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Perquise in tutta Italia e arresti a Lecce
by FucoAiCPT Saturday, May. 14, 2005 at 12:03 PM mail:

Sbirraglie fanno irruzione in numerose case di compagni di varie città italiane (Lecce, Aosta, Torino, Trento, Trieste, Chieti, Cagliari, Taranto e Catania

Le prime luci dell'alba

Sbirraglie fanno irruzione in numerose case di compagni di varie città italiane (Lecce, Aosta, Torino, Trento, Trieste, Chieti, Cagliari, Taranto e Catania

Le prime luci dell’alba inondano le ancora sonnolenti città italiane, quando un suono alla porta interrompe la silenziosa quiete mattutina. Sbirraglie fanno irruzione in numerose case di compagni di varie città italiane (Lecce, Aosta, Torino, Trento, Trieste, Chieti, Cagliari, Taranto e Catania.).Durante l’operazione denominata “Nottetempo” cinque anarchici vengono tratti in arresto, a molti viene notificata una indagine in corso, per tutti una immediata perquisizione. La lista delle accuse è kilometrica, spicca su tutte l’articolo 270 c.p. associazione di stampo eversivo, sono contestate diverse azioni contro la guerra, contro lo sfruttamento del popolo mapuche e soprattutto contro il lager per immigrati Regina Pacis, il cui direttore/aguzzino è accusato di sequestro di persona, violenza privata e abuso di potere. Le azioni poste sotto inchiesta sono state eseguite nell’arco degli ultimi due anni e secondo gli inquirenti avrebbero tutte, comprese le scritte sui muri, finalità di eversione dello stato democratico. Per gli “orrendi delitti” di cui si sarebbero macchiati, i compagni che mirano a rovesciare lo stato delle cose per mezzo di uno spray sono immediatamente perseguiti con pesanti coercizioni, e ne sanno qualcosa anche i compagni catanesi…
E’ normale ormai ricercare la notorietà per ottenere gli stupidi privilegi di questa società malata, e come molti sognano di “sfondare” in tv a costo di perdere ogni dignità, alcuni magistrati sognano di sgominare cellule dormienti di Al Quaeda (così dormienti da risultare puntualmente inesistenti) o salvare il paese dal “terrorismo” degli “anarchici insurrezionalisti”, ormai dichiarati pericolo pubblico numero due dell’ occidente.
Mentre la nostra civiltà si affossa sempre di più crollando sotto il peso delle sue stesse ipocrisie, lo stato, baluardo dell’infamità, attacca chiunque proponga una critica radicale ad un sistema sempre più autoritario e violento. Ma non basta colpire eventuali elementi di disturbo: ormai è in corso una manovra repressiva che tende ad annientare qualsiasi voce fuori dal coro. La strategia consiste nell’accerchiare e far terra bruciata intorno agli individui più attivi: mentre in passato l’obiettivo era quello di isolare chi praticasse un certo livello di scontro, adesso l’obiettivo e quello d’isolare chiunque si muova fuori da un alveo istituzionale del dissenso. Si è incominciato con il marcare come violento chiunque utilizzasse l’azione diretta per difendersi dalla violenza dello stato e del capitale, e si sta finendo con l’incriminare anche un volantino scomodo, una scritta su un muro, oppure perché no, anche un pensiero.
Sicuramente la “congiuntura storica” non sarà delle migliori, e un grosso aiuto all’attacco poliziesco arriverà dalla tecnologia totalmente asservita al paradigma dominante del controllo, che annulla ogni tensione di libertà, ma il nocciolo del problema risiede nel gioco di sponda che moltissimi fanno per scaricare la “patata bollente” del momento (questa volta sono 15 indagati per associazione a delinquere, associazione eversiva etc…). Sono in molti a prendere le distanze dall’appestato di turno se non addirittura a metterlo all’indice o al pubblico ludibrio, e non mi riferisco solamente ai partiti della sinistra, storicamente inventati per essere un elemento di distensione dei conflitti sociali, ma a tutte quelle organizzazioni e individui ( e ce ne sono tanti/e) che da tempo hanno accantonato non solo ideologie di rivolta, ma hanno spento qualsiasi passione ribelle, ormai vuoti recipienti senza incisività ma con immutata e stantia retorica. Predicano rivoluzioni e poi pur di salvar il culo di fronte alla repressione poliziesca disconoscerebbero la propria madre.
Adesso non è importante discutere sulla natura dell’azione che un compagno commette, ne sulla veridicità o la consistenza delle accuse, ne tanto meno sull’entità della punizione inflittagli; queste sono proprio le chiacchiere che gettano acqua dove si dovrebbe gettare benzina. E’ invece importante evidenziare la necessità di vera solidarietà. La solidarietà come vuota parola non basta: un volantino, un comunicato stampa lavano via le coscienze, ma poco servono in una situazione che tende al sistematico sterminio del dissenso sociale. L’unico modo per mostrare solidarietà è tempestare le vittime della repressione di aiuti: scrivere lettere, raccogliere fondi e soprattutto continuare le lotte intraprese perchè chi è temporaneamente (o definitivamente) “fuori gioco” capisca che non è solo e che per ogni compagno colpito dalla repressione altri sono pronti a prendere il suo posto. Uscire dal silenzio in cui questa società ci vuole relegare non è solo un gesto di sostegno per i compagni costretti a misure restrittive ma soprattutto un modo per diffondere e delocalizzare un dilagante conflitto: significa far saltare via le trincee che ci accerchiano per rendere impossibile la vita a chi vuole renderla impossibile a noi.

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