Baruffe in sacrestia – Unioni civili e sacralità della famiglia

 L’attuale dibattito parlamentare sulle unioni civili, per quanto acceso, maschera lo spirito conservatore di entrambi i contendenti. Nessuno mette un dubbio la sacralità della famiglia.  La differenza verte tra:

- la visione tradizionalista, legata al modello di famiglia che ha il suo pilastro nella Chiesa cattolica romana;

- la visione laicista che, proponendo una modello di famiglia flessibile, prende atto dei mutamenti intercorsi nelle relazioni sentimentali.

In realtà, con questa soluzione, i laicisti cercano solo di salvare un’istituzione superata e di fatto inesistente. Oggi, in Italia, la famiglia sta vivendo uno stato di profonda crisi ancor più incancrenito da lacci e lacciuoli che sono frutto della connivenza tra preti e governo. A ben vedere, la famiglia resta in vita solo grazie a iniezioni di vitamine ideologiche (ovvero palle), con l’unico scopo di supplire alle carenze di un welfare state sempre più anemico, dandogli un contributo essenziale con la cosiddetta «sussidiarietà», tanto cara ai cattolici.

Prendere atto di questa situazione, vorrebbe dire mettere in discussione il presupposto della famiglia: la proprietà privata, ovvero il sacro fondamento della società borghese. E questo è un tabù neppure da sfiorare a livello di ipotesi utopica. Questione che affronterò appena mi sarà possibile, tornando al vecchio Marx[1].

Ora, mi soffermo su controversie assai più terra terra, cercando di capire come mai la faccenda si sia impantanata in una bega tanto meschina e retriva.

Una tradizione familista e bigotta

È chiara la natura reazionaria del fronte avverso alle unioni civili. Meno chiara è la natura sagrestana del fronte favorevole che ha il suo pilastro nel Partito Democratico, un partito che ha ereditato quanto di peggio c’era in fatto di inciuci (trasformismo) nel fu Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti e nella fu Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Neppure a farlo apposta, la promotrice della legge, Monica Cirinnà, proviene da un’altra parrocchia, laicista (gli ex verdi dell’ex laicista Francesco Rutelli).

Anche i bambini sanno che la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi era legata a filo doppio al Vaticano. Mentre molti adulti (ingenui) pensano che il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti fosse un partito laicista e progressista, moderatamente, ben inteso. Errore!

Sono molti i fattori che contribuirono a spingere i nazional-comunisti nelle braccia del familismo più retrivo. In primis, il «partito nuovo» di Togliatti accolse cani e porci, dagli ex fascisti ai cattocomunisti, tutta gente quindi poco sensibile, se non contraria, a una visione laicista della famiglia.

Ma c’è di peggio. Il Migliore, come veniva chiamato Togliatti dai suoi fidi, pensava di essere un fine politico, un furbacchione … E molti lo considerano tale ancor oggi[2]. Nella tattica dell’unità nazionale, il governo con la DC, volle essere più realista del re, per tenere in piedi una situazione del tutto contingente e precaria, come i fatti dimostrarono. Pensava che votando l’articolo 7 della Costituzione (il Concordato) si potesse assicurare una lunga permanenza al governo. Era il 25 marzo 1947. Dopo due mesi, 1° giugno 1947, De Gasperi scaricò Pci e Psi. E il Pci fu relegato all’opposizione (convection ad exludendum), da cui non ne uscì più, nonostante le avances del «compromesso storico» lanciate da Enrico Berlinguer a metà degli anni Settanta.

Trasformismo di corto respiro

Il Migliore pensava che fosse una momentanea battuta d’arresto. E non volle rimuovere le radici della cultura familista che, ormai, erano state piantate in profondità, grazie anche al contributo della sua consorte morganatica la mai abbastanza deprecata Leonilde Iotti. Quando sorse la possibilità di introdurre il divorzio,  sulla rivista teorica del partito, «Rinascita», la Nilde scriveva:

«Riguardo all’indissolubilità del matrimonio, consideriamo inopportuno porla in discussione, soprattutto per le considerazioni già svolte circa la necessità del rafforzamento dell’istituto familiare»[3].

All’imperante familismo di marca cattolica, il fu comunista Umberto Terracini cercò di apportare un po’ di salsa classista. In un comizio, di fronte agli operai di Terni, sostenne che il divorzio era «roba da ricchi», un lusso borghese non destinato ai proletari[4].

Dalle dichiarazioni ufficiali, il veleno familista veniva iniettato nei sentimenti popolari con una stile ipocrita, degno di «Famiglia Cristiana» di quegli anni. Ci pensavano «Vie Nuove», il settimanale popolare, voce ufficiosa del partito, diretto da Luigi Longo, e «Noi donne», giornale dell’Unione donne italiane, emanazione del Pci. Alla rubrica Scrivete di voi a Michela, una lettrice di Catanzaro scriveva che il marito la tradiva e chiedeva: «Come posso fare? Cercarmi anch’io un altro legame o restare fedele a mio marito?» Ed ecco la risposta:

«Sii gentile con tuo marito, preparagli sem-pre una buona cucina, non fargli mancare gli abiti puliti e stirati, fargli sapere che intendi svolgere un’attività qualsiasi per sentirti occupata, mostrati intelligente, e comprensiva. Sono sicura che i rapporti con tuo marito miglioreranno»[5].

È un esempio tra i tanti di un clima che pervadeva non solo i militanti ma anche molti intellettuali più o meno vicini al Pci, poeti e scrittori come Alfonso Gatto e Renata Viganò cadevano nella medesima retorica da sacrestia.

Ancor più rigide erano le chiusure riguardo all’abor-to. Il riferimento era la gioiosa vita sovietica, regolata da una normativa non altrettanto «gioiosa», sorvolando che, all’indomani della Rivoluzione dell’ottobre 1917, era stata varata una legislazione assai avanzata in tema di divorzio, aborto e, in generale, di uguaglianza tra i sessi, favorendo le donne.

I panni sporchi, si lavano in famiglia

La strisciante pruderie piccolo borghese dell’élite nazionalcomunista non escludeva l’aborto per salvare le apparenze. Quando fu eletta all’Assemblea Costituente (2 giugno 1946), Teresa Mattei era in attesa di un figlio il cui padre era già coniugato. A questo proposito Teresa ricorda:

«Togliatti voleva farmi abortire per timore dello scandalo, ma quel figlio io lo volevo … Dissi a Togliatti “Le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresento io”[6]».

Decisione coraggiosa che però non avrebbe scalfito l’ipo-crisia bacchettona del Pci, di cui abbiamo icastiche descrizioni nelle pagine di Guido Morselli e di Ermanno Rea[7].

Ci sarebbe anche da ridere. Purtroppo la crociata contro divorzio e aborto avrebbe aggravato ancor di più le tragedie familiari causate dal grande flusso migratorio che colpì il Mezzogiorno d’Italia a metà degli anni Cinquanta. Ma anche di fronte a questo disastro, la nomenclatura nazional comunista restò cieca e sorda.

Finalmente, nel 1966, il divorzio venne introdotto anche in Italia, per iniziativa del liberale Antonio Baslini e del socialista Loris Fortuna, sull’onda della campagna sostenuta dal Partito radicale e dal settimanale scandalistico «Abc».

Cautela, prudenza, sempre un passo indietro

E quando nel 1974 i clerico-fascisti cercarono di abrogare la legge, il Pci di Berlinguer scelse la cautela, non volendo turbare le prime avances del compromesso storico con la DC, e senza neppure intuire quando bolliva nella società italiana. Il movimento contro l’abro-gazione, con iniziative in gran parte spontanee, affrontò preti e squadristi, riportando un netto successo che sfiorò il 60% dei voti. DC e Pci restarono di palta.

I tempi erano più che maturi anche per una legge che consentisse l’aborto. Dopo un po’ di turbolenze, e qualche compromesso, entrò in vigore nel 1978.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma in Italia i tempi del diritto e della politica si sono fermati in Vaticano. I laicisti d’antan si son fatti vecchi e timorosi del buon dio. Mentre in Irlanda, una volta roccaforte dell’oscurantismo clericale, grazie al referendum del 22 maggio 2015, è il primo Paese al mondo a introdurre nella Costituzione il matrimonio tra persone dello stesso sesso. In Italia, c’è poco da stare allegri.

Col back ground clerical-trasformista cui ho accennato, ci ritroviamo con le anime belle che, millantando «casi di coscienza», calano le braghe, favorendo compromessi deteriori con le lobbies dell’assistenza clerical-privatistica, dal nido al hospice…

Dino Erba, Milano 18 febbraio 2015.

Molte informazioni di questo articolo sono tratte da:  Arturo Peregalli, PCI 1946-1970. Donna, famiglia, morale sessuale, Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, Studi e ricerche, n. 27, gennaio-febbraio 2001. Da leggere!

[1] Vedi Il sole non sorge più a Ovest, recensione al libro di Kevin Kevin B. Anderson, Marx aux antipodes. Nations, ethnicité et sociétés non occidentales, Edition Syllepse, Paris – Editeur M, Québec, 2015.

[2] Francesco Piccolo, Rivalutare Togliatti, «La Lettura», 19 febbraio 2014. Perle di insipienza!

[3] Leonilde Iotti, La famiglia e lo Stato, «Rinascita», n. 9, settembre 1946, pp. 224-225.

[4] Cfr. «L’Unità», 3 dicembre 1946, cit. in Alessandro Portelli, Biografia di una città: Terni (1830-1985), Einaudi, Torino, 1985, p. 359.

[5] Scrivete di voi a Michela, «Noi donne», n. 4, 8 marzo 1947, p. 2.

[6] Patrizia Pacini, La costituente: storia di Teresa Mattei. La battaglia della partigiana Chicchi, la più giovane madre della Costituzione. Con interviste a Oscar Luigi Scalfaro e Valerio Onida, Altraeconomia Edizioni, Milano, 2011, pp. 146-147.

[7] Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976; Ermanno Rea, Mistero napoletano. Vita e passione di un comunista negli anni della guerra fredda., Einaudi, Torino, 1995.

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