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Carcere Sulmona - da il manifesto
by vincent Tuesday, May. 03, 2005 at 2:43 PM mail:

Detenuti senza speranze Sulmona, nel «carcere dei suicidi» annunciati trasferimenti, ma erano già previsti Nella struttura «modello», dove in sette si sono tolti la vita negli ultimi due anni, tanti i reclusi con problemi psicologici. Il direttore Siciliano: «Ora temiamo un effetto imitativo». L'autopsia ieri ha confermato anche l'ultimo suicidio. E ora si attendono le «misure forti» annunciate del ministro Castelli

Subito, ieri pomeriggio, due detenuti sono stati trasferiti. Presto altri, una trentina, dovrebbero lasciare il carcere di Sulmona, il «carcere dei suicidi». Il ministero della Giustizia lancia segnali di reazione, dopo che mercoledì un altro detenuto si è tolto la vita, il sesto in un anno e mezzo. Ma i due trasferimenti erano in programma da tempo e i prossimi sono solo un annuncio di cui non può dare conferma nemmeno il direttore del carcere, Giacinto Siciliano. Tra il penultimo suicidio (primo marzo scorso) e l'ultimo, poi, almeno una decina di detenuti con gravi problemi psicologici erano stati portati a Sulmona da altri penitenziari. La politica dei traslochi, buona per dare un seguito d'immagine alle promesse del ministro Castelli, difficilmente risolverà il problema. Dei due detenuti trasferiti ieri, uno è stato portato nel carcere di Teramo dove, con meno clamore, sette giorni fa c'è stato un altro suicidio. La città di Sulmona, che non troppi anni fa apparve a un illustre e colto viaggiatore come la stanza dabbene, elegante e curata, per ricevere in Abruzzo gli ospiti di riguardo, e che ancora sorprende per la sua grazia sconosciuta, è distante quattro incroci con semaforo dal «suo» carcere. Ma il carcere è lontano mille miglia dalla «sua» città, anzi non la vede per niente al di là della superstrada. E' molto grande, ma riesce comunque a starsene in disparte ai piedi del Morrone, montagna che in cima ancora mostra neve e a mezza costa Pacentro, il paese degli avi di Madonna intesa come pop star. Ci vogliono tre ore e più di pullman e un tratto in taxi per la madre di un detenuto napoletano, nel caso decidesse che una visita al figlio vale il sacrificio del viaggio. Praticamente non ci sono detenuti che hanno le famiglie nelle vicinanze. Ci fu chi teorizzò la gradevolezza di una situazione del genere, perché tiene lontano persone poco raccomandabili, evita rischi di inquinamento per la città. Fu Armida Miserere a dirlo, la direttrice di ferro che il venerdì santo di due anni fa si sparò un colpo di pistola alla tempia nel suo alloggio interno al carcere, inaugurando la serie di suicidi. Lasciò una lettera piena di recriminazioni contro l'amministrazione penitenziaria e un pessimo ricordo tra i detenuti. Due anni dopo l'inaugurazione, nel penitenziario ci fu la prima rivolta, che portò dieci agenti di sorveglianza a essere processati per violenze e poi assolti. Molti di quegli agenti sono ancora in servizio a Sulmona. Pochi giorni dopo la rivolta ci fu il primo suicidio. Poi altri due e diversi tentativi, fino alla serie terribile degli ultimi diciotto mesi.

Dopo ogni suicidio un'indagine interna dell'amministrazione e un fascicolo aperto in procura contro ignoti per il reato di istigazione al suicidio. Ma dentro quel fascicolo un solo foglio, prima dell'archiviazione: il risultato dell'autopsia. Nessun dubbio neanche per Francesco Vedruccio, che aveva 36 anni e si è impiccato nel bagno mercoledì mentre il compagno di cella dava le carte per un'altra mano di scopa. «Suicidio» ha concluso l'anatomopatologo dottor Polidori, arrivato ieri pomeriggio nell'unico posto di Sulmona che il detenuto Vedruccio ha avuto in sorte di conoscere, la camera mortuaria dell'ospedale. Si prepara ad archiviare anche questo caso il sostituto procuratore Aura Scarsella. A lei scrivono in continuazione i detenuti denunciando sopraffazioni o disagi. Nei casi più gravi ordina un'indagine alla polizia giudiziaria, in tutti i casi non si può andare oltre. «Una volta al mese - dice - vado a raccogliere le testimonianza in carcere e scopro che la maggior parte di loro ha soprattutto bisogno di qualcuno con cui parlare».

La casa di reclusione di Sulmona è destinata a chi deve scontare lunghe pene. Non dovrebbe mai accogliere chi è stato appena arrestato, come invece accadde al sindaco di Roccaraso che infilò la testa in un sacchetto di plastica mentre aspettava l'interrogatorio di garanzia. Ci lavorano cinque educatori e un solo medico psichiatra che viene da Roma per cento detenuti con sindromi depressive. Il ministro Castelli l'ha trovata «una struttura modello». Il direttore Siciliano spiega che nel carcere c'è una quota elevata di detenuti con problemi psicologici. «Noi cerchiamo di trattare questi casi, non chiediamo immediatamente il trasferimento come si fa da altre parti perché il problema anche col trasferimento resta». Con uno psichiatra part time però è difficile. E' un problema di fondi e gli ultimi anni sono stati anni di tagli. Anche il personale di custodia lamenta di essere sotto organico di almeno cinquanta unità. Tagli da ogni parte: la Regione, fino al mese scorso amministrata dalla destra, ha diminuito i fondi al festival Sulmona Cinema per organizzare proiezioni dentro le mura del carcere.

La città, a fugare le paure di Armida Miserere, non si è fatta inquinare dai delinquenti. Il direttore Siciliano insiste su quello che sta facendo per aprire il penitenziario al mondo esterno. Incontri con gli studenti, poi un'iniziativa pilota di adozione da parte dei detenuti dei cani del canile municipale che partirà la prossima settimana. Sottolinea che all'interno delle mura circondariali funzionano laboratori di falegnameria, pelletteria e calzature, ci sono corsi per rilegatori ma la grande maggioranza dei 400 detenuti sono esclusi da queste attività. Così come tutti sono esclusi dai benefici della legge Gozzini, un po' perché il Tribunale del riesame dell'Aquila ha fama di inflessibilità, un po' perché è impossibile che un detenuto possa trovare lavoro in un territorio con quasi il 30% di disoccupati. In una situazione del genere anche il carcere è una fonte di reddito per Sulmona, che lo tiene a distanza ma è stata pronta a prendere paura quando qualcuno, di fronte alla sequenza di suicidi, ha chiesto che venisse chiuso. Unico caso in cui la città ha dato segno di preoccuparsi per il «suo» penitenziario. Nonostante si verifichi la curiosa circostanza che il primo cittadino, Franco La Civita, abbia conosciuto un carcere dall'interno, essendoci finito dentro nella famosa notte di San Michele, il 28 settembre del 1992, quando tutta la giunta regionale guidata da Rocco Salini fu arrestata per la tangentopoli abruzzese. La Civita è uscito da questa vicenda senza condanna, e adesso dopo essere sparito dalla vita politica e poi riapparso dalle parti della destra, guida una maggioranza a tre: Ds, Margherita e Socialisti.

La casa di reclusione di Sulmona dunque è una struttura che non ha i problemi classici delle carceri italiane. Non c'è il sovraffollamento che c'è da altre parti, è piuttosto nuova (quella vecchia, un ex convento benedettino, è ancora in fase di restauro per essere destinato ad attività culturali), ma è un luogo dove la segregazione è più pesante di altrove. L'isolamento fisico, le condanne lunghissime dei detenuti, persino la fama di «carcere dei suicidi». Il direttore confessa di temere «un effetto imitativo».

In una stradina che porta fuori città, in una casetta bassa con lo studio medico accanto, vive un signore di settantotto anni che è testimone di una diversa stagione carceraria. Alfonso De Deo è stato il medico del penitenziario, del vecchio penitenziario di Sulmona «che aveva tre porte e non dodici cancelli così rumorosi come questo», per 40 anni. Ricorda tutti i casi di suicidio che gli sono capitati. Tre. «E ce li ho tutti qui», dice colpendosi sullo stomaco. E' un uomo piccolino che è stato anche sindaco democristiano della città, ma un grande medico. Nel 1970 ha pubblicato con Feltrinelli una ricerca che ha fatto scuola e ha aperto la strada ad alcune importanti riforme, prima e nello stesso spirito della legge Gozzini: Il sesso nelle carceri italiane. De Deo ha studiato come i detenuti, non avendo altri strumenti per affermare la propria personalità, molto spesso siano costretti a usare il proprio corpo. Il suicidio è un modo per farlo, un'ultima volta.

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Vietato indagare
by Antigone Tuesday, May. 03, 2005 at 2:44 PM mail:

E siamo a sette. Sette suicidi in due anni. Prima si ammazza la direttrice e poi in sequenza sei detenuti. Dal carcere di Sulmona è statisticamente più facile uscire morti che non per concessione di una misura alternativa. Non era mai accaduto nella storia delle galere del nostro paese che in un carcere ci fossero uno dopo l'altro sette persone che si togliessero la vita in un arco di tempo così ristretto. Vi è un ritardo colpevole di chi non si è curato di cosa stesse accadendo a Sulmona. Non si può aspettare la settima vittima per aprire un'inchiesta per istigazione al suicidio. Se un numero così alto di suicidi fosse accaduto in un qualsiasi altro contesto - condominio,scuola, ospedale, ufficio pubblico - si sarebbe mobilitata la magistratura, l'opinione pubblica si sarebbe impaurita, i media avrebbero organizzato dirette non stop, il solito criminologo sarebbe comparso nella veste di esperto da Bruno Vespa. Settemorti suicide in uno stesso luogo, anche se questo è un luogo di sofferenze per antonomasia, lasciano il forte dubbio che non si tratti di una coincidenza. Sarà il trattamento duro, sarà un clima interno insopportabile, sarà che a Sulmona non c'è spazio per la speranza, sarà quel che sarà, ma chi oggi indaga sull'ultimo morto per istigazione al suicidio deve riaprire gli altri sei fascicoli. Lo Stato ha l'obbligo di custodire i corpi delle persone detenute assicurando - così recita la Costituzione - che non vi siano trattamenti contrari al senso di umanità. Se una persona è entrata viva in prigione deve uscirne viva. Esiste un obbligo morale egiuridico di custodia che a Sulmona è stato disatteso. Per questo vanno messi i sigilli al carcere, per questo il carcere di Sulmona va chiuso. Va chiuso perché in quell'istituto la vita delle persone, per circostanze a noi ignote, non ha avuto fino ad oggi gran valore. A Sulmona, in diciotto mesi, hanno potuto ammazzarsi un sindaco, un mafioso, un pentito, tredetenuti comuni senza che alcuno si facesse carico dell'eventuale filo rosso tra i singoli episodi. E tutto ciò aveva inizio sei mesi dopo che si era ammazzata Armida Miserere, una direttrice che in un'intervista a Panorama si permetteva di assimilare idetenuti più o meno alle bestie. Quel carcere va temporaneamente chiuso per evitare che ci possa essereun ottavo morto. Siccome è probabile che Castelli non darà l'ordine dichiudere il carcere, allora il minimo che si possa fare è aprirlo alla società e alla stampa. Non si può avere paura di far vedere ai giornalisti e alletelecamere quello che accade dentro, di far sentire la voce diretta di operatori e detenuti. Sarebbe questo un primo segnale di apertura, di trasparenza, didisponibilità. Va rispolverata una vecchia proposta dilegge che prevedeva il diritto di accesso dei giornalisti in carcere, al pari dei parlamentari.

Negli ultimi tempi le galere sono ripiombate nella loro tradizionale opacità. I sette morti di Sulmona oggi suscitano curiosità. Speriamo che provochino in tutti anche un sentimento di rabbia e indignazione.

Patrizio Gonnella - Antigone

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Luci e ombre di un istituto «modello»
by Antigone Tuesday, May. 03, 2005 at 2:47 PM mail:

Francesco il «Bergamasco», Roberto il «Sardo», Pino l'«Uccellino», sono numeri trasformati in nomi e soprannomi, parte di quei pochi detenuti che nel carcere di via Lamaccio a Sulmona, sono riusciti ad affrancarsi e ad ottenere una propria identità. Loro hanno guadagnato, in trenta anni di detenzione, un minimo di credibilità nei confronti della direzione e sono riusciti ad impegnare il lento tempo con attività alternative: teatro, pittura, musica. Appena un mese fa hanno dato vita ad una mostra in città e hanno devoluto gli oltre tremila euro di incasso al Reparto di Pediatria dell'ospedale di Sulmona. In tutto sono una ventina, venti «fortunati» pionieri del nuovo corso avviato dal giovane direttore della Casa di reclusione, Giacinto Siciliano che, sovvertendo metodi e obiettivi dell'ex direttrice di ferro, Armida Miserere, suicidatasi il venerdì santo di due Pasque fa, ha cercato di trasformare il carcere maledetto, il carcere dei suicidi (sette in due anni), in un luogo di speranza, almeno di speranza. Sembra assurdo che proprio dietro queste sbarre ai piedi del Monte Morrone, dove il silenzio accompagna la vita di tutti e non solo dei detenuti, si possa essere verificato un altro, l'ennesimo suicidio. Sette suicidi in due anni: una beffa a fronte dell'impegno e dell'energia con cui il direttore ha promosso iniziative e aperto le porte del carcere alla società civile. Incontri con le scuole, laboratori artistici, lavoro nei tre opifici (falegnameria, rilegatoria e calzaturificio) e, per finire in ordine cronologico, l'inaugurazione, il prossimo mercoledì, del progetto «Argò», grazie al quale i detenuti potranno adottare ed accudire un cane randagio.

Un carcere modello, quello di Sulmona, a detta del Ministro Castelli, eppure questa struttura aperta nel 1992, a fronte di 250 celle accoglienti e del lavoro degli addetti, soffre ancora molto, troppo della disattenzione delle Istituzioni. La legge Gozzini non è applicata, semplicemente perché qui, nel cuore dell'Abruzzo interno, il lavoro manca anche fuori le sbarre. Il personale di Polizia Penitenziaria è insufficiente di oltre venti unità, oltre ad essere, in parte, ancorato ai vecchi metodi e quindi troppo distante dal concetto di carcere rieducativo e non punitivo voluto dalla nuova direzione. Il presidio sanitario che doveva essere aperto come da accordi con la Regione non vede ancora la luce e il controllo psichiatrico degli oltre cento detenuti a rischio è affidato ad un solo addetto per un totale di trentasei ore settimanali. E' diventata ormai una prassi la minaccia del suicidio nel carcere dei suicidi: i detenuti reclamano di essere avvicinati a casa e come dargli torto se qui, nel cuore dell'Abruzzo, si impiegano sei ore per arrivare da Napoli (da dove proviene la maggioranza dei carcerati) e non c'è neanche un mezzo pubblico che accompagni i parenti a destinazione.

Dei quattrocento ospiti di via Lamaccio, dove esiste un regolamento interno che non fa e non può fare distinzioni tra detenuti ordinari e sorvegliati speciali, poi, lavorano solo in cento, con tempi e ingressi diversi: i duecento 41 bis che non possono incontrarsi tra loro e che non possono incontrare i carcerati ordinari. I tossicodipendenti, l'esercito degli extarcomunitari, i mafiosi, i collaboratori di giustizia: non è un penitenziario sovraffollato nei numeri, ma nella sostanza. Le buone intenzioni del direttore si scontrano soprattutto con queste contraddizioni. Il volontariato sta entrando solo ora dietro le sbarre, dopo che per anni è stato, neanche troppo gentilmente, lasciato fuori fatta eccezione per poche iniziative. La città, che dovrebbe esserne protagonista, fa fatica a vincere la diffidenza. Qualcosa però si sta muovendo, lentamente, faticosamente, tra mille difficoltà e un'inspiegabile maledizione, una maledizione che colpisce ormai con puntualità scientifica il carcere modello. «Non lasciateci qui senza far niente - commenta Roberto il Sardo, in carcere da ventisette anni - dateci la possibilità di imparare un lavoro, altrimenti quando usciremo faremo le stesse cose che facevamo prima. Ci avete tolto la libertà, non toglieteci anche la speranza». La speranza di un lavoro, però, a Sulmona è viva anche fuori dal carcere: il ventotto per cento della popolazione attiva è disoccupata, schiava e prigioniera della povertà dell'Italia dalle belle strutture e dai super carceri modello.

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Il carcere dei suicidi bufera su Castelli
by il manifesto Tuesday, May. 03, 2005 at 2:48 PM mail:

La catena di morte non si interrompe. Il supercarcere di Sulmona sempre più scenario di drammi di vita. L'altro ieri, Francesco Vedruccio, 36enne di Squinzano, in provincia di Lecce, è stato trovato impiccato alla finestra del bagno. E' il settimo suicidio nel penitenziario abruzzese in due anni. L'uomo stava scontando una condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina, estorsione e spaccio. Ha stretto il cordone della tuta attorno al collo e poi all'inferriata, e si è lasciato andare penzoloni. Erano circa le 20.30. Potrebbe essere stata la telefonata di un parente, ricevuta nel pomeriggio, a spingerlo ad ammazzarsi. Dopo la chiamata era tornato in cella piuttosto scosso. Il compagno, vedendolo sconvolto e nel tentativo di tranquillizzarlo, gli ha proposto una partita a carte. Una mano di gioco, quattro chiacchiere e poi la fine. Sembra che il detenuto non riuscisse ad accettare il fatto che la moglie non volesse più saperne di lui, che considerasse chiusa la loro storia, e, soprattutto, che gli impedisse di vedere il figlio. Questioni di cuore, di cui aveva parlato più volte. Er considerato un «elemento a rischio» e per questo non gli era mai stato concesso il trasferimento in un cella singola, nonostante lo chiedesse ogni giorno. Questa situazione gli aveva consentito anche di frequentare un corso per geometri. Il suo decesso fa piombare sulla casa circondariale una valanga di accuse. In troppi si sono uccisi tra quelle celle. E' un fiume di polemiche, anche politiche, che si abbattono sul sistema carcerario e sul ministro della giustizia Roberto Castelli di cui, da più parti, sono state chieste le dimissioni e che ieri pomeriggio si è precipitato a Sulmona. Sull'accaduto sono state avviate diverse inchieste. Nella struttura sono arrivati gli ispettori del ministero, inviati nell'ambito dell'indagine interna aperta dal Dipartimento amministrazione penitenziaria - la sesta negli ultimi mesi - che ha ordinato un'ispezione. Il capo del Dap, Giovanni Tinebra ha dato disposizione «di analizzare il problema a fondo e di ripensare la gestione del carcere dopo aver individuato le particolari criticità, così da intervenire anche attraverso il trasferimento di alcuni prigionieri. Non sa spiegarsi i motivi del gesto Giacinto Siciliano, direttore del carcere. «Questo è un istituto in cui si lavora - commenta -, dove si svolgono attività che portano a raccordarsi anche con il territorio e la città. Abbiamo potenziato i controlli. Bisogna cercare in tutti i modi di uscire da questa tremenda situazione«. «Una sequenza di suicidi che va assolutamente fermata - dice Giulio Petrilli, di Rifondazione comunista dell'Aquila -. Se non si adottano misure di cambiamento, allora è opportuno chiudere la struttura». Proposta condivisa anche da Paolo Cento, deputato dei Verdi e vice presidente della commissione giustiza alla camera. «Il penitenziario di Sulmona - sottolinea il deputato del Sole che ride - è solo la punta di un iceberg che dimostra le condizioni drammatiche in cui si versa il sistema carcerario italiano e il fallimento della politica penitenziaria del Governo che ha prodotto sovraffollamento, riduzione della spesa sanitaria, e diminuzione del personale». «Questo carcere assomiglia ormai a un mattatoio. E' semplicemente scandaloso che il direttore sia ancora al suo posto e che il ministro Castelli non abbia ancora dato le dimissioni: è ilcommento del deputato Verde Mauro Bulgarelli.

«E' evidente che nel supercarcere di Sulmona sta accadendo qualcosa di estremamente grave - afferma il responsabile giustizia dei Ds, Massimo Brutti -. Si tratta di una successione inquietante di morti che deve allarmarci tutti. E' doveroso che ci sia un'indagine del Parlamento per conoscere la situazione di quel penitenziario,comprendere a fondo le condizioni di vita dei detenuti e le condizioni di lavoro degli operatori. Solo così sarà possibilecapire quali interventi adottare per voltare pagina». «Serve un intervento all'altezza della situazione: l'immediata chiusura del carcere; tuona il deputato di Prc Elettra Deiana, che più volte ha visitato il carcere abruzzese -. C'è da fare i conti con l'esistenza di un gravissimo groviglio di problematiche fino ad oggi, evidentemente, non affrontate e che provocano drammi personali e gettando un'ombra inquietante sull'insieme del sistema carcerario già compromesso da contraddizioni e inadempienze».

Si difende il responsabile dell'area sanitaria del carcere, Fabio Federico che afferma: «Siamo di fronte a gesti autolesionistici compiuti solo per avere un'eco sulla stampa. Una spirale perversa, un vero e proprio effetto domino. Siamo seriamente preoccupati - aggiunge - e a questo punto la speranza è che si attui l'allontanamento degli elementi più a rischio». Il Appe, sindacato di polizia penitenziaria, rileva: «L'ennesimo suicidio non può offrire nessun pretesto per colpevolizzare gli agenti che lavorano nella struttura abruzzese. Il sovraffollamento delle carceri e la carenza di personale non da sempre temi senza soluzione». «Adesso - dichiara Giuliano Pisapia, capogruppo Prc in commissione giustizia - occorre l'approvazione di un provvedimento di clemenza. E' un dovere morale e giuridico». «Il numero impressionante di suicidi - sostiene Ottaviano Del Turco, neopresidente della Regione Abruzzo - richiede l'assunzione di responsabilità precise». E il ministro Castelli, nell'occhio del ciclone, dice: «Non è un carcere maledetto. Siamo di fronte a una situazione paradossale, dove da un lato c'è un apparente stato ottimale del penitenziario, dall'altro evidentemente una profonda realtà di disagio, visti gli episodi che succedono. Verranno prese comunque sicuramente delle misure rapide».

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I suicidi di Sulmona
by il manifesto Tuesday, May. 03, 2005 at 2:49 PM mail:

E' il 16 dicembre 1994: nel penitenziario abruzzese c'è la rivolta dei detenuti. Dieci agenti sono indagati per presunte violenze sui ribelli. Il primo morto è di poche settimane dopo, il 19 gennaio 1994: Luigi D'Aloisio, 37 anni, di Barletta (Bari), malato di Aids, si impicca con il lenzuolo legato alla finestra della camera di sicurezza. Il 18 giugno 1999 Cosimo Tramacere, di 26 anni, di Mesagne (Brindisi), alla vigilia del ritorno in carcere, dopo un permesso di tre giorni, si getta sotto a un treno. Il 12 Luglio 1999 si impicca in cella con il lenzuolo Antonio Miccoli, 30 anni, di Foggia. Il 23 gennaio 2000 l'ergastolano Luigi Acquaviva si impicca nel carcere «Badu `e carros» di Nuoro: era da poco arrivato da Sulmona dove aveva tentato di far fuori un compagno di cella. Il 2 luglio 2001 le guardie sventano un tentativo di suicidio. Poi la serie ravvicinata: 19 aprile 2003, nel periodo di Pasqua, si toglie la vita la direttrice del supercarcere, Armida Miserere, che si spara con un fucile all'interno del suo ufficio. Non lascia biglietti. Il 14 ottobre successivo si impicca in cella, con i lacci delle scarpe legati a una grata, Diego Aleci, 41 anni, mafioso di Marsala (Trapani), prima killer della Stidda e poi di Cosa Nostra, condannato all'ergastolo. Il 28 giugno 2004, allo stesso modo, si ammazza Francesco Di Piazza, 58 anni, anch'egli ergastolano, appartenente al clan di Giovanni Brusca. Il 16 agosto 2004 il sindaco di Roccaraso (L'Aquila) Camillo Valentini - arrestato due giorni prima per una storia di presunti appalti irregolari e mazzette - si soffoca nella cella di sicurezza infilando la testa in una busta di plastica, stringendo il sacchetto attorno al collo con un laccio, legando un altro alla finestra e lasciandosi soffocare. Gli agenti l'avevano preso nella casa delle vacanze, a Francavilla al Mare (Chieti), mentre era in villeggiatura con la figlia. Cinque giorni dopo un pedofilo assassino si taglia le vene, ma viene salvato. Il 3 gennaio scorso, con i lacci delle scarpe si impicca Guido Cercola, braccio destro di Pippo Calò, coinvolto nel 1984 nella strage del rapido 904 Napoli-Milano. Nell'attentato al treno morirono 16 viaggiatori e in 267 rimasero feriti. Sessant'anni, romano, l'uomo era stato condannato definitivamente all'ergastolo nel novembre `92. Il primo marzo scorso usando la propria t-shirt e la cinta della tuta, nella sezione alta protezione, si impicca il pentito Nunzio Gallo, 28 anni, di Torre Annunziata (Napoli). Era dietro le sbarre per rapina ed estorsione. A chiudere la macabra lista Francesco Vedruccio.

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commento indigeno
by simona Tuesday, May. 03, 2005 at 4:30 PM mail:

Ho vissuto qualche tempo a Roma. Mi hanno raccontato che i prigionieri di Regina Coeli parlavano tra loro e con i loro parenti cantando. Ho visto le magliette che producono i detenuti di Rebibbia.
Voi siete mai stati a Sulmona? Vedrete i confetti, le vie pulite dl centro, le villette, ma sapete cosa c'è dietro? la marcia indifferenza di una città di provincia che muore ripiegata su sé stessa. Affittare una casa è impossibile senza una busta paga ed una famiglia "perbene" dietro le spalle. Trovare un lavoro? Non ne parliamo nemmeno: solo il figlio di quello e il nipote di quell'altro hanno il diritto di lavorare (lavorare? scusate, occupare un posto di lavoro. Lavorare è un'altra cosa). Gli altri stanno a casa, fuggono, e, se costretti a tornare o se impossibilitati a fuggire, si ammalano o si inerpicano su per il sentiero della droga. Non li vedi per strada, ma ci sono. Sono chiusi in casa, o in comunità di recupero, o nel Centro di Igiene Mentale, controllati, seguiti, come se fossero bestie. Ma lontani dal centro, dai negozi di confetti e dal Corso Ovidio.
Così pure il carcere. Talvolta, qualcuno che "occupa un posto di lavoro" come insegnante, psicologo, guardia carceraria o quant'altro, si incontra con i detenuti, entra in questa realtà. Ma non la capisce e non la vuol capire. Si commettono gli stessi errori al CIM, al SERT e nelle comunità, ma lì ci sono i medicinali a calmare gli animi e a riportare tutto ad un'apparente normalità.
In carcere no. Entra l'ENFAP con i suoi corsi regionali (inutili) tenuti da veri e propri incompetenti, che non aspettano altro che tornare a casa e dedicarsi ai fatti propri, anziché dare un senso alla propria vita ed al proprio lavoro tendendo una mano ai detenuti. Così anche gli psicologi, le guardie, i medici del carcere. A nessuno importa dei detenuti, a tutti preme di tornare a casa a curare il giardino. Mai un'iniziativa, mai un contatto con la città, mai. Eppure sono là, vicino ad una delle zone più ambite per chi vuol comprare casa, facendo finta però che via Lamaccio si perda tra le campagne, e non che porti ad un luogo di tale sofferenza.
Stessa cosa accade nella zona per i canili, veri e propri lager, gestiti da viscidi personaggi senza scrupolo che li maltrattano e li usano solo per avere i sussidi delle ASL.
Come le comunità di recupero, i canili ed il carcere sono i posti dove la pietà umana dovrebbe mostrarsi e farsi portatrice di sollievo per chi è solo, per chi soffre, per chi è stato abbandonato. Manca la pietà umana in questa città, ed è per questo che chi ha la sfortuna di abitarci non riesce neanche a meravigliarsi per l'ennesimo suicidio: il primo pensiero è stato di evitare la chiusura del carcere, altrimenti dove andranno ad insegnare i professori incapaci, dove passeranno il tempo gli inetti psicologi, come si divertiranno le guardie carcerarie? Non toglieteci le nostre certezze, siamo piccoli vermi di provincia e il carcere ci serve. Anche se oggi somiglia ad un mattatoio.

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