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Quanti potevano essere salvati?
by zelda Tuesday, Dec. 28, 2004 at 1:30 PM mail:

L'uomo, ma bisognerebbe dire l'uomo occidentale, ha la capacità tecnologica, con una rete piuttosto fitta di sismografi, non solo di rilevare in tempo reale un terremoto e la sua esatta collocazione

Quanti potevano essere salvati?


di Pietro Greco

Un terremoto, anche di potenza devastante come quello avvenuto nell'Oceano Indiano lunedì scorso, si consuma in pochi secondi. Le sue vittime non possono essere salvate, se non con una lungimirante prevenzione. Ma le onde anomale di un maremoto impiegano molto tempo prima che si abbattano su coste lontane centinaia e persino migliaia di chilometri dall'epicentro. Anche se lo tsunami ha la velocità di un jet, può giungere a destinazione decine di minuti, persino ore dopo il sisma che lo ha provocato. Con un buon sistema di sorveglianza le vittime del maremoto possono essere salvate.
Con un pronto all'erta decine di migliaia di persone, lunedì scorso, avrebbero certamente evitato la morte. Quel sistema di pronto allerta esiste. L'uomo, ma bisognerebbe dire l'uomo occidentale, ha la capacità tecnologica, con una rete piuttosto fitta di sismografi, non solo di rilevare in tempo reale un terremoto e la sua esatta collocazione. Ma ha anche la possibilità, per esempio con la sua rete di satelliti, di individuare l'onda anomala eventualmente provocata dal sisma e di prevedere in anticipo dove, quando e come arriverà.

Un sistema di allarme collegato con il sistema di rilevazione può, dunque, con largo anticipo avvisare le popolazioni costiere interessate e consigliarne la rapida evacuazione.

Non è un sistema avveniristico. In Giappone - spiega l'ingegner Luigi Cavaleri dell'Istituto di Scienze Marine del Cnr di Venezia - ce n'è uno che funziona così bene che consente alle persone allertate non solo di mettersi in salvo ma anche di raccogliere l'attrezzatura necessaria e, telecamera alla mano, documentare regolarmente i maremoti, riprendendone gli effetti catastrofici ma spettacolari. Nel caso del disastro «che ha colpito il Sudest asiatico, l'India, lo Sri Lanka e le Maldive - sostiene ancora Cavaleri - c'era tempo per avvisare la popolazione. Il problema è stato e rimane la mancanza di un opportuno sistema di previsione e di informazione alla popolazione». Insomma, se l'India, lo Sri Lanka, l'Indonesia, il Bangladesh, la Somalia e le altre nazioni che affacciano sull'Oceano Indiano avessero avuto il sistema di allarme tsunami in dotazione al Giappone, decine di migliaia di vite umane si sarebbero salvate.

La catastrofe di lunedì scorso non era solo annunciata, ma anche evitabile.Perché la tecnologia e l'organizzazione che aiutano le popolazioni del ricco Giappone (ma anche degli Stati Uniti o dell'Australia) non sono state capaci di aiutare le popolazioni povere dello Sri Lanka, dell'India, del Bangladesh e di molte altre nazioni asiatiche e africane?
Si possono invocare diverse ragioni per rispondere a queste domande. Per esempio, perché nei paesi poveri mancano le risorse per allestire il sistema di allarme. Perché nei paesi poveri la percezione del rischio - compreso il rischio sismico - è diversa che nei paesi ricchi.

E tuttavia c'è un'altra considerazione semplice - forse troppo semplice - da fare. Una considerazione che riguarda anche noi, abitanti dei paesi ricchi.
Esistesse al mondo un sistema di protezione civile, afferente alle Nazioni Uniti, sul tipo dell'Organizzazione Mondiale di Sanità (che si occupa del rischio sanitario) o anche sul tipo della Fao (che si occupa del rischio alimentare), gran parte delle persone morte a causa del maremoto di lunedì scorso si sarebbero salvate. Il costo per allestire un simile sistema è forse insopportabile per i singoli paesi poveri (e anche per un paese grande e in via di rapido sviluppo come l'India), ma è certamente sopportabile dalla comunità internazionale. Se poi l'Occidente estendesse a questa agenzia di protezione civile globale le informazioni in suo possesso, i costi diventerebbero davvero minimi. Al limite dell'irrisorio.
Questo sistema di protezione civile globale è una necessità. Sia perché è intollerabile che per così poco, così tanti - solo perché vivono in paesi poveri - paghino con la morte. Sia perché col cambiamento globale del clima il rischio di tragiche calamità - come alluvioni e inondazioni - sta aumentando rapidamente. Un sistema di protezione civile globale è, in questo scenario, qualcosa di più di un bisogno. È un diritto non più alienabile.


Fonte:www.unita.it

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