle proprie mani", fatto pericoloso in una situazione in cui "la distribuzione della ricchezza e della terra è nettamente a favore delle classi agiate e poveri e diseredati chiedono che venga loro estesa l'opportunità di una vita dignitosa, grazie all'esempio cubano". "Nel frattempo l'Urss agisce elargendo grossi prestiti per lo sviluppo e presentandosi come modello per il conseguimento della modernizzazione nell'arco di una sola generazione".
Uno studio recente dell'American Association for World Health conclude che l'embargo ha causato gravi deficit nutrizionali, il deterioramento delle forniture di acqua potabile sicura e una netta diminuzione dei medicinali, con decine di migliaia di vittime e altri gravi danni sanitari. Sulla base di questo studio dell'AAWH, sulla stampa britannica Vittoria Brittain ha scritto: "ci sono bambini ospedalizzati che entrano in agonia perché non si dispone di farmaci essenziali e le apparecchiature mediche hanno efficienza ridotta per la mancanza di pezzi di ricambio". Questi sono veri e propri crimini. E di queste forme di cinismo sono capaci solo i veri potenti. Ad onor del vero anche negli Usa la stampa dà notizie delle sofferenze causate dall'embargo. Il NYT ha denunciato allarmato che i prezzi dei sigari cubani sono ormai alle stelle.
LA DEMOCRAZIA DEL MERCATO IN UN ORDINE NEOLIBERISTA: TEORIA E REALTA'
Una libertà senza opportunità è un dono avvelenato e il rifiuto di offrire tali opportunità è un crimine. Se pensiamo al destino che attende le persone più invulnerabili e indifese, ci renderemo conto della distanza che separa la realtà attuale da una condizione che si possa considerare civile. Al termine della mia conferenza mille bambini saranno morti per malattie facilmente curabili e 2000 donne saranno morte o pesantemente menomate per mancanza di assistenza sanitaria nel partorire. Per l'UNICEF per evitare queste tragedie o per fornire a tutti l'accesso ai servizi sociali di base, basterebbe un quarto delle spese che in un anno i paesi in via di sviluppo destinano alle armi, o in alternativa il un decimo del budget militare degli USA. La democrazia viene avversata ovunque, anche nei paesi industriali, almeno se si pensa a una democrazia reale e significativa che offra alle persone l'opportunità di compiere in autonomia le proprie scelte individuali e collettive. Lo stesso dicasi dei mercati. Alla radice di entrambi c'è il potere di realtà economiche sempre più intrecciate, sganciate dal dovere di render conto alla gente e protette dai governi forti. L'immenso potere che già detengono è in crescita per effetto di una politica sociale che tende a globalizzare il modello strutturale del terzo mondo, grazie a una chiara sottomissione del lavoro al capitale, come riconosce la stessa stampa economica. Ma vediamo due esempi concreti della democrazia secondo il neoliberismo del consenso di Washington: Nicaragua e Haiti. Le elezioni democratiche del 1984 in Nicaragua erano state riconosciute legittime dal Lasa e da tutti gli osservatori internazionali. Eppure gli USA iniziarono la loro guerra terroristica, spalleggiati dalla stampa sedicente "democratica". La rivista Time parlava di "colpire ripetutamente l'economia e di proseguire una lunga e mortale guerra per procura affinchè i locali, ridotti allo stremo, rovesciassero i governi indesiderati" e si ritrovassero "senza ponti, con le centrali elettriche sabotate e con l'agricoltura a pezzi". Il Tribunale Internazionale aveva condannato tutto ciò ma invano. Gli Usa proseguirono fino in fondo, fino a che, come testimonia lo studioso Thomas Carothers, "le vittime umane dell'operazione furono sensibilmente superiori a quelle della guerra civile americana". Per porre fine al proprio massacro il popolo del Nicaragua fu costretto a votare il candidato scelto dagli Usa, alle elezioni successive. Veniamo a Haiti. L'amministrazione Clinton ancor oggi si rifiuta di consegnare 160.000 pagine di documenti sul terrore di stato creato dai militari Usa. A suscitare l'ostilità degli Usa e quindi il colpo di stato militare e il terrore conseguente, era stato l'impegno del primo governo democratico di Haiti di far fronte al disastro incombente. Il presidente Aristide ora, dopo tre anni di terrore, è tornato nell'isola, ma è stato sottoposto a "un corso intensissimo di democrazia e capitalismo", e ha dovuto accettare il programma economico voluto dagli Usa, e che il popolo haitiano aveva sonoramente rifiutato alle elezioni, dando al candidato sostenuto dagli Usa un misero 14 per cento. Lo scenario di questo "trionfo della democrazia" ci fa capire molte cose sui "principi economico-politici" che devono condurci a un glorioso futuro. Le conseguenze per Haiti sono state le solite: grossi profitti per gli industriali americani e per gli haitiani ricchissimi, e una diminuzione del 56 per cento del reddito degli abitanti negli anni ottanta. Un vero miracolo economico. Gli haitiani hanno capito la lezione. Le elezioni del 1997 hanno visto la partecipazione popolare scendere al penoso livello del 5%. Libero mercato per una libera democrazia? Alcuni economisti hanno plausibilmente descritto il sistema-mondo come una sorta di "mercantilismo aziendale", lontanissimo dall'ideale del libero scambio. L'OCSE conclude che, "a condizionare il vantaggio competitivo e la divisione internazionale del lavoro nelle industrie ad elevata tecnologia non è più la mano invisibile, ma la competizione oligopolistica e l'interazione strategica tra aziende e governi". Il divario tra paesi ricchi e poveri dal'60 a oggi è attribuibile al protezionismo dei paesi ricchi: è la coclusione del rapporto sullo sviluppo dell'ONU (1992). Nel quale si dice che "i paesi industriali, violando i principi del libero scambio, scaricano sui PVS costi pari a 50 miliardi di dollari all'anno". Il Global Report dell'ONU del 1996, stima che il 1960 e il 1990, il divario tra il quinto più ricco della popolazione mondiale e il quinto più povero, è cresciuto del 50%, e "il processo di globalizzazione accentuerà le disuguaglianze". Gli Usa nello standard della mortalità infantile sotto i 5 anni, sono all'ultimo posto fra i paesi industriali, cioè pari a Cuba, paese povero del terzp mondo attaccato ferocemente da 40 anni dalla potenza americana. Si tratta dunque di dar voce alla lotta popolare mirante ad erodere e a smantellare forme di oppressione e dominio a volte fin troppo evidenti, ma in certi casi anche così profondamente radicate da risultare quasi invisibile alle stesse vittime.
L'ARMA DECISIVA
Una democrazia funzionante, come vuole un truismo che risale ad Aristotele, presuppone una relativa uguaglianza sul piano dell'accesso alle risorse materiali, conoscitive e di altra natura. Nelle democrazie capitalitiche, le lunghe e tenaci lotte popolari hanno avuto l'effetto di estendere e di arricchire la sfera pubblica; parimenti il potere privato si è adoperato con ingenti sforzi per restringerla. L'"aziendalizzazione dell'America" nel corso dell'ultimo secolo è stato un attacco alla democrazia e anche ai mercati. Una variante del nostro tempo si chiama "minimizzazione dello stato" e consiste nel trasferimento del potere decisionale dalla sfera pubblica a qualche altra: "al popolo" come recita la retorica del potere, o a tirannie private, come avviene nel mondo reale. I cosiddetti "accordi di libero scambio" (Nafta, GattWto, Mai, n.d.c.) sono appunto, uno degli strumenti con cui si cerca di destabilizzare la democrazia. Il loro obiettivo è il trasferimento del potere decisionale nelle mani di tirannie private, le corporations, che operano in segreto e senza alcuna supervisione o controllo da parte della popolazione. Fortunatamente, com'è facile prevedere, la gente non le ama. Per questo la strategia è di operare in silenzio. La legge Fast Track ad esempio, che consentirebbe all'esecutivo di negoziare accordi commerciali senza la supervisione del Congresso, e senza informare la cittadinanza. Come infatti ha scritto mestamente il Wall Street Journal, gli oppositori alla legge potrebbero disporre di un "arma decisiva": la maggioranza della popolazione, convinta di aver diritto di esprimere la propria opinione.
I BUCHI NERI DELLA PROPAGANDA
La ricerca delle omissioni nelle campagne propagandistiche è sempre illuminante. La Fast Track (corsia preferenziale), fu oggetto di una propaganda massiccia ma molti temi cruciali scomparvero nel buco nero riservato alle cose che il pubblico non deve sapere. Per tutta la durata di questa massiccia campagna non fu mai menzionato il trattato ormai imminente che avrebbe dovuto essere al centro dell'attenzione: il MAI (Accordo multilaterale sugli investimenti).
NON TUTTI GLI INTERESSI SONO UGUALMENTE DEGNI
I difensori del MAI possono contare sul fatto che i critici non dispongono di un'informazione che consenta loro di battersi concretamente. Scopo del velo di segretezza è sempre stato di garantire tale esito. Samuel Huntington , celebre scienziato politico di Harvard in American Politics osserva che il potere, per essere efficace, deve essere invisibile: "Gli artefici del potere all'interno degli Usa, devono creare una forza che possa essere sentita senza essere vista. Il potere è forte quando resta al buio, se esposto al sole, svanisce". Dopo tre anni di silenzio da quanto segretamente si era iniziato a lavorare al MAI, il Chicago Tribune notava che il MAI "non era stato fatto oggetto di attenzione e di dibattito pubblico" e che "quest'oscurità sembrava deliberata". "Fonti governative riferiscono che l'amministrazione Clinton preferisce evitare controversie sull'economia globale". A seguire il Newspaper of Record pubblicò una pubblicità a pagamento che denunciava: "il rivoluzionario trattato commerciale di cui nessuno ha mai sentito parlare".
CONDIZIONI DEL MAI
Gli artefici del sistema economico nato nel dopoguerra hanno invocato insieme la libertà degli scambi e la regolamentazione dei capitali: queste idee hanno dato vita alla struttura del sistema di Bretton Woods, che comprende anche FMI e WB. La regolamentazione dei capitali avrebbe consentito ai governi di attuare le proprie politiche monetarie e fiscali e di sostenere occupazione e stato sociale senza innescare fughe di capitali. Le decisioni di Bretton Woods hanno largamente dominato durante l'età dell'oro caratterizzata da elevati livelli di crescita dell'economia, e dall'estensione del contratto sociale. Il sistema fu smantellato da Richard Nixon con l'appoggio della Gran Bretagna e in seguito di altre potenze. Si verifica così la libera circolazioni dei capitali cui si deve la creazione di un "senato virtuale", in cui un capitale finanziario estremamente concentrato impone le proprie politiche sociali a popolazioni e punisce con la fuga di capitali i governi che non si allineano. Sono comunque in aumento, causa disastri crescenti dovuti a questa liberalizzazione iniziata negli anni settanta, le personalità dell'economia globale che chiedono una revisione, cioè una nuova regolamentazione dei flussi dei capitali come la pensarono gli economisti di Bretton Woods, Harry Dexter White e John Maynard Keynes. Queste voci Joseph Stiglitz della Banca Mondiale, il direttore del Financial Times) si stanno ravvedendo sulla scia di quel simbolo di rispettabilità che è la Bank for International Settlements.
Due secoli fa, nella più avanzata democrazia del tempo, Oliver Goldsmith osservò che "le leggi sono opera dei ricchi e opprimono i poveri". Naturalmente si riferiva al vero funzionamento delle leggi e non alla loro facciata rassicurante. Questo principio è tuttora valido. La legge vieta gli aiuti a paesi "che pratichino sistematicamente la tortura", ma gli Usa interpretano al legge come conviene, e forniscono aiuti a tutto spiano. A proposito del MAI e di altre iniziative analoghe, più che di accordo "sui diritti degli investitori" so dovrebbe parlare di accordo "sui diritti delle aziende". Gli investitori di cui si occupa il trattato non sono persone ma entità giuridiche collettive. Ad esse è accordato il diritto di spostare liberamente i propri capitali "senza alcuna interferenza da parte del governo" (cioè del popolo. Ad esse è anche consentito citare in giudizio i governi a ogni livello ma senza reciprocità: cittadini e governi non hanno questo diritto verso le aziende. Non è consentita alcuna restrizione agli investimenti in paesi in cui si violino i diritti umani. Non sono ammessi limiti al flusso di capitali. I paesi firmatari dell'accordo ne sono vincolati per venti anni. E' vietata l'approvazione di ogni legge non conforme al MAI. I governi devono anche eliminare ogni legge esistente non conforme al MAI. La scadenza prevista per firma del Mai era il 27 aprile 1998, ma nonostante gli sforzi messi in atto dai governi e dai media per nascondere l'intero progetto a tutti, una vigorosa azione pubblica è riuscita ad aver ragione di questi ostacoli, e potrà riuscirci anche in futuro.
ORDE DI FICCANASO
La mancata firma del MAI fu una vera e propria lezione sulle enormi potenzialità di quell'"arma decisiva" che è rappresentata dall'organizzazione e dall'attivismo popolare, anche quando si trovino a operare in circostanze particolarmente sfavorevoli. Il fallimento fu il risultato di divisioni interne, per esempio delle obiezioni europee, ma stava emergendo un problema molto più significativo: una massiccia opposizione pubblica in tutto i mondo. Prima della firma Iil problema era stato messo a fuoco solo dall'Economist: col trapelare delle informazioni divenne arduo ignorare le persone che "esigevano di integrare l'accordo con standard elevati concernenti il trattatamento dei lavoratori e la tutela dell''ambiente". Il New York Times ammise poi che la mancata firma era dovuta alle pressioni popolari. Il Washington Post accusò gli intellettuali francesi per aver voluto difendere la "cultura francese". Il Time ammise l'influenza dell'attivismo scatenatosi in California. Il Toronto Globe and Mail osservò che i governi dell'OCSE "non erano in grado di competere con l'accozaglia variegata di organizzazioni popolari che stavano cercando di far fallire il progetto solo con l'ausilio di Internet". Questo tema fu trattato con disperazione, se non con terrore dal Financial Times, che intitolò "Network Guerrillas": "paura e smarrimento hanno paralizzato i governi dei paesi industrializzati", poiché "con loro grande sorpresa" i loro piani per imporre il MAI "sono stati fatti fallire da orde di ficcanaso impiccioni". Le orde "comprendono sindacati, ambientalisti, difensori dei diritti umani, e gruppi di pressione nemici della globalizzazione", dove per globalizzazione si intende quella particolare forma desiderata dalle aziende. In realtà in USA la loro influenza fu quasi nulla e in GB il ministro dell'interno Jack Straw disse candidamente alla BBC che non aveva mai sentito parlare del MAI, senza temere di essere sbugiardato. Però occorre tenere presente che anche la minima breccia nel muro del conformismo può costituire un pericolo enorme, come si è visto in Francia. Il Financial Times infatti prosegue segnalando che sta diventando "sempre più difficile per i negoziatori concludere accordi a porte chiuse e sottoporli poi alla ratifica dei parlamenti". Queste "orde di ficcanaso", queste "frange di estremisti" della democrazia, si sono impegnate nel caso del MAI, a fronteggiare la più importante concentrazione di potere si sia mai profilata nella storia: quella comprendente i governi di stati ricchi e potenti, le istituzioni finanziarie internazionali e l'aggregazione di interessi finanziari e industriali, stampa compresa. A dispetto della pochezza delle loro risorse e dei loro limiti organizzativi, le forze popolari hanno vinto. Un'impresa eccezionale. Naturalmente le potenze dell'OCSE e i loro "referenti interni" (le corporations) non sono disposti ad accettare la sconfitta. Potere e privilegio non si arrenderano ma le vittorie popolari sono nondimeno incoraggianti. La lezione che ci danno è chiara: anche in presenza di forze contrarie assolutamente sproporzionate, come nel caso del MAI, il popolo può ancora fare molto. La paura e la disperazione dei potenti sono cose a cui dobbiamo guardarci: loro conoscono perfettamente le grandi potenzialità dell'arma decisiva, e sperano che coloro che aspirano a creare un mondo più libero e più giusto non le conoscano altrettanto bene e non se ne servano efficacemente.
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