AIPAC sta per American Israel Public Affairs Committee = Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici
Washington Tratto da un articolo di Urs Gehriger, apparso nel Tages-Anzeiger il 22 aprile 2002
L’AIPAC – la lobby ebrea-americana – esercita un’influenza imparagonabile sulla politica estera degli USA, battendosi per ottenere l’appoggio incondizionato degli USA ad Israele. Da anni la lobby americana pro-Israele ostacola il processo di pace nel Medio Oriente, scavalcando tranquillamente la maggioranze dei cittadini statunitensi di fede ebraica. In questi giorni, la popolazione USA riceverà a casa uno spot pubblicitario di tipo funesto: all’ora di punta, una voce con tono minaccioso mette in guardia dal “terrorista” Yassir Arafat. Israele vuole la pace, spiega la voce sonora con sottofondo di suoni drammatici, ma Arafat continua a non volere Israele. “Arafata chiama Gihad, Gihad, Gihad”, continua la voce, per poi vilipendere un intero popolo: “Adesso i palestinesi mettono in mostra perfino il loro appoggio a Saddam Hussein, un dittatore che odia gli USA ed Israele”. Dietro alla spot pubblicitario anti-Arafat c’è la AIPAC, la più potente lobby che si aggira sulla scena della politica estera negli USA. Lo “American Israel Public Affaire Committee” è un’organizzazione ebraica privata che sino dalla sua fondazione, 50 anni fa, sta perseguendo il suo obiettivo fondamentale: impegnare il governo USA ad un sostegno incondizionato per Israele. La lobby pro-Israele sa fare il suo lavoro così bene che da tempo l’AIPAC viene considerato fattore determinante per la politica statunitense verso il Medio Oriente. Quando l’AIPAC mette in moto la sua macchina impressionante (60 000 iscritti ed un budget annuale di 19,5 milioni di dollari), il successo è quasi sempre garantito. E’ merito dell’AIPAC, ad esempio, se Israele riceve, da oltre 20 anni, tre miliardi di dollari annui dalle casse di Washington – più che ogni altro paese del mondo. Anche nell’ONU e negli altri fori internazionali, l’AIPAC si dà da fare con efficienza. Se gli USA regolarmente boicottano qualsiasi delibera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU volta ad arginare la politica israeliana di espandere le colonie ed aumentare la pressione a danno dei palestinesi, ciò è innanzitutto frutto delle iniziative dell’AIPAC. Uomo solitario a Washington L’impegno ed il potere finanziario della lobby pro-Israele suscitano ammirazione e soggezione a Washington, ma della volte anche paura. E’ leggendario il discorso di Bush padre che nel settembre 1991 si dichiarò alla stampa, con voce agitata, un “piccolo uomo solitario”, la cui autorità sarebbe sotto tiro da parte di “forze politiche potenti”. “Le forze”, alle quale si era riferito Bush, erano costituite da 1300 professori, giuristi, assistenti sociali, uomini d’affari e rabbini ebrei, confluiti a Washington da ogni parte degli USA per manifestare contro la politica del Presidente. Il motivo per la protesta era l’intenzione dell’allora Presidente Bush, di bloccare un credito di 10 miliardi di dollari destinati all’insediamento di ebrei sovietici in Israele; Bush padre intendeva congelare questo credito a causa della politica dell’espansione delle colonie perpetrata da Israele che, a suo avviso, ostacolava il processo di pace. E’ vero che alla fine Bush padre si fece valere procurando alla lobby una delle sue sconfitte più brucianti. Ma la vittoria del Presidente ben presto si rivelerà una vittoria da Pirro. Molti americani ebrei interpretarono le parole di Bush quali esternazioni anti-semite. Alcuni si spinsero perfino ad intravedere “il più grande tradimento nella storia degli ebrei in America”. La fattura gli fu presentata l’anno dopo: alle elezioni presidenziali del 1992, Bush otterrà dagli ebrei solo il 12% dei voti, anziché il 35%, come nell’anno 1988. Questo esempio dimostra che nessun Presidente degli USA può permettersi di andare in rotta di collisione con la lobby ebrea. Rispetto alla loro percentuale di soli 3% della popolazione USA, i 6,1 milioni di ebrei americani hanno un’importanza politica sproporzionata. Non costituiscono soltanto un elettorato impegnato e propenso a spendere, ma vivono per lo più ripartiti su alcuni pochi, grandi Stati Federali i quali controllano più della metà di tutti i voti federali. Così, alle elezioni federali, gli elettori ebrei spesso diventano il fattore decisivo per il risultato delle elezioni stesse, rendendo i loro voti un bene prezioso, molto ambito e corteggiato da tutti i concorrenti. Le teorie della cospirazione Il successo della lobby pro-Israele negli USA ha indotto molti, soprattutto nei paesi arabi, a concepire teorie di cospirazione e dietrologie fanatiche. Dal Cairo a Baghdad, circolano volantini anti-semiti che denunciano la politica USA verso il Medio Oriente quale prodotta sotto dettatura di agitatori ebrei. Con toni più pacati, questa interpretazione ha trovato terreno fertile anche negli uffici governativi di paesi europei, innanzitutto dinanzi alla posizione pro-Israele mantenuta dagli USA sino dallo scoppio dell’Intifada. Intanto, anche i critici più prudenti della lobby ebrea americana, di solito dimenticano due cose: prima, il lavoro delle lobby negli USA non ha nulla di scandaloso, ma, a differenza di ciò che succede nella maggior parte dei paesi, fa parte della vita politica normale. Inoltre, c’è da considerare che la lobby pro-Israele negli USA sarebbe impotente, se Washington non avesse un interesse molto manifesto a mantenere in vita quel piccolo stato degli ebrei. Sia i democratici che i repubblicani vedono in Israele un’isola meritevole di protezione, un’isola della libertà e della democrazia circondato dal mare delle dittature arabe. A Washington Israele è considerato il più affidabile alleato politico e la più importante testa di ponte nel Medio Oriente. Questo atteggiamento si era venuto a creare durante la Guerra Fredda, quando l’universo arabo si orientava sempre di più verso l’Unione Sovietica ed dopo gli attacchi dell' 11 settembre ha acquistato sempre più importanza. Ma l’amicizia americana-israeliana non dà carta bianca alla lobby pro-Israele. Il maggiore concorrente dell’AIPAC sulla scena americana, è il secondo gigante tra i gruppi d’interesse statunitensi, la lobby del petrolio, i cui interessi sono collocati, innanzitutto nei paesi arabi. Nella dura lotta per aumentare la propria presa, la lobby ebrea spesso calpesta anche le posizioni del governo di Israele. Ufficialmente, l’AIPAC dichiara di non volersi intromettere nella politica del governo di Israele, ma in realtà è proprio ciò che avviene. I falchi determinano le scelte Dalla fine degli anni 60, la lobby pro-Israele negli USA è nelle mani di esponenti della corrente ortodossa e di sionisti radicali. Questa elite ultraconservatrice si è ripetutamente ribellata con grinta contro la politica ufficiale di Israele e degli USA. L’esempio più importante sono le trattative di pace con i palestinesi. Sino dall’inizio, l’AIPAC era contrario agli accordi di Oslo siglati nell’anno 1993 tra Yitzak Rabi e Yassir Arafat. Quando la costruzione dell’Autorità Palestinese era ormai in corso, la lobby pro-Israele negli USA propose un argomento molto discutibile per bloccare le trattative. Con una campagna propagandistica di grande respiro l’AIPAC chiese pubblicamente il trasferimento dell’Ambasciate statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, nonostante Gerusalemme, a causa dell’occupazione illegale di Gerusalemme est dal 1967, non fosse riconosciuta, sul piano internazionale, quale capitale di Israele. Il Trattato di Oslo aveva previsto di rimandare la definizione dello status finale di Gerusalemme all’anno 1996. Ma l’AIPAC non voleva aspettare ed incominciò a farsi sentire al Congresso. Con successo. Nel giro di poco tempo 93 su 100 Senatori firmarono una petizione a favore del trasferimento dell’Ambasciata a Gerusalemme. La faccenda suscitò indignazione nel mondo arabo, oltre ad intralciare il processo di Oslo e danneggiare l’immagine degli USA quale mediatore di pace. L’ostinata resistenza della lobby pro-Israele al processo di pace desta sconcerto se si considera che essa non rispecchia per nulla lo stato d’animo degli ebrei in America. Perfino dopo l’11 settembre, secondo un sondaggio condotto dal settimanale Jewish Week di New York, l’85% degli ebrei statunitensi erano del parere che gli USA dovrebbero esercitare più pressioni sia su Israele che sui palestinesi per riportarli al tavolo delle trattative. Questo stato d’animo viene semplicemente calpestato dall’AIPAC. “Non conta ciò che 6 milioni di ebrei americani pensino, ma conta ciò che le maggiori organizzazioni ebree ritengono giusto”, spiega il giornalista Jonathan J. Goldberg riferendosi allo scostamento tra l’opinione effettiva ed l’articolazione dell’opinione nella società ebrea-americana nel suo libro “Jewish Power” del 1996. Bush figlio sarà il miglior amico di Israele Dopo le elezioni di Gorge W. Bush e di Ariel Sharon, l’AIPAC è tornato in prima linea per combattere. Sopratutto dall' 11 settembre sta mettendo Washington sotto pressione affinché Arafat venga scardinato come interlocutore politico. Gli sforzi dell'AIPAC, fino adesso, hanno avuto un successo solo parziale, visto che non è riuscito ad impedire l'invio di Anthony Zinni in Medio Oriente, quale intermediario. Anche i suoi tentativi di fare dichiarare Arafat ufficialmente un "terrorista" non hanno sortito il risultato auspicato, cioè, l'interruzione dei rapporti con l'esponente palestinese. Ciononostante, lasciando ad Israele mano libera nella sua "guerra contro il terrorismo palestinese", George W. Bush sta accontentando la lobby pro-Israele negli USA in una delle sue richieste più importanti. "Bush è il miglior amico che Israele abbia mai avuto nella Casa Bianca", giudica Mortimer Zuckermann, un esponente di spicco della lobby pro-Israele negli USA. Uno dei motivi per il buon rapporto del governo Bush figlio con le organizzazioni degli ebrei negli USA sta nella composizione della nuova classe governativa portata a Washington da Bush: una quota significativa di questo nuovo "organico" è composto da politici di spicco ebrei, ad esempio il vice-Ministro alla Difesa, Paul Wolfowitz e dal consigliere del Pentagono, Richrad Perle. Per una politica radicale in direzione pro-Israele si battono, inoltre, i cristiani protestanti legati al partito Repubblicano, i quali giustificano l'espansione delle colonie ebraiche nei Territori Occupati con la Bibbia. Ad esempio, il Senatore James Imhofe di Oklahoma aveva dichiarata recentemente, che Israele sarebbe obbligata a mantenere la presa sui Territori Occupati perchè "gli ebrei vivono lì perchè Dio l'ha voluto, leggetelo nella Bibbia."
AIPAC – una macchina perfetta per girare donazioni Tratto da un articolo di Urs Gehriger, apparso sul Tages-Anzeiger il 22 aprile 2002. Con professionalità e casse sempre piene la lobby pro-Israele negli USA è riuscita a schierare l' 80% dei Parlamentari (Membri del Congresso) attorno agli interessi di Israele Alla base del successo dell’AIPAC (American Israel Public Affaire Committee = Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici) c’è la fanteria, ossia la massa delle reclute. La lobby fa leva su 60 000 iscritti negli USA che possono essere messi in moto in qualsiasi momento, quando si tratta di convincere un Membro del Congresso della validità degli interessi di Israele. Il segreto del successo dell’AIPAC sono i soldi. “La lobby pro-Israele è una macchina dispensatrice di soldi”, scrive Michael Lind in una sua analisi per la rivista inglese “Prospect”, spiegando che la macchina dispensatrice investe con grande professionalità soldi per finanziare su tutto il territorio campagne “volte ad influenzare i Membri del Congresso perfino nelle circoscrizioni elettorali con scarsa o nessuna popolazione ebrea.” Un esempio perfetto del lavoro della macchina messa in moto da questo gruppo di pressione, l’AIPAC, è l’attuale Presidente di Senato, Tom Daschle. Quando Daschle, un membro del partito Democratico, si candidò per la prima volta per un seggio nel Senato, nel 1986, il suo atteggiamento verso Israele era di indifferenza. AIPAC decise di “dargli una cultura”, per usare le parole della lobby. La lobby si assunse il finanziamento della campagna elettorale di Daschle per un quarto delle spese che complessivamente erano di due milioni di dollari. Nelle sue campagne elettorali successive, Daschle ottenne una somma analoga dall’AIPAC, a titolo di contributo. I notevoli investimenti sostenuti rendono bene. Daschle ha fatto carriera – da semplice candidato ad un seggio nel Congresso è diventato Presidente del Congresso – trasformandosi in un affidabile e strenuo avvocato dello stato di Israele. Allo stesso modo, negli ultimi decenni centinaia di parlamentari appartenenti ad ambo i grandi partiti politici, sono stati trasformati a suon’ di contributi finanziari, in sostenitori degli interessi di Israele. Per avere un’idea della distribuzione dei contributi elettorali, vedi il sito della Federal Election Commission http://www.fec.doc. Il lavoro dell’esercito di reclute dell’AIPAC viene coordinato nella Capitale, dalla Centrale AIPAC, dove lavorano 130 specialisti altamente motivati. Qualora nel Congresso venisse messo sull’ordine del giorno un argomento che fosse di rilevanza per Israele, l’AIPAC fa partire immediatamente a tutti i membri del Congresso una sua circolare di routine, il cosiddetto Talking Point Report, per illustrare brevemente gli interessi specifici di Israele per questo particolare ordine del giorno. Per controllare il comportamento dei parlamentari, l’AIPAC gestisce un registro dettagliato dei voti dati da ogni singolo membro di Congresso alle varie delibere. Nell’imminenza di una votazione particolare, i parlamentari poco decisi vengono sottoposti ad un “trattamento speciale”, di solito ad un colloquio diretto per illustrare loro quali siano gli interessi di Israele. L’efficienza di questo gruppo di pressione pro-Israele è stata commentata da William Quando, un Membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza sotto i Presidenti Nixon e Carter: “Il 70% - 80% dei membri di Congresso si comportano, nelle delibere su argomenti ritenuti rilevanti da Israele, secondo le disposizioni date loro dall’AIPAC.” Il lavoro dell’AIPAC viene appoggiato da un'altra grande lobby pro-Israele, la cosiddetta Conferenza dei Presidenti, cioè, la Conference of Presidents of major American Jewish Organizations = Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebree., una lega di 51 organizzazioni ebree. I due gruppi di pressione – AIPAC e Conferenza dei Presidenti – si dividono il lavoro: mentre l’AIPAC è focalizzato sul lavoro di lobbying nel Congresso statunitense, la Conferenza dei Presidenti si è assunta il compito di “lavorare” il governo. Le iniziative della Conferenza dei Presidenti sono dettate dal suo capo, Malcolm Hoenlein. Hoenlein, rampollo di una famiglia ebrea-ortodossa di Philadelphia, è stato definito dal giornale Forward quale l’americano ebreo più influente della nazione. Un diplomatico statunitense di alto rango lo descrisse perfino quale la persona privata con la maggiore influenza sulla politica estera degli USA. Grazie alle sue maniere spigliate e le sue conoscenze approfondite del Medio Oriente, gli si sono aperte le porte di tutti gli uffici governativi negli USA. Ogni giorno Hoenlein parla con il Ministero degli Esteri, con un consigliere del Presidente od un Ambasciatore, per mantenere la politica estera degli USA sulla linea tracciata da Israele. Come l’AIPAC, anche la Conferenza dei Presidente svolge una politica decisamente conservatrice. Ufficialmente Hoenlein si dichiara un moderato, dedicato ad Israele prescindendo dalla composizione del relativo governo. Ma la sua grande simpatia per Ariel Sharon e per il partito del Likud non sono un segreto a Washington. Hoenlein non ha mai nascosto la sua opposizione a qualsiasi concessione israeliana verso i palestinesi. Per molti anni Hoenlein aveva rastrellato finanziamenti per Bet El, una delle colonie più problematiche nei Territori Occupati. Hoenlein giustifica il suo impegno per i coloni così “Gli ebrei hanno il diritto di vivere in Giudea e Samaria, la patria ancestrale degli ebrei, giusto come hanno il diritto di vivere a Parigi o a Washington”.
La lobby israeliana Michael Massing, scrive su The Nation, USA, in data 24 maggio 2002 In data 2 maggio 2002 nel Senato USA 94 Senatori su 96 e nel Congresso 352 Deputati su 373 hanno espresso il loro supporto inqualificabile per Israele in occasione delle recenti azioni militari israeliane contro i palestinesi. Queste delibere erano talmente univoche che l'Amministrazione Bush - che non si potrebbe definire reticente per quanto riguarda l'appoggio ad Israele - aveva cercato di smorzare i toni per non rovinarsi la sua immagine, esposta all'opinione pubblica, di sostenitrice delle trattative di pace. Ma i suoi ammonimenti non furono ascoltati, mentre membri del Congresso, da Joe Liebermann a Tom DeLay, facevano a gara per coprire di encomio Ariel Sharon e di disprezzo Yasir Arafat. Scrivendo delle votazioni, il quotidiano New York Times annoterà che uno dei pochi dissidenti, il Senatore Ernest Hollings della South Carolina avrebbe commentato che molti Senatori "sono a caccia di contributi per le loro campagne elettorali". Questa breve nota a parte, il Times non menzionava mai il ruolo che il denaro od i gruppi di pressione in generale potrebbero avere svolto nel determinare un voto così clamorosamente unilaterale. Più specificamente, il Times non menzionava mai l'AIPAC, il Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici. Si tratta di una svista ragguardevole. L'AIPAC viene largamente considerato il più importante gruppo di pressione nel campo della politica estera a Washington. I suoi 60 000 iscritti elargiscono milioni di dollari su centinaia di membri del Congresso di ambo i grandi partiti politici. AIPAC mantiene anche una rete di collaborazione tra cittadini ricchi e potenti in tutto il paese che riesce in qualsiasi momento di mobilizzare per fare valere i suoi obiettivi, cioè, assicurarsi che non vi sia la pur minima fessura tra la politica di Israele e quella degli Stati Uniti. Quindi, quando il voto del Congresso risulta così decisamente un appoggio ad Israele, questo non avviene per coincidenza. Intanto, sfogliando i giornali del Middle East (cioè, gli stati USA "importanti", situati sulla costa atlantica tra Maine e Virginia) durante gli ultimi mesi, non ho trovato nulla sull'AIPAC e sulla sua influenza. L'unica relazione di qualche sostanza era apparsa nel Washington Post, a fine aprile. Nella sua relazione sulla conferenza annuale dell'AIPAC, il corrispondente Mike Allen annotava che tra i partecipanti vi furono la metà dei Senatori, novanta membri del Congresso, tredici alti funzionari degli uffici governativi federali, tra di loro il Capoufficio della Casa Bianca Andrew Card il quale si attirò un interminabile applauso dalla platea quando dichiarò, in ebreo "il popolo di Israele vive". Allen riferiva che l'AIPAC "chiamò uno ad uno centinaia di dignitari, con vivo applauso per ognuno dei nomi citati". Ma nemmeno questo articolo andava più in profondità e non parlava delle azioni della lobby e delle sue tecniche per organizzare finanziamenti volti a compattare l'appoggio del Congresso. AIPAC non è l'unica organizzazione pro-Israele che riesca a restare a riparo dalle luci riflettori. La Conferenza dei Presidenti delle maggiori organizzazioni ebree, nonostante sia poco nota al pubblico generale, ha un'influenza tremenda a Washington, sopratutto sull'Amministrazione Pubblica. La Conferenza, cui sede è a New York, avrebbe il compito di dare voce alle cinquantadue organizzazioni ebree rappresentate nella sua commissione, ma in realtà, la Conferenza tende ad essere portavoce del suo Vice-Presidente, Malcolm Hoenlein. Hoenlein ha per molto tempo mantenuto legami stretti con il partito Likud di Israele. Negli anni novanta, Hoenlein aveva aiutato a reclutare finanziamenti per le colonie nei Territori Occupati ed oggi, riferendosi a quest'ultimi, parla regolarmente di "Giudea e Samaria", usando con ciò una parola d'ordine coniata dai conservatori su ispirazione biblica, per giustificare la presenza di coloni ebrei su questi territori. Un funzionario abile e con grande capacità comunicativa, Hoenlein mette a frutto le sue possibilità di accesso al Governo, al Pentagono ed al Consiglio Nazionale di Sicurezza per premere per un continuo rinforzo della posizione di Israele. Egli svolge il suo lavoro con tanto successo che il giornale ebreo, Forward, l'ha messo al primo posto nella sua annuale graduatoria degli cinquanta più importanti ebrei americani. Hoenlein ha dato prova delle sue capacità organizzative in aprile quando contribuì a mettere in piede il grande raduno pro-Israele a Capitol Hill (nota del traduttore: in concomitanza, in Italia abbiamo avuto l'Israel Day che Ferrara e Mieli dicono di avere escogitato, ma in realtà è stata la lobby pro-Israele negli USA che l'aveva organizzato anche in Europa). Mentre il raduno pro-Israele veniva raccontato in grande stile dai mass-media, Hoenlein rimaneva invisibile, in disparte. Da un mio recente monitoraggio della stampa risulta che da nessuna parte fu pubblicato un'articolo su Hoenlein e su come egli abbia usato la Conferenza dei Presidenti per impedire che l'Amministrazione Bush faccia troppa pressione sul governo di Sharon. Come si spiega questo black-out? Innanzitutto, non è facile parlare di questi gruppi. AIPAC ha un potere che intimidisce potenziali fonti d'informazione trattenendoli dal parlare liberamente ed i suoi dipendenti, in sede di dimissione, normalmente firmano un impegno al silenzio. I funzionari dell'AIPAC raramente concedono interviste e l'organizzazione non è nemmeno disposta a rendere pubblica la lista dei suoi membri di commissione direttiva. Inoltre, giornalisti spesso esitano di scrivere dell'influenza del mondo ebraico organizzato. In tutto il mondo arabo, la "lobby ebrea" è vista come causa di ogni male che succede al Medio Oriente e molti giornalisti e redattori - specialmente gli ebrei tra di loro - sono riluttanti a contribuire a dare conferma a tali stereotipi. Alla fine però, il motivo principale per cui leggiamo così poco di questi gruppi è la paura. Le organizzazioni ebree fanno in fretta a scorgere eventuali tendenze di parte nelle relazioni sul Medio Oriente e fanno in fretta ad articolare le loro proteste. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda gli ultimi tempi. Come aveva osservato il Forward a fine aprile, "l'impegno verso lo sradicamento dai media di ogni percepibile tendenza anti-Israele è diventato, per molti ebrei americani, il modo più diretto e più emotivo per esprimere il proprio legame con il conflitto in atto a 6.000 miglia di distanza". Recentemente, circa 1000 abbonati al quotidiano Los Angeles Times avevano sospeso per un giorno il ricevimento del giornale a casa per protestare contro ciò che loro consideravano una tendenza pro-palestinese negli articoli apparsi su detto giornale. Il Chicago Tribune, il Minneapolis Star Tribune, il Philadelphia Inquirer ed il Miami Herald sono stati tutti colpiti da simili azioni di protesta e NPR ha ricevuto migliaia di e-mails di protesta per le sue relazioni sul Medio Oriente. Possono queste azioni di protesta avere un effetto? Prendete in considerazione l'esperienza recente del New York Times. Il 6 maggio, questo quotidiano aveva pubblicato due foto della manifestazione pro-Israele svoltasi a Manhattan. Ambedue le foto facevano vedere la parata pro-Israele in fondo, mentre davanti, in prima vista, il corteo di protesta anti-Israele faceva da protagonista (nota del traduttore: nulla di strano in questo, in quanto il corteo pro-palestinese a New York era molto più numeroso, comprendente anche gli ebrei anti-sionisti). Il giornale fu bersagliato di proteste e subì la minaccia di un boicottaggio organizzato. Il 7 maggio, il Times si cosparse il capo di cenere e pubblicò le sue scuse, il che provocò costernazione negli uffici della redazioni ed alcuni giornalisti e redattori avevano la sensazione che la loro testata si fosse piegata ad un potente fattore d'influenza. "E' molto intimidante" disse un corrispondente ad un collega di un altro quotidiano, ugualmente importante. "I giornali", aggiunse, "hanno paura" di organizzazioni come AIPAC e la Conferenza dei Presidenti. "La pressione di questi gruppi è intransigente. I redattori in capo scelgono di non toccarli nemmeno". Non occorre ricordare che l'appoggio che gli USA fanno avere ad Israele è il prodotto di molteplici fattori - il ruolo di Israele quale unica democrazia nel Medio Oriente, la sua importanza quale alleato strategico degli USA ed il diffuso orrore per le bombe suicide dei palestinesi. Ma il potere della lobby pro-Israele è pure un fattore importante. In effetti, sarebbe impossibile comprendere l'atteggiamento accondiscendente dell'Amministrazione Bush nei confronti del governo Sharon se si volesse prescindere dall'influenza esercitata da gruppi quali l'AIPAC. Non sarebbe forse venuto il momento di esporre questi gruppi alla luce del sole ?
Note della traduttrice Susanne Scheidt Per quanto riguarda l'attività di Hoenlein, negli anni novanta erano apparsi diversi articoli su giornali e riveste arabi che parlavano dei campi d'addestramento para-militari, allestiti negli USA, per preparare i futuri coloni alle loro carriere di occupanti armati nei Territori Occupati. Uno di loro era il famoso medico Baruch Goldstein, che aveva falciato decine di fedeli a Hebron, durante la preghiera nella moschea di Abramo. I giornali arabi parlavano di una rete di campi para-militari nei quali verrebero reclutati migliaia di immigrati dai paesi dell'ex-Comecon, prima di essere avviati in Palestina. Ho conservato tutti questi articoli e li tengo a disposizione per una futura pubblicazione, possibilmente da fare in gruppo. Faccio notare che l'argomento è talmente complesso - comprende anche la sorte di numerosi ebrei orientali, immigrati negli USA e successivamente spinti verso la "ri-immigrazione" in Israele tramite la cancellazione dei loro permessi di residenza in USA, i "green-card".
http://www.asslimes.com/nel%20mondo/aipac.htm
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Un pò forte (troppo radicale, utilizzo intercambiabile di lobby "sionista" con "ebraica", troppi "si dice"), ma nel complesso interessante.
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