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Minaccia cinese, l'America ha paura
by Federico Rampini Monday January 26, 2004 at 11:11 PM mail:  

Non c’è da stupirsi se le imprese americane si risanano più rapidamente di quelle europee,è ovvio che la ripresa arriva prima negli Stati Uniti.

Non c’è da stupirsi se le imprese americane si risanano più rapidamente di quelle europee, è ovvio che la ripresa arriva prima negli Stati Uniti. La velocità del cambiamento qui non ha eguali al mondo. Ma i costi umani e sociali di questa flessibilità ci sono e tra le paure dell'America c'è anche lo sviluppo impetuoso della Cina.

"In tre anni l'industria americana ha perso due milioni e mezzo di posti di lavoro. Di questi, un milione e mezzo per colpa dello yuan". L'accusa della Manufacturers Alliance, associazione confindustriale americana, è pesante: la Cina manipola la sua moneta (yuan o renminbi), la indebolisce per rendere ancora più competitive le sue esportazioni, già aiutate dal basso costo della manodopera. A 8,28 yuan per un dollaro, conferma il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, il tasso di cambio è sottovalutato del 30% in favore del made in China. "La valuta cinese diventa un problema per il business statunitense" titola in prima pagina The New York Times nel settembre 2003. George W. Bush manda d'urgenza il suo ministro del Tesoro John Snow a Pechino, in quello stesso mese, con una missione prioritaria: "esercitare una pressione politica diretta" sui dirigenti cinesi perché cambino politica monetaria. Ma per quanto Washington possa drammatizzare le proprie difficoltà economiche, la disoccupazione americana è poca cosa di fronte agli immensi bisogni della Cina. La superpotenza dell'altra sponda del Pacifico è pur sempre un paese in via di sviluppo, con problemi demografici di dimensioni uniche. "Nei prossimi dieci anni altri 150 milioni di contadini fuggiranno dalle campagne per riversarsi nelle città costiere in cerca di occupazione", secondo Chen Huai del Development Research Center di Pechino: questa massa di emigranti è superiore a tutta la forza lavoro degli Stati Uniti.

Tra la fame di lavoro della Cina, e l'imminente battaglia per la Casa Bianca che si giocherà anche sul livello della disoccupazione americana, ci sono gli ingredienti per un conflitto.

Bush rischia di subire un accerchiamento. Alle proteste degli industriali che invocano misure protezioniste - soprattutto nei settori più maturi come il tessile - si aggiungono quelle dei sindacati. In certi Stati ad alta concentrazione di colletti blu, come la Pennsylvania, la festa del Labor Day il primo settembre 2003 è stata dedicata a manifestazioni contro l'unfair competition, la concorrenza sleale. Per la prima volta gli slogan contro lo yuan sono comparsi nei cortei della classe operaia americana. E i politici fanno da cassa di risonanza del malessere anti-cinese. Sedici "pesi massimi" del Senato e della Camera di Washington, sia repubblicani sia democratici (da Elizabeth Dole a Joseph Lieberaman), hanno scritto una lettera aperta a Bush perché scenda in campo in difesa dell'industria americana.

Il boom cinese da un decennio viaggia a ritmi di crescita del Pil dell'8% annuo. La fiducia nel gigante asiatico forse è eccessiva: gli occidentali sottovalutano il rischio finanziario nascosto nei bilanci opachi delle banche cinesi, sopravvalutano la capacità della leadership comunista di mantenere a lungo la stabilità politica nel paese. Ma sta di fatto che la luna di miele tra il capitalismo e Pechino è tale da provocare un'inondazione di capitali. Con 53 miliardi di dollari di investimenti stranieri la Cina è la seconda destinazione preferita dalle multinazionali mondiali, subito dopo gli Stati Uniti (e di questo passo li raggiungerà). È altrettanto sintomatico il rientro di risparmi cinesi dall'estero: da 20 a 30 miliardi di dollari sono tornati in patria nel primo semestre del 2003, una fuga di capitali alla rovescia che la dice lunga sulla fiducia degli stessi cinesi nel loro boom.

Proprio questa invasione di capitali, aumentando la domanda di yuan, dovrebbe rafforzare automaticamente la valuta cinese. Invece niente. Per quanto Pechino abbia ormai sposato da anni i princìpi del capitalismo, sul fronte monetario è rimasta all'epoca del dirigismo comunista: la moneta non fluttua liberamente, il cambio è fissato dalla Banca Centrale. Che si rifiuta di schiodarlo da quota 8,28 per un dollaro.

Visto che i mercati sono convinti che lo yuan debba valere molto di più - e scommettono su una svalutazione del dollaro - la Banca Centrale cinese è costretta a comprare dollari al ritmo di 10 miliardi al mese. Con queste operazioni alla fine del 2003 aveva ormai accumulato riserve record, per 350 miliardi di dollari. La manipolazione del cambio, mantenuto debole contro il volere dei mercati, regala un sovrappiù di competitività al made in China e attira le accuse di concorrenza sleale. Gli Stati Uniti vedono gonfiarsi il loro deficit commerciale con il gigante asiatico: quest'anno sono in rosso per 100 miliardi di dollari. Negli ultimi cinque anni le loro importazioni di made in China sono raddoppiate.

Di fronte alla paura americana che l'invasione di prodotti cinesi abbia gli stessi effetti devastanti dell'offensiva giapponese negli anni Ottanta, gli accusati si difendono vigorosamente.

Lu Zheng, direttore dell'Istituto di Economia industriale all'Accademia delle scienze sociali, ricorda che la Cina ha ancora rapporti di scambio tipici da paese sottosviluppato: deve esportare 300.000 apparecchi televisivi per guadagnare abbastanza valuta da comprarsi un Boeing. Prima che il colosso asiatico diventi una vera minaccia nelle produzioni tecnologicamente più sofisticate, ce ne vorrà. Attualmente quel che l'intera Cina riesce a investire in ricerca scientifica in un anno (10,7 miliardi di dollari) è la stessa somma che spende una sola impresa tedesca, la Siemens. Fra le 500 maggiori multinazionali del mondo, il 30% sono americane, neanche una cinese si piazza in classifica.

La politica della moneta viene giustificata. L'Occidente ha la memoria corta, rimprovera Chen Zhao del Bank Credit Analyst Research Group: "Pechino fece grossi sacrifici durante la crisi asiatica del 1997-98, per difendere la sua moneta mentre tutte le altre valute del Sud-Est asiatico crollavano del 50% o dell'80%. Se l'argine cinese avesse ceduto, l'intera economia mondiale sarebbe stata contagiata da una grave deflazione". Chen sottolinea poi che la Cina, dopo il suo ingresso nel Wto, sta smantellando molte barriere protezionistiche: rispetta le regole del commercio mondiale più di quanto non abbia fatto per decenni il Giappone. Il paese si sta aprendo, le importazioni dall'estero aumentano del 45% in un anno. Dalle auto di lusso ai telefoni cellulari, fino ai macchinari più sofisticati, i cinesi stanno diventando un grande mercato, e il loro ceto medio-alto ha gusti di consumo esterofili. Infine la politica della moneta debole dà un vantaggio al resto del mondo: per mantenere sottovalutato lo yuan, Pechino acquista dollari, quindi finanzia il crescente deficit americano, e consente ai consumatori statunitensi di continuare a vivere al di sopra dei loro mezzi. Bush e il suo ministro Snow non possono tirare la corda più di tanto. La ripresa americana è finanziata anche dal credito cinese, il destino dei due paesi è più legato di quanto appaia dalle polemiche e dalla diffidenza reciproca.


tratto da "Le paure dell'America"
Collana: i Robinson/Letture


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tra l'altro
by LHR Monday January 26, 2004 at 11:35 PM mail:  

gli americani fanno lo stesso gioco con l'euro svalutando il dollaro...anche se non fissano un cambio la sostanza rimane la stessa
Sono i paladini del libero mercato solo quando gli fa comodo

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Se la ricchezza internazionale lascerà le coste dell’America Settentrinale
by JAMES K. GALBRAITH Wednesday February 25, 2004 at 11:36 PM mail:  

BASTERA’ che la ricchezza internazionale cominci ad allontanarsi dalle coste americane e la difficoltà del paese a provvedere ai propri bisogni verrà pienamente alla luce. Ciò potrà incidere gravemente sulla domanda interna, il cui crollo andrebbe a ripercuotersi ben presto sulle esportazioni dei paesi legati al mercato americano e, di conseguenza, sulla loro capacità di rimborsare i debiti. Una simile inadempienza avrebbe inevitabilmente ripercussioni negative sul credito e sulla reputazione delle istituzioni finanziarie americane, baluardi della finanza internazionale e del dollaro. Il rischio che si inneschi una crisi, in base a una simile concatenazione di eventi, è tutt’altro che trascurabile, anche se non sembra ancor incombente.

Se a tutto questo si aggiunge la guerra in Iraq, le tensioni e le incertezze nucleari altrove, non è certo che gli Stati uniti continuino ad essere visti come un riparo così sicuro.

Ed infine, la situazione attuale degli Stati Uniti è veramente così diversa da quella che ha conosciuto il Regno unito nel 1944-1945? Non ci troviamo forse con un impegno militare eccessivo, l’erosione delle capacità di esportazione, una egemonia monetaria di lunga data che sembra in pericolo, e fin troppe illusioni sulla necessità di intervenire sulla scena internazionale?

Evidentemente, coloro che siedono nel consiglio di guerra di Washington non pensano che il loro impero da un punto di vista finanziario poggia sulle sabbie mobili. E tuttavia, anche negli Stati uniti un cambiamento rientra ancora nell’ordine dei possibile, spinto da una disillusione generale riguardo alle finalità di questa politica. Il popolo americano non è particolarmente bellicoso, e la sua pazienza nei confronti delle operazioni militari è strettamente legata al loro costo. Preferirebbe certo ridurre il proprio esercito a un ruolo sostanzialmente difensivo, che consentirebbe di costruire l’economia degli Stati uniti su basi più pacifiche, ripristinando un quadro di accordi collettivi di sicurezza. Ma sarebbe anche necessario che la loro capacità di mobilitare le risorse in questo senso non sia ostacolata, o almeno non eccessivamente, da considerazioni di finanza internazionale.

Prevedere fin d’ora una eventualità così remota può sembrare futile. Ma se dovesse trasformarsi in realtà, gli americani e con loro i rappresentanti dei resto dei mondo avranno bisogno della visione illuminata dei cittadini dei continente europeo, che appare destinato a diventare il nuovo centro dei potere finanziario, Soprattutto bisognerà evitare, a quel punto, che gli europei ripetano l’errore compiuto nel 1945 dagli americani: dovranno guardarsi bene dall’affidare le decisioni chiave e le istituzioni di primo piano a persone che hanno una mentalità da banchieri.

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L’Ordine Mondiale secondo John Maynard Keynes
by James K. Galbraith Wednesday February 25, 2004 at 11:41 PM mail:  

tratto da «Le Monde Diplomatique» nr.5, maggio 2003

Verso la fine della seconda guerra mondiale, la conferenza di Bretton Woods, nel 1944, istituì il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), il tallone oro e la convertibilità del dollaro a 35 dollari l’oncia d’oro. La notorietà acquisita da John Maynard Keynes con la sua critica fondamentale del Trattato di Versailles del 1919, e in seguito alle sue innovative proposte teoriche per uscire dalla Grande depressione, gli valsero l’incarico di capo della delegazione britannica. Come riferisce Robert Skidelski nella sua biografia, Keynes si scontrò con la volontà del Tesoro americano di imporre alla Gran Bretagna, sull’orlo del fallimento, una rigida dipendenza finanziaria. Alla fine, il peggio fu scongiurato dal presidente Franklin D. Roosevelt con il Land-Lease Act, valido per tutta la durata della guerra. Ma il consigliere della Corona britannica si trovò a fronteggiare sfide ben più ardue per l’ordine mondiale dell’epoca. La sua resistenza all’emergente dominio economico americano può ancora oggi essere una preziosa fonte di ispirazione.

Per il dopo-guerra, Keynes aveva immaginato un sistema in cui le grandi nazioni non sarebbero più state costrette ad anteporre il rispetto degli accordi commerciali agli obiettivi di progresso sociale, con particolare riferimento alla piena occupazione. Vedeva una felice coesistenza del libero scambio con un sistema generoso di tutele assicurato dalle istituzioni finanziarie internazionali. Tale sistema sarebbe stato caratterizzato innanzitutto da un dispositivo di «aggiustamento dei crediti», che imponeva sanzioni ai paesi con un’eccedenza commerciale e non a quelli in deficit. Ciò avrebbe costretto i primi ad accettare una discriminazione nei confronti delle loro vendite, ovvero ad allargare i loro mercati interni per assorbire una maggiore quantità d’importazioni. In parallelo, ogni debitore avrebbe avuto diritto ad una linea di credito in un sistema internazionale di pagamenti, incentrato su un meccanismo di compensazione e una moneta di riserva mondiale (il bancor).

Un simile ordine era inaccettabile per gli Stati uniti. Nel mondo dell’epoca, dominato dalla schiacciante superiorità della loro industria manIfatturiera, l’ideale americano era il «laissez faire» economico e il gold standard. Un mezzo di pagamento internazionale che prendesse in considerazione l’interesse dei debitori era in contrasto con il pensiero di Wall Street, così come lo sarebbe per il comune mortale l’idea di affidare la direzione di una prigione ai detenuti, o quella di uno zoo agli scimpanzé. I debiti contratti oggi devono essere rimborsati domani, a qualsiasi costo. Le finanze dei dopoguerra dovevano essere gestite dai ricchi. In fin dei conti, gli Stati uniti accettarono un FMI e una BM su basi molto più tradizionali di quanto avesse sperato Keynes, fatte salve alcune concessioni. Keynes inoltre riteneva insopportabili le condizioni imposte dagli Stati uniti per concedere un prestito alla Gran Bretagna nel 1945. In seguito, due fattori contribuirono a migliorare la situazione britannica. Il primo, legato alla guerra fredda, fu l’adozione dei piano Marshali, abbinato a un aiuto materiale e finanziario non trascurabile. La minaccia militare che l’Unione sovietica faceva pesare sull’Europa occidentale è forse stata sopravvalutata (anche largamente), ma il modello economico e politico sovietico allora era ancora in auge. Anzi, ha dato una vera e propria frustata allo sforzo di ricostruzione dei dopo-guerra e, sul piano sociale, all’attuazione di riforme democratiche indispensabili.

Negli Stati uniti, una riforma strutturale si basò in parte sul militare, ma molto di più sui risultati di questo New Deal di nuovo genere, e (successivamente) sulle riforme sociali del programma della «grande società» (sicurezza sociale, sistema di assicurazione malattie Medicare, incentivi all’edilizia e alla scuola, acquisti a credito). Ciò modificò le abitudini di consumo delle famiglie, e trasformò gli Stati uniti in una vera e propria locomotiva keynesiana che si tirava dietro il resto del mondo. Per un certo periodo, tale convergenza fu una realtà. I paesi poveri ebbero un tasso di crescita più rapido dei paesi ricchi. Tale situazione venne a cessare nel corso degli anni ’70, allorché le banche commerciali ripresero il sopravvento. Ma era bastato qualche anno per dimostrare che Keynes aveva visto giusto. La «controrivoluzione barbara», per ripetere l’espressione dell’economista Walter Rostow, era già ben avviata negli anni ’80. In seguito, i cosiddetti paesi in via di sviluppo furono le prime e più sfortunate vittime dei crollo dei finanziamenti, allo sviluppo di ondate successive di instabilità speculativa e della crisi dei debito. Vent’anni dopo, quel sistema di sviluppo ancora aspetta interventi correttivi.

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Il debito del Brasile. Gli affari dell’Argentina
by ag0stin0 Wednesday February 25, 2004 at 11:43 PM mail:  

Il BRASILE rappresenta un caso emblematico. Si tratta di un paese il cui debito ammonta a 250 miliardi dì dollari, che si trova immerso in una profonda recessione e che dispone di eccedenze commerciali. La soluzione keynesiana sarebbe stata univoca: per lo sviluppo dei paese, era necessario impegnarsi sulla strada della piena occupazione, pur sforzandosi di ridurre le eccedenze commerciali, grazie a finanziamenti commisurati ai suoi bisogni e apportati dai sistema di riserve internazionali. Invece, l’attuale FMI mette a disposizione un «prestito» di 30 miliardi di dollari con la rigorosa condizione che la domanda interna continui ad essere tenuta a freno. Più che un prestito, questo è un mezzo per tranquillizzare i creditori, per il tempo necessario perché si presentino nuove occasioni per investire altrove. Il Brasile, peraltro, ha avuto diritto a questo trattamento soltanto perché si tratta di un grande paese, indebolito in maniera preoccupante dal peso dei debito e dal fatto di avere una sinistra in piena ascesa, percepita come una potenziate minaccia.

L’Argentina, paese in cui le diverse correnti politiche continuano ad essere piuttosto vaghe, ha ottenuto molto meno, anche se per gran parte degli anni ’90 era stata presentata come un modello di liberalizzazione economica, contrapposto al Brasile. In questo gioco dei quattro cantoni, una sorte analoga tocca alla Turchia: un paese impegnato in maniera esemplare sulla via della liberalizzazione crolla sotto il peso dei debito e viene «aiutato» soltanto nella misura in cui riveste un ruolo d’importanza strategica e accetta dì cooperare nella guerra contro l’Iraq. Per quanto riguarda poi la tragedia della liberalizzazione finanziaria in Russia, è cosa fin troppo nota per parlarne in questa sede.

E’ triste dirlo, ma sono pochissimi i paesi in via di sviluppo che, come la Cina, sono riusciti a districarsi con eleganza, adottando come lei politiche mercantilistiche e strategie di pianificazione. Resta da capire se la prosperità cinese resisterà alle regole cui vuole costringerla l’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO) (e se la Cina manterrà gli impegni presi, cosa tutt’altro che certa). L’India, che ha conservato il controllo sui tassi di cambio e sui capitali, si trova in una situazione intermedia con una crescita lenta ma costante fin dai primi anni’80.

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L’Europa a-sociale e i sospetti su Wall Street
by anti gotto Wednesday February 25, 2004 at 11:45 PM mail:  

E l’EUROPA? Si sta instaurando una sorta di super-stato economico, abbinato ad una visione pre-keynesiana dei propri mezzi e delle proprie responsabilità. Il patto di crescita e di stabilità obbliga i paesi europei a contenere i loro deficit di bilancio a un basso livello, che è lo stesso per tutti, a qualunque prezzo o quasi, soprattutto senza tener conto dei rispettivi tassi di disoccupazione (salvo in caso di recessione reale e molto accentuata) e dei loro bisogni d’investimenti. La Banca centrale europea fissa d’imperio il tasso d’interesse, in base ad obiettivi di cui è l’unico giudice (la stabilità dei prezzi ha la priorità su tutti gli altri obiettivi).

I governi delle regioni più povere d’Europa non possono prescindere da questo contesto per industrializzarsi come ha fatto la Cina. Non possono neppure contrarre prestiti per finanziare i foro contributi allo sviluppo europeo, a differenza delle città e delle Stati americani che hanno la possibilità di costituire un bilancio specifico per assicurare le proprie spese per strutture a lungo termine. E inoltre loro precluso il ricorso ai meccanismi keynesiani di stabilizzazione macroeconomia e attuare una politica di bilancio anticongiunturale se non in caso di assoluta necessità, o di svalutare per tutelare la competitività delle proprie imprese.

Di conseguenza dipendono dai trasferimenti di bilancio della Comunità. Trasferimenti certo significativi per le regioni più povere, ma insufficienti per contribuire alla stabilizzazione macroeconomia di vasti territori a basso reddito - come ad esempio la Spagna o la Grecia - per non parlare poi dei nuovi candidati all’integrazione nell’Unione europea. Tali disparità probabilmente si accentueranno vieppiù con la recessione che si profila in Europa. Al momento attuale, in questo continente, il potere dei creditori è assoluto così com’era nell’Alleanza atlantica del 1945. Orbene, il loro potere si rivela economicamente disastroso, come Keynes aveva previsto.

A differenza dell’Unione europea, gli Stati uniti sono stati meno colpiti da alcuni di questi problemi, proprio perché fino ad ora hanno potuto beneficiare di tre fattori. Lo status di valuta di riserva dei dollaro ha consentito loro di continuare a vivere comodamente, a dispetto di elevatissimi deficit di bilancio in regime di piena occupazione, e dei netto declino della loro base industriale rispetto ai primi anni ’70. Inoltre, hanno beneficiato della loro reputazione di rifugio sicuro per investitori finanziari che desideravano sfuggire al nepotismo, alla corruzione e alla instabilità che imperversano in altre parti dei mondo (prassi peraltro spesso e volentieri incentivate dagli Stati uniti...).

Infine, è bene sottolineare che i principi keynesiani fondamentali hanno guidato di fatto la politica interna americana, senza soluzioni di continuità. La loro influenza si esercita su tre piani: l’atteggiamento pragmatico dei governo e del Congresso nei periodi di rallentamento (riduzione delle imposte); quello non meno pragmatico della Federal Reserve nello stesso contesto (ridurre i tassi d’interesse senza preoccuparsi più di tanto degli eventuali effetti sui prezzi); e un importante sistema di aiuti pubblici, che assumono sostanzialmente la forma, abbastanza efficace, di garanzie di prestito e di crediti d’imposta destinati a incoraggiare il consumo delle famiglie (in particolare per quanto riguarda l’edilizia, le cure mediche, la scuola e le pensioni). t la versione Usa dei «vincoli meno rigidi di bilancio» ben noti agli studiosi dei socialismo nell’Europa dell’Est di vent’anni fa.

Tutti questi punti di forza rischiano peraltro di essere rimessi in discussione. Certo, è poco probabile che il dollaro perda da un giorno all’altro il suo ruolo privilegiato, ma potrà risentire della crescita dell’euro, dell’aggravarsi della crisi in Giappone e del discredito di cui ormai soffre la politica estera americana. Le borse valori degli USA non sono più al di sopra di ogni sospetto, stati i comportamenti criminosi di certe imprese, le frodi contabili, la perdita di efficacia delle misure di regulation e lo scoppio della bolla speculativa della tecnologia avanzata e dell’informatica. Inoltre un eccessivo decentramento ha delegato tutto un settore delle spese sociali alle autorità locali (stati e enti locali), ormai costretti a tagliare all’osso, quando la recessione in atto riduce drasticamente il loro gettito fiscale.

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tutta la verita' sull' Impero dell' Ombra
by pippo Wednesday February 25, 2004 at 11:51 PM mail:  

Un BUSH figlio notoriamente ubriaco a cui comprare un titolo universitario di Yale quando moti altri molto piu' brillanti di lui sono stati SCARTATI,sette massoniche,droga petrolio,razzismo antipalestinese guerra Irak e Afganistan,bombardamento Panama' omicidi,manca solo tornado ed aborto ...e tanto altro come ENRON, crisi Argentina, Parmalat,CIRIO e BANCA 28? G8 di Genova !!!

Intervista a Maurizio Blondet

COSCO: Dottor Blondet, per quanto riguarda la Skull and Bones, vuole dire qualcosa ai lettori, che non sanno nulla di questa misteriosa società segreta?

BLONDET: E’ una società segreta studentesca fondata nel 1832, dove vengono cooptati alcuni studenti dell'Università di Yale, una delle maggiori università americane, diciamo del patriziato americano, in numero di dodici all'anno. Notoriamente, George Bush, l’ex presidente degli Stati Uniti, è stato membro e, prima di lui, suo padre e, naturalmente, anche suo figlio, ammesso che suo figlio sia in grado di seguire comunque le lezioni di Yale, perché questo è un po' dubbio. Ho il sospetto che il candidato repubblicano alla presidenza, non ne possieda le capacità. Però, sicuramente, fa parte di questa setta, anche se non in senso stretto, proviene indubbiamente da quell’ambiente. La famiglia Bush è, pure, vicinissima ai banchieri Harriman, che sono uno dei gruppi più potenti dell’establishment americano.

COSCO: Si può dire che Skull and Bones sia stata ed è, in un certo senso, anche la CIA, perché Bush, come è noto, è stato anche direttore della CIA?

BLONDET: Le cose non sono assolutamente uguali. E’ però vero che dei direttori della CIA sarebbero stati anche membri della Skull and Bones. In generale, lo scopo fondamentale di una società di questo genere è quello di costituire un gruppo di coetanei, ma, anche, poi, un gruppo intergenerazionale che si aiuta a vicenda, è ovvio. Si sa, anche, che, in generale, l'ideologia della confraternita è, per così dire, al di sopra sia della destra che della sinistra. Destra e sinistra, per loro, sono due elementi dialettici a cui si ritengono superiori. Sono un gruppo di gnostici dedicati, specificatamente, alla manovra politica, quindi destra e sinistra vengono utilizzate come etichette da queste persone, che ritengono di stare al di fuori di simili distinzioni. Non a caso, Harriman è proprio il banchiere che fu ambasciatore americano nell’Unione Sovietica e fu uno di quelli che, veramente, diedero un grande aiuto a Stalin e allo stalinismo, pur proclamando sempre di essere anticomunista. Fa parte di quel giro di banchieri di cui la gente non si ricorda più, banchieri americani, che hanno sostenuto, fino a Gorbaciov compreso, il sistema sovietico.

COSCO: Sono ammessi all’Ordine dei Teschio e Ossa, oltre ad americani, anche personalità di altre nazioni?

BLONDET: Non lo so questo, anche perché l'unica e sola fonte certa, su questa società segreta, è un libro apparso diversi anni fa e non mi risulta che ci siano stati altri lavori. Di questa potentissima confraternita ha scritto lo storico Anthony C. Sutton in "America’s Secret Establishment – An Introduction to The Order of Skull & Bones, by Anthony Sutton" (liberty House Press, Billings, Montana - 1986). Mi sembra comunque improbabile la presenza di personaggi di altre nazionalità. Potrebbero, forse, esserci dei britannici, ma non, per esempio, dei messicani o degli italiani, non credo proprio.

COSCO: E la storia dell’Israele Britannico ha a che fare qualcosa con questa società segreta?

BLONDET: Per quanto se ne sa i British Israelites non sono direttamente collegati alla Skull and Bones.

COSCO: La Skull and Bones è stata sospettata, fin dall'Ottocento, di essere una confraternita che pratica il satanismo. Una cosa del genere può essere vera secondo lei?

BLONDET: Si può senz’altro sospettare una cosa del genere. Per quel che se ne sa viene fatto un rituale usando delle ossa, che si dice siano del capo indiano Geronimo e che sarebbero in possesso di questo gruppo, conservate in una sala normalmente non accessibile a chiunque, a Yale, dove, appunto, viene celebrato questo rito annuale di iniziazione. E’ un rito, sicuramente, di stampo massonico, come stile, perché l'adepto deve stare in una bara, quindi è un rito di morte e rinascita simbolica. L’iniziando deve anche rivelare cose di cui si vergognerebbe a parlarne normalmente, riguardano il suo modo di vivere la sessualità in primo luogo, è una specie di purificazione, una parodìa della confessione cattolica.

COSCO: Viene dunque celebrata una ritualità esoterica?

BLONDET: Chiaramente sì. Che sia satanica in senso stretto è difficile affermarlo. Si può, anche, sospettare, a un certo punto, l'immissione di una sacerdotessa donna nel gruppo che, lo ricordo, è esclusivamente composto da maschi. Questa donna ha un qualche tipo di ruolo in questa liturgia, ma non so con precisione dire quale.

COSCO: Le risulta che il presidente Clinton ne abbia fatto o ne faccia parte?

BLONDET: No, Clinton no. Clinton ha un'altra storia. Lui ha avuto una formazione specificatamente anglosassone. E’ stato in Inghilterra a studiare, tuttavia, pare, abbia una profonda ripugnanza per il mondo britannico. Tutt’altro tipo è invece Al Gore. La famiglia Al Gore, molto potente da sempre, al pari di quella di Bush, fa parte di un establishment rosso. Il papà di Al Gore è sempre stato vicinissimo e socio in affari di Hammer, quell’ebreo che, per primo, portò aiuti a Lenin. E’ morto ultranovantenne, qualche anno fa, ricchissimo, era un classico agente sovietico, lui stesso se ne vantava. Hammer era molto famoso, faceva affari sporchi con l’Unione Sovietica, allo scopo di sostenere questo mostro, ormai crollante. Non a caso Al Gore ha fatto un "errore" recentemente. Un anno fa il FMI prestò a fondo perduto, a condizioni ultrafavorevoli, alla Russia ormai di Eltsin, su richiesta e su subdole trame di Al Gore, mi pare, 7 miliardi di dollari, che finirono immediatamente all’estero, in Russia non entrarono mai. Quei soldi finirono sui conti dei cosiddetti oligarchi, cioè ex agenti del KGB ed altre personalità, diventati "imprenditori" della nuova Russia.

COSCO: La Skull and Bones è stata definita da taluni come la risorgenza degli Illuminati di Baviera di Wheishaupt. Lei, cosa pensa al riguardo?

BLONDET: E’ possibile, ma non credo che ci siano prove dirette di questo. È più probabile, invece, che stiano all’interno di un qualche cosa di più generale e più vasto, perché il profilo della Skull and Bones non è così rivoluzionario. È certo internazionalista, globalizzatore alla Bush, ma non così rivoluzionario.

COSCO: Si potrebbe dire che questa sètta tenda alla realizzazione del nuovo ordine mondiale?

BLONDET: Questo è il senso che ha dato Bush. Il Presidente Bush, ai tempi della guerra dell’Iraq, fu il primo a parlare apertamente di un nuovo ordine mondiale, che si stava instaurando con quella guerra. La vicenda, poi, non è andata esattamente come pensava lui. C’è un nuovo ordine mondiale in atto, però, non so, esattamente, quali possano essere le conseguenze a lungo termine. Il potere non è dietro la maschera dell’ONU, ma direttamente statunitense. L’America è l’unica superpotenza rimasta, che non si è nascosta dietro l’ONU.

COSCO: Qual è il vero volto del nuovo ordine mondiale, che molta gente considera come il massimo bene?

BLONDET: Essenzialmente il nuovo ordine mondiale è anche la libera circolazione dei capitali, prima ancora che delle merci, che vengono in secondo luogo e degli uomini che vengono in terzo luogo, perché si sa che il libero movimento di uomini è limitato negli Stati Uniti. Alla frontiera col Messico, per esempio, ci sono centinaia di chilometri di reticolati e di filo spinato, però, i capitali sono ben accetti. In questo nuovo ordine mondiale si esplicano fenomeni diversi, non tutti da condannare, in realtà. Va un pò rivista la posizione ideologicamente negativa. Il capitalismo, anche globalizzato, funziona, sta funzionando e non sempre male, ci sono paesi che se ne avvantaggiano e non sempre sono paesi del giro di quelli che contano, ma sono paesi che hanno visto risorgere o rivalorizzare le loro peculiarità culturali profonde. Questo, probabilmente, non era previsto. Per esempio, l’India è diventato uno dei massimi esportatori di software, perché tutti i giganti del software indiani appartengono alla casta bramanica, nelle cui famiglie si impara il sanscrito, cioè una lingua classica e, anche, il pensiero matematico in astratto. Questi parlano l’inglese e costano un po’ meno sul mercato mondiale. Un altro paese, che si sta avvantaggiando, più di quanto si creda, è la Spagna. Anche qui per un fatto culturale preciso. La Spagna è un paese che per 500 anni ha avuto un impero. Attualmente ci sono 400 milioni di persone che parlano spagnolo. La Spagna sta diventando la potenza economica egemone sui mercati sudamericani. Banche spagnole si stanno comprando le banche argentine, venezuelane ecc.. La Spagna acquista, sempre più, la figura di madrepatria imperiale. Io sono stato in Spagna recentemente, fatto singolare, non esiste un atteggiamento culturale antiglobalizzazione, come esiste per esempio in Francia, in Italia e, in fondo, anche in Germania, ma guardi che non è un caso perché l'antiglobalismo oggi è la maschera dell'inefficienza dei governi di sinistra. Noi siamo contro la globalizzazione per le tradizioni e, improvvisamente, la sinistra riscopre le tradizioni nazionali, perché è perdente.

COSCO: E gli aspetti negativi del nuovo ordine mondiale?

BLONDET: Alcuni aspetti negativi sono già in corso, sono, soprattutto evidenti, nell’eccesso di libera circolazione dei capitali puramente speculativi. Appena c'è stato un momento di panico questi capitali se ne sono andati da un minuto all'altro, perché, appunto, la moneta elettronica adesso si muove in telecomunicazione, lasciando paesi a secco, in grave crisi economica, paesi che si erano indebitati, perché stavano crescendo, si sono visti, improvvisamente, mancare la liquidità. Ci sono, poi, fenomeni della finanza più speculativi, praticamente si rivelano, alla fine, delle enormi bolle di debito inaccertabili, cioè, non contabilizzati da nessuno. Si ravvisano, altresì, pure, fenomeni particolarmente malvagi e sinistri in certi paesi dell'America Latina; penso alla Colombia. Ogni paese deve specializzarsi nel suo vantaggio competitivo; chi sa fare bene le cravatte, come gli italiani, vende le cravatte e basta e non può fare aerei o cose del genere. La Colombia sa fare la coca. Un terzo del territorio colombiano è adesso controllato da un esercito guerrigliero, che esiste da sempre, di sinistra naturalmente. Sono dei narcotrafficanti con l'etichetta di sinistra e, nel luglio scorso, il capo della borsa di New York, che si chiama Richard Grasso, è andato a fare una visita a questi terroristi di fatto, che stanno veramente atterrendo la popolazione, uccidendo bambini, facendo cose degne della Cambogia di Pol Pot, per offrire loro di "investire" denaro sporco nella borsa di New York. Dietro questo interesse del mondo finanziario americano per i narcotrafficanti, c'è chiaramente anche l'idea di legalizzare le droghe pesanti.

COSCO: Alcuni cattolici paventano, con la piena attuazione della globalizzazione, la scomparsa della religione cattolica, pensa che sia possibile una cosa del genere?

BLONDET: Nei confronti del cattolicesimo c'è un'ostilità di questi ambienti, penso proprio a Bush. Sicuramente anche Al Gore. Vi è anche fastidio, rifiuto, ma sono fenomeni autonomi però, ed è difficile che possano agire direttamente sulla religione cattolica, sul Vaticano. Il vero problema è, invece, una specie di cedimento finale del cattolicesimo clericale. L'alto clero del Vaticano stesso, manifesta sempre più una forma di nichilismo sorridente, che lo induce a sottacere i contenuti forti dell'ortodossia per provocare grandi eventi mediatici, che sono solo apparenza e pochissima sostanza. La cosa è a tal punto vera che l'anno scorso, a Natale, D'Alema, capo del governo, ha portato la moglie e i bambini alla messa di mezzanotte a Betlemme. C'è questo fatto, una persona che non crede a nulla porta la famigliola a vedere uno spettacolo spirituale suggestivo. In un certo senso, questo mi è sembrato un evento simbolico molto forte, come anche questo giubileo dei giovani, dove l'ultimo giorno, nelle poltrone destinate ai vip, si è visto, invitato o non invitato, praticamente tutto il centro sinistra.

COSCO: Secondo lei la Chiesa è ormai diventata solo un grande e suggestivo spettacolo, che suggestiona le masse?

BLONDET: Sì, è una chiesa spettacolo, che proprio per questo viene cooptata da questa specie di clericalismo istituzionale ateo, perché c'è anche un subdolo clericalismo ateo di sinistra. Certi comportamenti della Chiesa, come le continue richieste di perdono, lasciano i veri cattolici sgomenti e, invece, vengono accolti con consenso istituzionale dalla sinistra che non crede, ma che considera le masse, che noi non siamo capaci di mobilitare e loro invece si. Poi c'è l'organizzazione, la forza organizzativa che ormai la Cgil non ha più, che le parrocchie invece hanno ancora. Bisogna vedere se, poi, questi giovani saranno cristiani anche quando si tratterà, come ha ricordato il Papa, di pagare col sangue la propria fede; io non ci credo.

COSCO: Secondo lei, il fatto di Al Gore di far candidare, come suo vice, un ebreo, cosa può significare?

BLONDET: La lobby ebraica negli Stati Uniti è determinante, cosa stranissima ma è così, per il voto proprio. Da sempre gli ebrei, fin dal tardo 800, nel sistema elettorale americano, dove l'elettore si deve registrare per votare, controllano il voto. Nell’800 controllarono il voto del ceto popolare, operaio, erano molto di sinistra gli operai. L’avere un vice ebreo è in qualche modo un atto di audacia, certo, non credo che otterrà il voto dei negri per esempio, però, hanno fatto sicuramente i loro calcoli. I negri votano poco e gli ebrei, invece, sono capaci di mobilitare il voto e di finanziare i candidati. Inoltre, la cosa più preoccupante è che il tipo di ebreo che è lì non è più un ebreo di sinistra, laburista, ma un ebreo fondamentalista. Recentemente cosa è il "fondamentalismo ebraico" lo abbiamo visto con quel Rabbino, che ha detto che gli ebrei, morti nei campi di concentramento, erano delle reincarnazioni di ebrei puniti per i loro peccati. Siamo nel vaneggiamento più assurdo, la reincarnazione è una delle credenze occulte di gruppi cabalisti. Questo indica che sètte "religiose", prima marginali nell’ebraismo, stanno diventando l’ebraismo ufficiale. C’è, quindi, una estremizzazione nel mondo ebraico su sfondo religioso, che lo rende, secondo me, molto pericoloso. Sono stato in Israele e ho visto come i partiti cosiddetti laici, i cui capi vengono spesso apertamente minacciati di morte dai rabbini, non osano rispondere per le rime, è un vecchio riflesso ebraico, alla fine i rabbini più fanatici comandano sempre.

COSCO: Un’ultima domanda. Come si colloca un Al Gore, dichiaratamente di sinistra, con l’ebraismo?

BLONDET: Al Gore è di quella sinistra essenzialmente ecologista, che limita le nascite, meno uomini ci sono nel mondo meglio è, controllo demografico, sviluppo zero, ecc. perché se no le foche muoiono. Essenzialmente, oggi, sinistra liberale è essere questo, ecc. Al Gore è affiancato da un personaggio che è un ebreo di questo tipo qui, fanatico insomma. E le due cose possono andare insieme perché nell’ebraismo fanatico, gli altri uomini non ebrei sono sotto-uomini e, quindi, materiale umano che può essere utilizzato, ridotto, tagliato, clonato, ecc., insomma per loro quello che conta è il sangue di Abramo e la discendenza di Abramo, che è la vera e unica umanità, gli altri non lo sono. Gli altri, per questa gente, sono solo merce di scambio.

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USA e il progetto per sottomettere l'umanità
by Miguel Martinez Wednesday February 25, 2004 at 11:54 PM mail:  

Il settimanale scozzese, Sunday Herald, ha pubblicato il 15 settembre scorso il sunto di un documento redatto due anni fa per conto di alcuni dei principali esponenti dell'attuale governo statunitense, che descrive in dettaglio un progetto per la sottomissione militare del pianeta al dominio statunitense. Un progetto che - tra molte altre cose - descrive con apparente favore la possibilità di creare armi biologiche capaci di sterminare "specifici genotipi".
Il documento, intitolato Rebuilding America's Defences: Strategies, Forces And Resources for a New Century, fu scritto nel settembre del 2000 - quando Bush non era ancora presidente - dal Project for the New American Century (PNAC), uno dei numerosi think-tank della destra statunitense. Il testo fu redatto per un gruppo specifico di persone, che oggi ricoprono incarichi non indifferenti: Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, attuale vicesegretario alla difesa; Jeb Bush, fratello del presidente; e Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.
Di seguito, troverete la traduzione integrale dell'articolo del Sunday Herald. Legandosi all'attualità, il giornalista scozzese ha insistito su un dettaglio, il progetto per rovesciare il governo iracheno. Ma il documento va visto in un contesto molto più ampio.
Già alla fine degli anni Cinquanta, un vecchio conservatore, il presidente Eisenhower, metteva in guardia contro la struttura mostruosa che cominciava a dominare il suo paese: una coalizione sempre più stretta tra immense imprese legate alle commesse militari, uno Stato che aveva come funzione principale la conduzione della guerra e una sterminata catena di laboratori dove scienziati, sociologi, tecnici di ogni sorta lavoravano anno dopo anno per affinare gli strumenti del dominio, a prescindere completamente dalla pur vivace società civile del paese. Il testo che leggerete è un esempio, nemmeno tanto insolito, di ciò che si produce in questi laboratori.
Questa simbiosi, in nome della "guerra duratura", tra alcune gigantesche corporations, lo Stato e la ricerca sembra una riedizione di un aspetto fondamentale del nazionalsocialismo dell'epoca dei Krupp e di Peenemünde.
Il parallelo è ovviamente tecnico e non demonizzante: è inutile elencare le profonde differenze tra il sistema statunitense e quello della Germania degli anni Trenta. Ma è inevitabile che una struttura di questo tipo porti non solo a uno stato di Enduring War, ma anche - come è successo con il Patriot Act - all'abolizione di alcuni elementi fondamentali di democrazia.
La sede del "progetto per un nuovo secolo americano" (un nome, un programma) coincide con quella di un giornale di proprietà del miliardario dei media, Murdoch, cosa che può indurre a utili riflessioni sulla libertà di stampa. Il direttore del PNAC, William Kristol, è il figlio di Irving Kristol, il principale ideologo della nuova destra americana, che è riuscito a prendere in mano le redini di alcune ricchissime fondazioni americane, tra cui spicca la Olin Foundation, creata dalla principale impresa di armi da fuoco degli Stati Uniti. Queste fondazioni hanno versato milioni di dollari per trasformare anche la produzione di idee in un annesso dell'industria bellica.
Grazie a Irving Kristol, ad esempio, Samuel Huntington ha potuto incassare finora ben cinque milioni di dollari da varie fondazioni come premio per aver creato la famosa nozione di "scontro di civiltà". Che prima ancora di essere un libro è uno slogan, ormai noto anche ai meno colti.

Miguel Martínez

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Neil Mackay:

"Bush aveva pianificato il 'cambio di regime' in Iraq prima ancora di diventare presidente"
Sunday Herald - Scozia - 15 settembre 2002
Un progetto segreto per il dominio globale statunitense rivela che il Presidente Bush e il suo governo avevano pianificato un attacco premeditato contro l'Iraq per imporvi un "cambio di regime" addirittura prima del suo ingresso alla presidenza nel gennaio del 2001.
Il progetto - scoperto dal Sunday Herald - per la creazione di una "Pax Americana globale" è stato redatto per Dick Cheney (attualmente vicepresidente), Donald Rumsfeld (segretario alla difesa), Paul Wolfowitz (il vice di Rumsfeld), il fratello minore di George W. Bush, Jeb e per Lewis Libby (il capo dello staff di Cheney). Il documento, dal titolo "Rebuilding America's Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century"
("ricostruire le difese dell'America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo"), è stato redatto nel settembre del 2000 dal think-tank di destra [neo-conservative], il Project for the New American Century (PNAC) ["progetto per un nuovo secolo americano"].
Il piano mostra che il governo Bush intendeva assumere il controllo militare del Golfo a prescindere se Saddam Hussein fosse o no al potere. Il testo dice 'gli Stati Uniti hanno cercato da decenni di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l'Iraq fornisce una giustificazione immediata, l'esigenza di avere una sostanziosa presenza delle forze americane nel Golfo va oltre la questione del regime di Saddam Hussein.'
Il documento del PNAC presenta 'un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l'ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani'.
Questa 'grande strategia americana' deve essere indirizzata 'il più lontano possibile verso il futuro', dice il rapporto. Che invita poi gli Stati Uniti a 'combattere e vincere in maniera decisiva in teatri di guerra molteplici e contemporanei', come una 'missione cruciale' [core mission].
Il rapporto descrive le forze armate statunitensi all'estero come la 'cavalleria lungo la nuova frontiera americana'. Il progetto del PNAC dichiara il proprio sostegno a un documento scritto in precedenza da Wolfowitz e Libby, in cui si affermava che gli Stati Uniti dovrebbero 'dissuadere le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la nostra
egemonia (leadership) o anche dall'aspirare a svolgere un ruolo regionale o globale maggiore'.
Il rapporto del PNAC inoltre:
- descrive gli alleati chiave, tra cui il Regno Unito, come 'il mezzo più efficace per esercitare un'egemonia globale americana';
- afferma che le missioni militari per garantire la pace 'richiedono un'egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite';
- rivela l'esistenza di preoccupazioni nell'amministrazione americana a proposito della possibilità che l'Europa possa diventare un rivale degli USA;
- dice che 'anche se Saddam dovesse uscire di scena', le basi nell'Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente - nonostante l'opposizione locale tra i regimi dei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani - perché 'anche l'Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all'Iraq agli interessi statunitensi';
- mette la Cina sotto i riflettori per un 'cambio di regime', dicendo che 'è arrivata l'ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell'Asia sudorientale'. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui 'le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina';
- invita a creare le 'US Space Forces' ("forze spaziali statunitensi") per dominare lo spazio, e ad assumere il controllo totale del ciberspazio in modo da impedire che i 'nemici' usino internet contro gli Stati Uniti;
- anche se gli Stati Uniti minacciano la guerra contro l'Iraq per aver sviluppato armi di distruzione di massa, gli USA potrebbero prendere in considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche - che pure sono state messe al bando. Il testo dice: 'nuovi metodi di attacco - elettronici, 'non letali', biologici - diventeranno sempre più possibili.
.. il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi... forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un'arma politicamente utile';
- il testo prende di mira la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l'Iran come regimi pericolosi, e sostiene che la loro esistenza giustifica la creazione di un 'sistema mondiale di comando e di controllo'.
Tam Dalyell, deputato laburista [nel parlamento di Londra] e una delle principali voci di ribellione contro la guerra all'Iraq, ha dichiarato: 'si tratta di immondizia proveniente da think tank di destra pieni di falchi-coniglio - gente che non ha mai visto gli orrori della guerra, ma è innamorata dell'idea della guerra. Gente come Cheney, che è riuscita a sfuggire al servizio militare ai tempi della guerra del Vietnam.
'Si tratta di un progetto per il dominio mondiale statunitense - un nuovo ordine mondiale creato da loro. Questi sono i processi mentali di americani fantasticanti, che desiderano controllare il mondo. Sono sconvolto dal fatto che un primo ministro laburista inglese vada a letto con una banda di gente di una tale bassezza morale.'
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Questo articolo può essere riprodotto liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla, che si specifichi la fonte - il sito web Kelebek http://www.kelebekler.com - e che si pubblichi anche questa precisazione.

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Progetto per un Nuovo Secolo Americano
by Tratto dal sito www.newamericancentury.org 3 Thursday February 26, 2004 at 12:00 AM mail:  

Incredibbile ma certo! tag


Progetto per un Nuovo Secolo Americano


Tratto dal sito http://www.newamericancentury.org/ 3 giugno 1997
Si ringrazia per la traduzione Bruno Stella

La politica estera e di difesa Americana è alla deriva. I conservatori hanno criticato le incoerenti politiche dell’Amministrazione Clinton. Essi hanno anche resistito agli impulsi isolanti provenienti dall’interno delle loro schiere. Ma i conservatori non anno avanzato con fiducia una visione strategica sul ruolo dell’America nel mondo. Non hanno avanzato dei principi guida per la politica estera americana. Hanno permesso alle discrepanze, a discapito delle tattiche, di oscurare potenziali accordi su obiettivi strategici. E non hanno combattuto per un budget da adibire alla difesa che avrebbe mantenuto la sicurezza dell’America e portato avanti gli interessi della Nazione per il nuovo secolo.
Il nostro obiettivo è di cambiare tutto ciò. Noi ambiamo a farlo e a raccogliere sostegno per il dominio globale americano.
In un 20esimo secolo che volge al termine, gli Stati Uniti rappresentano la principale potenza del mondo. Avendo guidato l’Occidente al trionfo nella Guerra Fredda, l’America si trova di fronte a un’opportunità e ad una sfida: Hanno gli Stati Uniti una visione costruttiva in virtù dei successi dei decenni passati? Gli Stati Uniti hanno l’intenzione di modellare un secolo nuovo che sostenga i principi e gli interessi americani?
Noi rischiamo di sprecare l’opportunità e fallire nella prova. Stiamo depauperando i fondi - sia con investimenti militari sia con ciò che abbiamo realizzato dalla politica estera - creati dall’amministrazione passata. Tagli negli affari esteri e spese per la difesa, disattenzione verso gli strumenti dell’arte politica e una leadership incostante stanno rendendo incredibilmente difficile il mantenimento dell’influenza americana nel mondo. E la promessa di benefici commerciali a breve termine minaccia di prevalere sulle considerazioni strategiche. Come conseguenza di tutto ciò, stiamo mettendo in pericolo la capacità della Nazione di andare incontro alle attuali minacce e di affrontare sfide potenzialmente più grandi che ci aspettano.
Sembra che abbiamo dimenticato gli elementi essenziali del successo dell’amministrazione Reagan: Un esercito che sia forte e sempre pronto a far fronte a sfide sia presenti sia future; una politica estera che promuova i principi americani all’estero fermamente e con audacia.
Naturalmente, gli Stati Uniti devono essere prudenti sul come esercitare il proprio potere. Ma non possiamo evitare in maniera sicura le responsabilità di un dominio globale o il costo di questo impegno. L’America esercita un ruolo vitale nel mantenimento della pace e della sicurezza in Europa, Asia e nel Medio Oriente. Se noi fuggiamo dalle nostre responsabilità, mettiamo in discussione i nostri stessi interessi. La storia del 20esimo secolo avrebbe dovuto insegnarci che è importante prendere atto degli avvenimenti prima che le crisi emergano, e di affrontare le minacce prima che diventino atroci. La storia di questo secolo avrebbe dovuto insegnarci ad cogliere la ragione di una leadership americana.
E’ nostro intento ricordare agli americani queste lezioni e abbozzare le conclusioni per i giorni d’oggi. Eccone alcune.

• dobbiamo ampliare il nostro apparato di difesa spendendo cifre adeguate se vogliamo portare a compimento le nostre responsabilità globali oggi e modernizzare le nostre forze armate per il futuro.

• dobbiamo rinforzare i legami con gli alleati democratici e sfidare i regimi ostili ai nostri interessi e valori.

• dobbiamo promuovere la causa della libertà politica ed economica all’estero

• dobbiamo accettare le responsabilità per il ruolo unico dell’America nel preservare e nell’estendere un ordine internazionale benevolo per la nostra sicurezza, la nostra prosperità e i nostri principi.

Tale politica Reaganiana di forza militare e trasparenza morale potrebbe non essere comune oggi. Ma è necessaria se gli Stati Uniti vogliono costruire sui successi del secolo passato e per tutelare la nostra sicurezza e la nostra grandezza di domani.


Elliott Abrams (Consigliere principale per il Medio Oriente governo USA)
Gary Bauer  (Attivista repubblicano cristiano)
William J. Bennett (Segretario all'istruzione durante la presidenza di Reagan)
Jeb Bush (Repubblicano, governatore e fratello di George W. Bush)
Dick Cheney (Vicepresidente Stati Uniti)
Eliot A. Cohen (Analista e commentatore militare della Johns Hopkins University)   
Midge Decter (Autore, editore e membro del Hoover Institution Board Overseers)
Paula Dobriansky (Sottosegretario di Stato per gli affari globali)   Steve Forbes
Aaron Friedberg (Professore di scienze politiche a Princeton)
Francis Fukuyama (Docente di Storia)
Frank Gaffney (Presidente del Centro per le Politiche sulla Sicurezza)
Fred C. Ikle (Ex ministro della Difesa)
Donald Kagan (Yale University)  
Zalmay Khalilzad (Ambasciatore speciale di Bush)
Lewis Libby (Capo dello staff di Cheney)
Norman Podhoretz (Neoconservatore ed editore di «Commentary»)
Dan Quayle (Vicepresidente Bush)
Peter W. Rodman (Vice di Rumsfeld)
Stephen P. Rosen
Henry S. Rowen (Stanford University)
Donald Rumsfeld
(Segretario della Difesa)
Vin Weber (dirigente del centro di ricerche conservatore Empower America)
George Weigel   
Paul Wolfowitz (Vice Segretario di Stato alla difesa)

Direttori del progetto
William Kristol, Presidente
Robert Kagan
Bruce P. Jackson
Lewis E. Lehrman
Mark Gerson
Staff del progetto 
Gary Schmitt, Executive Director
Daniel McKivergan, Deputy Director
Ellen Bork, Deputy Director
Thomas Donnelly, Senior Fellow
Reuel Marc Gerecht, Senior Fellow, Director of the Middle East Initiative
Christopher Maletz, Assistant Director

 

Fonte: http://www.disinformazione.it/

Originale: http://www.newamericancentury.org/

 

 

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