“Ikea, i diritti non si smontano”

Multinazionali. Sciopero riuscito, si ferma l’80% dei seimila addetti nei megastore italiani. La Filcams Cgil: “Con la disdetta del contratto integrativo, i part-time che sono il 70% dei lavoratori guadagnerebbero circa 550 euro al mese invece di 750″.

La multinazionale minimizza. Ma è riuscita a tenere aperti i suoi 21 megastore italiani solo grazie al lavoro degli stagisti e dei lavoratori a tempo determinato, cui si sono affiancati gli stessi dirigenti per tenere aperta qualche cassa. Lo sciopero all’Ikea è riuscito, alla fine Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs parlano di un’adesione dell’80%, calcolando una media nazionale.

Ma ad esempio a Sesto Fiorentino ha incrociato le braccia più del 90% degli addetti, così come a Collegno nel torinese: “Noi abbiamo organizzato anche un tranquillo corteo interno – segnala Stefano Morgantini – e ci siamo accorti che il punto vendita restava aperto solo grazie ai tempi determinati. Che di fatto sono una sorta di prigionieri politici”.

La lotta per riconquistare il contratto integrativo prosegue. Il nuovo round è già stato fissato per il 22 luglio prossimo. E se la multinazionale insiste, almeno a parole, sulla linea dura, le categorie confederali del commercio vanno avanti con la benedizione dei vertici di Cgil, Cisl e Uil: “Pieno sostegno e solidarietà ai lavoratori di Ikea in lotta per una giusta causa”, scrive su twitter Anna Maria Furlan. Mentre Susanna Camusso conia l’hashtag #IdirittiNonSiSmontano#, e Carmelo Barbagallo approfondisce: “Anche l’Ikea cade vittima della sindrome della multinazionale. Il grande gruppo svedese, fino a ieri modello di corrette relazioni sindacali, in nome di un maggior profitto cancella anch’esso, in un colpo solo, anni di attenzione ai problemi del lavoro”.

Ad accompagnare lo sciopero ci sono stati tanti presidi davanti ai megastore. Da una parte all’altra della penisola centinaia di lavoratori e lavoratrici si sono impegnati in volantinaggi per informare una clientela generalmente all’oscuro dello sciopero. Sono stati organizzati cortei interni ed esterni ai punti vendita, piccoli comizi, letture pubbliche e miniconcerti, flash mob davanti ai megastore romani di Anagnina e Bufalotta. C’è stato un simbolico funerale del contratto integrativo, e anche una cocomerata. “Molti clienti hanno solidarizzato – fanno sapere Filcams & c. — preferendo sostenere la lotta e rimandando gli acquisti”. Altri hanno fatto finta di nulla e sono entrati.

Davanti all’Ikea di Sesto Fiorentino anche Giuliana Mesina, segretaria nazionale della Filcams Cgil: “Siamo soddisfatti, è stata una risposta importante da parte dei lavoratori. Difficile per l’azienda non tener conto di questo collettivo di persone, così unito e solidale nel rivendicare i suoi diritti. Perché la disdetta del contratto integrativo, unita alla richiesta di diminuire o eliminare alcune voci retributive, si fanno sentire. Particolarmente su quel 70% dei seimila addetti con contratti part-time”.

All’Ikea di Collegno lavora Stefano Morgantini, anche lui della Filcams: “La disdetta del contratto affonda in particolare chi ha un part-time a 20, 24 o 28 ore. Sono più della metà dei miei colleghi. Persone che senza premi e domeniche guadagnerebbero circa 550 euro al mese, e solo grazie alle integrazioni arrivano a 750″. La multinazionale replica: “Il quadro del mercato è radicalmente cambiato, quell’integrativo con festività pagate al 130% e premi aziendali fissi non si potrà più avere”. Ma Morgantini puntualizza: “Solo chi ha il vecchio contratto per lavorare la domenica riceve il 130% in più della paga giornaliera. Ma sono solo il 10% dei dipendenti. Per tutti gli altri il lavoro festivo vale il 30% in più, non oltre”.

Non basta. Ikea vorrebbe rendere variabile il premio aziendale che i lavoratori ricevono a fine anno, e cambiare i criteri per il premio di partecipazione. “Sono misure che renderebbero il lavoro più precario — chiarisce Morgantini — con un premio fisso tutti, part-time e full-time, sanno di poter contare su una settantina di euro in più al mese”. Senza contare che questa decisione unilaterale dell’azienda spazza via gli accordi interni ai singoli punti vendita, faticosamente ottenuti negli anni: “Piccoli ma importanti traguardi come la pausa di quindici e non di dieci minuti, e le otto festività ‘ sacre’ pagate al 130%”.

A tirare le somme Vincenzo Dell’Orefice della Fisascat Cisl: “Il premio aziendale e le maggiorazioni per il lavoro domenicale festivo rappresentano due istituti contrattuali che incidono, rispettivamente, solo per l’1,9% ed il 5,3% sul costo dell’ora lavorata. Per questo consideriamo incomprensibile la decisione di recuperare le perdite di conto economico (per Ikea 53 milioni negli ultimi tre anni, ndr) esclusivamente su questi due istituti contrattuali, del tutto ininfluenti ai fini del miglioramento della gestione. Più in generale, riteniamo insensato agire tanto drasticamente sul costo del lavoro”.

[tratto da http://ilmanifesto.info]

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