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Testimone su violenza alla Diaz e torture a Bolzaneto
by _ Thursday, Aug. 30, 2001 at 10:28 AM mail:

Ero nella scuola Diaz. Una testimonianza oculare

In qualità di alloggio ufficiale del Genova Social Forum, la scuola Diaz
offriva tutto ciò che una manifestante stanca poteva desiderare: un
luogo caldo e coperto, dei bagni, il libero accesso ad Internet, in una
posizione favorevole nel centro della città. Sabato 21 luglio era stato
un giorno molto lungo: la polizia, durante la dimostrazione, aveva
lanciato gas lacrimogeni provocando panico tra la folla, malgrado nel
grosso della dimostrazione, dove noi ci trovavamo, non si fosse
verificato alcun atto violento.
Io ed i miei amici (M., cittadino tedesco, e V. e E., cittadine
italiane) ci siamo incontrati verso le 23,45 nella scuola. L'atmosfera
nella scuola era tranquilla, alcune persone dormivano già mentre altre
stavano intorno ai circa cinque computer accessibili. Abbiamo steso i
nostri sacchi a pelo in un angolo e, mentre V. e E. si erano già stese,
M. ed io ci siamo lavati i denti.
Non appena ho visto che un gruppo di poliziotti aveva rotto con
incredibile violenza una finestra al pianterreno, sono stata assalita
dal panico. Insieme con M. siamo corsi sulle scale fino al primo piano.
Una parte dei poliziotti, a volto coperto, e con estrema violenza,
irrompevano nell'edificio, picchiandoci brutalmente, distruggendo tutto
quello che incontravano e gridando: bastardi di merda, vi uccideremo
tutti. Spaventata e distrutta, io e molti altri aspettavamo in un
piccolo corridoio, ancora con le braccia alzate, i loro ordini. Ci
ordinavano di inginocchiarci e poi ci picchiavano. Appoggiata ad un
termosifone vedevo quanto le persone sanguinassero. Strillavo e
piangevo, sempre con lo spazzolino in mano. Inginocchiata davanti a me c
'era una persona che più volte veniva picchiata alla testa e il cui viso
era completamente insanguinato. Io stessa sono stata picchiata sulla
schiena. I poliziotti ci picchiavano correndo in quanto erano alla
ricerca di nuove vittime. L'accusa di aver resistito alla violenza dello
stato è assurda e falsa, il numero delle ferite sulla testa dimostra
come i poliziotti abbiano picchiato dall'alto le persone accovacciate e
distese. Non ho visto nessuno che abbia provato a difendersi. Più tardi,
mi risultava impossibile mantenere un senso del tempo attendibile, ci
hanno portato nella sala principale, picchiandoci sulle scale, e ci
hanno ammassati tutti nello stesso angolo. Alcuni piangevano, altri
chiamavano l'ambulanza. Intorno a me sedevano ed erano distese persone
gravemente ferite, alcune delle quali non potevano più parlare. Nel
frattempo arrivavano sempre più poliziotti, alcuni anche in borghese,
prendevano i nostri zaini e ne rovesciavano il contenuto a terra. Da una
parte mettevano tutti i vestiti neri che trovavano, dall'altra tutto ciò
che consideravano armi, tipo coltelli da campeggio e picchetti per la
tenda. Nel frattempo arrivavano già le prime ambulanze, ma dovevano
chiamarne di più considerato che il numero dei feriti era alto, vi era
sangue dovunque. A quei pochi che sembravano meno feriti venivano
ritirati i documenti. Un poliziotto ha preso la macchina fotografica del
mio amico M., ne ha gettato la custodia a terra e, in maniera palese, ha
preso il rullino srotolandolo.
Dall'interno potevamo sentire persone che, fuori dalla scuola, gridavano
"Assassini". Quando sono uscita fuori un poliziotto mi ha ordinato di
non alzare in alto le braccia per non dare l'impressione che mi stessero
maltrattando. Uno dopo l'altro siamo stati tutti portati sulle
camionette della polizia, che, a tutta velocità (anche attraverso la
zona rossa), hanno lasciato la città.
Quando, al buio, abbiamo raggiunto ai margini della città la caserma di
Bolzaneto, ero totalmente sotto schock. La camionetta dove mi trovavo io
è stata l'ultima ad arrivare. Ci è stato ordinato di tenere le mani
dietro la testa ed un carabiniere ci ha minacciato, nel caso ci fossimo
mossi, di farci vedere di cosa fosse capace. Alcuni giovani poliziotti
guardavo all'interno della camionetta informandosi della nostra
nazionalità. Al muro esterno della caserma si trovavano i detenuti scesi
dalle altre camionette, con le gambe divaricate e le braccia alzate,
mentre i carabinieri si raggruppavano intorno a loro schernendoli. In un
primo momento sono stata portata da sola in una cella e poco dopo
condotta dagli altri. Uomini e donne stavano al muro con le braccia
alzate e le gambe divaricate. Mi ha colpito che uno di loro era quasi
nudo, scalzo, con solo un grembiule di carta verde trasparente (lui
stesso, nel frattempo, mi ha raccontato che gli avevano spruzzato su
tutto il corpo gas lacrimogeni e si era dovuto fare la doccia per il
rischio di ustioni).
Io, che avevo una gonna, stavo congelano, non posso immaginarmi come lui
ed altri abbiano potuto passare la notte in maglietta.
Ogni tanto comparivano dei carabinieri nella cella per controllare la
nostra posizione e per farci divaricare ulteriormente le gambe. Altri
carabinieri parlavano di noi tra di loro e, da fuori della cella,
guardavano dentro attraverso la finestra. Mi risulta difficile
riordinare il periodo passato a Bolzaneto in quanto non c'era differenza
tra il giorno e la notte. Quando faceva giorno ci permettevano di sedere
per ore sul pavimento freddo. A mano a mano arrivavano altri detenuti
dall'ospedale, costretti inizialmente a restare in piedi. Il trattamento
era arbitrario, ad esempio, un carabiniere è entrato nella cella dicendo
che avremmo potuto cambiare i posti, mentre un altro ci ha ordinato di
fissare solo il pavimento. Poi sono arrivati due poliziotti (uno giovane
ed uno anziano) i quali, dopo averci chiesto i nostri nomi ed i nostri
indirizzi, ci hanno disegnato, con un pennarello, una croce verde su una
guancia. Un carabiniere sapeva parlare tedesco, era alto (labbra
carnose, naso grosso, occhi sporgenti ??), calvo, un uomo dall'aspetto
molto sgradevole che, tra l'altro, era responsabile dell'azione
sopracitata, con il gas lacrimogeno. Per la seconda volta ci hanno
chiesto i nostri indirizzi e, questa volta, ci hanno disegnato una croce
rossa sulla stessa guancia. Più tardi (alle 11 ?), per prima, sono stata
costretta a seguire un poliziotto ed un carabiniere fuori dall'edificio,
sono stata obbligata a lavarmi le mani mentre loro si infilavano dei
guanti di plastica; non sapevo quale perversa tortura mi volessero fare
ed ho cominciato a piangere. Hanno parlato di noi, mi hanno raccontato
che avevamo devastato la città, che la sola nostra presenza a Genova era
un motivo sufficiente per l'arresto, mi hanno raccontato del presunto
ferimento di due carabinieri. Alla fine si è trattato soltanto delle
procedure di schedatura: ci hanno fatto fotografie, scanner degli occhi,
hanno preso le impronte digitali, anche elettroniche. A Bolzaneto a
questo fine c'era a disposizione un'aula appositamente attrezzata. Non
so in quale archivio siano andati a finire o andranno a finire i miei
dati.
Altre ore di attesa. L'ingresso ai bagni ero motivo ulteriore per
infliggere umiliazioni e occasione per scherno e botte. Talvolta ci si
poteva andare stando eretti, altre volte i poliziotti ci costringevano a
camminare con la testa a livello delle ginocchia. Non ci è mai stata
detta la verità, non ci hanno mai spiegato le ragioni del nostro fermo;
non ci hanno permesso né di telefonare, né di prendere contatto con i
nostri avvocati. Per la prima volta abbiamo ricevuto acqua e biscotti
(mai a sufficienza). Nel tardo pomeriggio ci hanno separato dai ragazzi,
che non abbiamo più visto. Alcune ragazze hanno cercato di dormire
nonostante facesse molto freddo. Sul pavimento della cella si potevano
chiaramente riconoscere macchie di sangue. Dormire era impossibile, non
solo per la luce perennemente accesa, ma anche a causa di grida continue
e porte sbattute violentemente. Durante la seconda notte sono state
messe a disposizione 4 coperte per 31 ragazze e subito dopo ci hanno
intimato di tenerci pronte per una visita medica (intorno alle 3 di
notte ?). Le ragazze giù sottoposte alla visita le hanno portate in un'
altra cella, anche loro non le abbiamo più viste. Nonostante lo avessimo
domandato più volte, i poliziotti non hanno mai voluto dirci dove le
avessero portate. Dopo aver perso le mie cose nella scuola ho dovuto
anche provare la dolorosa esperienza di separarmi dai miei amici, senza
conoscerne il motivo. Eravamo alla merce di un arbitrio sistematico. I
poliziotti ed i carabinieri di Bolzaneto sfruttavano ogni occasione per
mortificarci, ci facevano responsabili del ferimento di poliziotti,
parlavano con ammirazione di Franco e Mussolini. Privati dei nostri
diritti, tormentati fisicamente e psicologicamente, sembrava che il
tempo non passasse mai a Bolzaneto. Le ultima per la visita medica sono
stata io e le ragazze della mia cella. Qui i carabinieri ed i poliziotti
ci deridevano su quanto puzzassimo; se lo ritenevano opportuno ci
tagliavano i capelli e gettavano via piercing ed oggetti personali. Il
cellulare, che avevo dovuto consegnare al mio arrivo, sembrava sparito
nell'ordinare gli oggetti smarriti, contemporaneamente mi hanno intimato
di consegnare i miei ultimi oggetti. Infine ci hanno ammanettate, messe
in un pullman con due celle e portate in prigione, avevo paura.
Sebbene il trattamento nella prigione di Voghera sia stato umano - ci
hanno dato da mangiare, abbiamo potuto fare una doccia, fumare, guardare
la televisione, e avevamo il permesso di passeggiare nel cortile - ero
psicologicamente a pezzi. Sussultavo ad ogni rumore e pensavo
continuamente che mi avrebbero di nuovo picchiata. Attorno a me vedevo
ragazze ferite, con nasi e braccia rotte. Ovunque i segni dei colpi di
manganello. A Voghera abbiamo incontrato i membri di un gruppo teatrale
che, come noi, erano stati arrestati senza motivo. Il terzo giorno
(martedì) ci hanno dato la possibilità di spedire telegrammi, che pero
non hanno mai raggiunto il luogo di destinazione esatto. Per questo
"servizio" abbiamo speso i soldi italiani che ci erano rimasti, soldi
che non ci sono mai stati restituiti. Ancora una volta ci hanno mentito.
Il quarto giorno abbiamo finalmente visto il nostro avvocato ed il
giudice e siamo venuti a conoscenza dell'accusa: appartenenza ad un'
organizzazione criminale, possesso di armi, resistenza contro la
violenza di stato. Tutti i capi di accusa sono falsi e ridicoli. Intorno
alle nove di sera veniamo a sapere del nostro rilascio, e che molti dei
nostri genitori, tra cui i miei, aspettavano all'esterno della prigione.
I miei genitori mi hanno detto dopo che i poliziotti si divertivano ad
aprire più volte i cancelli della prigione per deludere continuamente
quelli che aspettavano. Finché ciò finalmente accadesse sarebbe ancora
dovuta trascorrere metà della notte, spesa in parte nel piccolo spazio
dove eravamo tutti rinchiusi. Poco prima dell'annuncio del rilascio ci è
stato comunicato che non avremmo potuto lasciare la prigione
liberamente, bensì -come ci era stato assicurato in prigione - saremmo
dovuti andare in questura per una breve formalità burocratica, dove ci
aspettavano i nostri genitori - alcuni giunti perfino dagli Stati Uniti-
e i consoli. Nella questura di Pavia abbiamo saputo della nostra
espulsione, l'ultima cortesia della giustizia italiana. L'incubo
sembrava non finire mai. Sono stata picchiata, torturata, insultata e mi
sono stati negati tutti i diritti, senza potermi assolutamente
difendere. In realtà la questione della colpa o dell'innocenza non aveva
nessuna importanza. Non riesco proprio ad immaginare come sarebbe stato
trattato qualcuno accusato di un reato effettivamente dimostrato. La mia
attività politica e la fruizione della libertà di manifestare sono
diventati per me la mia condanna.
Ci sono ancora molte persone in prigione, in ospedale e altri che sono
semplicemente spariti senza lasciare traccia. Tutta l'azione del potere
statale ricorda la dittatura fascista. L'idea che ci siano ancora
persone a Bolzaneto o in luoghi simili è per me insopportabile.

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