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rassegna stampa acciaierie terni 01/02 e 02/02
by rassegna stama Wednesday, Feb. 04, 2004 at 4:26 PM mail:

rassegna stampa 01/02/04 02/02/04

01/02/04

LIBERAZIONE

La Thyssenkrupp ha sempre penalizzato l'impianto italiano. Anche per la forza del sindacato tedesco
Ast di Terni, le colpe del padron


Perdere il lavoro quando si ha la sicurezza di essere i migliori nel proprio campo fa ancora più male. Uno dei fattori che hanno portato alla sollevazione degli operai dell'acciaieria di Terni sta proprio qui: nessuno è disposto ad accettare passivamente una soluzione calata dai piani alti e presa dalle stesse persone che sono le uniche responsabili della situazione attuale. Ancora una volta, insomma, è il dipendente a pagare le colpe del padrone.
Per cercare le cause che hanno portato l'Ast di Terni a rischio chiusura è sufficiente tornare al 1 aprile 2002, quando Thyssenkrupp decide lo scorporo del settore magnetico da quello dell'acciaio inossidabile e la parallela creazione della Tkes, una società nuova, ma sempre controllata dalla casa madre, sotto la cui tutela finisce l'Ast. Il primo effetto di questo riassetto è la cessione di 140mila tonnellate di acciaio a grano non orientato all'acciaieria di Bochum, in Germania, con la motivazione dei minor costi per la lavorazione a caldo previsti dallo stabilimento tedesco. In realtà, la differenza di costi è nulla, essendo lo stabilimento ternano più economico per la lavorazione a freddo; inoltre quel tipo di acciaio permetteva la massima efficienza per tutto il ciclo di produzione dell'Ast. Ma in quel momento il polo tedesco era in difficoltà e il trasferimento è stato un vero toccasana. Per Terni, invece è stato un colpo basso.
Per correre ai ripari i dirigenti tedeschi hanno messo sul piatto la promessa di creare in Umbria il polo di eccellenza per la lavorazione dell'acciaio a grano orientato, più ricco perché a maggior mercato, accompagnata da 90mila tonnellate del materiale e dal preventivo di investimenti pari a 6 milioni di euro. Alle parole però non sono corrisposti i fatti: con la scusa dell'eccellenza dei prodotti, il prezzo di vendita ai clienti viene fissato ad un livello molto maggiore del prezzo di mercato e i centri di servizio, strutture intermediarie che acquistano il bene dal produttore e lo smistano poi sul mercato, venivano saltati a piedi pari, con l'intento non dichiarato di metterli in difficoltà fino ad incorporarli a basso costo. Ma sia i clienti che i centri di servizio sono prontamente corsi ai ripari, andando a cercare nuovi fornitori in Russia. D'altronde perché pagare cifre astronomiche per un prodotto che, seppur eccellente, mi offre lo stesso servizio di un altro, meno valido ma altrettanto funzionale? Il risultato più scontato di questa gestione è il crollo del mercato, prontamente verificatosi a fine 2002. E quale dei 4 stabilimenti (Bochum, Terni, Isberques e Gelsenkirchen) viene scelto per il sacrificio? Ovviamente quello italiano, il più lontano dalla casa madre.
Ma non è solo la lontananza la base di questa decisione: nel frattempo la Germania esce distrutta da un'indagine conoscitiva sulla propria economia, tanto da essere a rischio sanzioni per il mancato rispetto dei patti di Maastricht e di conseguenza il governo di Schroeder dà l'input di favorire le esportazioni. Ora, l'Italia presenta uno dei mercati più floridi per l'acciaio a grano non orientato e per quello a grano orientato, con una richiesta rispettivamente di 250mila e 100mila tonnellate: con la probabile chiusura degli stabilimenti della Tyssenkrupp in Italia, i clienti saranno costretti ad importare i prodotti dalla Germania. Il dubbio che la volontà del gruppo tedesco sia proprio quella di abbandonare la produzione italiana non può non venire se già si parla di un rischio chiusura per lo stabilimento di Torino da qui ad un anno, mentre dal 2007 sarà attivo il nuovo polo, fotocopia di quello ternano, che la multinazionale sta costruendo in Cina, stesso anno della pianificata chiusura anche del settore dell'acciaio inossidabile dell'Ast. Non si spiega altrimenti perché gli stabilimenti francese e tedeschi siano stati privilegiati nonostante i loro maggiori costi di produzione e le maggiori difficoltà logistiche: mentre a Terni il ciclo di produzione è svolgibile in siti vicini tra loro, in Germania ogni passaggio della lavorazione dell'acciaio magnetico ha un proprio stabilimento, anche molto lontano dalla destinazione successiva. Ma per dimostrare la non redditività dell'impianto ternano, i dirigenti hanno anche venduto per mesi ad un cliente lo stesso materiale, proveniente da tutti e tre i Paesi, ma con prezzi differenti: 1.150 euro a tonnellata per quello tedesco, 1.050 euro per quello francese e 850 per quello italiano; sommando e facendo la media, al cliente risulta un prezzo di mercato, comunque conveniente, ma al momento di ridistribuire i capitali, Terni veniva inevitabilmente penalizzata.
D'altronde, il gioco per la Tyssenkrupp è semplice: se infatti nel 1994, anno dell'inizio della privatizzazione, la multinazionale si era limitata ad avere il 51% della proprietà (proprio per non avere il monopolio che avrebbe potuto provocare grane legali) ed il restante 49% era in mano a 2 imprenditori italiani, adesso la multinazionale è rimasta padrona assoluta dell'Ast. Neanche le rappresentanze sindacali hanno vita facile: in Germania il sindacato fa parte del Cda dell'azienda ed ha quindi potere decisionale, e quello che viene deciso in patria deve valere per tutte le filiali mondiali, senza possibilità di trattare con le parti sociali. Ecco perché finora, dalla vicenda Ast le istituzioni locali ed i sindacati ne sono usciti con le ossa rotte.
Andrea Milluzzi



IL MESSAGGERO

L’INTESA TRADITA
Terni
ERA una mattina del dicembre 1994. Sulla palazzina della direzione delle acciaierie venne issata la bandiera tedesca. «Fu uno choc», dice Mario Giovannetti, allora segretario generale della Camera del lavoro. Più d’uno, fra i dipendenti e la gente di Terni, vide in quella cerimonia un segnale di conquista e un pessimo auspicio per il futuro. Terni era destinata a perdere la sua fabbrica? E’ la stessa domanda che si pone oggi l’intera città, dopo l’annuncio della multinazionale tedesca Thyssen Krupp di trasferire nei suoi stabilimenti in Francia e in Germania la produzione dell’acciaio magnetico. Cancellando almeno 800 posti di lavoro, compresi quelli dell’indotto. Ma oltre al trauma di questa amputazione, certo non indolore per l’economia di una città con poco più di centomila abitanti, si teme che i tedeschi prima o poi possano decidere di trasferire anche la produzione dell’acciaio inossidabile, quindi di abbandonare Terni. Non ci si fida più di loro. Il sindaco Paolo Raffaelli, diessino, parla di «tradimento».
La Krupp, che successivamente si fuse con la Thyssen, rilevò dieci anni fa le acciaierie ternane dall’Iri insieme con un gruppo di industriali italiani (Agarini, Falck e Riva) che, però, via via si sfilarono dalla società. «Con i tedeschi le cose – racconta Raffaelli non sono andate affatto male: hanno realizzato 1.500 miliardi di utili ma ne hanno reinvestiti 1.000. Si sono assunti i loro impegni e li hanno rispettati. E rapidamente hanno perso l’iniziale diffidenza nei confronti dei lavoratori italiani. Spesso, in questi anni, mi hanno detto che non si aspettavano di trovare una manodopera così tranquilla e laboriosa». Così fino alla decisione dei giorni scorsi, che non appare giustificata – secondo l’opinione di tutti – né dai livelli di produttività, né da ragioni di mercato, né dalla qualità del prodotto, e neppure dai costi. Un «tradimento», appunto.
Ben diversamente le cose stavano negli anni Ottanta: si era infatti in presenza di una crisi mondiale dell’acciaio. E ben diversi furono i comportamenti dell’azienda: «Ci fu, sì, la perdita di 2.000 posti di lavoro alla Terni, con gli inevitabili conflitti. Ma fu graduale e avvenne in modo non troppo traumatico, attraverso il blocco del turn over e il trasferimento di lavoratori in altri settori e in altre aziende». Chi parla è Guido De Guidi, ex senatore dei cristiano-sociali, dipendente della Terni dal 1974 al 1982.
La vicenda di questi giorni presenta semmai analogie con la ristrutturazione del 1953. Dall’oggi al domani furono cacciati 3.000 lavoratori. In città scoppiò la rivolta. Fu grazie a un mitico segretario della Fiom ternana, Menichetti, se non sfociò in tragedia. «Durante i tumulti, salì su una camionetta della “celere” – racconta Giovannetti e andò in giro invitando lavoratori e cittadini alla calma».
Non siamo per il momento in una situazione così incandescente. La rabbia dei lavoratori della Terni si è manifestata nei giorni scorsi in blocchi stradali e in un lancio di pasticcini. Insieme con lo spumante li aveva portati il signor Wolfgang Trommer, presidente del Comitato esecutivo della Tkes (la società della Thyssen Krupp cui è stata conferita la produzione dell’acciaio magnetico), all’incontro di giovedì con le delegazioni dei sindacati e delle istituzioni. Forse pensava di comunicare l’irrevocabile decisione di chiusura e poi fare un brindisi, come si usa in America. Gli operai si sono impadroniti della pasticceria “mignon” e il massiccio signor Trommer è diventato un bersaglio, a stento protetto dal sindaco Raffaelli che ci ha rimesso un vestito.
Tuttavia la situazione rischia di esplodere. Anche per il particolare rapporto della città con la sua fabbrica. Terni è infatti cresciuta grazie all’acciaieria: nel 1884, quando gli stabilimenti entrarono in funzione, era solo un “paesone” di 15.000 abitanti. La fabbrica ha plasmato Terni, trasferendo nelle famiglie – di generazione in generazione – i valori di solidarietà, di convivenza civile, di rispetto per il lavoro che sono tipici della classe operaia. Certo, ultimamente, le cose sono cambiate: se quindici anni fa tre famiglie su quattro vivevano del lavoro in fabbrica, oggi tre su quattro vivono di terziario. Quel rapporto non è così intenso come un tempo, ma senz’altro è ancora forte. Per cui si può affermare che la città sostiene compatta la lotta per la Terni.
Ne è la riprova, in queste ore, il pellegrinaggio dinanzi ai picchetti dei lavoratori, che bloccano a oltranza l’uscita dei materiali dagli stabilimenti. Ragazzi delle scuole, anziani e meno anziani ex dipendenti della Terni e tanti altri cittadini hanno voluto testimoniare la loro solidarietà ai lavoratori. Molti hanno portato caffè, bevande, cibo. Anche pasticcini, che però – in questo caso – gli operai intirizziti dal freddo hanno avidamente gustato.

IL MESSAGGERO2

Martedì a Palazzo Chigi incontro con il governo, venerdì sciopero generale contro la chiusura dell’impianto che produce acciaio magnetico

Acciaierie Terni, si mobilita la Regione
Dal sindaco ai giocatori del Perugia: l’Umbria si stringe intorno ai lavoratori


TERNI Gli operai delle acciaierie ternane sono tornati ieri mattina al lavoro. Hanno cominciato quelli del turno delle 6. Due ore di sciopero alla fine di ogni turno, le portinerie ancora bloccate. Passa solo la merce in entrata, camion e vagoni ferroviari pieni zeppi di rottame di ferro, la materia prima per la produzione di acciaio. Lavorano anche i 450 dipendenti dello stabilimento dell’acciaio magnetico, quello che la Thyssen Krupp, proprietaria del polo siderurgico ternano, ha annunciato di voler chiudere.
Una giornata di calma. Senza dimostrazioni eclatanti. Ci si prepara per la prossima settimana. Per martedì, quando a Palazzo Chigi ci sarà l’incontro col Governo; e per venerdì quando tutto il Ternano si fermerà per lo sciopero generale in difesa di circa ottocento posti di lavoro (vanno considerati quelli dell’indotto) e, in prospettiva, di una fabbrica che è in simbiosi con la città da centoventi anni.Si annuncia come una giornata di grande mobilitazione, quella dello sciopero generale. Terni scenderà per l’ennesima volta in piazza in difesa della sua fabbrica e della sua economia. E con Terni ci sarà tutto il resto dell’Umbria.
Le istituzioni si stanno organizzando, sono già scese in campo, mentre Rifondazione Comunista annuncia la partecipazione di Fausto Bertinotti; mentre i Ds fanno sapere che Piero Fassino incontrerà i lavoratori mercoledì mattina; mentre si annunciano collegamenti con questo o quel programma televisivo: da quelli di informazione a quelli di intrattenimento.
Ci saranno anche i sindaci di gran parte dei novantatré comuni dell’Umbria, alla manifestazione di venerdì prossimo. L’invito lo ha avanzato Renato Locchi, il sindaco di Perugia. E subito c’è stata l’adesione di quello di Orvieto, Stefano Cimicchi, che è presidente dell’Anci regionale, di quelli di Norcia e Spoleto; del presidente della Provincia di Perugia.
Si superano, in un’occasione come questa, anche vecchi e consistenti steccati: la rivalità di campanile tra Terni e Perugia che trova la sua espressione più ”alta”, come sempre accade, nel cuore delle tifoserie calcistiche. Ebbene, ieri i tifosi del Perugia hanno espresso la solidarietà ai colleghi ternani: «Vi siamo vicini», «la vostra lotta è anche la nostra», «Organizziamo una manifestazione allo stadio Curi prima di Perugia-Parma», hanno scritto sui siti internet.
«Mai come ora Perugia è stata vicina a Terni», ha affermato il sindaco di Perugia, Renato Locchi.
Solidarietà di tutta l’Umbria, ma non la solidarietà che si dà al parente povero. E’ la solidarietà di chi sa come spiega il sindaco di Perugia «che una perdita così pesante di produzione industriale e di occupazione non resterebbe un problema isolato, ma coinvolgerebbe nei suoi effetti tutto il tessuto produttivo e la realtà sociale regionale. La Thyssen Krupp, il governo italiano e le autorità europee sappiano di non avere di fronte la protesta di una città, ma di tutte le città umbre».
Ieri a Terni una sola manifestazione: quella degli studenti. Una manifestazione spontanea, organizzata alla svelta: duecento giovani sono andati a portare la loro solidarietà ai lavoratori in lotta.
Stamattina c’è l’iniziativa di mobilitazione promossa dal vescovo di Terni Vincenzo Paglia: una messa alle 12 in cattedrale, alla presenza di una delegazione dei lavoratori delle acciaierie. Ed una preghiera ad hoc, che si dirà in tutte le chiese. «Signore, molte nostre famiglie, i nostri figli sono in pericolo per la mancanza di lavoro: aiuta coloro che possono, a trovare soluzione al grave problema delle nostre acciaierie». Così recita.

IL MESSAGGERO 3

Si rompe il feeling con i tedeschi, pasticcini in faccia ai manager Krupp

vide in quella cerimonia un segnale di conquista e un pessimo auspicio per il futuro. Terni era destinata a perdere la sua fabbrica? E’ la stessa domanda che si pone oggi l’intera città, dopo l’annuncio della multinazionale tedesca Thyssen Krupp di trasferire nei suoi stabilimenti in Francia e in Germania la produzione dell’acciaio magnetico. Cancellando almeno 800 posti di lavoro, compresi quelli dell’indotto. Ma oltre al trauma di questa amputazione, certo non indolore per l’economia di una città con poco più di centomila abitanti, si teme che i tedeschi prima o poi possano decidere di trasferire anche la produzione dell’acciaio inossidabile, quindi di abbandonare Terni. Non ci si fida più di loro. Il sindaco Paolo Raffaelli, diessino, parla di «tradimento».
La Krupp, che successivamente si fuse con la Thyssen, rilevò dieci anni fa le acciaierie ternane dall’Iri insieme con un gruppo di industriali italiani (Agarini, Falck e Riva) che, però, via via si sfilarono dalla società. «Con i tedeschi le cose – racconta Raffaelli non sono andate affatto male: hanno realizzato 1.500 miliardi di utili ma ne hanno reinvestiti 1.000. Si sono assunti i loro impegni e li hanno rispettati. E rapidamente hanno perso l’iniziale diffidenza nei confronti dei lavoratori italiani. Spesso, in questi anni, mi hanno detto che non si aspettavano di trovare una manodopera così tranquilla e laboriosa». Così fino alla decisione dei giorni scorsi, che non appare giustificata – secondo l’opinione di tutti – né dai livelli di produttività, né da ragioni di mercato, né dalla qualità del prodotto, e neppure dai costi. Un «tradimento», appunto.
Ben diversamente le cose stavano negli anni Ottanta: si era infatti in presenza di una crisi mondiale dell’acciaio. E ben diversi furono i comportamenti dell’azienda: «Ci fu, sì, la perdita di 2.000 posti di lavoro alla Terni, con gli inevitabili conflitti. Ma fu graduale e avvenne in modo non troppo traumatico, attraverso il blocco del turn over e il trasferimento di lavoratori in altri settori e in altre aziende». Chi parla è Guido De Guidi, ex senatore dei cristiano-sociali, dipendente della Terni dal 1974 al 1982.
La vicenda di questi giorni presenta semmai analogie con la ristrutturazione del 1953. Dall’oggi al domani furono cacciati 3.000 lavoratori. In città scoppiò la rivolta. Fu grazie a un mitico segretario della Fiom ternana, Menichetti, se non sfociò in tragedia. «Durante i tumulti, salì su una camionetta della “celere” – racconta Giovannetti e andò in giro invitando lavoratori e cittadini alla calma».
Non siamo per il momento in una situazione così incandescente. La rabbia dei lavoratori della Terni si è manifestata nei giorni scorsi in blocchi stradali e in un lancio di pasticcini. Insieme con lo spumante li aveva portati il signor Wolfgang Trommer, presidente del Comitato esecutivo della Tkes (la società della Thyssen Krupp cui è stata conferita la produzione dell’acciaio magnetico), all’incontro di giovedì con le delegazioni dei sindacati e delle istituzioni. Forse pensava di comunicare l’irrevocabile decisione di chiusura e poi fare un brindisi, come si usa in America. Gli operai si sono impadroniti della pasticceria “mignon” e il massiccio signor Trommer è diventato un bersaglio, a stento protetto dal sindaco Raffaelli che ci ha rimesso un vestito.
Tuttavia la situazione rischia di esplodere. Anche per il particolare rapporto della città con la sua fabbrica. Terni è infatti cresciuta grazie all’acciaieria: nel 1884, quando gli stabilimenti entrarono in funzione, era solo un “paesone” di 15.000 abitanti. La fabbrica ha plasmato Terni, trasferendo nelle famiglie – di generazione in generazione – i valori di solidarietà, di convivenza civile, di rispetto per il lavoro che sono tipici della classe operaia. Certo, ultimamente, le cose sono cambiate: se quindici anni fa tre famiglie su quattro vivevano del lavoro in fabbrica, oggi tre su quattro vivono di terziario. Quel rapporto non è così intenso come un tempo, ma senz’altro è ancora forte. Per cui si può affermare che la città sostiene compatta la lotta per la Terni.
Ne è la riprova, in queste ore, il pellegrinaggio dinanzi ai picchetti dei lavoratori, che bloccano a oltranza l’uscita dei materiali dagli stabilimenti. Ragazzi delle scuole, anziani e meno anziani ex dipendenti della Terni e tanti altri cittadini hanno voluto testimoniare la loro solidarietà ai lavoratori. Molti hanno portato caffè, bevande, cibo. Anche pasticcini, che però – in questo caso – gli operai intirizziti dal freddo hanno avidamente gustato.




INUMBRIAONLINE

Terni, settimana decisiva per il futuro delle acciaierie

Martedì l’incontro a Palazzo Chigi con il governo, venerdì lo sciopero generale cittadino. Tutta la regione solidale con i lavoratori. Anche la Chiesa a fianco degli operai

La vertenza acciaio entra nella fase cruciale. Quella che si apre lunedì sarà con ogni probabilità la settimana decisiva per il futuro delle acciaierie ternane dopo la paventata decisione della Tyssen Krupp di sospendere la produzione nello stabilimento del reparto magnetico e la relativa perdita di quasi 900 posti di lavoro. Una vicenda che sta assumendo connotazioni europee per l'importanza del presidio ternano, unico in Italia di questo genere, e per la portata socio-economica di un comparto che ha segnato in maniera indelebile la storia del secondo capoluogo umbro.

Il primo delicato passaggio istituzionale è in programma martedì a Palazzo Chigi, dove si svolgerà l’incontro tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta ed i rappresentanti delle istituzioni umbre e dei sindacati.

Altro momento cruciale della lotta sarà lo sciopero generale cittadino programmato dai sindacati per venerdì 6 febbraio in difesa degli oltre 900 posti di lavoro che potrebbero essere cancellati dalla decisione della multinazionale tedesca.

Tutta la regione solidale con i lavoratori
Si allarga di ora in ora la mobilitazione e gli attestati di solidarietà in favore delle maestranze dell'Ast di Terni.
Una solidarietà morale, politica e sociale, che viene da istituzioni, semplici cittadini, studenti, alla quale il vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, e il sindaco, Paolo Raffaelli, , in un appello congiunto, hanno chiesto di affiancare la solidarietà “concreta”: monsignor Paglia e Raffaelli, vice presidenti della Fondazione San Valentino, hanno deciso, che la dotazione economica del Premio San Valentino 2004, pari a 15 mila euro, sarà devoluta alle rappresentanze sindacali dei lavoratori dell'Ast.

Contro la paventata chiusura del magnetico si schiera apertamente il coordinatore regionale dei presidenti dei Consigli comunali dell'Umbria, Marco Vinicio Guasticchi, che ha invitato tutti i colleghi della regione a mobilitarsi ed esseri vicini agli operai, ai sindacati e alle istituzioni in questa delicata settimana per il futuro dell'Ast di Terni.

TERNINEWS

Ast: per Micheli va aperto un ''contenzioso'' con la Germania

Sulla vicenda dell'Ast la cui chiusura e' stata annunciata dalla Thyssen Krupp, va aperto un ''contenzioso'' con la Germania. Lo sostiene il deputato della Margherita Enrico Micheli, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio. ''Il comportamento dei tedeschi - afferma Micheli - e' stato inqualificabile, arrogante, anzi peggio: brutale. Ci hanno presentato una loro scelta senza spiegare in quali strategie aziendali dovrebbe inserirsi e senza offrire alcuna alternativa: un diktat. Non hanno neppure informato il nostro ministro delle Attivita' produttive. Il governo italiano deve intervenire e fare la voce grossa''. Secondo il parlamentare, l'iniziativa del governo italiano sarebbe ''legittimata non solo dalla necessita' di salvaguardare i posti di lavoro delle acciaierie Ternima anche quella di impedire un danno al nostro Paese, visto che l'Italia acquista il 60% dell'acciaio magnetico prodotto in Europa, utilizzato per realizzare i 'lamierini' dei trasformatori elettrici di ogni tipo''. ''Quella di Terni - sottolinea - e' l'unica fabbrica a produrlo. L'Italia rischierebbe quindi di dover comprare all'estero acciaio magnetico di qualita' inferiore''. Per quanto riguarda infine l'accusa che questa crisi delle acciaierie Terni e' dovuta alla scelta di privatizzare presa dall'Iri quando lo stesso Micheli era direttore generale e Romano Prodi presidente, Micheli ricorda che ''per Terni fu indetta una gara europea alla quale parteciparono due cordate: i francesi della Ugine insieme con Lucchini, e i tedeschi con Agarini, Falck e Riva''. ''Questi ultimi presentarono un'offerta migliore - spiega - e l'operazione fu sollecitata e approvata anche dal governo Berlusconi, che nel frattempo aveva vinto le elezioni''

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