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Direttore dell'ente pubblico per l'informazione: "la libertà di stampa in Iraq esiste
by ................. Thursday, Sep. 28, 2006 at 3:29 PM mail:

Direttore dell'ente pubblico per l'informazione: "la libertà di stampa in Iraq esiste"

La democrazia in Iraq magari non esiste e la violenza avrà raggiunto punte inimmaginabili: ma "è innegabile che esiste una vera libertà di stampa in Iraq", anche se a rendere il mestiere oggettivamente difficile sono "le azioni terroristiche contro i giornalisti", e "le pressioni di politici, che non si sono abituati all'idea di un giornalismo libero".
Lo dice Habib al Sader, il direttore dell'ente pubblico per l'informazione in Iraq. Dalla sua posizione sa significa vivere
schiacciato fra le pressioni e il terrore della morte. Eppure, racconta a Apcom durante una visita a Roma, fare il giornalista si può.
A 54 anni, questo signore sciita ha passato tutta la vita sotto la dittatura.
Laureato in lettere, sotto Saddam non faceva il giornalista; sottolinea che non è mai stato iscritto, nè allora nè ora, a un partito politico. Ma fa parte della nuova elite sciita e oggi è responsabile della tv di stato al Iraqiyah (con le sue tre emittenti satelliti: una al femminile, una religiosa, una regionale), della radio di stato e del quotidiano del governo di Baghdad. È il direttore generale dell'Iraqi Media network IMN l'Ente Pubblico che ha sostituito il ministero dell'informazione con un decreto dell'allora governatore statunitense dell'Iraq, Paul Bremer: ha 3.000 dipendenti, mille dei quali addetti alla sicurezza.

"Il mestiere di giornalista è già problematico in tutte le parti del mondo, ma a Baghdad oggi fare il giornalista è come stare nella bocca di un vulcano" racconta al Sader, "Io per esempio sto come in trincea. Da due anni vivo e lavoro nello stesso posto, nella sede della direzione dell'IMN a Baghdad. Per motivi di sicurezza ho mandato la famiglia all'estero. Esco da casa due volte alla settimana con una scorta di otto auto blindate". E le scorte non bastano: "Oggi, i nostri corrispondenti e fotoreporter sono dotati d'ufficio di armi leggere per difendersi quando vanno in missione".
La guerra è continua, e gli attentati non uccidono soltanto. "Abbiamo istituito un fondo dell'azienda per sostenere le spese delle cure all'estero per le vittime di 'incidenti sul lavoro".

A chi nutre dubbi sulla credibilità del giornalismo iracheno, e in particolare quello finanziato dal governo, al Sader dice:
"Degli oltre 140 giornalisti iracheni caduti per mano dei terroristi, 51 lavoravano all'IMN ed oltre a una settantina sono
stati feriti. Se avessimo previlegiato la sicurezza sulla verità, non avremmo avuto tutte queste vittime".
Ma è un paese che per trentacinque anni è vissuto sotto dittatura. "È vero che la maggior parte dei nostri giornalisti sono giovani e non hanno un background professionale adeguato, ma è anche vero che l'intensità dell'esperienza che stanno affrontando è una cernita naturale".

"È innegabile che la libertà di stampa in Iraq esiste. Ed è un esempio unico tra tutti i paesi in via di sviluppo" proclama al Sader. "Oggi in Iraq, sono in servizio attivo 25 emittenti satellitari, 160 tra quotidiani e settimanali e decine di radio. La garanzia di pluralismo mi sembra innegabile". Altra cosa, ammette, è l'imparzialità. "Siamo soggetti a forti pressioni da varie forze politiche ed anche governative. È ovvio perchè molti nostri politici non hanno ancora confidenza con l'idea di un giornalismo indipendente".
Anzi, "siamo stati soggetti a pressioni persino dall'ex premier Ibrahim al Jaafari per dare maggiore visibilità alla figura del primo ministro e offuscare quella dei suoi avversari. Tutto inutile".

Per questo, assicura, nel suo ente pubblico ci sono regole severe. "Noi agiamo secondo un codice d'etica professionale stabilito dall'ente nazionale delle telecomunicazioni. Ci saranno pure dei giornalisti che avranno scritto a favore degli americani, probabilmente dietro compenso ma noi non tolleriamo giornalisti di questa specie". Perchè, garantisce il direttore dell'informazione pubblica, "Non ho deciso di rischiare la vita ogni giorno per accontentare qualcuno. C'è un Iraq nuovo da costruire e noi vogliamo fare la nostra parte al servizio dell verità".

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