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	<title>Nueter &#187; n. 4</title>
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	<description>Foglio di agitazione anarchica di Bologna e provincia</description>
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		<title>La posta in gioco</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:18:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ molto probabile che questo sciopero non sarà “generale” anche se ci si aspetta che diversi milioni di persone scendano in piazza. La situazione è ancora confusa. Molti lavoratori (ma anche i disoccupati, i giovani, ecc..) non hanno esperienza di autoorganizzazione e si fidano sempre meno dei sindacati ufficiali. Il quadro vede, poi, CISL e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ molto probabile che questo sciopero non sarà “generale” anche se ci si aspetta che diversi milioni di persone scendano in piazza. La situazione è ancora confusa. Molti lavoratori (ma anche i disoccupati, i giovani, ecc..) non hanno esperienza di autoorganizzazione e si fidano sempre meno dei sindacati ufficiali. Il quadro vede, poi, CISL e UIL appiattite sulle manovre della politica, in attesa che il governo tratti una qualche norma meno ingiusta. Illusi, come illuso è il PD che vorrebbe un ruolo subalterno del movimento dei lavoratori alle battaglie parlamentari. Preoccupato è il governo che ha trovato nella FIOM il capro espiatorio di possibili disordini sociali. Il vertici della FIOM, parte in commedia, hanno rilasciato dichiarazioni paracule.</p>
<p><strong>La posta in gioco</strong><br />
 Nei prossimi due anni, lacrime e sangue. Dei 100 miliardi di euro della manovra (quella di giugno e questa di settembre) abbiamo una ripartizione di questo tipo: 45% taglio dei servizi; 25% aumento delle tasse (non per i dirigenti, i parlamentari, gli evasori, etc): dalle addizionali all’IVA, dai ticket alle accise; 10% licenziamenti (il così detto taglio della “politica”); 20% rapina su salari e pensioni.<br />
Tutto il resto è fumo negli occhi degli italiani.</p>
<p><strong>Le cause in sintesi</strong><br />
 Nel 2004 si è preso nota che la produzione mondiale di beni e servizi eccedeva abbondantemente le necessità dell’intera popolazione mondiale. Non che tutti stiano “bene”, per noi è evidente, visti i privilegi di pochi e lo sfruttamento di molti ma se la distribuzione dei beni e servizi fosse equa ciò che si produce potrebbe bastare a soddisfare le necessità di tutte/i. Dal 2004 al 2007 per finanziare la “guerra al terrorismo” si è generato debito; visto che la guerra non ha dato gli esiti sperati (sostanzialmente senza vinti e vincitori) la bolla del debito è esplosa, producendo nel 2007 la crisi dei “derivati”. Siccome gli esiti della guerra e la crisi finanziaria minacciavano la stabilità dei governi questi si sono affrettati a “coprire il buco” stanziando circa 7000 miliardi di euro per salvare le principali banche mondiali e continuando a stampare moneta con una prospettiva inflazionistica che avrebbe ammortizzato “l’investimento”. Ma se non c’è espansione della produzione e del consumo di beni e servizi non ci può essere inflazione; ecco che la crisi di sovrapproduzione ha fatto nuovamente capolino e messo in crisi le ingegnerie finanziarie e fiscali.<br />
A questo punto crolla l’ultimo baluardo del capitalismo: i debiti “sovrani”.<br />
Le manovre di questi mesi (in Portogallo, in Grecia, in Spagna, in Italia) servono a fare le ”flebo” ad un sistema moribondo. Questo è un buon motivo per dire che “noi la vostra crisi non la paghiamo”.<br />
Scrivevamo, in occasione dello sciopero dei metalmeccanici del 27 gennaio scorso: <em>«[…]Il movimento dei lavoratori deve riprendere il mano il proprio destino e lo può fare contando solo su sé stesso. Non ci sono aree politiche, non ci sono governi “amici” che possano sostituire l’autonoma iniziativa delle lavoratrici e dei lavoratori. Un nuovo movimento “dal basso” deve ripartire per aggregare attorno a sé tutta la società degli sfruttati e degli oppressi, aprendo una nuova stagione di lotta che sappia dare un futuro a chi oggi un futuro non ce l’ha.[…] »</em><br />
Così come non c’è nel quadro attuale nessun’altro “soggetto” che possa affrontare questa crisi.<br />
Lo sbocco a questa crisi è la rivoluzione: la definitiva messa al bando del capitalismo e del suo tutore, lo stato.<br />
Un altro mondo non è solo possibile, diventa, giorno dopo giorno, urgente, impellente, necessario.</p>
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		<title>Europa nera fra Oslo e Bologna</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:15:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il terrorista cristiano di Oslo e Utoya, poco prima di compiere le stragi che hanno sconvolto la Norvegia, ha scritto un mail al bolognese Alberto Ferretti, 50 anni, imprenditore informatico, politico di destra ed ex poliziotto. Ne dà notizia il “Resto del Carlino”. Figlio del fondatore a Ferrara dell’M.S.I. e di A.N., Alberto Ferretti da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il terrorista cristiano di Oslo e Utoya, poco prima di compiere le stragi che hanno sconvolto la Norvegia, ha scritto un mail al bolognese Alberto Ferretti, 50 anni, imprenditore informatico, politico di destra ed ex poliziotto. Ne dà notizia il “Resto del Carlino”.<br />
Figlio del fondatore a Ferrara dell’M.S.I. e di A.N., Alberto Ferretti da sempre milita nell’estrema destra nazionalista. Candidato in passato con “La Destra” di Francesco Storace, dalla primavera scorsa è coordinatore regionale di “Progetto Nazionale – Fiamma futura”, il partitino animato dal nazi Piero Puschiavo e vezzeggiato dal leghista Flavio Tosi.<br />
Sul perché della mail, Alberto Ferretti dà al “Carlino” questa spiegazione che adombra comunque una qualche rete internazionale: «Credo abbia pescato a casaccio per trovare gli indirizzi, mi sono fatto questa idea parlando con la polizia postale. Magari navigando nei siti nazionalisti. Tra l’altro, tutti gli indirizzi della mailing list sono in chiaro. Che terrorista è uno che lascia in chiaro gli indirizzi? Mi stanno scrivendo persone dal Belgio e dalla Francia per chiedermi chi sia quel pazzo. Anche loro hanno ricevuto il messaggio».<br />
D’altro canto, poco tempo prima della strage Alberto Ferretti scriveva: «I movimenti nazionalisti e identitari europei (le famose destre europee come si usa semplificare nei media) stanno segnando una svolta, un nuovo corso, risultati elettorali quasi dovunque a doppia cifra, stanno a confermare in modo inequivocabile che hanno saputo ben interpretare i bisogni e le richieste di cambiamento dei loro popoli. Movimenti che si ispirano al nazionalismo (British National Party) alla tradizione e all’identità (Vlaams block, Jobbik), alla stirpe (i veri finlandesi, la lega delle famiglie polacche)».<br />
Sono ben 117 i destinatari italiani a cui lo stragista norvegese ha mandato per mail la sua rivendicazione. Ci sono neonazisti, neofascisti, teste rasate, razzisti, predicatori d’odio contro islamici, rom ed ebrei. Ci sono politici di estrema destra, esponenti di Fiamma Tricolore, giovani ultras delle curve e integralisti religiosi che sognano nuove crociate. C’è un intero blocco di militanti e dirigenti di Forza Nuova, dalle basi regionali alla sede centrale.<br />
A denti stretti, qualcuno ha dichiarato la propria «estraneità alla violenza», ma altri hanno comunque rivendicato la bontà delle idee di Brejvik. In Italia lo ha fatto il leghista Mario Borghezio. In Francia Jacques Coutela, esponente del Front National, ha scritto sul suo blog: «L’obiettivo dell’azione terroristica del nazionalista norvegese è stato combattere l’invasione musulmana. Facciamo di questo resistente un’icona». Anche sui muri di Bologna sono comparse scritte odiose di approvazione della strage di Oslo e Utoya come: «W Breivik eroe anticoloniale».<br />
Pressoché tutti i media di regime hanno parlato di un «pazzo isolato», ma i pazzi sono parecchi e la cultura nazionalista e razzista che li muove è propagandata da organizzazioni, partiti, associazioni culturali di destra.<br />
Oggi parte dell’estrema destra populista considera la cultura araba incompatibile con la «Civiltà occidentale» e agita lo spettro di una possibile colonizzazione musulmana dell’Europa «giudaico-cristiana». Al consueto antisemitismo, questa destra tradizionalista sostituisce o aggiunge il razzismo antiarabo, l’islamofobia e l’odio per chiunque sostenga idee antirazziste, multiculturali, libertarie, visto come collaborazionista con le «forze di occupazione musulmana» e quindi come nemico da eliminare.<br />
Ed è un delirio tanto più sordido e grottesco oggi che il mondo arabo ci sta dando lezioni di lotta, rivolta e libertà contro dittature sostenute per decenni proprio dalla «Civiltà occidentale»…</p>
<p>Nostra patria è il mondo intero! Nostra legge, la libertà e la rivoluzione sociale!</p>
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		<title>Dal Cile: studenti in lotta contro la scuola (e la società) di classe</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:11:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da mesi gli studenti cileni sono in sciopero e sono scesi diverse volte in strada. Esigono un sistema scolastico e universitario più giusto (cioè meno classista) e con le proteste hanno maturato via via una critica complessiva al sistema capitalista. In un paese ricco come il Cile infatti (con il Prodotto Interno Lordo maggiore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da mesi gli studenti cileni sono in sciopero e sono scesi diverse volte in strada. Esigono un sistema scolastico e universitario più giusto (cioè meno classista) e con le proteste hanno maturato via via una critica complessiva al sistema capitalista. In un paese ricco come il Cile infatti (con il Prodotto Interno Lordo maggiore di tutta l’America Latina, e in costante crescita del 4/5% annuo), le differenze sociali si acuiscono e il governo tende a rispondere con la repressione alla questione sociale. Negli ultimi, straripanti, cortei di agosto ci sono stati pesanti scontri, più di un migliaio di arresti e i carabineros — gli stessi dei tempi di Pinochet  — hanno ammazzato un ragazzino di quindici anni. Qui di seguito un’analisi del movimento di un compagno, nostro corrispondente, del Frente de Estudiantes Libertarios http://feluchile.blogspot.com/</em></p>
<p>Il movimento studentesco in Cile è stato sempre fondamentale nelle mobilitazioni sociali del post-dittatura, e oggi sta riuscendo a coinvolgere una buona parte degli studenti in un processo di messa in discussione di alcune delle basi strutturali del sistema educativo vigente.<br />
Se dovessimo definire gli elementi centrali della domanda studentesca, troveremo certamente una focalizzazione su questioni settoriali, ma contemporaneamente, nel quadro della radicalizzazione delle richieste, troveremmo anche innumerevoli voci, a livello dirigenziale e di base, che hanno messo in evidenza il legame diretto tra i cambiamenti richiesti e la necessità di una svolta di fondo, che ovviamente va al di là delle semplici esigenze corporative.<br />
Lo scenario nel quale è emersa la protesta studentesca è quello di un Cile segnato dalla sfiducia verso la politica ufficiale da parte di una società che, per quanto ancora in maggioranza disorganizzata e frammentata, ha sollevato però importanti questioni sociali; le esperienze recenti, a conferma di questo, sono: la rivolta nella provincia di Magallanes per l’aumento dei prezzi del petrolio, le gigantesche manifestazioni, principalmente a Santiago, contro le centrali idroelettriche progettate nel sud (Progetto Hidroaysén), e poi le grandi proteste studentesche, che hanno raggiunto livelli di partecipazione poche volte visti nel Cile contemporaneo, con oltre 500 mila persone per le strade.<br />
Più che analisi più o meno condivise a livello politico, tra le molteplici sinistre presenti nel panorama delle principali università del paese sono state privilegiate questioni di maggiore gravità sociale come l’accesso all’educazione superiore, marcato da una forte discriminazione di classe, tasse universitarie eccessivamente alte, la mancanza di democrazia interna, in maggior o minor misura, e l’esistenza di università che, non rispettando nemmeno la legislazione esistente, lucrano sui propri stabilimenti. Tutto è iniziato con un dibattito all’interno della Confederazione degli Studenti che aveva l’obiettivo di opporsi alla riforma dell’educazione voluta dal governo e di portare avanti un processo educativo definito dagli studenti.<br />
Ora, se vogliamo capire gli obiettivi e le possibilità di questo movimento, dobbiamo analizzare alcune questioni contestuali. Innanzitutto il fatto che sia in atto in Cile un esperimento neoliberista  e quindi che ci sia un potere enorme in mano all’impresa privata, con uno Stato al suo servizio, a cui si contrappone una popolazione organizzata solo in alcuni suoi settori; in secondo luogo la posizione debole del primo governo di destra dai tempi della dittatura e in particolare del suo presidente a cui fa fronte una opposizone politica altrettanto debole, ma anche un’opposizone generale di popolo; un modello del sistema educativo ereditato dalla dittatura  militare e rafforzato dai successivi governi di centro (la cossiddetta Concértacion) composti da esponenti del Partito Socialista e Democristiano che hanno perpetuato un sistema totalmente ingiusto e classista dove ci sono scuole e università per ricchi e scuole e università per tutti gli altri, in cui  le rette mensili sono superiori al salario medio.<br />
Ci si potrebbe chiedere però: dato che queste condizioni durano da anni, perché proprio adesso è nato questo movimento? Perché c’è stata una maturazione nella critica al neoliberismo a cui si è affiancata una partecipazione di massa in grado di controllare i tipici maneggi che sono appannaggio dei leaders studenteschi tradizionalmente vicini a qualche partito politico.<br />
Di fronte a un governo che non riesce nemmeno a pensare un sistema educativo staccato dal modello neoliberista, gli studenti sono consapevoli che ottenere una vittoria potrebbe essere cosa non immediata, ma sanno anche che una nuova scuola e una nuova università sono possibili solo con una nuova società e sanno che essa si ottiene attraverso la ricostruzione di un tessuto sociale e organizzativo solidale. In questo senso il movimento si sta radicalizzando e gli scontri di piazza di agosto sono il riflesso di una critica più complessiva al sistema.<br />
Gli studenti delle scuole superiori e delle università stanno quindi dimostrando di essere capaci di andare oltre una vertenza settoriale e di mettere in discussione il modello politico ed economico vigente e in questo senso hanno ottenuto le simpatie di diversi settori sociali, in maniera trasversale. Questo ci permette di guardare con fiducia al prossimo futuro, perchè, sebbene il pericolo dell’istituzionalizzazione del movimento sia sempre in agguato, oggi c’è una critica generalizzata al governo politico classista e neoliberista e questo potrebbe avere inaspettate conseguenze, se il popolo si organizza autonomamente per mettere fine all’attuale sistema di dominazione.</p>
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		<title>Inferno? Cie di via Mattei, Bologna</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:06:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La lotta delle migranti è la lotta di tutte/i Chi parla di sicurezza ormai troppo spesso parla anche di clandestini e immigrazione. Una delle immagini più usate è quello dello stupratore quasi sempre straniero e della donna bianca, la donna degli italiani, da difendere. Si mescolano così stereotipi sessisti e razzisti. Una delle conseguenze istituzionalizzate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La lotta delle migranti è la lotta di tutte/i</strong></em></p>
<p>Chi parla di sicurezza ormai troppo spesso parla anche di clandestini e immigrazione. Una delle immagini più usate è quello dello stupratore quasi sempre straniero e della donna bianca, la donna degli italiani, da difendere. Si mescolano così stereotipi sessisti e razzisti. Una delle conseguenze istituzionalizzate della xenofobia sono i Cie, lager per stranieri. Ovviamente in questi inferni non sono rinchiusi solo uomini dipinti come mostri ma ci sono anche tantissime donne. Queste donne però non sono da proteggere o difendere. Non sono le donne bianche, le italiane, le donne da sorvegliare. Le donne rinchiuse nei Cie sono trattate come delle criminali che subiscono, anch’esse, i deliri xenofobi usati per “questioni di sicurezza”. Ingabbiate. Di fronte agli occhi maschili delle guardie sono animali da rinchiudere o oggetti sessuali nella peggior ottica colonialista. Stupri, molestie, ricatti sessuali, pestaggi, offese e umiliazioni. Cibo scarso e con sedativi, condizioni igieniche inesistenti. Ma l’altra sera a Bologna le donne del Cie hanno detto no e le urla disperate per una volta sono giunte anche a noi. Il 24 agosto volano sedie e si incendiano materassi: si protesta perché quei lager sono invivibili. “Non siamo drogate né assassine, siamo qui solo per una questione di documenti. Qui dentro siamo troppe, fa molto caldo, ma noi non siamo animali. Per favore venite a vedere com’è la situazione qui, aiutateci” dice un delle donne rinchiuse. La risposta della polizia non si fa attendere riempiendo di lividi chi aveva alzato la testa e arrestando una di loro. I Cie ai margini delle città sono elemento chiave di politiche sessiste, razziste e repressive che vediamo quotidianamente. La lotta contro i lager non può essere separata dalle altre. Le violenze che subiscono le donne nei Cie riguardano tutte le donne ancor di più se si pensa che anche le donne italiane vengono usate in un’ottica paternalistica e razzista per legittimare i Cie. Sessismo e razzismo: ecco i veri mostri da cancellare.</p>
<p>Deborah Sannia</p>
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		<title>Fumo di Londra</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:02:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La rivolta di Londra e delle altre città inglesi hanno acceso l’estate. Non l’hanno illuminata, hanno detto in molti – anche fra i “sinistri” nostrani – perché sarebbe mancata una chiara coscienza politica, perché quelle notti di saccheggi sono state troppo caotiche e casuali. Quei fatti però vanno presi così come sono, non come si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La rivolta di Londra e delle altre città inglesi hanno acceso l’estate. Non l’hanno illuminata, hanno detto in molti  – anche fra i “sinistri” nostrani – perché sarebbe mancata una chiara coscienza politica, perché quelle notti di saccheggi sono state troppo caotiche e casuali.<br />
Quei fatti però vanno presi così come sono, non come si vorrebbe che fossero. Un assassinio poliziesco fa saltare la pentola a pressione di discriminazioni, odii ed esclusioni; i sottoproletari inglesi, per lo più giovani e abitanti delle periferie, di qualunque origine etnica, si riversano in strada, attaccano i commissariati e si prendono dai negozi quella merce che il mondo capitalista mette loro quotidianamente davanti agli occhi, senza dargli spesso la possibilità di averla. Si prendono tutta la merce: il pane e anche le rose, anche gli Ipad e i televisori, gli Iphone e il divano.<br />
Da qui le critiche: ma come, sembrava che dicesse qualche “purista” nostrano: “fanno tutto sto casino per pendersi i gingilli tecnologici e le felpe nike?!”.  Critiche un po’ vuote. Il pane e le rose,  il bancomat e l’ultimo modello di jeans firmati, nelle rivolte è spesso così.<br />
I fatti inglesi sono piuttosto un segnale lanciato al sistema attuale, alla pari di quel che accade – in altre forme – in Spagna, Grecia, Cile, Irlanda, Egitto, Tunisia ecc. Il capitalismo mostra il suo volto più feroce. “Crescita” o stagnazione, crisi o non crisi, le differenze sociali aumentano, una piccola classe di super ricchi detta legge, la politica esegue, gli eserciti e le polizie vigilano e reprimono: migliaia di arresti, condanne rapidissime e severe, sono state l’unica risposta della politica alle sommosse inglesi. E non potrebbe essere diversamente, perché ovunque, in Inghilterra come in Italia, lo spazio della mediazione è finito, i partiti di sinistra sono uguali a quelli di destra, la socialdemocrazia è tramontata da un pezzo, lo stato sociale si è liquefatto di fronte al “grande sole” del capitale. Sottoproletari e indignados, disoccupati e migranti, precari e studenti lottano per riguadagnarsi una dignità che è loro negata, ognuno con i mezzi che conosce, o che si può permettere.<br />
Di quante sommosse, rivolte e insurrezioni ci sarà bisogno prima di riuscire a fermare la voracità del capitalismo?! Molte, probabilmente, e la trasformazione sociale rischia di richiedere prezzi molto alti. E però non c’è alternativa: o finire stritolati nella morsa di Stato e capitale e affamati dall’ingordigia dei nostri sfruttatori, o ribellarsi, in ogni modo possibile.<br />
Londra è solo l’inizio della fine delle democrazia liberale, un inganno durato decenni che oggi ha gettato la maschera. Agli sfruttati, ancora una volta, tocca distruggere per ricostruire meglio. Noi siamo pronti?  </p>
<p>A. Soto</p>
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