resoconti e traduzioni di radiogap
workshop
""Peter Kenmore & Gero Vaagt (FAO)""
"Gestione pesticidi integrati, pestici obsoleti e codice di condotta"
Nella prima parte del workshop si sono mostrati gli effetti dell'uso indiscriminato dei pesticidi in paesi in via di sviluppo. In Vietnam, per esempio, si mischiano senza cognizione pesticidi diversi, in alcuni casi uccidendo tutti gli insetti non dannosi invece dei batteri colpevoli della distruzione dei raccolti. In Equador, l'uso di forti pesticidi ha avvelenato molte persone, i residui di pesticidi sulle mani degli agricoltori sono difficilmente lavabili. Il 9-21% dei pesticidi attualmente in uso sono tossici, gli agricoltori intossicati nella maggior parte del pianeta non sono assistiti medicalmente per cui il tasso di mortalità è di 40 su 100000. Uno dei grandi problemi derivanti dall'uso di pesticidi è lo squilibrio che si crea quando li si usano in campi aperti accanto ad altri campi dove invece non vengono usati. Cosa fa quindi la FAO? Dal 1985 esiste un codice di condotta che assieme a dei campi scuola per agricoltori cercano di informare gli agricoltori dei paesi del sud del mondo sui danni derivanti dall'uso senza cognizione dei pesticidi. Nella seconda fase si è parlato del codice di condotta sui pesticidi il quale è in fase di revisione, il suo obiettivo è di ridurre i rischi sanitari derivanti dall'uso di pesticidi e nello stesso tempo rafforzare lo sviluppo agricolo. I punti di riferimento sono il codice di condotta internazionale sulla distribuzione e l'uso di pesticidi e la Convenzione di Rotterdam. Questo codice di condotta internazionale pretende di essere una linea guida per chi produce, distribuisce e utilizza pesticidi, è importante la messa in atto di questa convenzione soprattutto nei paesi che non hanno una legislazione in tema di pesticidi. Non si è fatto nessun riferimento ad eventuali mezzi organici per la sostituzione dei pesticidi chimici.
DAL LOCALE AL GLOBALE; ALIMENTAZIONE LOCALE, PROSPERITA; GLOBALE Discussione e diapositive proposte dal ISEC (International Society for Ecology and Culture)
L'agricoltura diversificata e su piccola scala, oltre a garantire una maggiore sicurezza alimentare, produce, per acro, molto di più del food-system basato sulle monoculture industriali e sull' export, tra cui esiste una causalità a doppio senso: le prime aumentano la dipendenza e la necessità di beni importati dall'estero, il secondo è l' incentivo per l' impianto di monocolture in altri paesi. Tra l' altro, in molti paesi come l' ;India, in cui l' export rappresenta una fetta importante dell' economia, si soffre la fame. In tutto il mondo, la partecipazione dei singoli nelle food-economy locali è impedita dai sussidi statali che supportano l'export, sostenuto anche dalle potenti lobbyes delle compagnie che si occupano di trasporti e di supermercati e dalle grandi catene di supermarket. Ad esempio, il Regno Unito importa 126 milioni di litri di latte e ne esporta 270. Ma un ricorso così massiccio all'export oltre a non essere necessario, è dannoso: non ha solo il difetto di creare gradi eccessivi di dipendenza alimentare e un enorme divario tra la produzione e il consumo, ma svolge anche un ruolo di primo piano nell'intensificarsi dell'inquinamento ambientale. In primo luogo, le monocolture sono fragili: basta l'attacco di un batterio per mettere in forse l'intero raccolto. Per questo motivo necessitano di ingenti quantità di pesticidi. Le grandi agro-industrie sono anche caratterizzate da un esagerato fabbisogno di acqua. Inoltre, anche quando maturo, il nostro pomodoro inquinerà ancora prima di finire nei nostri stomaci. Le tecniche di imballaggio sono spesso anti-ecologiche eiI trasporti vengono frequentemente effettuati su ruota: ciò porta, oltre a un alto livello delle emissioni, a ingenti costi sociali determinati dagli ingorghi stradali e dalla costruzione e dal rinnovo delle vie di comunicazione. In generale, si può affermare che per 100 unità di prodotto alimentare, mentre le piccole aziende tradizionali locali impiegano 5 unità di energia, le grandi industre ne sprecano 300. Le piccole fattorie diversificate vincono anche in quanto a componenti nutritivi. Ad esempio, con un kg di fagioli biologici il nostro organismo guadagna ben 480 mg di calcio, cifra che scende a 40 se si parla dei fagioli delle grandi corporation. Questo divario è dovuto alla maniera in cui il suolo è trattato. Cacca di mucca o pesticidi e concimi chimici? Tuttavia le culture diversificate necessitano dell’esistenza di un mercato locale, senza il quale le pressioni economiche portano i piccoli agricoltori a convertirsi inesorabilmente alle monocolture. Gli stessi OGM, come noto, costituiscono una grande minaccia per l'autonomia delle piccole aziende, che non possono, per contratto, piantare i semi del loro raccolto. Ma anche la lobby dei grandi mall impedisce l'indipendenza degli agricoltori: ad esempio, ancora nel Regno Unito, esistono leggi che impediscono ai contadini di vendere direttamente i loro prodotti. Come fare allora a creare piccoli mercati locali e superare il potere delle big corporation? Il relatore Christian Taylor afferma che l’educazione è la forma primaria di attivismo, ma la ISEC propone qualcosa di pratico (finalmente!). I piccoli agricoltori dovrebbero associarsi ai piccoli venditori, che, ad oggi, vendono per la maggior parte gli stessi prodotti che si trovano nei supermercati. Da questa associazione potrebbero nascere piccoli punti vendita di prodotti unici, creati sul posto, da produttori riconoscibili della comunità. Forse la sicurezza alimentare potrebbe non essere più un' utopia. Le persone possono insieme cambiare le economie locali e nazionali. E anche il panorama internazionale in quanto ad alimentazione potrebbe sembrare un po' più roseo.
------------------------------------------------------------------------ 12 giugno 2002 Report sul Workshop "Guerra fame e povertà" che si è svolto questo pomeriggio nell'auditorium del Palazzo dei Congressi all'Eur.
Il seminario si è svolto in maniera leggermente diversa da quanto era previsto dal programma di oggi, e con alcuni problemi di tipo tecnico riguardanti le traduzioni. Infatti, i delegati di alcuni paesi non hanno potuto essere presenti al Forum, come ad esempio quelli iracheni, a causa dell'embargo che grava sui loro paesi. La discussione è stata introdotta da Marilena Coreggia, volontaria in un'associazione italiana che opera per la pace. Ha posto l'attenzione sulle violazioni continue da parte dei governi europei e del governo italiano degli accordi del 1996 sul rifiuto della guerra e delle sanzioni economiche. Marilena ha parlato del documento su guerra e sicurezza alimentare che le ONG italiane intendono sottoporre alla Comunità Europea e allo stesso Governo Italiano, documento che può essere riassunto essenzialmente in sette punti fondamentali: - rifiuto di partecipare a qualsiasi tipo di guerra - cercare una soluzione pacifica dei conflitti esistenti - fermare ogni tipo di embargo - fermare l'occupazione della Palestina - dissociarsi unilateralmente dall'embargo sull'Iraq - rifiuto di usare le armi - fermare il mercato delle armi. In seguito hanno parlato diversi esponenti di Paesi che attualmente sono sottoposti a sanzioni economiche da parte della Comunità Internazionale o che sono lacerati da guerre civili interne. Mohamed Ghazawna di Gerusalemme è esponente di Land Research Center, un'associazione che si occupa di monitorare le violazioni da parte di Israele, attraverso il suo governo, ma soprattutto il suo esercito, del settore agricolo mediante la confisca delle terre, lo sradicamento di alberi e la demolizione di case. Questa associazione è stata chiusa da Israele e pertanto, oggi, non ha più una sede a Gerusalemme. Mohamed ha riassunto la conferenza stampa dei rappresentanti della Palestina che si è svolta ieri e per spiegare quali sono le relazioni esistenti fra fame e guerra nel suo paese ha cercato di raccontarci quella che è la storia della Palestina e del suo popolo. Storia che ovviamente è scandita da occupazioni, conflitti e morti. Il popolo palestinese è alla fame a causa dei numerosi insediamenti israeliani che si stanno creando nella striscia di Gaza e nella West Band. Si stima che oggi circa il 70% della striscia di Gaza e della West Band sia occupata di fatto da israeliani. Dove non sono gli insediamenti a togliere la terra ai palestinesi ci pensa l'esercito sradicando gli ulivi e devastando terra destinata all'agricoltura. I palestinesi hanno un rapporto particolare con la terra, e con gli ulivi che sono il loro simbolo, e Israele attacca la terra per distruggerli moralmente. L'intervento successivo ha spostato l'attenzione sul conflitto fra India e Pakistan per il controllo del Kashmir. Abid Suleiry ha sottolineato come i governi indiano e pakistano stiano oggi spendendo la maggior parte del denaro pubblico per le armi e non per la popolazione. Indiani e pakistani vivono oggi con la paura di una guerra nucleare. Niente è al sicuro sotto la minaccia di una guerra nucleare nemmeno la terra che viene usata solo per la difesa militare. Blanca Pampin Balado ha portato nella discussione il caso cubano. Cuba soffre di 40 anni di embargo da parte degli Stati Uniti. I principali effetti sono: - Cuba non può vendere i propri prodotti negli Stati Uniti perchè è proibito - i cubani non hanno accesso alle nuove tecnologie ai combustibili e ai macchinari e quindi non sono in grado di incrementare la loro produzione - Cuba deve acquistare prodotti stranieri a prezzi di mercato - i cubani non possono acquistare dollari americani ma devono acquistare monete di altri stati e sono quindi costretti a pagare altissime commissioni Negli ultimi 5 anni hanno speso 40 milioni di dollari americani solo per importare cibo straniero. Quello che emerge da questi interventi è che di certo in un paese in guerra non è possibile garantire la sicurezza alimentare. Questo concetto è stato ribadito da Bele Torres , colombiana, che ci ha parlato del conflitto che da 40 anni affligge il suo paese. Conflitto per la terra che ha portato con sè ovviamente massacri e persecuzioni e che ha costretto miglaia di contadini ad abbandonare le proprie terre per proteggersi dai gruppi paramilitari. Omar, esponente del popolo Saharawi ha chiuso il dibattito. Emblematico il caso di questo popolo. La regione, il Shara nord-occidentale, in cui viveva è un'ex colonia spagnola che è stata ceduta al Marocco. Il governo del Marocco ha costretto i Saharawi ha lasciare le loro terre e a rifugiarsi nei paesi vicini. Due milioni di rifugiati attualmente vivono in un campo profughi in Algeria. Nel 1990 è stato firmato un referendum per l'autodeterminazione del popolo Saharawi ma il governo marocchino non ha mai concesso la sua applicazione. Questa violazione del diritto all'autodeterminazione non ha mai acceso l'interesse della comunità internazionale pur non essendo molto diversa da vicende, come quelle del popolo curdo o del Kosovo, che hanno visto un intervento diretto da parte delle Nazioni Unite. Ciò che è uscito da questo dibattito è che esiste un legame molto stretto fra guerra e insicurezza alimentare e c'è una disparità enorme fra le spese militari e quelle sociali. Per dare un po' di numeri, secondo la FAO per dimezzare il numero delle persone che muoiono di fame nel mondo entro il 2015 servirebbero 24 miliardi di dollari. D'altra parte, il Pentagono ha stanziato, per il solo bilancio militare del 2003, 400 miliardi di dollari.
Per altre info: http://www.isec.org.uk
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