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Sumatra, il capitolo più nero
by dal Manifesto (*Lettera 22) Friday, Dec. 31, 2004 at 2:11 PM mail:

Colpita più duramente la «separatista» Aceh, sotto sequestro militare

Quella che è stata definita «una catastrofe senza precedenti» dalle Nazioni Unite, sembra conoscere a Sumatra il suo capitolo peggiore. Dopo un rimbalzo di cifre iniziato ieri mattina con le dichiarazioni del vice presidente Yusuf Kalla, le autorità indonesiane hanno messo ieri sera un punto sul numero: 27.174. Come possano aver contato così rapidamente e con tale precisione i morti resta un mistero, visto che, a seconda delle fonti citate, le agenzie riportavano ieri le cifre più disparate sull'emergenza ad Aceh, provincia settentrionale di Sumatra, dove la guerra è una costante da secoli e su cui si è abbattuta la catastrofe naturale peggiore della sua storia. L'Associated Press riferiva ieri di una situazione ormai arrivata al livello di guardia soprattutto nella città di Meulaboh, forse la più importante della costa occidentale di Aceh e la più devastata dagli effetti del maremoto. Mancanza di viveri, alimenti, medicinali, acqua potabile. Case rase al suolo e assenza di comunicazioni con l'esterno. Secondo Purnomo Sidik, alto funzionario degli Affari sociali, il personale d'emergenza che ha raggiunto la città vi avrebbe trovato 10mila vittime. Altre 9mila sarebbero quelle stimate nella sola Banda Aceh, la capitale provinciale che si trova sulla punta estrema della grande isola indonesiana, e in altri paesi vicini. Le immagini di case demolite e spazzate come fuscelli fanno da contorno a racconti spaventosi secondo cui gli abitanti di Meulaboh e di altre città di Aceh si sarebbero ormai dati al saccheggio. «La persone che saccheggiano non sono diavoli, semplicemente sono affamati», racconta un funzionario della locale Croce rossa, Irman Rachmat, di stanza nella capitale.

Lo scenario apocalittico descritto dalle agenzie può restituire solo una parte della realtà della provincia sotto sequestro militare dal maggio del 2003. Da allora, nelle zone dove è elevato il livello di conflitto con la guerriglia separatista del Gerakan Aceh Merdeka, osservatori stranieri e agenzie umanitarie non possono infatti prestare soccorso né verificare quanto accade. E a quanto è dato di sapere sono infatti i militari, aiutati da alcuni volontari civili, ad occuparsi delle principali operazioni di soccorso. Sarà abbastanza inevitabile che i nodi vengano al pettine nel momento in cui si tratterà di gestire gli aiuti predisposti dall'estero. E che, a questo punto si rendono, probabilmente indispensabili.

Nel frattempo, sul fronte della guerra non si registrano grosse novità. L'altro ieri il capo di Stato maggiore dell'esercito indonesiano, Endriartono Sutarto, aveva lanciato la palla al Gam invitando la guerriglia a una tregua. Ma ieri il portavoce dell'organizzazione, che risiede in Svezia, ha buttato benzina sul fuoco: secondo Bakhtiar Abdullah, il Gam aveva dichiarato una tregua unilaterale già da domenica, giorno del cataclisma, «a dispetto del quale l'esercito ci ha teso alcune imboscate mortali. Noi siamo disposti a cooperare ma il regime indonesiano - ha aggiunto l'esponente della guerriglia - non pare voglia ancora lanciare un'operazione di soccorso su grande scala».

La partita torna dunque a bocce ferme e senza che il nuovo capo di stato Susilo Bambang Yudhoyono abbia fatto dichiarazioni in proposito. Il Gam, inoltre, accusa la «corruzione e la burocrazia» di Jakarta, che renderebbero difficili le operazioni di soccorso mentre il regime starebbe esigendo che fondi e aiuti «passino per le sue mani». La situazione di conflitto tende dunque a esasperare le condizioni in cui possono lavorare gli operatori d'emergenza, soprattutto militari e quindi probabili target per la guerriglia.

Intanto una conferenza internazionale di donatori per affrontare la crisi provocata dall'ecatombe è stata auspicata dal commissario Ue allo sviluppo e gli aiuti umanitari, Louis Michel, che ieri ha confermato il via libera di 30 milioni di euro, quale «prima fase» degli interventi dei Venticinque nel continente asiatico. Quanti ne andranno, come e con che garanzie nell'Aceh?

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