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fumo nero
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by
antifablocmilano Saturday, Apr. 06, 2002 at 7:40 PM |
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antifablocmilano@hotmail.com |
from dheisheh, palestine 5/4/2002
Fumo nero, copertone brucia, qui in sala computer, in un momento di tranquillita', comunque ci riempie le narici un odore acre, che a casa ci farebbe pensare subito ai lacrimogeni della sbirraglia nostrana. Qui no. sono I ragazzini che bruciano, in mezzo alla strada, tutto quello che trovano, immondizia , parti di auto distrutte dai tanks, copertoni, plastica, tutto va bene per gli shebab di dheisheh per cercare di fermare lo tsahal che avanza. Ragazzini, 12-13 anni, ma anche meno, abbiamo visto prima un bambino, 7 forse otto anni con una Molotov in mano, coperto, aspettare I tanks x tirargliela addosso. Questa e' la resistenza nel campo di dheisheh, I combattenti sono a betlemme, e in questo momento in almeno 300- tra combattenti e civili- sono chiusi nella chiesa della nativita' di betlemme, e la soldataglia di Sharon, dopo aver distrutto la porta della chiesa, sta ora sparando gas lacrimogeni, e poi, poi ormai qui si aspetta il massacro. Mah, non si vedono spiragli. Compagni, amici conosciuti e con cui si e' creato in soli pochi giorni un legame indissolubile, non sappiamo spiegare perche', ma resteranno indimenticabili, qualsiasi cosa succeda loro, compagni e combattenti che avranno sempre, nelle nostre lotte, rispetto, affetto, memoria.
Ogni tanto un colpo, noi aspettiamo per capire cosa si possa fare per uscire da qui, per fare qualcosa, ma nel frattempo navighiamo tra stati d'animo diversi, cercando di capire cosa succede fuori, ormai non c'e' piu' valutazione politica da fare, e' evidente: strategia, metodi, finalita', evocano brutti ricordi. E basta paracularsi con la storia degli anni '30 e '40, basta! BASTA! Vittime? noi qui vediamo solo carnefici, senza mezze parole o mezzi termini. E vogliamo dirlo chiaro, qualsiasi cosa succeda. Questo e' un genocidio, un progetto definito, che non cerca alcuna soluzione giusta per vivere, che nega perfino il diritto a sopravvivere in un'indipendenza finta, fittizia, fatta di ricatto, dipendenza, corruzione. Non c'e' giustizia, non ci puo' essere pace, per I palestinesi; che dire di noi, noi che stiamo qua inani di fronte agli avvenimenti che ci capitano attorno, con rabbia, rabbia . ma la rabbia impotente e' la cosa peggiore che si possa vivere. Non genova, dove comunque ci siamo permessi di reagire, inferiori ma capaci, anche militarmente, di infliggere alcuni colpi importanti. Qui il nulla. Solo sconfitta. Dolore, dolore , per non poter agire. Per non sapere usare un'arma, per non avere forse nemmeno la determinazione per farlo. Perche' questa non e' la nostra lotta? Non credo, le lotte, ce ne stiamo rendendo conto in questo momento, sono davvero di chi le vive, anche a suo modo, e di chi le vuole portare fino in fondo. Resta aperto piu' di un interrogativo, per cio' che ci riguarda. Come proseguire? Qual'e' il ruolo? Tutte le lotte? Tutte le volte le mani nella merda con tanto coinvolgimento? Questo sicuramente si', se non c'e' una giustizia c'e' di certo un'ingiustizia, e quella si vede, si sente sulla pelle, il malessere, l'angheria, la privazione, un popolo fiero, fatto di uomini, donne bambini prima ancora che di combattenti, che ti mette a disposizione il poco che ha con orgoglio, di fronte a chi ha tanto e non ti da nulla, nemmeno la possibilita' di seppellire I tuoi morti, di raccogliere I tuoi feriti, di andartene via e levarti dai coglioni da una situazione che x molti qui sta diventando cosi' insopportabile che va bene pure uscire scortati dai tanks che fino a dieci minuti prima ci stavano sparando addosso. Non ci sta bene, non lo vogliamo. Supportare una lotta vuole dire farlo non solo quando nulla succede, non solo quando si fa il giro a vedere I feriti, le distruzioni di ieri. Bisogna essere forti, compagni, combattenti, a nostro modo, anche soprattutto assolutamente quando le cose precipitano. Compagni, compagni delle trecento persone che stanno rinchiuse nella chiesa della nativita' di betlemme, e che non si sa, o forse si sa troppo bene, che fine faranno.
Vicini alla madre che oggi, dopo avere partorito un bambino a duecento metri da noi, non ha avuto la possibilita' di fare due tre kilometri per raggiungere l'ospedale di betlemme, per dare un respiratore al suo bambino, che infine e' morto, poche ore fa. . Keep your mind free, stay rude stay rebel, support intifada. Tenete alta la mobilitazione. Non usciremo mai scortati dai tanks dei bastardi israeliani. nel caso in cui non ci sara' la possibilita' di uscire senza carri armati, scarteremo l'opzione diplomatica, e resteremo qui finche' non riusciremo a creare un corridoio umanitario gestito dalla croce rossa, cosa per cui ci siamo peraltro gia' attivati.
Compagni/e milanesi dal campo profughi di dheisheh
5/4/2002
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FORTE
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by
mau Friday, Apr. 05, 2002 at 6:31 AM |
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compagni... ci sono ore dove il bisogno di violenza è molto piu forte della volontà, ci sono lugohi dove la violenza è molto piu in alto della volontà ed è ben altro che ferire ed essr visti. è piombo fuso caduto sulla terra...
nell'angoscia di notti insonni (e quale diversa impotenza la nostra, di chi non è lì con voi!) non smetto un momento di pensarvi... NON SIETE SOLI, anche se lontani.
Cosa volete mai che sia, è tutto tempo che passa. Cosa vuoi mai che sia, è un abito che si indossa.
Cosa vuoi mai che sia, è il tuo tempo che passa. Il soldato disse: "ho paura" e lei: "dormi, ora".
mau
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spanish text
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IMC italia Saturday, Apr. 06, 2002 at 7:40 PM |
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traducción del original italiano. Humo negro by antifablocmilano desde Dheisheh, Palestina, 5/4/2002
Humo negro, neumáticos ardiendo, aquí en la sala de ordenadores, en un momento de tranquilidad, nos llega a las narices un olor acre, que en casa nos haría pensar rápido en los lacrimógenos de nuestros esbirros. Aquí no. Son los chavalines, que queman, en medio de la calle, todo lo que encuentran, basura, trozos de coche destruidos por los tanques, neumáticos, todo es bueno para los shebab de Dheisheh para intentar parar la Tsahal que avanza. Chavalines, 12-13 años, incluso más jóvenes, antes habíamos visto un niño, 7 tal vez 8 años con un molotov en mano, tapado, esperar a los tanques para tirárselo entonces. Ésta es la resistencia del campo de Dheisheh, los combatientes están en Belén, y en este momento almenos 300 -entre combatientes y civiles- están encerrados en la Iglesia de la Natividad de Belén, y los soldados de Sharon, después de haber destruido la puerta de la iglesa, están ahora disparando gas lacrimógeno, y después, después ya veremos como acaba la masacre.
Compañeros, amigos conocidos y con los cuales se han creado en pocos días, una ligazón indisoluble, no sabemos explicar porqué, pero serán por siempre inolvidables, sea lo que sea lo que les suceda, compañeros y combatientes que tendrán siempre, en nuestras luchas, respeto, afecto, memoria.
Cada tanto un disparo, nosotros esperamos para entender que se puede hacer para salir de aquí, para hacer algo, pero mientras tanto, navegamos entre estados de ánimo diversos, intentando entender que sucede fuera, ya no hay más valoraciones políticas que hacer, es evidente: estrategia, metodos, finalidades evocan feos recuerdos. Y basta de parapetarse con la historia de los años 30 y 40, basta! BASTA! Víctimas? nosotros aquí vemos solo matanzas, sin medias palabras ni medios términos. Y queremos decirlo claro, sea lo que sea lo que suceda.
Esto es un genocidio, un proyecto definido, que no busca ninguna solución justa para vivir, que niega incluso el derecho a sobrevivir en una independencia aparente, ficticia, hecha de recato, dependencia, corrupciones.
No hay justicia, ni puede haber paz, para los palestinos: que decir de nosotros, que estamos aquí inanes frente a lo que entendemos que pasa alrededor, con rabia, rabia. Pero la rabia impotente es lo peor que se puede vivir. No como Génova, donde almenos nos fué permitido de reaccionar, inferiores pero capaces, incluso militarmente, de inflingir algunos golpes importantes. Aquí nada. Solo derrota. Dolor, dolor por no poder actuar. Por no saber usar un arma, por no tener quizás la determinación para hacerlo. ¿Porqué esta no es nuestra lucha? No creo, las luchas, nos estamos dando cuenta en este momento, son verdaderamente de quien las vive, aunque a su modo, y de quien quiere llevarlas hasta el final.
Queda abierta más de una pregunta, por todo lo que nos preocupa. ¿Cómo seguir? ¿qué hacer? ¿Todas las luchas? ¿Todas las veces la manos en la mierda con tanta implicación? Esto seguro que sí, si no hay justicia, seguro que hay una injusticia, y se ve, se siente en la piel, el estar mal, los abusos, las privaciones, un pueblo fiero, hecho de hombres, mujeres y niños antes que combatientes, que pone a tu disposición lo poco que tiene con orgullo, frente a quien tiene tanto y no te da nada, ni al menos la posibilidad de enterrar tus muertos, de recoger tus heridos, de irse y salir de una situación que para muchos aquí se está volviendo tan insoportable que les iría bien irse escoltados por los tanques que hasta hace diez minutos nos estaban disparando. No está bien, no lo queremos. Soportar una lucha quiere decir hacerlo no solo cuando no pasa nada, no solo cuando se da una vuelta a ver a los heridos, las destrucciones de ayer. Es necesario ser fuertes, ser compañeros, ser combatientes, a nuestro modo, también sobretodo absolutamente cuando las cosas se derrumban. Compañeros, compañeros de las trescientas personas que están recluidas en la iglesia de la natividad de Belén, y que no se sabe o quizás se sabe demasiado bien, que fin tendrán.
Cercanos a la madre que hoy, después de haber parido un chico a doscientos metros de nosotros, no ha tenido la posibilidad de hacer dos tres kilómetros para alcanzar el hospital de Belén, para dar un respirador a su niño, que finalmente ha muerto, hace pocas horas.
Keep your mind free, stay rude stay rebel, support intifada. Montar bien las movilizaciones. No saldremos nunca escoltados por los tanques de los bastardos israelís. En el caso en el cual no hubiera la posibilidad de salir sin tanques, descartaremos la opción diplomática, y nos quedaremos aquí hasta que consigamos crear un corredor humanitario gestionado por la cruz roja, como ya estamos intentando.
Compañer*s milanes*s del campo de refugiados de Dheisheh
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