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http://italy.indymedia.org/news/2006/10/1162791.php Nascondi i commenti.

[Carcere di Nuoro] - Post Dinamico
by (((i))) Monday, Oct. 09, 2006 at 6:10 PM mail:

Post dedicato alla raccolta di informazioni, aggiornamenti e approfondimenti


.: Leggi la feature "Carcere di Nuoro" | "post dinamici - howto" :.

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Notte da ergastolano
by dal newswire Thursday, Oct. 12, 2006 at 10:48 PM mail:

http://italy.indymedia.org/news/2006/10/1164096.php

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Quattro ore per la vita
by racconti da Nuoro Thursday, Nov. 09, 2006 at 8:56 PM mail:

Testimonianza di Aldo Gionta, detenuto nel carcere di Badu e Carros

Giovedì sette settembre 2006
Ore sette del mattino, la guardia della sezione mi chiama: "Gionta si prepari deve andare a fare il permesso…". Mi alzo dal letto in fretta e furia, faccio una veloce colazione con una merendina ed un succo di frutta, mi faccio la barba, dalla fretta mi taglio leggermente, mi lavo, mi metto un po’ di profumo per levarmi di dosso l'odore della galera e mi vesto. Sono pronto e mi metto davanti al cancello ed incomincio a pensare ed ad immaginare cosa proverò nel vedere ed abbracciare mia moglie ed i miei figli dopo quattordici anni.
Quando mi hanno arrestato il maggiore dei miei due figli V. aveva dieci mesi, ora ha quindici anni, e la mia bambina G. è nata che ero già in prigione da tre mesi, ora compie quattordici anni. Finalmente la guardia ritorna e mi chiede se sono pronto gli rispondo che sono pronto da ben quattordici anni… Mi aprono il blindato della cella poi il cancello, esco dalla sezione, entro nella rotonda, salgo le scale, mi spoglio, mi perquisiscono, mi rivesto, mi mettono le manette ed accompagnato da tre uomini di scorta ci avviamo alla porta centrale nel gergo carcerario, per chi esce chiamata porta del paradiso, per chi entra porta dell'inferno. Attraversiamo ancora ben quattro cancelli, finalmente ci troviamo davanti all'ultima porta dove c'è il blindato con quattro uomini ed una macchina di staffetta con altre tre guardie dentro ad aspettarci.

Il viaggio dura pochi minuti perché il convento delle suore dove trascorrerò le quattro ore di permesso con la famiglia dista dal carcere pochi chilometri. Una volta arrivati e sceso dal blindato incontro suor Beatina che mi accoglie con un sorriso ed un buon giorno, rispondo con gli occhi bassi perché ho ancora le manette ai polsi e mi vergogno. Guidati dalla suora entriamo in una sala abbastanza grande con una piccola cucina interna, mi levano le manette ed aspetto che arrivi la mia famiglia. Il cuore mi batte forte, un po’ per il caldo, un po’ per l'emozione incomincio a sudare e per un attimo mi viene il dubbio che va a finire che per la gioia ci lascio le penne… Guardando fisso alla porta dove entrerà la mia famiglia penso con dolore e sofferenza ai problemi psicologici di mia figlia e alla dura lotta che ho dovuto affrontare per ottenere di incontrare la mia bambina fuori delle mura di un carcere. Per ben undici anni l'ho sempre incontrata dietro un vetro divisorio per una sola volta al mese, perché sottoposto allo stato di tortura del 41 bis, senza potergli dare una carezza ne un bacio… Ripercorro le tappe… Faccio presente al magistrato di sorveglianza, allegando relativa documentazione di psicologi e psichiatri, che mia figlia frequenta un centro di riabilitazione perché la bambina ha effettuato gesti di autolesionismo. Il magistrato di sorveglianza invia visita di controllo a casa, il medico attesta che la bambina ha seri problemi affettivi soprattutto per la mancanza della figura paterna. Nonostante questo il magistrato respinge la richiesta di un breve permesso da trascorrere con la bambina in un ambiente fuori della prigione. Mi colpisce, mi ferisce, mi fa arrabbiare soprattutto la motivazione: "…la bambina non versa in gravi condizioni di salute e non è in imminente pericolo di vita". Ne parlo con l'amico Carmelo che mi consiglia di ricorrere al tribunale di sorveglianza di Sassari, cosa che io faccio subito.

Passano i giorni e aspetto l'avviso della data della fissazione dell'udienza, nel frattempo la mia famiglia è in apprensione, è l'ultima possibilità, al telefono ho promesso a G. di stare tranquilla che presto ci saremo visti fuori… L'ho promesso a mia figlia… non posso fallire, ce la devo fare!
Arriva il giorno di andare al Tribunale di Sorveglianza di Sassari, siamo io e Carmelo perché oltre al mio permesso c'è la discussione del reclamo per presenziare alla rappresentazione esterna di un libro di poesie collettivo. Dopo qualche minuto di anticamera mi chiamano, Carmelo mi dice "in bocca la lupo" io rispondo "crepi" ed entro nell'arena dei leoni determinato a parlare con il cuore e non con la mente. Il clima è sereno, tutti mi salutano e mi mettono subito a mio agio… Dopo la relazione del giudice a latere il Presidente mi chiede se ho qualcosa da dire e prendo la parola con la speranza che mi ricordi tutto il discorso che da giorni mi ero preparato ed inizio a parlare. "Signor Presidente,signori giudici, per fortuna mia figlia non è in pericolo di vita… la mia bambina non è malata per problemi fisici ma soffre per motivi psicologici ed affettivi… a causa del duro regime a cui sono sempre stato sottoposto l'ho vista sempre dietro un vetro senza mai un momento di fisicità per scambiare un bacio, una carezza. E tutt'ora quando mi viene a trovare in carcere domanda a sua madre se ci sarà ancora il vetro e piange per la paura di non poter toccare papà… è convinta che è colpa sua che il papà è in carcere perché è una bambina cattiva… per me parlare e parlare di queste cose è uno strazio… datemi la possibilità di incontrarla in un ambiente che non sia un carcere… per una volta datemi l'opportunità di farla felice… la mia bambina è l'inizio e la fine del mio mondo".
Ad un tratto il Presidente con un sorriso benevolo mi domanda dove eventualmente vorrei usufruire il permesso. Gli rispondo… in qualsiasi posto dove non ci siano sbarre e cancelli, andrebbe bene anche nella casa delle suore… E subito dopo il Presidente da la parola al Procuratore generale ed incredibilmente costui da il parere favorevole al permesso. Sento un tuffo al cuore, è la prima volta che accade che la pubblica accusa è a me favorevole…

Mentre pensavo al viaggio di ritorno al carcere di Nuoro fiducioso, sento dei passi avvicinarsi e delle voci familiari, a parte il gel che mi sono messo mi si raddrizzano i capelli e sto con le orecchie tese ed ecco che spunta V. che mi salta addosso e rischia di farmi cadere perché ormai è un ometto, più alto e grosso di me. Subito dopo mi abbraccio la mia bambina la bacio sulle guance e sulle labbra e lei ride, si fa rossa e sembra il sole della mia vita. Poi è il turno di mia moglie, di mio cugino e di sua moglie con i loro due bambini.
Ci sediamo, mi girava la testa e guardavo l'orologio, quattro ore sarebbero passate in fretta, dovevo stare attento a non sprecare neppure un minuto e ne un secondo… Dovevo immagazzinare bene nella mia mente e nel mio cuore questi momenti per i tempi brutti e tristi che ci sarebbero stati in futuro dato che il mio fine pena è ancora lungo, troppo lungo… Pensando a questo tenevo la mano alla mia bambina come se fossimo due fidanzati e lei poverina non era abituata e si vergognava. Invece mio figlio era molto più a suo agio, parlava continuamente e toglieva spazio alla sorella ed al resto della famiglia. Non sapevo con chi parlare, chi abbracciare, chi baciare e chi guardare, mi sentivo come un assetato nel deserto che tutto ad un tratto si trova davanti ad un mare d'acqua dolce…
Verso le undici e mezzo mio cugino e V. vanno a prendere il pranzo in trattoria e tornano con tanta roba buona da mangiare. Dopo 14 anni mi trovo a tavola con la famiglia ma con il problema che non riesco più a tenere in mano un coltello, anche la forchetta d'acciaio sembra che pesa un chilo per non parlare dei bicchieri di vetro e dei piatti… In carcere si mangia con i piatti di carta, le posate di plastica ed i bicchieri di carta sembrano delle piume.
Tutto ad un tratto prendo la bottiglia di spumante per fare un brindisi ma non riesco ad aprirla, ha un tappo complicato… Penso a come sarò difficile quando uscirò a riabituarmi alla libertà, ma ce ne fossero di questi problemi, li affronterei domani stesso, invece purtroppo mi aspettano ancora quasi dieci anni di carcere e guardo continuamente l'orologio… Non ho appetito anche perché ho paura che se perdo tempo a mangiare il tempo passa più in fretta. Mi metto a parlare di musica classica con mia moglie e di come mi piacerebbe portarla alla Scala ed ascoltare un concerto. Lei affettuosamente mi dice se nella vecchiaia sono diventato romantico… e che spero di avere il tempo, dopo tanto dolore, di dargli un po’ di felicità e serenità.

Prendo coraggio e chiedo al capo scorta se posso fare delle foto insieme con i miei figli, sia per me che per loro è importante, non abbiamo neppure una foto dove siamo insieme e vorrebbero fare vedere agli amici ed amiche il loro padre insieme con loro almeno in foto. Il capo scorta sostiene che non è possibile, ci vuole un'autorizzazione speciale ed altre stupidaggini del genere, gli rispondo che se i giudici mi hanno concesso un permesso fuori delle mura di un carcere non saranno certo contrari a scattare delle foto con i miei figli. Ci rimango male ma mia moglie mi consola e riesce a strapparmi un sorriso.
Ormai le quattro ore stavano per scadere e dalla paura che tra poco li avrei lasciati incomincio a coccolarli con più affetto ed amore. Mi raccomando con loro di studiare, soprattutto insisto con mio figlio di diplomarsi poiché in caso contrario lo manderò a La Spezia da mio cognato a lavorare. Lui mi tranquillizza anche perché vuole stare al paese dove ci sono i nonni, i cugini e tutti gli altri parenti. Poi gli prometto che quando uscirò li porterò in vacanza due mesi in una bella isola, la mia bambina mi dice: "Papà ma quando esci è giusto che la prima vacanza la fai con la mamma, tu e lei da soli". Gli rispondo, non se ne parla neppure perché io non mi separerò da voi mai più…
V. m'invita a fare braccio di ferro e io gli dico di no perché mi farebbe fare brutta figura davanti alle guardie dato che lui è alto 1,80 e pesa 80 chili mentre io peso appena 62 chili, si mette a ridere… Purtroppo dopo l'alba viene il tramonto, con la coda dell'occhio vedo le guardie che si alzano e si avvicinano e mi dicono è l'ora… Con immensa fatica mi alzo, cerco di essere forte per fare coraggio ai miei figli e alla mia compagna, stringo forte forte mio figlio per alcuni secondi, poi bacio mia figlia e gli sussurro, non ti preoccupare ci vedremo presto e ricordati sempre che io ti amo e ti sono sempre vicino con tutto il mio affetto e poi è il turno della donna della mia vita, di mio cugino, di sua moglie e dei loro figli e li vedo allontanarsi e mi sembra per un attimo che una parte di me, la più importante, sta andando con loro…
Aldo Gionta
Carcere di Nuoro - settembre 2006

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Fermata all'aria
by da Nuoro Friday, Nov. 10, 2006 at 10:59 AM mail:

Altra testimonianza di Aldo Gionta, detenuto nel carcere di Badu e Carros.

Il 15 giugno del 2005 dopo il trasferimento del giorno prima dalla prima sezione, chiusa per lavori, alla seconda sezione, scendo all'aria per la prima volta nel nuovo passeggio.
Incontro molti compagni con i quali era la prima volta che facevamo l'aria insieme, ci scambiamo la mano con tutti, incontro Carmelo e Ruffianulk e ci mettiamo a passeggiare insieme.
Incominciamo a lamentarci fra di noi che le nuove celle erano brutte e spoglie, mancavano gli armadietti, ad altri mancava il tavolino per mangiare, a chi gli sgabelli per sedersi, ad altri ancora la tenda per coprire il bagno allocato proprio davanti all'entrata della porta della cella. Ma soprattutto il passeggio era piccolo, non avevamo neppure lo spazio per passeggiare, figuriamoci se si poteva fare attività ginnica. Ad un tratto incomincio a sentire una puzza tremenda di carne andata a male. Domando a Carmelo e a Ruffianulk se anche loro sentono questa tremenda puzza ed incominciamo insieme a cercare il luogo da dove usciva.
Vincenzo ci chiama e ci dice: "ragazzi venite a vedere", proprio nel mezzo del passeggio, dentro il tombino coperto da robuste sbarre con lucchetto, vediamo due topi morti con grossi vermi che se li mangiavano. Tutti gli altri si avvicinano ma dopo avere visto la scena si allontanavano subito schifati ed arrabbiati, ci mettiamo in un angolo del passeggio ed incominciami a discutere fra di noi cosa fare.
Ruffianulk sembrava una belva, un leone nella valle dei leoni, si agitava, urlava e diceva: "è ora di finirla…ci umiliano, ci trattano come spazzatura". Ed anch'io: "è un anno che siamo senza campo sportivo". Vincenzo: "facciamo lo sciopero della fame". Carmelo: "ma che sei scemo, piuttosto facciamo lo sciopero dei lavoranti". Franco: "ha ragione Carmelo". Mario: "scriviamo ai giornali". Gaetano: "chiediamo un'ispezione ministeriale". Nino: "no, piuttosto un'ispezione parlamentare". Alla fine dato che mancavano dal passeggio molti nostri compagni decidiamo solo di chiamare il comandante per fargli vedere di persona i topi dentro il tombino. Chiediamo dell'ispettore di turno ed arriva una donna ispettore e ci risponde che il comandante non c'è; per fare pressione per rintracciarlo, dato che erano appena le 9 e l'ora d'aria del passeggio finiva alle 11, specifichiamo che fin quando non verrà il comandante non rientreremo dall'aria.

Subito dopo le undici si presenta il comandante (quindi c'era!) con una trentina di guardie con scudi e manganelli in mano. Entrano al passeggio come belve assetate di sangue, il comandante sembrava la brutta copia di Napoleone.
Decidiamo di non reagire, dimostrando più intelligenza dei nostri aguzzini e rientriamo spontaneamente nelle nostre celle.
Al pomeriggio ci riuniamo di nuovo al passeggio per decidere cosa fare per reagire a questa provocazione e prepotenza istituzionale.
Ruffianulk: "non dovevamo rientrare…" (è stato il primo). "Era quello che volevano, bastonarci come cani…". "E' stato meglio così…". "Incredibile, chiediamo di parlare con il comandante e questo si presenta con trenta guardie armate di bastoni…". "Te l'avevo detto che era un fascista". "Più che un fascista a me mi sembra un montato di testa…". "Quelli che vogliono i delinquenti e gli sbirri nello stesso tempo sono i peggiori…".
Decidiamo, forti di avere a nostro fianco gli altri compagni che non erano scesi al mattino, di fermarci di nuovo al passeggio.
All'ora di chiusura tramite il brigadiere di turno ci comunica che il comandante, bontà sua, decide di ascoltare una nostra rappresentanza.
Eleggiamo subito una commissione di quattro persone formata da Vincenzo, Mimmo, Carmelo ed un albanese.
Concluso l'incontro, questi compagni ci riferiscono che il comandante ci avrebbe concesso un passeggio in più, il frigorifero in sezione e qualche altro miglioramento. Alla sera Ruffianulk s'inventa di mandare un telegramma ai giornali per raccontare l'accaduto e mi coinvolge…lo facciamo in quattro persone ma in seguito scopro che lui non l'aveva spedito.

Pensavo, pensavamo che la storia fosse finita qui, invece nonostante tutte le ragioni di questo mondo l'indomani sera il comandante ed il direttore chiamano tutti quelli che si erano fermati all'aria per contestarci rapporto disciplinare.
Sono il primo, mi trovo davanti al direttore, al comandante ed un brigadiere, con falsa cortesia mi fanno sedere ed il direttore mi chiede: "Gionta, come mai questa protesta?", risposi: "credo piuttosto che mi dovrebbe chiedere come mai solo adesso vi decidete a protestare… da un anno siamo senza campo sportivo, stiamo chiusi 21 ore su 24, non ascoltate i nostri bisogni, ecc ed oltretutto quando chiediamo un colloquio con il comandante costui si presenta con i manganelli…". Interviene il comandante con tono arrogante: "non lo fate più sennò la prossima volta passerete dei guai più seri…". Gli rispondo: "E' una minaccia? Perché a me non mi fa paura…". Poi il direttore tenta, promettendomi mari e monti compreso un colloquio all'aperto con i miei figli, di farmi ritirare il telegramma che avevo spedito ai giornali. Risentito ed offeso gli rispondo che io non baratto la mia dignità ne con premi e ne con punizioni e me ne andai sdegnato. Dopo di me entrò Carmelo e dopo dieci minuti seppi che l'avevano portato alle celle di punizione.
Pure Vincenzo si arrabbiò con il direttore e lui gli rispose che per il momento non l'avrebbe portato all'isolamento perché non aveva celle libere.
In seguito vennero chiamati tutti quanti e nessuno purtroppo si assunse le proprie responsabilità. Alla fine toccò a Ruffianulk che fece peggio degli altri. Descrisse alla sua maniera i fatti rilegando per lui un ruolo marginale ed insignificante. Ovviamente al potere piace credere quello che gli fa comodo e premia sempre i più vigliacchi…
E così a me, Vincenzo, Carmelo e ad un altro detenuto ci danno l'imputazione di promotori di sommossa.

Dopo qualche giorno ci fissano il consiglio di disciplina ma invece di saperlo in via ufficiale come prevede la legge ce lo dice Ruffianulk e come fece a saperlo lo sa solo lui. Siamo convocati in quattro e ci mettano, a parte Carmelo che era nella sezione d'isolamento, nella cella d'attesa vicino all'Ufficio del direttore e del comandante. Chiamano Ruffianulk, dopo 20 minuti ritorna con un sorriso indecifrabile ed è subito il mio turno.
Sentita di nuovo l'accusa da parte del direttore, di promotore di sommossa, mi arrabbio e specifico che io ho aderito alla protesta pacifica come tutti gli altri, che fra di noi non ci sono promotori ma solo compagni di sventura. Di finirla di cercare capi espiatori…ed in tutti i casi io non accetto ricatti e minacce di regimi duri, io sono quel che sono e non ho paura di mostrarlo.
Io non ho sbagliato siete voi che avete sbagliato a venirci a prendere con i bastoni solo per avere osato chiedere un colloquio con il comandante e state continuando a sbagliare perché ora pretendete pure di punirci, a voi invece chi vi punisce?
Vado via a testa alta e sinceramente anche incazzato!
Poi è il turno di Vincenzo, dell'altro compagno e vediamo di sfuggita passare anche Carmelo.
In seguito sappiamo che Ruffianulk è stato assolto, noi tre abbiamo preso 15 giorni d'isolamento e tutti gli altri un'ammonizione. Ingiustizia è stata fatta!
L'indomani a me e Vincenzo ci portano alle celle di punizione dove troviamo Carmelo, abbiamo il tempo di salutarci e di scambiarci gesti di solidarietà tipici delle celle di punizione, ci scambiamo qualche bottiglia d'acqua, un po’ di frutta e qualche libro.


Appena mi chiudono il cancello della cella di punizione mi si raddrizzano i capelli perché trovo sporcizia dappertutto, intonaco che cadeva dai muri, la finestra che non si chiudeva, il bagno indecente proprio attaccato al cancello, formiche sul davanzale, ecc. Mi metto a pulire e finisco a notte inoltrata.
Sono abituato che fin quando non ho la cella pulita non riesco a mettermi a letto. Ogni tanto di nascosta, perché in punizione non si può parlare, io, Carmelo e Vincenzo ci chiamavamo per scambiare due chiacchiere, confidarci e lamentarci che anche i nostri compagni dovevano assumersi le loro responsabilità perché o eravamo tutti innocenti o tutti colpevoli, ma colpevoli di cosa?
Al mattino vado al passeggio per consumare la mia ora d'aria e rimango di sasso nel vedere quella gabbia piccola come una voliera, a stento riuscivo a fare tre passi di seguito e subito dopo dovevo girare.
C'era più spazio in cella che al passeggio.
Dopo qualche giorno accade uno strano episodio a Carmelo e gli fanno un altro rapporto inventandosi una tragedia giusto per provocarci.
Decidiamo di non accettare provocazioni perché probabilmente vogliono ulteriormente punirci perché secondo loro non sono riusciti a domarci.
Non hanno capito che più mi puniscono ingiustamente e più mi sento forte e sereno.

Aldo Gionta
Carcere di Nuoro - ottobre 2006

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Malasanità in carcere
by da Nuoro Friday, Nov. 10, 2006 at 11:01 AM mail:


Nell’anno 2000 andai al centro clinico della casa circondariale di Poggioreale, reparto san Paolo, per sottopormi ad intervento d’emorroidi.
Mi chiusero in una cella umida e sporca, senza doccia e niente che potesse somigliare lontanamente ad una camera post operatoria e non c’era neppure l’acqua calda.
Per andare alla doccia bisognava percorrere tutto un lungo corridoio con il rischio di prendersi una polmonite ed avevamo la possibilità di lavarci solo due volte la settimana.
Le complicazioni iniziarono ancora prima di operarmi perché mancavano le medicine per la preparazione dell’intervento, mi fecero due clisteri la sera prima di operare e uno alla mattina, prima di andare in sala operatoria.
Ricordo ancora adesso con terrore che quando entrai nella sala operatoria il chirurgo si trovava in piena sudorazione sia per il caldo sia per i troppi interventi effettuati quel giorno.
Mi fece ricordare il macellaio vicino casa mia, aveva persino il camice sporco di sangue, gli chiesi se voleva rimandare l’operazione perché non mi fidavo di quel dottore. Ed intanto mi guardavo intorno per vedere se potevo scappare da qualche parte ma ormai era
troppo tardi…
L’anestesista, con l’aiuto dell’infermiere, mi prese con modi spicci e mi fece sdraiare, mi fece la puntura addormentandomi tutta la parte bassa del corpo.
Subito dopo il “macellaio” incominciò ad operare. Avrei preferito l’anestesia totale così non avrei visto niente e soprattutto non avrei pensato che cosa mi stava succedendo.
Finito l’intervento chiesi al dottore com’era andata e questo mi rispose con un grugnito.

Mi riportarono nella cella, dove passai una di quelle notti che non si dimenticano facilmente con dei dolori atroci che non passarono neppure con gli antidolorifici. Ricordo bene che verso le cinque del mattino i dolori aumentarono al punto che chiamai l’agente nel corridoio affinché facesse venire subito l’infermiere, come se avessi parlato al muro, l’infermiere si presentò alla sette del mattino.
Gli chiesi spiegazioni del suo menefreghismo, mi rispose che lo avevano avvisato solo ora. Mi diede del Valium per farmi riposare, gli raccontai che mi faceva male la vescica e non riuscivo nemmeno ad urinare, portò il catetere per farmi urinare ma io non riuscivo così lui mi disse che non avevo la vescica piena. Così con tutta la rabbia che avevo in corpo presi il pappagallo mi sforzai al massimo e urinai con tantissimo dolore. Per sfogarmi dissi all’infermiere: “perché non vai a zappare la terra visto che non sai fare nemmeno un catetere.
Se ne andò come se la cosa non lo avesse nemmeno scalfito, penso che era abituato a sentirsi dire certe cose, purtroppo ci sono persone che lavorando in un ambiente di dolore si abituano e diventano insensibili, non vedono l'ora che finiscono il loro orario di lavoro per andarsene a casa.
Per lo sforzo che feci ad urinare mi causò problemi all'ano fresco di operazione e al pene per colpa del catetere che l'infermiere non era riuscito a mettere.
Per mia fortuna, l'indomani trovai un medico coscienzioso che con delle pasticche mi migliorò la situazione.
La cosa che mi dava più fastidio era quella di chiamare l'infermiere perchè veniva quando faceva comodo a lui e per giunta con un sogghigno sulle labbra.

A questo punto io dico che serve operarsi in carcere sapendo che poi devi vivere nei più grandi dolori e in qualche caso arrivare alla morte?
Ci sono stati detenuti morti per le problematiche sorte dopo gli interventi giusto per mancanza d'assistenza.
E stiamo parlando di un centro clinico dove medici e infermieri dovrebbero fare il loro dovere, figurarsi quando vieni operato fuori e subito dopo portato in carcere perché gli agenti si rifiutano di piantonarti o perché non c'è in ospedale una cella per ospitarti.
Nel mio caso i disagi erano anche del tipo familiare ed affettivi, perché per motivi di giustizia non potevo incontrare nemmeno i miei cari per avere un conforto.
Dato che avevo un solo colloquio al mese, e per giunta dietro un vetro blindato, perché sottoposto al regime del 41 bis.
Tutto questo uno Stato di diritto non lo dovrebbe permettere, l'amministrazione penitenziaria dovrebbe garantire la salute e la sicurezza del detenuto senza cercare la vendetta.
A questo punto, visto che ero abbandonato al mio destino, senza nessun tipo di assistenza, senza piantone, non riuscivo ad alzarmi dal letto per farmi le pulizie, decisi di dimettermi per tornarmene nel carcere di provenienza.
Almeno lì avrei potuto contare sulla solidarietà dei miei compagni.
Purtroppo la mia decisione di dimettermi dal carcere del centro clinico di Poggioreale ebbe gravi conseguenze sul mio fisico per la mancanza di assistenza post operatoria.
Incominciai ad avere dei dolori all'ano, con fuoriuscita di pus.


Dopo molte insistenza riuscii a farmi visitare da un chirurgo che diede un responso senza fare nessun accertamento, diagnosticandomi una fistola ed ordinò una immediata operazione presso l'ospedale dell'Aquila.
In questi casi ci vuole l'autorizzazione del magistrato di sorveglianza, che arrivò solo dopo due mesi.
Il giorno del ricovero in ospedale gli agenti mi fecero portare un po’ di biancheria, mutandine, pigiama, asciugamano, pantofole, ecc.
Come accade a tutti i detenuti sottoposti al regime del 41 bis, il mio trasferimento in ospedale avvenne con tanto di scorta armata fino ai denti e con più di dieci agenti. All'ospedale mi allocarono in una celletta con porta di ferro con delle sbarre alle finestre ma in compenso c'era il bagno munito di doccia, con bidet, tazza del gabinetto, un lavello per lavarsi, insomma una vera stanzetta, nulla a che vedere con la cella del carcere di Poggioreale.
Dopo un po’ di tempo venne un'infermiera carina per prepararmi all'intervento, non le nascosi che visto il punto delicato dell'operazione mi vergognavo molto.
Lei sorridendomi mi aiutò psicologicamente nel dirmi che non era il primo uomo che accudiva e vedeva nudo.
Vedendomi cos' giovane si meravigliò di vedermi intorno una scorta così imponente per un solo detenuto…capii che pensava che avessi commesso qualcosa di molto grave, per giustificarmi gli dissi che ero un detenuto sottoposto ad un regime duro e che questa era la prassi.
Infatti la scorta era entrata pure nella sala operatoria e con le armi spianate.

Una volta fatta l'anestesia il chirurgo nell'aprire l'ano mi disse che non avevo nessuna fistola, così gli dissi di non fare niente ma lui mi rispose che c'era una sopra pelle per il vecchio intervento subito. Così mi fecero l'intervento e dopo fui condotto da due infermiere nella stanzetta, mi misero il pigiama e mi adagiarono sul letto con una flebo.
Dopo un po’, nemmeno il tempo di guardarmi attorno e venne il chirurgo a comunicarmi che la scorta non aveva nessuna intenzione di farmi stare all'ospedale per la notte e che per sicurezza dovevano fare ritorno in carcere.
Intuii che il chirurgo non era d'accordo ma non poteva opporsi. Quando vidi che non c'era l'ambulanza per trasportami in carcere ma il blindato per i detenuti, feci un casino da farmi sentire da tutti, dicendo che non sarei mai entrato nel blindo anche perché non mi potevo sedere. Loro si giustificarono che mi avrebbero fatto sedere in mezzo al blindo sui sedili di pelle.
Con fitte dolorose nelle parti basse arrivai al carcere ed il medico, quello che mi aveva fatto preparare la biancheria, rimase meravigliato che non ero rimasto all'ospedale. Anche i miei compagni di detenzione rimasero allibiti nel vedermi tornare così presto.
Un compagno, volontariamente, visto le mie condizioni, voleva farmi da piantone ma la direzione del carcere si oppose.
Quindi una volta in cella, mi rimboccai le maniche e pensai: "che Dio mi aiuti" ma credo che in questi luoghi o ti aiuti da solo o muori.

Così nel breve giro di pochi giorni invece di migliorare peggiorai.
Il bruciore divenne insopportabile ed il dolore aumentava sempre di più. Il medico del carcere si rese conto che quella operazione era meglio che non la facevo anche perché secondo lui non avevo la fistola.
Dopo alcuni mesi avevo perso più di dieci chili, mi rimandarono al centro clinico, udite udite, nel carcere del Centro clinico di Poggioreale dove erano cominciati tutti i miei guai. Mi fecero una colonoscopia con diopsia dove mi riscontrarono il colon irritabile, colite cronica e ano tutto in disordine. Ma invece di intervenire mi diedero una cura e me rimandarono di nuovo al carcere dell'Aquila.
Ma la cura non diede i suoi frutti anzi peggiorai, così feci contattare dalla mia famiglia un proctologo, il quale venne a visitarmi. Dove mi riscontrò una forte contrazione muscolare, avevo bisogno di rilassarmi e di stare molto sereno (figurarsi, in questi luoghi essere sereni è un miraggio).
Mi diede una cura sia per l'ano che per la pancia, con degli esami da fare.
Dopo l'esito di questi esami mi riscontrarono un abbassamento del retto e mi disse che c'era bisogno di un altro intervento con una convalescenza di riposo assoluto, minimo di 40 giorni. Visto le mie esperienze precedenti rifiutai il nuovo intervento, è già dura stare in carcere da sani figuriamoci da ammalati.
Ma ora ho dei problemi molto seri sia all'intestino che all'ano, non posso più fare attività sportiva, non riesco più a mangiare un pranzo fatto come Dio comanda.
Ho sempre il solito problema e va sempre aggravandosi, per un intervento da niente mi sono rovinato la vita, anzi lo Stato mi ha rovinato la vita.
Eppure l'art. 32 della costituzione italiana dice che lo Stato tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo.
Purtroppo ammalarsi in carcere è più rischioso di ammalarsi fuori, non c'è assistenza e il più delle vote si rischia di morire.
Dovrei fare altre operazioni ma non sono pazzo, mi restano pochi anni da scontare e mi opererò quando sarò fuori con tutta l'assistenza della mia cara famiglia.

Concludo dicendo che in carcere non esiste assistenza sanitaria per non parlare dei farmaci, quei pochi che ci sono non servono a niente e quelli che devi comprare il più delle volte non te li fanno prendere neppure a tue spese.
Oggi, nel 2006, non è che la situazione sia cambiata tanto, anzi si può dire che è molto peggiorata, poiché attualmente è diventato molto difficile farsi visitare da uno specialista.
Lo Stato quando deve fare dei tagli la prima cosa che taglia è la sanità in carcere. Per non parlare di carceri dove non c'è nemmeno il dentista.
Sporadicamente in qualche istituto è rimasto un centro di fisioterapia, ma per andarci bisogna aspettare una vita. Purtroppo le televisioni italiane danno solo notizie di comodo ai media, ma non si parla mai della sanità in carcere, molti suicidi vanno attribuiti proprio alla mala sanità. Non c'è bisogno di andare a vedere tanto lontano, basta vedere i risarcimenti che alle volte lo Stato deve sborsare a qualche famiglia che va fino in fondo alla vicenda. Non ci si può nemmeno rompere una gamba perché non c'è la fisioterapia che te la rimette in ordine e il più delle volte rimani zoppo tutta la vita. Questa è la mia storia ma è anche la storia di molti detenuti

Aldo Gionta
Carcere di Nuoro - ottobre 2006

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Lo studio a Nuoro per me è vietato
by da Nuoro Monday, Nov. 13, 2006 at 11:28 AM mail:

Testimonianza di Aldo Gionta, carcere di Badu e Carros

Dopo aver trascorso ben undici anni al regime di tortura del 41bis, dove non era consentito poter frequentare corsi scolastici, sono arrivato in questo istituto nell’anno 2003.
Ero particolarmente contento perché pensavo che in regime di elevato indice di vigilanza, avrei potuto finalmente studiare e diplomarmi.
Vengo a sapere che nell’istituto c’è un corso di ragioneria frequentato sia da detenuti di alta sorveglianza che da quelli ad elevato indice di vigilanza.
Chiesi subito un colloquio con l’educatrice e le raccontai tutti i miei problemi per studiare che avevo avuto al regime di 41bis, e della mia passione per lo studio. Le confidai che avendo ancora molti anni da trascorrere in carcere ed era mio grande desiderio diplomarmi per me stesso e per essere d’esempio e fare bella figura con i miei figli. L’educatrice mi rispose che purtroppo non poteva aiutarmi perché per ora c’era solo un corso di ragioneria al terzo anno e quindi non lo avrei potuto frequentare; e per il futuro non c’era niente di certo e di sicuro perché non ci concedevano i finanziamenti per istituire altri corsi. Tentai di convincerla ad inserirmi nell’attuale corso di ragioneria facendo tre anni in uno, promettendole che mi sarei molto impegnato e che avrei studiato giorno e notte. Niente da fare, continuò a dirmi che questo non era possibile e che altri detenuti avrebbero poi voluto fare la stessa cosa; mi promise solo che finito questo corso di ragioneria, fra due anni, probabilmente se ne sarebbe fatto un altro ed io sicuramente sarei stato inserito.
Mi arrabbiai moltissimo, non potevo aspettare ancora altri due anni e feci subito domanda al Ministero di Grazia e Giustizia chiedendo un trasferimento in qualsiasi istituto d’Italia dove avrei potuto frequentare un corso scolastico.
Il dipartimento amministrativo penitenziario mi rispose che allo stato attuale tutte le sezioni ad elevato indice di vigilanza erano sovraffollate e quindi non era possibile nessun trasferimento. Mi sembrò una grossa bugia ma in carcere non puoi fare altro che subire anche le bugie.


Che fare? Non mi arresi, invitai e sollecitai spesso la direzione dell’Istituto di Nuoro di contattare il provveditorato regionale della Sardegna di organizzare qualche corso. Mi rendevo conto che se non mi davo da fare avrei trascorso altri due anni in ozio, cosa che più odio al mondo e così mi iscrissi da autodidatta al corso della patente europea del computer. Feci istanza per acquistare il computer e solo dopo molti mesi me lo diedero ma senza stampante né scanner. Mi feci mandare alcuni libri da casa per imparare ad usarlo. Ricordo che le prime volte sembravo un bambino perché non lo avevo mai usato e ridevo come un matto quando vedevo la freccetta del mouse muoversi solo a sfiorarlo. Spesso mi spaventavo perché si bloccava tutto e dovevo chiamare qualche amico per farlo sbloccare.
Cominciai a studiare sull’apposito libro per preparare il primo esame ma non ci capivo granchè e diedi il primo esame dopo appena quaranta giorni ma fui bocciato. Ci rimasi malissimo, non mi piace fare brutta figura. Il professore che venne a farmi sostenere l’esame se ne accorse che era la prima volta che usavo il computer e mi pregò di avere pazienza che un po’ alla volta avrei imparato. Io gli raccontai che il problema era proprio quello di essere impaziente perché caratterialmente vado sempre di fretta come se non avessi mai tempo…Mi incoraggiò a stare calmo e ce l’avrei fatta di sicuro. Così mi dedicai giorno e notte per due mesi a studiare e feci fissare l’esame con la differenza che ne diedi ben tre invece di uno ed ottenni ottimi voti.
Fui fiero di me, avevo portato a termine l’impegno che avevo preso con me stesso e trascorsi quindici giorni sereno, assomigliando ad un ragazzino che aveva vinto un premio. Poi ricominciai di nuovo a studiare, lo facevo con più sicurezza, avevo acquistato più fiducia in me stesso e così mi misi in testa di volermi preparare con più impegno. Ero deciso a dare altri quattro esami, così avrei preso già il patentino europeo del computer a tempo di record.
Dopo tre mesi di duro lavoro fissai l’esame e li sostenni tutti e quattro insieme ottenendo buoni risultati; il professore mi fece i complimenti e mi consegnò l’attestato della patente europea del computer. Ero stracontento, impiegai meno di un anno, quando ne avevo tre a disposizione per prendere la patente europea ma avevo fatto la promessa ai miei cari di riuscirci in un anno. Quando mandai loro l’attestato furono contentissimi, i bambini furono molto fieri di me, lo misero in una cornice e l’attaccarono nella loro cameretta.

Finalmente a Nuoro, nel novembre 2005, iniziò un nuovo corso di ragioneria, fui ammesso alle lezioni ed iniziai a frequentarlo ma, udite udite, dopo appena un mese fui escluso da tale corso a causa della separazione fra detenuti di alta sicurezza con quelli di elevato indice di vigilanza. Separazione formale in quanto i piani sono aperti, ci vediamo e ci parliamo per tutta la giornata perchè le celle sono di fronte, poi ci incontriamo per le scale, in infermeria, ecc. Quindi se ci vediamo in giro per la sezione e ci parliamo fra le sbarre delle celle, sia i detenuti A.S., che quelli E.I.V. possiamo frequentare la stessa aula di scuola.
La cosa che più mi fece arrabbiare è che fui inserito in uno strano corso di alfabetizzazione, insomma, invece di andare avanti, tornavo indietro. Così mi recai dall’educatrice che si giustificò dicendo che era stato il Ministero ad ordinare la separazione, le dissi che poteva anche essere così ma non credevo che non avremmo potuto frequentare la scuola tutti insieme.
Le dissi che, in tutti gli istituti dove risiedono sia detenuti ad elevato indice di vigilanza sia quelli di alta sicurezza, la scuola è frequentata da entrambe le categorie insieme. Le feci notare la circolare del DAP che si trovava sull’ordinamento penitenziario e specificava che anche categorie diverse di detenuti potevano incontrarsi per particolari occasioni e la cultura e la scuola erano la parte più rilevante del trattamento. L’educatrice rimase favorevolmente perplessa e mi disse che ne avrebbe parlato con il direttore e con il comandante. Io, conoscendo la mala fede di quei due, le consigliai di rivolgersi direttamente al Ministero e mi rispose che non poteva farlo senza la loro autorizzazione.
Non capivo più nulla, ero deluso perché normalmente in tutti gli altri istituti sono gli operatori che invitavano i detenuti a studiare ed invece qui accadeva il contrario. Dopo alcuni giorni fui chiamato di nuovo dall’educatrice che era dispiaciuta perché le avevano impedito di informare il Ministero in merito alla frequenza della stessa classe di detenuti appartenenti a regimi differenti. La ringraziai ugualmente per la sua disponibilità ed andai vai stupefatto e deluso anche se ero deciso a lottare; così feci subito reclamo al magistrato di sorveglianza lamentandomi del fatto che mi avevano tolto il diritto allo studio e feci lo stesso reclamo anche al Ministero ma ho il dubbio che non l’abbiano mai fatto partire. Intanto il tempo passava ed io stavo perdendo un altro anno. Nel frattempo, grazie all’impegno delle maestre e dell’educatrice, per noi detenuti ad elevato indice di sorveglianza, era iniziato il corso elementare e media ma io non ci andavo in quanto ero già in possesso sia di licenza elementare che media. Dopo quattro mesi, conoscendo i docenti che incontravo tutti i giorni perché la sala della scuola si trovava di fronte alla mia cella, mi convinsero a frequentare la classe che avrei trascorso giornate più impegnative. Avevano ragione e così cominciai a frequentare il corso ed instaurai un ottimo rapporto con la maestra Raffaella persona di animo buono, sempre pronta e disponibile ad aiutare i detenuti in difficoltà. Una volta parlammo di teatro in quanto avevo scritto una commedia con il mio amico Carmelo e volevamo poterla recitare e così lei mi consigliò di chiedere l’autorizzazione alla direzione per far venire un docente di teatro. Io ed il mio amico Alessandro inoltrammo la richiesta scritta e ci fu comunicato che a breve, ci avrebbero mandato un docente ma ancora una volta fummo presi in giro, dopo due mesi il direttore e il comandante negarono che ci avevano comunicato che sarebbe venuto il docente. Capì per l’ennesima volta che in questo istituto vogliono i detenuti scemi ed ignoranti. Ma noi non ci siamo mai arresi ed infatti abbiamo portato a termine il sogno di realizzare il nostro libro di poesie collettivo che avevamo iniziato a scriverlo due anni fa, senza nessun aiuto da parte della direzione. Scrivevamo poesie sui fogli di quaderno e ce li passavamo di nascosto ed il nostro amico Carmelo li inseriva nel suo computer, poi parlammo con l’educatrice che rimase affascinata dal nostro progetto e ci pregò di andare avanti anche se non ci fu data la possibilità di stampare le poesie.

Così l’amico Carmelo, con enorme pazienza, inserì tutte le poesie più le autobiografie di ogni detenuto e li portò all’educatrice che li inserì nel suo computer e adesso, dopo due anni, il 21 ottobre prossimo ci sarà la rappresentazione del nostro libro dal titolo “Fuori dall’ombra”.
Nel libro abbiamo inserito una clausola affinché il ricavato della vendita del nostro libro serva ad acquistare computer, stampanti e scanner per poter creare all’interno dell’istituto un giornalino.
Il 19 settembre u.s. ho ricevuto la risposta del magistrato di sorveglianza inerente al reclamo per lo studio e mi ha dato ragione. Afferma che non c’erano motivi gravi per escludermi dalla scuola e che mi è stato tolto il diritto allo studio previsto dall’ordinamento penitenziario e dalla Costituzione.
Alla fine il magistrato invita la direzione di Nuoro ad attivarsi affinché venga attrezzato un corso di scuola superiore in modo tale da farmelo frequentare.
Immagino che pure questo provvedimento rimarrà inascoltato, la verità è una soltanto ed è che vogliono che stiamo chiusi venti ore in cella e che rimaniamo stupidi ed ignoranti per sottometterci meglio. Io non ci sto! E continuerò a lottare per poter studiare.

Aldo Gionta
Carcere di Nuoro, ottobre 2006

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Cella in compagnia
by da Nuoro Monday, Nov. 13, 2006 at 11:30 AM mail:

Ancora da Badu e Carros:

Sono stato per ben undici anni sottoposto al regime di tortura del 41bis allocato sempre in una cella singola.
Mi sono talmente abituato a stare da solo che ormai non sopporto più la compagnia di altre persone in cella, giudicando un vero incubo dividere lo spazio vitale della stanza con altri compagni.
Nei lunghi anni di isolamento sostanziale al regime del 41bis passavo la maggior parte del tempo a pulire la celle, facendo diventare la pulizia una specie di fobia.
Adesso da qualche mese mi trovo con due compagni ed amici e mi sembra d’impazzire, perché stare 20 ore chiuso in una cella in compagnia, per chi si era abituato a convivere con la sua solitudine, con i suoi tempi ed i suoi spazi, non è facile.
Devi riprendere tutti i ritmi di quando eri abituato a convivere con altri detenuti ma oramai, dopo tanti anni, è troppo tardi.
Sinceramente non riesco neppure più ad abituarmi a sopportare il respiro del mio compagno che dorme vicino a me, senza contare gli odori della cucina dato che in tanti anni di detenzione mi è stato vietato cucinare.
A volte nervoso mi verrebbe voglia di spaccare tutto, ma non sarebbe giusto verso i miei compagni.
La cosa tremenda è la televisione accesa tutto il giorno, quando stavo in cella singola io l’accendevo alle h. 8.00 all’inizio del telegiornale tenendola spenta tutta sera.
Leggevo molto, anzi, moltissimo, cosa che non posso fare adesso perché un libro lo inizi ma non sai quando lo finisci.
Questa situazione mi sta causando anche problemi di salute, infatti soffro di seri problemi fisici e psichici.
Ho il colon infiammato, una colite cronica e dovrei subire un terzo intervento all’ano e per questo su consiglio dei medici, dovrei essere collocato in una cella singola, perché ci sono periodi in cui vado al bagno anche cinque volte al giorno con dolori addominali e forti bruciori all’ano, in ogni istante del giorno.
Da circa sei anni i medici mi stanno facendo prendere degli psicofarmaci, cosa contraria al mio stile di vita, ma sono costretto a prenderli per non rischiare di star peggio.
Nel 2003 sono arrivato nel carcere di Nuoro dove fui collocato in una cella a più posti, perché mancavano le celle singole, lasciandomi comunque, da solo.
Nel frattempo fui chiamato dallo psichiatra del carcere e dopo varie sedute fu scritto nella mia cartella medica personale il consiglio di rimanere in una cella singola.
Faccio istanza alla direzione del carcere ma non vengo nemmeno preso in considerazione così mi rivolgo al Magistrato di sorveglianza, tutore dei diritti dei detenuti, il quale mise per iscritto il provvedimento stabilendo la mia collocazione in cella singola.
Invece di provvedere, la direzione fece finta di non capire (non era la prima volta) e così fui costretto ad effettuare uno sciopero della fame per chiedere l’attuazione di quanto avesse stabilito il magistrato di sorveglianza.
Finalmente fui collocato in una cella singola e per me fu come rinascere.

Mi iscrissi alla patente europea per il computer, ovviamente da autodidatta perché non c’era un insegnante che potesse seguirmi. Feci istanza per acquistare un computer portatile.
Dopo svariati mesi, al ritorno da un processo da Roma, vidi nel magazzino detenuti un pacco con il mio nome sopra, e nel vedere il contenuto lessi la parola computer.
Il giorno successivo chiesi di parlare con un ispettore a cui dissi che il computer lo avevo acquistato per studiare e non per essere depositato in magazzino, quindi, dissi che se non mi fosse dato il computer avrei voluto la somma per acquistarlo e da me pagata.
Intanto nell’istituto era arrivato l’attuale direttore e l’ispettore riferì il colloquio avuto con me in merito al fatto che volevo il computer, così venni richiamato dal direttore e mi chiese cosa dovevo fare con il computer.
Gli mostrai l’iscrizione alla patente europea…. ma era tutto un trucco poiché mi aveva chiamato per altri scopi, infatti mi disse: “Ora che le dò il computer lei va in cella in compagnia” .
Risposi: “ Se questo è il prezzo che devo pagare allora faccio a meno del computer”.
Vista la mia intransigenza si arrese all’evidenza e mi concesse il computer senza togliermi la cella.
Così mi dedicai tranquillamente allo studio della patente europea con il risultato di dare i sette esami in un solo anno invece dei tre anni.
Ero sempre sotto cura psichiatrica con i farmaci che dovevo prendere, ma da quando ero stato collocato in cella singola, devo dire la verità, mi sentivo meglio.

Un bel giorno nell’anno 2005 la Direzione decide di separare i detenuti del regime E.I.V. (elevato indice di vigilanza) da quelli del regime di A.S. (alta sorveglianza).
La separazione è stata solo formale perché la struttura di questo istituto non permette la divisione poiché i piani sono aperti, scale in comune, celle una di fronte all’altra ecc.
A causa di questa divisione di detenuti, che per tantissimi anni avevano condiviso gli spazi in comune, nonostante le mie patologie e il provvedimento del magistrato di sorveglianza fui inserito nuovamente in una cella con due persone.
Le mie patologie si erano nuovamente aggravate, avevo perso dei chili e non avevo più un attimo di pace.
Nel chiedere spiegazioni al direttore egli emise la seguente diagnosi, come se di mestiere facesse il medico, il chirurgo, lo psichiatra, il magistrato di sorveglianza insomma come se fosse Dio, “Gionta in compagnia starà meglio, perché il colon fa parte del cervello, così lo si può controllare meglio….”.
Ne ho sentite di fregnacce in vita mia, ne ho visto di ignoranti, ma come questo direttore mai in vita mia.
Gli faccio notare che sono stato in cura dai migliori proctologhi, dove mi fu detto che il colon è tutt’altra cosa, che ho bisogno di stare in stanza da solo, che devo andare in bagno non appena posso, che ho bisogno di tranquillità, e lui invece se ne esce fuori con delle stupidaggini ……
Inoltre mi rispose che il carcere non è un luogo di svago ma di sofferenza.
Gli faccio notare che l’art. 27 della Costituzione parla che la pena deve rieducare ma lui è di tutt’altro parere, infatti era stato allontanato da ben due carceri …
Ed ora per non essere cacciato di nuovo subisce tutto quello che dice il comandante.
Non è mai presente in istituto salvo per percepire lo stipendio.

Una volta davanti ad una visita di consiglieri della regione gli dissi che se la mia salute peggiora lui ne avrebbe pagato le conseguenze morali e mi rispose che non aveva paura delle denunce… a quel punto ho capito che avevo a che fare con un ignorante e lo mandai a quel paese, dopo di che andai via.
Visto che il mio stato di salute continuava a peggiorare mi chiamò lo psichiatra per chiedermi spiegazioni, e gli feci notare che ero stato collocato nuovamente in una cella con altri.
Si meravigliò molto dicendomi esplicitamente che sarei dovuto stare in cella singola, ma conoscendo la direzione del carcere mi disse di avere pazienza che presto le cose sarebbero andate meglio.
Intanto il mio intestino andava peggiorando di giorno in giorno poiché per motivi di nervosismo la notte non dormivo bene come prima.
Fui chiamato nuovamente dallo psichiatra e gli feci notare il mio stato d’animo dicendogli che stavo per diventar matto.
Mi rispose che aveva tentato di fare tutto quello che era in suo potere ma il direttore chiamandolo gli disse che per dare la cella singola a Gionta avrebbe dovuto dichiararlo pazzo e quindi isolarlo da tutti.
Così lui fu costretto a dichiarare che i disagi permanevano, ma non al punto d’essere isolato e tale da collocarlo in una cella singola.
Rifeci nuovamente reclamo presso il Magistrato di Sorveglianza, ed allegai la precedente relazione dello psichiatra di due pagine dove era prescritto che era necessario che andassi in cella singola, unitamente all’ultima relazione ambigua frutto delle pressioni esterne della direzione.
Nonostante ciò, anche in questa relazione lo psichiatra attestava che il mio stato di salute era peggiorato aumentandomi le dosi farmaceutiche della mia terapia.
Adesso mi trovo in attesa di una risposta da parte del magistrato e mi auguro che sia positiva, perché non riesco a stare più in stanza con altre persone.
Il guaio di questo istituto è quello che risulta difficile farsi trasferire in un altro carcere.
Negli altri istituti con le sezioni E.I.V. si viene collocati in celle singole, peraltro accadeva anche qui, ma adesso ci hanno inserito i detenuti classificati A.S. . In questo modo si è classificati pericolosi a convenienza.
Purtroppo, in tutti questi anni mi hanno abituato a stare da solo come un animale, in particolar modo durante il regime di tortura del 41bis, ed ora non riesco più ad abituarmi nell’essere chiuso in una stanza insieme ad altre persone, anche a causa dei miei problemi di salute.

Aldo Gionta
Carcere di Nuoro, ottobre 2006

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Sciopero della Santa Messa di Natale
by Nuoro dicembre 2005 Monday, Nov. 13, 2006 at 11:50 AM mail:

Sciopero attuato nel carcere di Badu e Carros nel dicembre 2005:

I detenuti del carcere di Badu e Carros (NU) in tutti questi anni, hanno fatto di tutto per attivare la loro attenzione, per tentare di portare la legalità istituzionale nell’istituto, dalla battitura notturna, allo sciopero del carrello, alle fermate all’aria ecc. ( e spesso molti di noi per queste proteste pacifiche e democratiche siamo stati puniti). Ma le cose non cambiano...anzi peggiorano continuamente.
L’orario delle docce coincide con quello dell’aria, nella maggioranza dei casi passiamo 21 ore il giorno chiusi in celle anonime impersonali con effetti nefasti per il benessere psicologico e fisico dei detenuti in alterazione delle legalità sociali e mentali, spesso irreversibili; non c’è spazio per dipingere o intagliare o svolgere in ogni modo qualsiasi altra attività fisica, non abbiamo una palestra, da circa un anno non usufruiamo del campo sportivo e della biblioteca, chi è allocato in una cella singola non può consumare un pasto in compagnia, cibo scarso e mal cucinato, ciò che è peggio è che patiamo l’umidità delle celle a causa dei termosifoni sempre spenti perchè guasti, direttore totalmente assente ( non fa udienze con i detenuti, vedesi apposito registro colloqui) e quindi manchiamo di dialogo con il responsabile della Direzione.
Viviamo (e la polizia penitenziaria lavora) in una struttura fatiscente e precaria al limite dell’agibilità. Non si capisce e non si comprende perché la santa messa venga svolta a numero chiuso (massimo venti persone mentre al passeggio siamo molti di più). A tal proposito in chiesa non c’è riscaldamento e il nostro cappellano, insieme a noi, batte i denti dal freddo.
Mancanza di lavoro nell’istituto, sono stati tolti due posti di lavoro e mai più ripristinati, su una forza di circa 90 persone nella sezione (A.S. ed EIV) lavorano a rotazione solo 8 persone quindi in media un mese l’anno con uno stipendio da fame e con alcuni lavoranti che svolgono due mansioni ( spesini e portavitto) con un solo stipendio, con evidente sfruttamento del lavoro dei detenuti.
L’esercizio del diritto al lavoro, nonostante si svolga all’interno di un istituto penitenziario, non può essere svilito dalle esigenze amministrative del penitenziario ma solo coordinarsi con esse.Così per tutte le altre esigenze non è colpa nostra se non ci sono soldi e strutture o organico per attuare e applicare la legge penitenziaria e il regolamento di esecuzione.
Molti di noi si trovano in carcere per non avere rispettato la legge e ora lo stato deve essere migliore di noi nell’applicare le sue stesse leggi.
L’autorevolezza della Costituzione non può essere svilita dalle esigenze amministrative del penitenziario di Nuoro, ma deve solo coordinarsi con esso.
Per una pena più umana, più legale, più giusta, affinché “le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, i detenuti della sezione A.S. ed E.I.V. per attirare l’attenzione sui loro problemi, si asterranno nella quasi totalità (chi condividerà questo documento) di partecipare alla santa messa di Natale sicuri che Gesù Bambino non si offenderà, anzi sarà dalla nostra parte. Anche se siamo brutti, sporchi e cattivi tiferà per noi.
I promotori, coordinatori e rappresentanti

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LETTERE DAL CARCERE :
by odio il carcere Wednesday, Nov. 22, 2006 at 11:39 PM mail:

MI E' VENUTA UN ‘IDEA : DENUNCIAMO IL CARCERE
Tutti sanno che il carcere è fuorilegge: istituti sovraffollati, fatiscenti ed invivibili; condizioni igienico sanitarie da terzo mondo ecc...

Tutti sanno che il carcere è il posto più illegale di qualsiasi altro ma nessuno fa nulla. Ormai solo i delinquenti, o ex delinquenti, credono e si appellano alla legge, probabilmente perché s'incazzano che sono in carcere per non aver rispettato la legge ed una volta dentro vedono che lo Stato e gli uomini dello Stato fanno peggio di loro. Quei pochi detenuti che hanno il coraggio di rivolgersi al Ministro di Sorveglianza (e questo coraggio lo pagano molto caro, ne so qualcosa io), questi rispondono che loro non hanno un potere cogente (costringere) a far applicare le leggi, i regolamenti e le circolari. Allora che fare per portare il carcere alla legalità? Bisogna educare i nostri "educatori" al rispetto della legge (ovviamente senza sbatterli in carcere). E dato che nei 207 carceri che ci sono in Italia nessuno rispetta il regolamento di esecuzione dell'Ordinamento Penitenziario, e dato che l'art. 136 secondo comma del D.P.R. 30 giugno 2000 n. 230 preved e: <è fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare>, "chiunque", quindi gli stessi giudici di sorveglianza, direttori degli istituti e agenti di polizia penitenziaria.

A me è venuta questa idea: tutti quelli che dicono che gli sta a cuore la legalità in Carcere, che denuncino pure alla Procura che non viene rispettato l'art.115 del regolamento di esecuzione che proibisce le deportazioni dei detenuti, la tortura delle torture, dato che l'art.115 vieta questa diabolica insana abitudine prevedendo: "In ciascuna regione è realizzato un sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive, la cui ricettività complessiva soddisfi il principio di territorialità dell'esecuzione penale, tenendo conto anche di eventuali esigenze di carattere generale". Insomma, non solo con le parole ma denunciamo con i fatti il carcere...!

limk utili:

http://www.odioilcarcere.org/index.php?option=com_content&task=view&id=275&Itemid=2

http://www.associazioneantigone.it/osservatorio/rapportoonline/sardegna/nuoro.htm

http://it.geocities.com/antirepressione/italia/nuoro.html

http://tmcrew.org/detenuti/tortura2.htm

http://www.ecn.org/filiarmonici/sardegna-0406.html

http://centrostudi.gruppoabele.org/servizi/biblio_carcere.html

http://www.autprol.org/public/news/news000092114112005.htm

http://www.noglobal.org/nato/carcere/sassari/gen_mar.htm

http://politica.bandierabianca.com/2006/10/12/carcere-di-nuoro/

http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/Supplementi/2005/285/parte2p21.html

http://www.noortechnology.com/parole/Nuoro-166766.html

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