In nome della "sicurezza", è giusto trasfigurare la cultura, lo studio, le note musicali, l'analisi logica, l'incontro delle idee, facendo di tutto questo materia di "pericolo", da confinare in un buco nero? Siamo vivi e lo sono, con le loro diversità, i nostri caratteri. Ma il nostro "luogo" è altrove: motivo in più per difendere la libertà di pensare, il nostro sognare!
Sono uno dei 14 detenuti adesso rinchiusi nella sezione speciale ad "elevato indice di vigilanza" del carcere di Biella.
La lettura dei vari articoli e commenti, pubblicati sui giornali locali e nazionali, aventi come oggetto la perquisizione qui avvenuta il 20 dicembre 2004, m'invita ad intervenire. La richiesta di attenzione avanzata, in quegli scritti, alla società civile ha trovato risondenza speciale, forse maggiore di quanto tanti (e non solo tra noi) potevano immaginare. Sapevo, grazie alle relazioni che intrattengo con il territorio, quanto sia possibile dialogare con questa città ma l'interesse , offerto e stimolato nell'occasione, è stato, in ogni caso, una nuova positiva verifica.
Ora vorrei trovare parole capaci di esprimere le ragioni di un no, i motivi di un opposizione (che è tutto fuorchè banale polemica) all'illogicità. In questi giorni, la voce di noi prigionieri ("politici" e "comuni",) insieme con quella dei nostri familiari e di tanti altri, ha scelto di affermare il bisogno delle nostre menti di muoversi oltre le mura, oltre il silenzio imposto, sostenendo , in una continua e legittima ricerca, la nostra consapevolezza e la voglia di vivere.
Difendere il valore della scrittura il diritto alla riservatezza non è materia facilmente eludibile, vorrei ricordare l'articolo 15 della costituzione italiana che testualmente dichiara:
"la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge" .
Della lettura e della musica, c'è sempre necessità, ancor più quando l'evidenza, quella che qualcuno vorrebbe nascondere dietro il regolamento (da non confondere, si badi bene, con la "legge" né, tantomeno, con il buonsenso,) trattiene in sé il potere della chiarezza. Mi spiego.
Quello che è avvenuto nella casa circondariale di Biella ha indubbiamente ferito la ragione: per avere conferma di questo basterebbe osservare le modalità (definiamole pure pesanti) con cui è stata eseguita quella perquisizione. Tuttavia, ben sapendo che spesso la forma definisce gli scopi (anche in assenza di cause razionali, come in questo caso), tutto appare ben più grave e, nel contempo, incosciente. C'è qualcosa di paradossale in quello che è accaduto, molti, anche tra i cittadini liberi, l'hanno fatto notare: generalmente gli addetti ai lavori (stiamo sempre parlando di galera, però la cosa può valere per qualsiasi altro luogo ove è previsto il "governo del tempo") dovrebbero ambire ad apparire agli onori della cronaca (cosa non obbligatoria, s'intende) per "azioni meritevoli", capaci di evidenziare le potenzialità del "tempo meditativo" (per usare un eufemismo, perché io auspico il futuro metta in discussione la necessità stessa del carcere): qui si è sviluppato, all'opposto, uno strano processo involutivo, quasi si volesse sostenere, attraverso esso, in modo enfatico e cerimoniale, la nostra stupidità, la nostra incapacità di interpretare le parole.
Orbene, ognuno di noi, uomini privati della libertà, qualunque sia il motivo della detenzione, ben sa dove si trova: molto semplicemente, possiamo affermare che abbiamo cognizione di chi detiene gli strumenti del comando, sappiamo come è eseguito il controllo sul nostro corpo, ne distinguiamo quotidianamente gli effetti su di noi, lo vediamo colpire le nostre famiglie. Eppure, con un azione decisa e preparata, i responsabili di questo carcere hanno deciso di fare un passo in più. Qualcuno potrebbe dire che le decisioni qua prese sono cosa abituale e/o ovvia in prigione, tuttavia si evidenziano come particolari, se si tiene conto della composizione di questa sezione, se si esaminano gli anni da noi trascorsi in una condizione "pacificata" (noi detenuti curavamo i nostri interessi, nei limiti imposti dalla natura stessa dell'istituzione carceraria, e le guardie ci osservavano, ci monitoravano, senza difficoltà, talmente chiari erano/sono i nostri movimenti!) e se si considera la "miseria" delle prospettive che ci sono offerte.
NB: nel regime di massima sorveglianza sono interdette le richieste di agevolazione della riforma penitenziaria quali: permessi, art. 21 ecc.
La nostra consapevolezza non è però sottomissione e la risposta data ad un operazione di "censura del pensiero", ha mostrato , nella sua compostezza, una verità tangibile: stiamo parlando di cose reali, accadute, non si tratta di piagnistei né di pretese indecenti né di domande inacettabili. Questo è un posto ove si è deciso (come bel regalo di natale, tanto per farci andare rilassati al colloquio con i nostri familiari) di sequestrare i nostri libri, di limitare drasticamente il loro numero, di impedire, nei fatti, l'ascolto della musica, primo linguaggio umano, negandone di conseguenza la valenza culturale, sociale, perfino terapeutica. Si è voluto cancellare il semplice diritto del cucinare (la cucina e la tavola non sono forse strumenti eccezionali di socialità e conoscenza?) e si è cancellata dal dizionario (a patto ancora di possederlo, tra i 4 libri concessi) la parola "piacere".
Il carcere non desidera alcuna "avventura" intellettuale, quello che si pretende, oltre al controllo dei ritmi fisici, è il possesso delle idee, del dinamismo delle nostre intelligenze. Hanno tolto ai corpi, negando ai corpi imprigionati il diritto all'affettività, ma adesso vogliono perfino decidere i nostri gusti: i modi, le forme ed i tempi attraverso i quali noi ci rapportiamo con la vita, con la storia, con la memoria e con l'attualità, con la speranza.
È successo a Biella, città ricettiva, città dove, il caso ha voluto, sabato 22 gennaio si è tenuto un convegno (presso il museo del territorio), organizzato dall'assessorato alla cultura e politiche giovanili della città, in cui si è discusso del legame esistente tra lettura e bambini. Il titolo di quell'appuntamento mi ha fatto sorridere, visto il periodo: "nati per leggere". Be, mi è concesso, visto quanto sono vitali la conoscenza ed il confronto, di farlo mio? Perché vale anche per i grandi! Ritenete voi lo possa adottare, per invitare ad una diversa comprensione, o mi è vietato perchè, in quanto detenuto, smetto di esistere?
In nome della "sicurezza", è giusto trasfigurare la cultura, lo studio, le note musicali, l'analisi logica, l'incontro delle idee, facendo di tutto questo materia di "pericolo", da confinare in un buco nero? Siamo vivi e lo sono, con le loro diversità, i nostri caratteri. Ma il nostro "luogo" è altrove: motivo in più per difendere la libertà di pensare, il nostro sognare!
Fabio Canavesi carcere di Biella gennaio 2005.
lunedì 7 febbraio 2005.
www.socialpress.it/article.php3?id_article=728
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