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Crisi In Argentina
by fr Friday, Jul. 05, 2002 at 12:21 AM mail:

El modelo sólo cierra con represión di Raúl Zibechi Brecha. Uruguay, junio del 2002.

E' impossibile condannare alla fame metà della popolazione e contemporaneamente mantenere in piedi un sistema di libertà democratiche. Ed è ancora più difficile quando si tratta di una popolazione che fino a poco tempo fa viveva in un paese industrializzato, con ampio accesso alla salute e all'educazione, che ha conquistato i diritti per i cittadini di organizzazione e la libera espressione, e che ha messo in piedi una società civile ampia, diversa ed eterogenea. Lo sfacelo di tutta questa struttura sociale può essere stato causato da illegalità molto più grandi della perpetrazione dell'ultima dittatura. O, usando altri termini, se il genocidio dei militari capeggiati dal generale Jorge Rafael Videla non ha potuto disarticolare la tessitura sociale - in via di ricostruzione negli ultimi quindici anni -, ci si può solo arrendere all'evidenza o insistere col rimedio. La prima opzione equivale a capovolgere la politica economica e sociale implementata dal 1975, che porterebbe alla rottura con gli organismi finanziari internazionali; la seconda è molto meno drastica: reiterare la ricetta, ma in dosi infinitamente maggiori, in base al piccolo risultato ottenuto. Ossia, preparare una repressione molto più ampia di quella attuata tra il 1975 e il 1983.

Carlos Ruckauf, ministro delle Relazioni Estere nel governo presieduto da Eduardo Duhalde, lo sa bene. Una settimana fa, prima di un'udienza degli ufficiali della Forza Aerea ha messo nero su bianco il suo pensiero. Ha detto di essere orgoglioso di aver firmato nel 1975, come ministro del Lavoro di Isabel Peron, il decreto che ordinava la "distruzione " del terrorismo. E ha aggiunto - questo è il dato fondamentale - che ritornerà ad applicarlo "senza vacillare", in vista dell'avvicinamento di "tempi difficili" edell' "inondazione" che subiranno sia polizia che gendarmeria da parte delle proteste sociali in corso, le quali potranno sfociare in un'insurrezione sociale.


Molto più grave è il fatto che dopo le dichiarazioni di questo funzionario, nessun altro del governo Duhalde, nemmeno il presidente stesso, abbia pensato a privarlo del suo incarico. E ancora peggio è che, vari altri, tra cui il comandante in carica dell'esercito, siano d'accordo con il punto di vista espresso da Ruckauf.



RITORNO AI SETTANTA

Pare chiaro, insomma, che non si è trattato di un caso isolato. Ruckauf non è l'ultimo arrivato e rappresenta lo stato d'animo di una parte della dirigenza politica e imprenditoriale argentina e di un settore del governo di George Bush. Il ministro si vanta delle eccellenti relazioni che mantiene col segretario di Stato statunitense, Colin Powell.


Vale la pena ricordare che idee come quella del cancelliere argentino sono difese, ad esempio, dal ministro dell'Economia Ricardo López Murphy, uomo con solidi vincoli col mondo industriale e finanziario transnazionale , così come con i militari e gli imprenditori locali. Nella campagna pre-elettorale, Lopez Murphy ha difeso niente meno che "una riforma strutturale dello Stato", per dare maggiori attribuzioni alle "forze di sicurezza e agli organismi di intelligence". Carlos Menem, dal canto suo, in piena luna di miele con Washington, non nasconde nè i suoi obiettivi per tornare al potere nè i suoi piani repressivi. In pochi giorni ha sentenziato che le strade sono state prese dai "marxisti" e dagli agitatori, avanzando che si può sperare di ritornare a prendere in mano le briglie del potere.


Comunque, i "tempi difficili" che i sostenitori della crescente repressione difendono, in niente assomigliano alla situazione che portò al colpo di Stato nel 1976. In quell'anno, si ricorda, si argomentò che l'intervento delle forze armate era necessario per combattere la guerriglia che minacciava di distruggere la convivenza tra gli argentini stessi e che poneva in pericolo l'esistenza della nazione. Oggi si parla di una possibile insurrezione sociale, dello "straripamento" provocato dalla presenza permanente dei piqueteros e degli assembleisti nelle strade. Insomma, la celebre "teoria dei due demoni" che suppone una guerra tra due eserciti, pare soltanto una pessima scusa. O è solo un argomento?


Il fatto che sette su dieci desaparecidos siano sindacalisti e non guerriglieri smentisce la tesi ufficiale secondo cui il golpe e la brutale repressione sarebbero necessarie per fermare la sommossa. L'argomento è debole tanto quanto quello che vede i piqueteros , o qualsiasi altro movimento sociale, come un fattore destabilizzatore. Un paese che ha condannato 14 milioni di persone, su un totale di 36 milioni, a una condizione di estrema povertà, non si può appellare a nessuna legittimità politica. Soprattutto, se questi milioni sono anche cittadini condannati all'emarginazione.


REPRESSIONE ANNUNCIATA

L'indiscriminata repressione sul Ponte Pueyrredón, che ha causato 2 morti, 60 feriti - molti dei quali a causa delle pallottole - e 160 detenuti, è stata largamente preparata dal Governo stesso almeno una settimana prima. Le fonti sono differenti. Il giornalista Miguel Bonasso ha scritto su Pagina 12 che si stava preparando una violenta repressione contro i piqueteros sul Ponte Pueyrredón, uno degli accessi alla zona sud della Capitale Federale. La soffiata proveniva da un magistrato che lo aveva saputo da un funzionario della polizia, che assicurava che quel giorno "sarebbero piovute pallottole". Il dirigente piqueteros de La Matanza, nel Gran Buenos Aires, Luis D'Elia, sapeva che ci sarebbe stata una grande repressione verso chi avrebbe tagliato il ponte. Non era un segreto. Però Duhalde aveva fatto una scommessa: se i piqueteros fossero saliti, sarebbero piovute pallottole, -che significa un duro avvertimento al resto dei contestatori -; se si fossero intimiditi e fermati, ne sarebbe conseguito il fallimento della protesta. In qualunque caso sarebbe stato un trionfo politico, ma "le cose non sono andate così".


Il modo in cui si è implementata la repressione parla da sè e esprime come si sia tentano di annientare i piqueteros. La polizia non si è limitata a ripulire il ponte e a dissolvere i 3 mila manifestanti. Le ferite più grandi sono state inflitte al fulcro del conflitto, con i morti alla stazione ferroviaria, a 100 metri dal ponte. In più, la polizia ha spianato la sede di Izquierda Unida, un partito parlamentare, abbattendone la porta; i poliziotti federali sono entrati nei territori della Capitale, cosa che era proibita -, e, fatto ancora più grave, sono entrati nell'ospedale Fiorito, dove erano ricoverati i feriti, sequestrando diverse persone e sporcandosi le giacche di sangue come prova dello scontro.


Ci si può chiedere - come hanno fatto alcuni giornalisti, vari politici dell'opposizione e tutto il governo - perchè i piqueteros hanno insistito nel realizzare un'azione "strategica" come quella del taglio del ponte nonostante tutti gli avvertimenti ricevuti. Le risposte sono diverse. Lo stesso ponte è stato tagliato in diverse occasioni, durante molti anni, da differenti gruppi. L'anno scorso un piquete di quasi una settimana sul Ponte Pueyrredón era finito con la consegna di un centinaio di piani Lavorare dalla parte del governo di fernando de la Rua. Insomma, in questo posto non è una novità.


REPRESSIONE SISTEMATICA

Dall'altro lato, le organizzazioni dei disoccupati del Sud sono state integrate in una più grande per giovani con meno di 25 anni. E' il settore della società che non ha la minima possibilità di conseguire un lavoro dignitoso, e nemmeno uno mal retribuito, le "cabecitas negras" che sopravvivono in condizioni precarie, in zone in cui i bambini si alimentano con rospi e carne di cavallo, secondo un report pubblicato su Pagina 12 da una settimana. Questi giovani non solo non hanno futuro, bisogna ricordare, ma non esistono nemmeno nei piani ufficiali e, inoltre, gli vengono abitualmente negati i sussidi che spetaano solo a uomini o donne capofamiglia. Sono carne "facilmente tritabile", una modalità che negli ultimi anni miete una media di almeno una vittima a settimana.

I dati raccolti da Coordinadora contra la Represión Policial e Institucional (Correpi) sono agghiaccianti. Gli avvocati dell'istituzione (http://www.derechos.org/ correpi) hanno seguito meticolosamente i casi di persone assassinate dalle forze di sicurezza dello Stato, dal 1983 al novembre 1998. I casi rilevati escludono il reale scontro e si concentrano in esecuzioni camuffate, torture seguite dalla morte, dispersione e morti causate dalla polizia negli scontri. In 15 anni ci sono stati 470 omicidi della polizia. Una media di 31 all'anno, 2.6 per mese fino al 1997. Due dati da ricordare: nel 1998, quando è iniziata l'attuale ondata di proteste sociali, gli omicidi della polizia sono saliti a 39; sul totale, il 47% si sono consumati nella provincia di Buenos Aires, che riunisce solo il 25% della popolazione del paese.

La cifra deve essere salita negli anni seguenti, di cui non esiste rilevamento. Solo il 19 e il 20 dicembre del 2001 sono stati registrati 32 morti in tutto il paese a causa della polizia. Quando era governatore della provincia, l'attuale presidente considerava la sua polizia come "la migliore del mondo". Forse avrebbe dovuto dire " la più assassina e corrotta del mondo", come hanno segnalato giornalisti e organizzazioni in difesa dei diritti umani.

Quei giovani erano i protagonisti degli scontri del 20 dicembre nei pressi di Plaza de Mayo. E molti di loro il 26 erano a Ponte Pueyrredón, a fronteggiare la polizia, mostrando pali, con i volti coperti, dandosi una mano reciprocamente anche se ne escono sempre sconfitti. Come all'entrata delle discoteche e dei cinema, alla partita di calcio la domenica, nei bar in cui si incontrano negli angoli dei loro quartieri, tutti i giorni. Chi ha il coraggio di dirgli di essere prudenti? Che non si "svandano" di fronte alla polizia assassina (etnocida). Loro sanno, e nessuno può smentirli, che sono morti viventi, che questo sistema di accumulazione ha decretato la cancellazione della loro cittadinanza nel giorno stesso in cui sono nati.


SVOLTA IMPROBABILE

Giovedì la Central de Trabajadores Argentinos (cta) e la Corriente Clasista y Combativa (ccc) hanno realizzato uno sciopero generale in rifiuto della repressione. Il movimento sociale, e più in particolare quello piquetero, si è diviso in due parti: una maggioritaria che è stata riconosciuta dal governo come interlocutrice, ma che mantiene forti discrepanze sui modi con cui si stanno sviluppando i piani d'impiego, e l'altra che scarta la negoziazione. Quest'ultima ha a sua volta al suo interno due parti diverse: quella vincolata ai partiti di sinistra e quella indipendente, che è la più numerosa nella zona Sud, a Quilmes e Lanus in particolare, articolata intorno Coordinadora Aníbal Verón.

Si tratta della più indipendente e della meno prevedibile dell'universo piquetero, le cui origini risalgono alle comunità ecclesiastiche di base della zona di Quilmes che lavorano in progetti produttivi e in servizi comunitari. Contro questo settore, dove si contano grandi quantità di giovani, si è schierato il governo duhaldista. La violenta repressione è stata una forma di avvertimento e di intimidazione verso l'universo piquetero, però soprattutto verso il movimento delle assemblee di quartiere, su cui si ripeterà se continuerà ad occupare le strade.

Contemporaneamente, dopo due domeniche la stampa ha informato della minaccia di scissione da parte dell'Armada nel caso che il Senato non approvi l'ascesa di un ufficiale accusato di aver partecipato alla repressione nell' Escuela de Mecánica de la Armada, centro di detenzione, tortura e dispersione durante la dittatura. Comunque, nonostante le minacce, pare improbabile che questa sia la vigilia di un colpo di Stato.
Sarebbe un pessimo incarico per i militari che, oltretutto, covano grandi spaccature al loro interno. Lo scenario più probabile pare essere quello di un inasprimento dell'attività delle forze repressive, che sperano di frenare la protesta massiccia in attesa di tempi migliori.

Questo piano ha dalla sua parte la divisione del movimento sociale, la fatica accumulata in mesi di proteste, - più di 500 manifestazioni e 2.000 cacerolas da dicembre -, e la crescente pauperizzazione che rovina la protesta. Però è anche possibile che le cose non vadano così. Un'analisi editoriale del quotidiano La Nacion, del 27 giugno, oscilla tra il considerare che il movimento piqueteros " non esisterebbe senza un contesto socio-econimico come quello dell'ultimo anno" e il rapportare la discesa in strada " alla sovversione degli anni '70". E in particolare, il giornale eletto portavoce dell'elite imprenditoriale e politica, segnala: " più che una manifestazione della crisi sociale, il movimento piquetero è una manifestazione politica - certamente violenta e inaccettabile -della politica".


Con logica impeccabile, nessuno si fa carico delle conseguenze politiche che ha provocato, nel paese che è stato il granaio del mondo, con il 40% del popolo alla fame. Sempre che si riprenda il dibattito, i responsabili di turno hanno vaghe referenze "nei mercati", una logica economica che sembra legge divina - o castigo - caduta dal cielo, cui non c'è rimedio se non accettarla con rassegnazione. Sembra, al contrario, ora di ripulire il velo mistico dell'economia, per lo meno dalla pseudoscienza che serve da scusa per gli scandali che avvengono in questo continente. Un intellettuale brasiliano, Walter Porto Gonçalves, amico e collaboratore di Chico Mendes, mette il dito nella piaga nel suo recente libro Geo-grafias: " La logica economica - dice parafrasando Clausewitz - è la logica della guerra in altri termini." La politica, e i politici, sembrano destinati a servire questa logica economico - militare.

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