Ma non tutti sono d’accordo sul «dialogo» con i violenti. Assente Luca Casarini.
GINEVRA - Di nuovo G8. Non è Genova. Non c’è il mare, ma il Lago Lemano. La «zona rossa» è più in là di 40 chilometri. A Ginevra, due anni dopo, i no global italiani (diventati, nel frattempo, new global) giocano in trasferta. E sono poche centinaia. Però, le facce note - ovvero la «nomenklatura» che si formò durante la contestazione del 2001 - ci sono tutte: Agnoletto, Caruso, Bolini, don Vitaliano, Nicotra, Bernocchi... All’appello, manca solo il líder máximo dei disobbedienti, Luca Casarini. Assenza notata. E interpretata: è rimasto a casa perché qui sarebbe stato uno dei tanti. Si è defilato perché i «veri duri» ormai lo considerano «troppo dialogante». In proposito, c’è chi ricorda Livorno, quando Luca (durante lo stop a treni e navi di guerra) fu salvato dalle ire di un gruppetto di ultrà che volevano menarlo. «Non sono indispensabile», taglia corto, lui, al telefono, dalla postazione padovana di Radio Sherwood . Dove svolge lavoro di collegamento e informazione, tra le mobilitazioni contro il Vertice di Evian e la Carovana di Ya Basta in Iraq e Palestina. «Se fossi a Ginevra - replica - starei con i miei disobbedienti. Che si sono fatti onore. Assieme a moltissimi giovani, hanno bloccato le strade, per impedire il passaggio dei partecipanti al G8. Pratiche di conflitto, mica convegni, tante chiacchiere e bla-bla-bla di alcuni burocrati del movimento, che hanno perso il contatto con la realtà. A questi bastano il corteo, lo striscione, la testimonianza. E no, cari. Con i pacifici e oceanici cortei abbiamo forse fermato la guerra?». Casarini, da lontano, dice ciò che, a Ginevra, i suoi ripetono, a parole e a fatti. Brutalmente, mettiamola così: meglio i casseurs dell’eloquio di Agnoletto? «Lo sfascio indiscriminato delle vetrine è autolesionismo - risponde Francesco Caruso. Ciò premesso, noi con quelli che spaccano vogliamo parlarci, capire. Non isolarli». Del resto, il comunicato stilato dai disobbedienti elogia anche le «sanzioni dal basso». In concreto: i vetri rotte delle banche, delle agenzie di lavoro interinale, le devastazioni mirate dei distributori di benzina. Azioni praticate, durante il corteo, da alcuni giovani in maglietta e passamontagna neri. Non sono gli stessi famigerati Black Bloc di Genova? Il fatto è che allora, dopo le cariche delle forze dell’ordine, la tragedia di Carlo Giuliani, e il tentativo di fare dei manifestanti di ogni erba un fascio, era assolutamente necessario tirare una linea netta di demarcazione. La stessa che, oggi, continua a tracciare Vittorio Agnoletto. «Tra noi e i casseurs c’è l’abisso - nota. Chiaro? Il movimento rifiuta ogni forma di violenza. Spiace, purtroppo, che il lavoro produttivo del Controvertice, impegnato a svelare gli imbrogli dei signori del G8, venga offuscato dalle performance degli insensati». «Il movimento cresce, alternando il dibattito alle mobilitazioni - dice Piero Bernocchi. Non capisco le critiche dei disobbedienti, sempre in cerca di visibilità mediatica. Le diversità restano la nostra ricchezza». Sarà. Ma che il collante stia per cedere è più che un’impressione. «La categoria violenti/non violenti si rivela sbagliata - affermano gli amici di Casarini. Che cosa sono venti vetrine rotte di fronte ai morti della guerra in Iraq, voluta da Bush e dai suoi alleati?». «Temiamo - insistono - che si torni a prima di Genova, a prima di Seattle, quando ci si accontentava di esprimere la propria opinione, senza praticare il conflitto contro i poteri globali. Ma noi, indietro, non torneremo».
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