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	<title>Nueter &#187; n. 5</title>
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	<description>Foglio di agitazione anarchica di Bologna e provincia</description>
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		<title>Antagonismo migrante</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l’autunno è ricominciata la mobilitazione dei migranti, partendo da dove ci aveva lasciati, alla fine del mese di giugno. Una situazione di “inerzia istituzionale” che, comunque la si voglia pensare, solo la lotta ha dimostrato di poter far “scivolare”. La scorsa primavera si era chiusa con importanti passaggi verso una giustizia tanto ricercata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con l’autunno è ricominciata la mobilitazione dei migranti, partendo da dove ci aveva lasciati, alla fine del mese di giugno.<br />
Una situazione di “inerzia istituzionale” che, comunque la si voglia pensare, solo la lotta ha dimostrato di poter far “scivolare”.<br />
La scorsa primavera si era chiusa con importanti passaggi verso una giustizia tanto ricercata per coloro che si sono trovati invischiati nella rete mafiosa e leghista della sanatoria “truffa”.<br />
Il reato di clandestinità, che impediva di poter anche solo partecipare alla sanatoria, è stato azzoppato prima dalle sentenze dei tribunali italiani (tra cui spicca quella per “incostituzionalità”) e poi dal pronunciamento dell’Europa.<br />
Il decreto di espulsione non è più “ostativo” alla richiesta di permesso, ovvero si è finalmente tolto uno degli ostacoli maggiori prima di tutto per coloro che hanno chiesto con la lotta un riesame della loro domanda di regolarizzazione dopo l’accertemento definitivo della “criminilità” prodotta dalla Sanatoria “Colf e badanti” del 2009.<br />
È difficile pensare che questi avanzamenti verso una giustizia sociale si sarebbe prodotti senza le “gru” e le torri dell’inverno passato, e senza la continua opera di mobilitazione e, quindi, pressione sulle istituzioni (in primis, sul Ministero degli Interni) portata avanti dai migranti autorganizzati in città come Brescia, Milano, Massa, Padova e altre ancora.<br />
Dopo mesi di attesa e, infine, di esasperazione i migranti sono tornati ad occupare le torri (Milano) e a manifestare davanti alle Prefetture (Brescia). Chiedono semplicemente il rispetto delle acquisizioni della scorsa primavera e dei tempi umani nell’esame e nel rilascio dei permessi di soggiorno. L’“inerzia” è infatti tornata a farsi sentire dopo l’estate, il Ministero dell’Interno non ha predisposto né risorse né organizzazione per la questione “sanatoria”, in linea con i grugniti e i lamenti del Ministro Maroni sulla sua impotenza in materia di immigrazione.<br />
Nel giro di qualche settimana sono stati ottenuti già dei risultati, per quanto parziali. A Brescia una serie di incontri all’Ufficio Unico della Prefettura – quello che esamina e rilascia i permessi di soggiorno e, si scopre, guidato da un dirigente appartenente al Ministero del Lavoro – ha portato all’impegno pubblico che tutte le richieste “tecniche” necessarie alla velocizzazione del rilascio dei permessi sarebbero state soddisfatte, ma proprio sulla garanzia dei tempi ha mostrato qualcosa di più nel meccanismo di “inerzia”: semplicemente, le carenze di organico dell’Ufficio non consentivano di fare previsioni sul breve tempo del rilascio dei permessi e la decisione sull’organico spetta al Prefetto, quindi al Ministero degli Interni.<br />
Le lotte dei migranti sembrano quindi portare ad un’innovazione istituzionale e sono in un certo senso necessarie allo stesso funzionamento dell’istituzione: sono la spinta all’asino che si è impuntato.<br />
Ma c’è anche un’altra dimensione della lotta, la repressione. Ad oggi, decine di persone impegnate nella lotta contro la sanatoria sono state rimpatriate a seguito dei fermi durante le manifestazioni, i presidi e le iniziative di lotta. Non si contano invece coloro che hanno subito un semplice controllo stradale, discriminazioni al lavoro, perfino vere e proprie “retate” nei quartieri operate dalle forze di polizia nell’arco di questo lungo anno.<br />
In molti, tra solidali e migranti stessi, monta la rabbia per questo “doppio accanimento” delle istituzioni: da un lato sentono la fatica che la lentezza per smuovere il colosso-apparato genera; dall’altro la rabbia per l’ingiustizia subita dai propri fratelli nella ricerca e, paradossalmente, nell’ottenimento della giustizia, le espulsioni come arma e come vendetta istituzionale su quanti si sono resi protagonisti della lotta e, nonostante la vittoria ottenuta, come strumento ancora di amministrazione “normale” dell’immigrazione, deterrente all’azione e ostinazione al muro contro muro anche quando si dimostra l’illegittimità di tali procedure.<br />
Da più parti si esprime la necessità di superare la funzione di pressione sulle istituzioni per arrivare all’impatto “contro” l’istituzione. Nel momento attuale, questa strategia mostra alcune possibilità, ma anche alcuni problemi.<br />
Concentrarsi sullo scontro frontale con l’istituzione, nell’ottica di un suo affondamento (leggi, caduta del Governo) porta in positivo la possibilità (e la necessità) di incontrare altri segmenti sociali di resistenza e quindi approfondire l’alleanza delle componenti sociali “ribelli” al dogma neo-liberista, per una società dove l’essere umano viene prima del denaro e degli interessi ad esso connessi. Permette quindi di mettere in discussione i principi stessi su cui si fonda l’odierno “governo dell’esistente” e incidere verso un cambiamento, una nuova direzione (e, detto in soldoni, aiuta a liberarsi dal rischio, se portato avanti con coerenza, che caduto questo Governo tornino le Turco e i Napolitano, i Berlinguer e gli Zecchino, i flessibilizzatori e i confindustriali “di sinistra”).<br />
Il rischio maggiore, che è quasi certezza visti i precedenti, è una chiusura ancora più autoritaria da parte delle istituzioni e un rilancio da parte delle forze xenofobe di una politica dell’identità e dei confini, anche in vista delle future elezioni.<br />
Quando si impatta, a livello delle lotte, con il “politico”, o ci si pone nell’ottica della sua trasformazione, oppure si è in grado di praticarne la sostituzione tramite l’organizzazione della lotta stessa.</p>
<p>redcat</p>
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		<title>Le opere inutili non bastano mai</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il Civis un altro mostro a Bologna: si chiama People Mover ed è una monorotaia sopraelevata che dovrebbe collegare la stazione centrale all’aeroporto. A Bologna esiste già il Servizio Ferroviario Metropolitano che consentirebbe un collegamento rapidissimo (6 minuti) fra aeroporto e stazione con un investimento di denaro pubblico di molto inferiore, la stazione “Aeroporto” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il Civis un altro  mostro a Bologna: si chiama People Mover ed è una monorotaia sopraelevata che dovrebbe collegare la stazione centrale all’aeroporto. A Bologna esiste già il Servizio Ferroviario Metropolitano che consentirebbe un collegamento rapidissimo (6 minuti) fra aeroporto e stazione con un investimento di denaro pubblico di molto inferiore, la stazione “Aeroporto” dovrebbe solo essere ristrutturata ed è a 700 metri dal terminal aeroportuale.  Ed esiste da anni un collegamento tra stazione FS e aeroporto che si chiama BLQ, l’autobus che in 15 minuti raggiunge lo stesso scopo e non ha bisogno di grandi opere.<br />
Invece si vogliono spendere 100 milioni di euro più IVA per costruire il People Mover, un’opera che mangia territorio, devasta l’ambiente e costa tantissimo. Cento milioni di euro in parte finanziati dalla RER (noi), in parte coperti da un contributo del Comune (noi) e il resto, il 65% circa, in project financing.<br />
Project financing dovrebbe voler dire che un privato investe in un’opera dalla cui gestione avrà un ritorno economico, e quello sarà il guadagno del suo investimento: la collettività ci guadagna perché si trova a disposizione l’investimento e il privato ci guadagna perché la gestione del bene è redditizia.  Questa è la teoria.<br />
Però la prima gara indetta per la costruzione e la gestione del P.M. andò deserta, segno che nessun privato ci credeva. Nelle condizioni della seconda gara venne previsto un contributo del Comune più cospicuo. A quella seconda gara partecipò solo  CCC che vinse l’appalto, naturalmente, ma costituì subito dopo una società con ATC – la Marconi Express –  basata su un accordo che prevede il passaggio della totalità delle quote alla stessa ATC entro pochi anni. Quindi sarà  l’azienda pubblica (noi) a farsi carico delle eventuali perdite.  CCC invece sarà il fornitore di Marconi Express, presenterà e incasserà le sue fatture, e quindi non ci rimetterà mai comunque vadano le cose. Altro che project financing, paghiamo tutto noi cittadini.<br />
Non ci sono soldi per gli asili, per il trasporto pubblico, per le scuole. Non ci sono soldi per gli anziani né per la sanità. Ma per le grandi opere inutili o addirittura dannose i soldi si trovano sempre. </p>
<p>Daniela V.</p>
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		<title>Violenza sulle donne: Quante ancora?</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:17:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai sono più di cento. Tutte donne. Tutte ammazzate. Gli assassini, uomini. Uccise perché donne. Gli uomini che stuprano, molestano, ammazzano sono di ogni colore, razza, religione, etnia, ceto sociale, classe. La violenza sulle donne non bada ai documenti né al reddito. In Italia le donne vengono uccise perché tali. Ricche, povere, disoccupate, immigrate, brutte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai sono più di cento. Tutte donne. Tutte ammazzate. Gli assassini, uomini. Uccise perché donne. Gli uomini che stuprano, molestano, ammazzano sono di ogni colore, razza, religione, etnia, ceto sociale, classe. La violenza sulle donne non bada ai documenti né al reddito. In Italia le donne vengono uccise perché tali. Ricche, povere, disoccupate, immigrate, brutte, modelle, madri, sorelle, bambine.<br />
Questo tipo di morti femminili sono in media più di un centinaio<a class="fn-ref-mark" href="#footnote-1" id="refmark-1"><sup>1</sup></a> all’anno e analizzando la situazione italiana in quanto a rapporti fra sessi non possiamo vedere gli omicidi come singoli casi. I modelli di genere tradizionali sono ben radicati nella mentalità collettiva e vengono riproposti costantemente nella pubblicità, nel privato, nei prodotti culturali, nella politica. Le donne son ancora rappresentate spesso come deboli, prede, passive, indifese, fragili, mentre l’uomo è forte e predatore. Le imposizioni di ruoli sono presenti soprattutto nell’ambito domestico e coniugale e non è un caso infatti che la maggior parte delle donne vengano uccise nel “privato”: il 70% degli omicidi si consuma a casa. Al di là dell’immagine di madre devota  e della serva della casa le donne sono usate spesso come cestino di frustrazioni, malumori, deposito non solo di compiti fisici ma anche morali nell’ascoltare e farsi carico di problemi altrui. Angelo del focolare, della morale, dei sentimenti, dei bisogni. Quando da queste situazioni di denigrazioni, controllo e  privazione si cerca di uscire iniziano le persecuzioni, lo stalking, la violenza. Sicuramente queste poche righe non soddisfano un’analisi completa sui femminicidi, ma è necessario tenere a mente il contesto culturale in cui muoiono le donne per mano maschile, senza che ciò diventi una giustificazione, ma un elemento da tenere in considerazione per capire meglio tali omicidi.<br />
Molto spesso gli assassini hanno già denunce per stalking. Ciò dimostra come  burocrazia, polizia, carceri, magistrati ecc.. non garantiscono una reale sicurezza. A dirla tutta da quando è nato il reato di stalking sono aumentati i delitti contro le donne e spesso dentro questo reato vanno a confluire molestie più gravi come  il tentativo di omicidio, lo stupro, l’aggressione, la violazione di domicilio privato, il sequestro di persona, il rapimento di minore e varie altre cose<a class="fn-ref-mark" href="#footnote-2" id="refmark-2"><sup>2</sup></a>. Probabilmente le donne sono più utili al pacchetto sicurezza che non il contrario. L’immagine della donzella in difficoltà, della fanciulla che corre via dal bruto e della fragilità femminile sono utili per creare nuovi mostri: infatti nel nostro bel paese sessismo e razzismo sono una coppia agguerrita. Complice di tutto ciò la politica xenofoba somministrata ben bene dalla stampa. Per ogni morte in cui è coinvolto anche solo marginalmente uno straniero, o si ha il vago dubbio della colpevolezza, i telegiornali impazziscono con servizi costruiti specificamente per creare il mito dell’extracomunitario che oltre a rubare il lavoro stupra “le nostre donne”. Perché quando ci si preoccupa di una violenza lo si fa strumentalmente a fini xenofobi e in senso paternalistico: le donne italiane non possono essere prese da qualcun altro, bisogna proteggerle, uno straniero le “nostre donne” non le tocca. Anche per gli omicidi che avvengono in ambienti familiari, ma di altre culture, non si risparmiano i dettagli parlandone per più giorni possibile, come se il maschilismo fosse una pratica barbara di culture altre, mondi incivili. Si dimentica che le donne in Italia vengono uccise per lo più da italiani (il 76%). Ma il ruolo della stampa non si limita al semplice razzismo. Di donne uccise se ne parla sempre poco e male nonostante la gravità dei numeri, gravità maggiore se si pensa a tutte quelle donne, che riuscendo a restar vive, non denunciano la violenza e sono la maggior parte. Quando si arriva al peggio si dedica sempre molto tempo a parlare dell’assassino e quando è italiano si cerca di analizzarlo, giustificarlo quasi comprenderlo. Ha perso il lavoro, era frustrato, aveva problemi. Oppure si parla di passione, di gelosia. Si usano termini come “raptus” e “follia omicida” come se solo chi ha seri problemi psichiatrici uccidesse le donne. Ma negli ultimi 5 anni meno del 10% degli assassini soffriva di patologie psichiatriche. In più si parla spesso di depressione e si alimenta un altro falso stereotipo per cui il depresso può diventare un folle omicida, dimenticando che sono proprio molte donne a soffrire di questo disturbo e non per questo fanno stragi di mariti. Negli articoli e servizi che riguardano le donne ammazzate, quando si dedica qualche frase alle vittime, se si trova qualcosa di non consono alla morale comune come un amante o relazioni extra coniugali, non ci si limita nei dettagli; oppure si racconta del rapporto con l’omicida quasi a cercare una qualche causa o una colpa. Inoltre la “gelosia” è frequentemente presentata come causa delle morti. Qui sta un doppio gioco di giustificazione dell’assassino e di controllo femminile, insomma dando la colpa alla gelosia si sta quasi ad indicare alle donne di “far da brave”, di non avere comportamenti che possano far scatenare le ire del partner, come se le donne certe morti orribile se le cercano.<br />
La violenza sulle donne è visto come male oscuro, raro, relegato ai malati di mente, agli stranieri incivili, a chi ha problemi, a situazioni particolari, falsificando dati e insabbiando la trasversalità di tali omicidi.<br />
Polizia, magistratura, oscene campagne contro lo stalking non sono sicuramente dalla parte delle donne. Lo stato patriarcale vive sulle discriminazioni di genere e sullo sfruttamento delle donne. Per non parlare poi delle immagini femminili propugnate dall’attuale governo che inoltre, visti i tagli, costringe i centri antiviolenza a chiudere. Non è impresa facile l’analisi dei femminicidi e del retroscena culturale in cui si compiono tali delitti ma non si può esser indifferenti al maschilismo che accompagna la vita di tantissime. Comunicare fra donne, riconoscere le stesse sofferenze di cui moltissime sono vittime e non vedersi più come passive, impotenti o sole aiuta nella costruzione di  una rete solidale fra donne  che è più potente di ogni forma di brutalità maschile.</p>
<p>Debs</p>
<div id="footnote-list" style="display:inherit"><span id=fn-heading>Note a pié di pagina</span>    (↵ returns to text)
<ol>
<li id="footnote-1" class="fn-text"> La Casa delle Donne ha svolto un’indagine sul femmicidio in Italia nel 2010 (tutti i dati citati sono presi da tale indagine).<a href="#refmark-1">↵</a></li>
<li id="footnote-2" class="fn-text"> www.femminismo-a-sud.noblogs.org e www.bollettinodiguerra.noblogs.org sono due siti che si occupano di donne  e femminismo e in particolar modo il secondo di femminicidi.<a href="#refmark-2">↵</a></li>
</ol>
</div>
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		<title>Già prima dell’autunno, a Bologna</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:13:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante le prime settimane di settembre a due compagni bolognesi è stato notificato il foglio di via obbligatorio da Bologna, correlato da diverse denunce per i fatti più ridicoli volte a rafforzare la validità della misura preventiva. Questo provvedimento è caratterizzato da un’ampia discrezionalità, essendo applicato direttamente dal questore senza il passaggio davanti a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante le prime settimane di settembre a due compagni bolognesi è stato notificato il foglio di via obbligatorio da Bologna, correlato da diverse denunce per i fatti più ridicoli volte a rafforzare la validità della misura preventiva.<br />
Questo provvedimento è caratterizzato da un’ampia discrezionalità, essendo applicato direttamente dal questore senza il passaggio davanti a un giudice, che sulla base di comportamenti ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblici può predisporre l’allontanamento del soggetto in questione dal territorio comunale per un periodo massimo di tre anni.<br />
La dicitura “comportamenti” è centrale nella comprensione del testo di legge, autorizza, infatti, l’allontanamento coatto dal proprio comune di domicilio o addirittura di residenza (come nel caso della compagna cui è stato notificato la scorsa settimana) non sulla base di denunce né tantomeno di condanne, bensì sulla base di condotte, atteggiamenti, addirittura frequentazioni e amicizie che di per sé non costituiscono alcun tipo di reato, anzi, mancando dei chiari riferimenti legislativi che determinino distintamente cosa costituisce suddetta “pericolosità” è lasciato alle autorità uno spazio operativo decisamente amplio.<br />
Non è difficile capire come tale provvedimento sia facilmente utilizzabile come strumento di controllo sociale a scopo puramente repressivo.<br />
Alcune delle motivazioni addotte dalla questura per giustificare la misura preventiva ai danni dei due compagni mostrano chiaramente l’intento dei tutori dell’ordine costituito: la partecipazione alle manifestazioni di protesta nell’ambito del movimento no Gelmini e contro l’apertura della nuova sede di casa Pound a Bologna, la presenza attiva all’interno dell’ “aula c autogestita”, la frequentazione del circolo di documentazione anarchico “Fuoriluogo”,  rientrano tra le condotte ritenute pericolose, in grado di giustificare un provvedimento di natura fortemente restrittiva e delle conseguenze immediate e drastiche sulla vita e la libertà dei singoli.<br />
Nell’ultimo anno l’aumento di questo tipo di misure preventive è stato esponenziale così come la crescita della conflittualità sociale legata agli effetti della crisi economica, sociale e politica che sta investendo il mondo che conosciamo, costruito sui modelli del capitalismo e dello statalismo, investito continuamente da sollevazioni e rivolte.<br />
Il ritornello è conosciuto, ripetuto con ogni mezzo e in ogni forma: obbligare a un determinato modello di comportamento, atteggiamento, consumo; militarizzare strade, piazze, valli; eliminare il dissenso e prima e oltre il dissenso, il difforme, l’estraneo, il diverso.<br />
E se tutti gli sforzi ancora non bastano reprimere, reprimere, reprimere.<br />
Isolare, esiliare, rinchiudere le lotte, le idee, gli affetti.<br />
L’intento è chiaro: colpire tutte quelle persone attive nell’opposizione a un esistente squallido e precario nello sterile tentativo di placare la tempesta che si sta abbattendo sul loro modello di progresso fatto di bombardamenti e repressione, basato sulla distruzione delle persone e dell’ambiente, quel modello che si è già abbondantemente dimostrato autodistruttivo e fallimentare.</p>
<p>Petirrojo</p>
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