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base nato della maddalena ultima truffa
by redbeppe-ulisse . mariella cao Tuesday, Dec. 02, 2003 at 12:27 PM mail: redpeppe@tiscali.it,

La Maddalena/truffa" è la lettera inviata a tutti i parlamentari sardi, Presidente della giunta, partiti, sindacati, movimenti e riproposta ai maddalenini e ai parlamentari presenti il 21 e 24 novembre. Il secondo è un testo è stato consegnato ai maddalenini, ai giornalisti e alle persone che trovi indicate nella lettera.

21-ottobre 2003
Base Atomica Usa di Santo Stefano-La Maddalena: l’ultima truffa

Governo italiano e compiacenti Stati Maggiori stanno tentando d’imporci la decisione presa dagli Usa di rafforzare e consolidare la base atomica di Santo Stefano-La Maddalena. Il metodo usato è il ricorso massiccio a nuovi e vecchi raggiri che contraddistinguono i trent’anni dell’installazione militare straniera.
Per evitare l’emergere dell’inconfessabile rapporto di pesante vassallaggio dell’Italia e il groviglio di tabù, menzogne e illegalità che dal lontano 1972 avviluppa le vicende della Base atomica statunitense, ancora una volta, si è espropriato il Parlamento del diritto/dovere di discutere pubblicamente e decidere in piena trasparenza su un tema di vasta rilevanza politica: la permanenza e il futuro di una aggressiva Base militare straniera sottratta a qualsiasi controllo dell’Italia, il ruolo strategico-militare della portaerei-Italia-Sardegna nel nuovo scenario internazionale di Guerra Infinita.

Con l’escamotage di spacciare come “progetto migliorie” la COSTRUZIONE EX NOVO DI UNA NUOVA BASE USA si è tentato, maldestramente, di mascherare come banale questione tecnico-amministrativa una decisione eminentemente politica che ipoteca la nostra terra e le nostre vite, di relegarla a questione locale che a stento travalica l’ambito comunale, di ridurla a mero computo di volumetrie da discutere nell’ambito ristretto di commissioni e comitati il cui parere è pressoché irrilevante per quanti hanno già deciso, una mera formalità per salvare una parvenza di look democratico e nascondersi dietro il penoso paravento dell’ATTO DOVUTO “sentiti i pareri favorevoli…”
Infatti, il truffaldino progetto made in Usa presenta come “migliorie” la cementificazione di Santo Stefano, la costruzione di un nuovo, vasto, imponente ( e brutto) complesso edilizio in muratura in sostituzione dei containers e dei prefabbricati amovibili sorti ABUSIVAMENTE nel corso di trent’anni nella Base ABUSIVA a terra della US Navy. La normativa urbanistica che non riconosce alla baraccopoli ABUSIVA la condizione di “volumetrie preesistenti” è totalmente stravolta: scandalosamente si presenta la NUOVA BASE come un irrisorio aumento del 25% delle cubature.
L’obiettivo ufficialmente sbandierato di offrire “più adeguate condizioni abitative e lavorative” ai marines è usato alla stregua del classico specchietto per allodole: permette di lasciare in ombra il potenziamento delle capacità operative d’intervento, di attacco e di esercizio della deterrenza nucleare. Si pretende di dare ad intendere che le funzioni e le attività della Base Usa rimangano invariate, si tenta di dirottare l’attenzione pubblica sui servizi ricreativi del costruendo “Centro Benessere” facendo balenare i soliti “tanti posti di lavoro, tanti vantaggi” oggetto di eterne promesse.

L’esigenza di celare la subordinazione dell’Italia ai diktat del potente alleato-padrone, mantenere inalterata la farsa da propinare all’opinione pubblica di “alleanza alla pari”, la menzogna di innocuo e irrilevante “punto d’approdo concesso alla US Navy” e, allo stesso tempo, “salvare la faccia” ha innescato maldestri tentativi di scarico delle responsabilità. Stati Maggiori e ministro della Difesa hanno giocato la carta del ricorso a “prestanome” che si sostituissero a chi aveva già deciso e a chi aveva già accettato l’inaccettabile.
Dall’iter del progetto si evince con chiarezza che gli Usa hanno autocertificato unilateralmente che la cementificazione programmata è “opera correlata alla Difesa nazionale” e unilateralmente hanno deciso di utilizzare le deroghe previste; Forze Armate e Difesa hanno prontamente avallato e hanno finto di chiamare vari organismi a “decidere” su decisioni già state prese. L’Ente Parco e la Sovrintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Sassari sono subito scattati “sull’attenti”e hanno dato l’okey allo scempio edilizio finalizzato al rafforzamento della minacciosa Base atomica statunitense al centro del Parco Nazionale, primo parco eco-nucleare del pianeta terra. Il CoMiPa, interpretando i sentimenti e la volontà della stragrande maggioranza del popolo sardo, ha risposto con un sonoro “signornò”e ha rispedito al mittente il “dono” avvelenato.
Il ministro alla Difesa, costretto a venire allo scoperto, non demorde e gioca la logora carta dell’ “ATTO DOVUTO” in base a accordi internazionali, ovviamente, coperti dal SEGRETO, utile coperchio buono per tappare ogni pentola, eludere spiegazioni, cucire bocche e scaricare responsabilità. Del tutto incurante del deciso e motivato rifiuto espresso per due volte dai rappresentanti della Regione sarda, dimentico della non conformità di accordi segreti alla costituzione italiana, dimentico della palese non conformità della presenza e delle attività della base atomica Usa alle norme emanate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e sottoscritte da Italia e Usa, il ministro decreta: “ I lavori sono urgenti, indispensabili e indifferibili, in particolare per gli aspetti riguardanti la sicurezza del personale della base e sono conformi agli accordi internazionali sottoscritti dall’Italia”.
Ovviamente per il ministro italiano in carica, come per tutti i suoi predecessori, la sicurezza va garantita esclusivamente agli statunitensi. “La sicurezza del personale”, invocata dagli Usa e ripresa dal ministro Martino per “giustificare” la NUOVA BASE a terra è un diversivo per distogliere l’attenzione, non solo dal minaccioso rafforzamento delle capacità operative della Base nucleare Usa, ma anche dalle funzioni del “magazzino generale” e del “magazzino di stoccaggio per materiali speciali e/o soggetti a discarica controllata” che prevede una crescita a dismisura (aumento di 10 volte la l’attuale cubatura ABUSIVA).
Alle troppe parole spese sul “Centro Benessere” fa riscontro un’allarmante reticenza sul tipo di materiali e rifiuti che si prevedere stoccare e decuplicare. Non è stata fornita alcuna informazione sull’inquietante foto allegata al progetto che mostra il simbolo del nucleare.
Non c’è traccia né di progetto né di volontà politica per porre fine all’illegalità imperante e tenere in conto la sicurezza della popolazione esposta al rischio nucleare senza il Piano di prevenzione, emergenza, evacuazione obbligatorio per legge, “tutelata” da un sistema di monitoraggio dell’aria giudicato inefficiente e inattendibile, non solo dagli addetti ai lavori, ma persino da alcuni ex ministri alla Difesa e alla Salute.

La situazione della Maddalena dimostra, e la situazione del poligono della morte Salto di Quirra conferma, che per i vari Governi italiani le esigenze civili, i diritti fondamentali della popolazione alla sicurezza, alla salute e alla vita continuano a ad avere valore zero.

Il popolo sardo ha messo fuorilegge il nucleare civile, ha detto NO, SENZA SE E SENZA MA, alle ipotesi di potenziamento della Base atomica Usa, NO ad una Sardegna-poligono- caserma-strumento di guerra. Ha detto NO ai progetti Jean-Berlusconi di stoccare in Sardegna le scorie radioattive dell’Italia, a maggior ragione e con maggiore determinazione dice NO alla fabbrica statunitense di scorie nucleari in terra sarda finalizzata all’esportazione permanente della guerra.


ESIGIAMO Conoscere :
1 il contenuto degli “accordi internazionali” cui fa riferimento il ministro Martino; quando e chi li ha stipulati.
2 le motivazioni del parere favorevole alla cementificazione di Santo Stefano espresso dall’arch. Stefano Gizzi della Sovrintendenza di Sassari e dal presidente dell’Ente Parco;
3 dove e come, dal 1972 ad oggi, la US Navy ha stoccato e smaltito le scorie radioattive, normale prodotto dell’attività dei sottomarini a propulsione nucleare di stanza a Santo Stefano;
4 il Piano di prevenzione e di emergenza nucleare predisposto dalla Prefettura ai sensi del dl.230/1995 e illegalmente tenuto segreto

ESIGIAMO l’accertamento delle eventuali responsabilità in ordine alla:
- violazione palese della Base Usa alla normativa AIEA,
- violazione del disposto del dl 230/1995 in tema di predisposizione da parte della Prefettura di piani civili di prevenzione e di emergenza in situazioni a rischio
- grave inaffidabilità del sistema di monitoraggio ambientale
- assenza di un’indagine epidemiologica e di accertamenti sanitari

INVITIAMO

la Regione Autonoma della Sardegna a sostenere con forza
- l’opposizione del popolo sardo contro l’ulteriore militarizzazione dell’Isola e la permanenza di una Base atomica
straniera, fabbrica in loco di scorie nucleari
- le sue prerogative e gli impegni già assunti per una significativa riduzione dei gravami militari che opprimono l’Isola in misura iniqua, sia livello quantitativo (24.000 ettari di demanio militare a fronte dei 16.000 dell’intera penisola), sia dal punto di vista qualitativo (abnorme intensità di utilizzo, esercitazioni a fuoco vivo, sperimentazioni);
i parlamentari sardi a
- difendere il diritto del popolo sardo di vivere in sicurezza e decidere sul suo futuro, sulla sua terra e sul suo mare dando voce alle sue rivendicazioni
- non consentire che la Sardegna sia usata ancora una volta come merce di scambio per pagare il prezzo richiesto da insaziabili alleati-padroni
- esigere l’equiparazione della Sardegna alle altre Regioni in termini di gravami militari;
tutti i parlamentari a
- riappropriarsi del potere/dovere di decidere sul tema eminentemente politico del ruolo strategico-militare dell’Italia che il potenziamento della Base nucleare Usa a La Maddalena pone con urgenza
- non consentire che una Potenza straniera si sostituisca alle istituzioni della Repubblica nell’iter decisionale;
- contrastare l’ennesimo atto di abdicazione di sovranità da parte del Governo italiano
- dare applicazione alla volontà popolare, espressa con un referendum, per la messa al bando del nucleare dall’Italia.

Comitato sardo Gettiamo le Basi
Tel 3386132753 070823498


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La Maddalena, 21 Novembre 2003
Al Signor Sindaco della Maddalena
Ai Consiglieri Comunali della Maddalena
Al Presidente della Regione
Ai Consiglieri Regionali
Ai Parlamentari

Ci rivolgiamo a tutti Voi, affinché una vostra opinione, una vostra iniziativa, un vostro impegno contribuisca a mettere fine ad una situazione non più tollerabile: il diritto alla sicurezza, alla salute, alla vita dei cittadini negato dalla presenza di una Base militare atomica di uno Stato straniero che agisce unilateralmente, fuori di qualsiasi controllo della Nato e dell’Italia.
Riteniamo improcrastinabile l’impegno dei vari livelli di governo sul controllo, sia dell'impatto ambientale e sanitario delle unità navali nucleari che transitano e sostano nell’Arcipelago, sia sulle conseguenze di un eventuale incidente, tanto più in una situazione economica, ambientale e sociale come quella di La Maddalena che, contro la sua naturale vocazione, come d'altronde tutta la Sardegna, è stata costretta a mettere a disposizione delle Marine di Guerra il suo territorio, il suo mare e il suo cielo subordinando lo sviluppo economico agli interessi militari.

Non intendiamo aprire il discorso - non è questa la sede adatta - sul costo iniquo imposto alla Sardegna in nome delle "esigenze della difesa": 24.000 ettari di demanio militare a fronte dei 16.000 del restante territorio della penisola, aree a mare interdette per una superficie che supera quella dell'intera Isola.
Non intendiamo neanche porre l'interrogativo, sul quale occorrerebbe tuttavia riflettere: perché l'Italia, che ha abolito il nucleare, "ospita" materiale nucleare e unità navali nucleari di potenze alleate ma straniere nell'indifferenza dei poteri e delle autorità istituzionali? In altra sede, prima o dopo, qualcuno dovrà rispondere.
Lasciamo ai margini il nodo di tutta la “Questione La Maddalena”: le esigenze civili pesantemente subordinate alle esigenze della Difesa Nazionale e, soprattutto, alle esigenze di “proiezione della potenza e dell’influenza americana oltre l’Atlantico” (Rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti al Congresso 1998).
Lasciamo anche al margine l’interrogativo di fondo se sia equo che lo Stato italiano (noi contribuenti!) debba sostenere gli altissimi costi che comporta un Piano affidabile per far fronte al rischio rappresentato dalle unità militari di una Potenza straniera, In caso d’incidente chi paga i danni? Sempre l’Italia come per la tragedia del Cermis?

In questa sede intendiamo focalizzare l'attenzione sul piano di prevenzione e di emergenza nucleare che la normativa in vigore impone al Prefetto di predisporre e divulgare.
Il decreto legislativo 17 marzo 1995 n.230 “ Attuazione alle direttive Euratom in materia di radiazioni ionizzanti” impone che le popolazioni siano accuratamente informate delle situazioni di rischio cui sono esposte "senza che le stesse ne debbano fare richiesta”. Le informazioni devono essere accessibili al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di emergenza radiologica" (art.129). L'art.130 recita: "La popolazione che rischia di essere interessata dall'emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle misure di protezione sanitaria ad essa applicabili nei vari casi di emergenza prevedibili, nonché sul comportamento da adottare in caso di emergenza radiologica. (..) Informazioni dettagliate sono rivolte a particolari gruppi di popolazione in relazione alla loro attività, funzione e responsabilità nei riguardi della collettività nonché al ruolo che eventualmente debbano assumere in caso di emergenza".
Finora la normativa è stata lettera morta, scandalosamente violata dai vari Governi italiani, scandalosamente ignorata dagli schieramenti di opposizione. Sappiamo bene che non è impresa di poco conto fare in modo che le varie Autorità ottemperino alle leggi e che le istituzioni locali, dal Comune alla Regione, riprendano nelle loro mani i poteri, troppo a lungo calpestati, di controllo del territorio e riacquistino la capacità di assolvere il dovere istituzionale di tutela della salute e incolumità dei cittadini

Ciò che oggi conta maggiormente è che la popolazione tutta possa essere messa in condizioni di conoscere l'entità del rischio, i modi e i comportamenti per affrontarlo e, seppure con vergognoso ritardo, sia attivato un sistema efficiente e affidabile di monitoraggio ambientale e sanitario.
Pensiamo che i Comuni, assieme all'Autorità Prefettizia, alla Provincia, alla Regione - ognuno per le proprie competenze - debbano farsi carico della questione in modo che la comunità possa disporre di un sistema di monitoraggio affidabile e di un valido "Piano di prevenzione e di emergenza".
Pensiamo che tale piano, predisposto e coordinato dalla Prefettura, debba trovare gli strumenti attuativi nella costituzione di un "Polo per la protezione civile" sul mare e sulla terra.
Se un incidente di qualsiasi livello dovesse accadere, le strutture esistenti sono in grado di far fronte ad una situazione di allarme? Se la popolazione non né informata né addestrata a praticare le procedure idonee a ridurre i rischi, quale efficacia può mai avere un Piano di prevenzione?
E' indispensabile porre le domande e ottenere risposte convincenti visto che conosciamo tutto ..o quasi del piano predisposto dalla Marina Militare per la base di La Spezia, un poco del piano civile elaborato dalla prefettura di Taranto, nulla dei piani militari e civili che dovrebbero essere stati approntati per La Maddalena e per Cagliari.
Per non rimanere nel generico, proponiamo un documento che trae lo spunto dagli studi del movimento di La Spezia e dalle esperienze maturate nella predisposizione dei Piani di protezione civile nei siti interessati dalle centrali nucleari dimesse.
Sappiamo bene che le proposte che avanziamo non sono esaustive e che il tema dovrebbe essere maggiormente approfondito. Quello che ci preme è porre in evidenza situazioni la cui eventualità deve essere tenuta in conto e non ignorata. La popolazione deve conoscere precauzioni, comportamenti e misure da prendere nel momento in cui dovesse verificarsi “un incidente o qualsiasi evento o anormalità che possa far temere l’insorgenza di un pericolo per la pubblica incolumità”.
Ci sostengono le norme dell’Europa recepite dall’Italia con il DL 230/95 e le linee guida tracciate dal Piano Nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche emanato nel luglio 1996.

Comitato sardo Gettiamo le Basi
comitatoglb@katamail.com
Tel 070 823498 3386132753





BASE MILITARE USA
SANTO STEFANO LA MADDALENA



PIANO CIVILE di PREVENZIONE e EMERGENZA NUCLEARE


INTERROGATIVI e PROPOSTE
del




Comitato sardo Gettiamo le Basi




17 novembre 2003

BASE USA DI SANTO STEFANO - LA MADDALENA
proposte per un
PIANO CIVILE di PREVENZIONE e EMERGENZA NUCLEARE
Documento a cura del comitato sardo
Gettiamo le Basi



PREMESSA
Il titolare della cattedra di fisica medica dell’Università di Cagliari, Prof. Mario Ladu, nel 1988 affermava che se dovesse accadere un incidente nucleare non rimarrebbe che raccomandarsi l’anima a Dio e a poco servirebbe se la rete di monitoraggio ambientale e di allarme funzionasse, ma, concludeva lo scienziato, è necessario che il piano di protezione civile e la rete di controllo esistano e funzionino.
L’elaborazione e l’applicazione di un Piano di protezione civile per fronteggiare il rischio nucleare si scontra con due pesanti ostacoli che ne pregiudicano alla base la validità.

1 Tempestività dell’informazione
L’efficacia delle misure di protezione è in rapporto alla rapidità d’intervento. Infatti, il “Piano Nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche” (luglio 1996) prevede i casi di “Incidenti a natanti a propulsione nucleare in area portuale” e “Incidenti a natanti a propulsione nucleare in navigazione” e detta gli schemi d’intervento; dispone che il Comandante della Capitaneria del porto di arrivo della nave o il Comando Generale delle Capitanerie di Porto, venuto a conoscenza di un incidente o di qualsiasi evento o anormalità che possa far temere l’insorgenza di un pericolo per la pubblica incolumità, dia IMMEDIATA COMUNICAZIONE e si attivino le strutture competenti: Dipartimento della Protezione civile, CEVAD (Centro Valutazione Dati), Ministero dell’Interno, Centrale degli Allarmi DC 75, Servizio Sanitario Nazionale, ANPA (che in Sardegna non esiste ancora nonostante i vari disegni di legge depositati da almeno 6 anni), Comando Generale della Guardia di Finanza, Dipartimento di monitoraggio in mare, Sezione Rischio Nucleare della Commissione Nazionale per la Prevenzione dei Grandi Rischi, Presidente della Regione, Prefetto, Vigili del Fuoco.

L’incidente accaduto il 25 ottobre al sommergibile Hartford mette a nudo la totale subalternità dell’Italia e la sua impotenza, evidenzia la noncuranza degli Stati Uniti delle esigenze di sicurezza della popolazione, manifesta il loro sovrano disprezzo delle norme internazionali e delle norme del Paese che li “ospita”.
E’ Palese la totale violazione delle norme internazionali che impongono l’immediato allontanamento dai porti dell’unità sinistrata. L’obbligo di “comunicazione IMMEDIATA di un incidente” si è trasformato in optional, l’individuazione e il controllo del danno, la definizione del livello di rischio è diventata prerogativa esclusiva delle Autorità militari Usa. Paradossalmente chi ha provocato il danno si è auto attribuito la piena competenza di definirlo e quantificarlo, si è arrogato il ruolo di controllore unico esautorando pesantemente le autorità militari e civili dell’Italia!
L’omessa comunicazione dell’incidente da parte degli Stati Uniti, l’ambiguità e inaffidabilità delle versioni date, l’azzeramento delle prerogative dell’Italia non è un fatto isolato ma una perversa prassi consolidata nell’assenza scandalosa di reazioni da parte delle Istituzioni italiane. Un solo esempio tra i tanti: lo scontro tra la portaerei J.F. Kennedy e l’incrociatore Belknap, entrambi statunitensi, avvenuto il 21 novembre 1975 nello Ionio è stato reso noto nel 1989. Dopo ben quindici anni si è saputo che è stata sfiorata la catastrofe nucleare.
Se l’incidente non è comunicato tempestivamente a nulla servono i Piani di protezione civile, sono carta straccia gli Accordi internazionali e la normativa europea recepita dall’Italia con il DL 230/1995.

2 Tipologia delle unità nucleari e segreto militare
L'impatto sanitario e ambientale di navi e sottomarini nucleari non differisce, in linea di massima, da quello di una centrale nucleare a terra. Tutti gli organismi scientifici sono concordi su questo punto.
“I reattori utilizzati per la propulsione di mezzi militari navali pongono problemi di sicurezza certamente non inferiori a quelli delle centrali elettronucleari civili. Le caratteristiche dei reattori civili e militari sono analoghe, ma su un mezzo navale non possono essere imbarcate pesanti schermature, né potrà sempre essere garantita nelle vicinanze un'adeguata assistenza in caso d'incidente. E gli incidenti ai sottomarini nucleari sono più frequenti di quello che comunemente si pensa” (Giuseppe Longo fisico dell'Università di Bologna).
CNEN, CAMEN- ENEA, ISS (Istituto Superiore della Sanità), concordemente, da tempo sostengono che "per una corretta valutazione dell'impatto sanitario e la predisposizione del piano di emergenza si deve giungere almeno all'acquisizione di un insieme «minimo» di elementi tecnici della fonte inquinante, però, per quel che riguarda i sommergibili nucleari, non si dispongono informazioni dettagliate sulle loro caratteristiche".
Com’è noto, navi e sommergibili a propulsione nucleare e armamento atomico in transito e sosta nell’Arcipelago maddalenino appartengono agli Stati Uniti che mantengono lo stretto riserbo militare sulla tipologia degli impianti. Di conseguenza, manca una conoscenza descrittiva delle unità nucleari, non si conosce né il tipo di reattore né il suo funzionamento, non si sa dove è conservato il combustibile per caricare, dove finiscono le scorie dopo l'utilizzo, quali siano i sistemi di trattamento dei rifiuti radioattivi.
Sono molti i punti oscuri di basilare importanza per approntare un Piano di Protezione e di Emergenza adeguato, molte le domande inevase. Di quanti elementi è costituito il nocciolo reattore? Di quante barre? Quale tipo di pastiglie di uranio contiene? Quali sono i sistemi ausiliari del reattore? Quali sono gli impianti destinati a funzioni di refrigerazione, purificazione e sicurezza?...
Come sottolineano numerosi organismi scientifici, ai fini del Piano di protezione civile e di emergenza, è fondamentale oltre la conoscenza della tipologia dell’impianto anche la conoscenza del sistema di funzionamento dei sistemi di sicurezza usati, quali siano le garanzie del sistema di protezione che, ogni qualvolta le grandezze fisiche misurate nel sistema nucleare superano limiti prestabiliti, provoca l'arresto rapido ed automatico del reattore. E quali sono questi limiti? E' altrettanto importante sapere quali sono i sistemi di refrigerazione di emergenza del nocciolo, di depressurizzazione automatica, di isolamento del contenitore primario, (che inizia il processo automatico di chiusura delle valvole di isolamento di tutte le linee che sono potenziali vie di rilascio all'ambiente di materiale radioattivo), e qual è il sistema di ventilazione che aspira e filtra l'aria.
Inoltre, è indispensabile conoscere come avviene, sia durante la navigazione sia in fase di sosta, lo smaltimento dei vari tipi di rifiuti - dalle resine ai fanghi, alla carta, agli stracci, etc. - che vengono prodotti all'interno della nave, CHI e COME attua il controllo.

Il serpente si morde la coda. Da una parte il "segreto militare" della Potenza straniera che usa il mare e la terra della Sardegna, dall'altra l'esigenza d'informazione di base su tipologia e modalità di funzionamento degli impianti per organizzarsi al controllo e predisporre un serio piano di protezione per la cittadinanza, adeguato alla situazione e in relazione alla conformazione del territorio.

I due nodi problematici mettono in luce il rapporto di pesante vassallaggio dell’Italia, esautorata di fatto dalla competenza e tenuta all’oscuro delle informazioni fondamentali necessarie per prevenire e gestire il rischio nucleare in situazione di “normalità” e in caso di emergenza. Ne consegue una scarsa o nulla capacità gestionale di un serio Piano protettivo contro il rischio nucleare. Lo scioglimento dei due nodi non può che essere il risultato di una decisa battaglia politica di cui al momento non s’intravede traccia.

Esempio di un Piano di protezione civile contro l’emergenza nucleare: Taranto

Il Piano predisposto dalla prefettura di Taranto è il primo ad essere stato parzialmente “desecretato” e reso noto dopo una forte e decisa pressione popolare e istituzionale. Il Piano di protezione civile in caso d’incidenti a unità a propulsione nucleare prevede che l’unità sinistrata sia allontanata entro un'ora e scatti il blocco del traffico marittimo, della pesca e della balneazione, il controllo della radioattività nell'acqua e nell'aria e la convocazione urgente del Comitato provinciale.
In relazione al tipo di avaria e alle possibili modalità di evolversi dell’incidente il Piano stabilisce tre livelli d’intervento articolati in tre aree comprese in tre cerchi concentrici attorno al luogo del sinistro che vanno dai 200metri/5 chilometri, km 5/10, km 10/20.
Il Piano prevede l’evacuazione della popolazione ma poco o nulla dice sulle concrete modalità operative. Il “Piano Particolareggiato” si limita ad un elenco di enti da informare (questura, carabinieri, provveditorato agli studi ecc.), interdizioni (divieto di pesca, pascolo, coltivazione), beni da requisire (cibo, vestiario, autobus, scuole, alberghi …), beni da sequestrare (prodotti alimentari, pescato, animali ..).
La genericità e l’estrema vaghezza delle modalità operative fanno sorgere pesanti e seri dubbi sulla sua efficacia.
Un’indagine condotta da Peacelink ha dimostrato che farmacie e strutture sanitarie non sono gravemente impreparate a far fronte anche ad un incidente di primo livello (quello più basso).
Il Piano, superficiale e approssimativo nelle linee generali di azione e soprattutto nei cosiddetti interventi di secondo e terzo livello, appare gravemente insufficiente, lontano anni luce dalla concretezza dei piani di prevenzione in uso nelle situazioni di rischio “non militare” come la centrale nucleare dimessa di Corso, zone interessate da terremoti, eruzioni, alluvioni.
Non basta, infatti, prevedere l'evacuazione della popolazione dalla zona potenzialmente pericolosa, l'istituzione di posti di controllo sanitario e di decontaminazione, la regolazione del traffico, l'adozione dei provvedimenti di profilassi alimentari, la distribuzione di viveri e acqua, la sistemazione degli sfollati presso alberghi e edifici scolastici. Non basta prevedere in termini generici. Occorre essere molto più precisi. Inoltre, l'emergenza da fronteggiare è di enorme portata, è ben diversa da un'epidemia o da una calamità naturale, non ha " zone di rispetto" poiché interessa anche l'atmosfera e contamina il suolo per millenni.

********

INDICAZIONI
per un Piano di Emergenza Esterna Incidenti Unità Militari a propulsione nucleare


Il sistema di controllo da parte delle autorità civili

Un piano di protezione civile, per essere efficace, DEVE
• ispirarsi a quelli relativi a centrali nucleari ad uso civile,
• deve prevedere sia la situazione di “normalità” sia l’emergenza,
• essere emanato e gestito dalle Autorità civili della nostra Repubblica in stretta collaborazione con i Comuni coinvolti,
• prevedere un’adeguata copertura finanziaria.

Quest’ultimo punto è di fatto il più importante, è quello che qualifica il Piano. E’ del tutto evidente che ad un Piano a costo zero corrisponde una protezione a livello zero. I Piani previsti per le centrali nucleari civili implicavano costi altissimi. In quale capitolo di bilancio è inserito il costo del Piano di Protezione contro il rischio nucleare connesso alla Base atomica Usa? A quanto ammontano i fondi stanziati?
Tralasciamo in questa sede l’interrogativo della legittimità del costo economico scaricato sui contribuenti italiani per “ospitare” una Base atomica gestita unilateralmente da uno Stato straniero che opera fuori del controllo Nato.
Intendiamo porre alcuni interrogativi su un aspetto qualificante del Piano di emergenza civile: quali sono e come devono attivarsi gli strumenti di controllo civile, istituzionale. Le Autorità Civili hanno un ruolo nell’individuazione e controllo del danno rispetto alla definizione data dall’US Navy o dalla Marina Militare? E’ competenza esclusiva delle Autorità Militari impartire l'ordine di allontanamento della nave o del sottomarino sinistrato? E chi sono le Autorità militari competenti? Sono italiane o statunitensi? La definizione del livello d’incidente è attribuita all’Autorità civile o militare? Quale tipo di rete si rende necessaria per misurare e sorvegliare prelievi di campioni ambientali per analisi di laboratorio?
Si tratta di un problema di competenze e di attribuzione di responsabilità in caso di “normalità”, emergenza, o rispetto all'evolversi dell'incidente nucleare, un insieme di quesiti da cui discende tutta la tematica delle strutture idonee al monitoraggio al controllo e all’intervento nella “normalità” e nell’emergenza.
Un Piano serio e affidabile non può che essere legato alla costituzione di un “Polo per la protezione civile” dove si concentrino professionalità qualificate e pluridisciplinari.

Il sistema di monitoraggio
Ancora prima del controllo del danno occorre sapere chi controlla i rilasci radioattivi anche in condizioni di "normalità". Per esemplificare: se un sommergibile, una nave a propulsione nucleare entrano in porto, chi, come, quando effettua i controlli degli scarichi radioattivi? E in condizioni di anormalità? E in caso di incidente?
Un monitoraggio affidabile deve assolvere il compito di effettuare in più luoghi un controllo costante dell'ambiente circostante l'unità nucleare allo scopo di:
a) fornire con continuità informazioni trasparenti sull'entità dei rilasci radioattivi per dimostrare in ogni momento all'autorità di sicurezza competente che i rilasci reali, in condizioni di normalità, non superano i limiti autorizzati;
b) fornire immediatamente allarmi affidabili, nel caso di rilasci anormali, avendo un contatto terra-mare che consenta eventuali azioni automatiche o manuali degli operatori dell'unità nucleare, controllando la certezza dell'intervento e stabilendo regole e criteri precisi di comportamento;
c) fornire i dati sui rilasci radioattivi per il calcolo delle dosi che si riversano sulla popolazione

L’attuale sistema di cosiddetto monitoraggio del sito nucleare di Santo Stefano, ottenuto verso la metà degli anni ottanta ( a ben quindici anni di distanza dall’insediamento della Base atomica Usa!) dopo una lunga lotta popolare, fin dal suo nascere è giudicato inattendibile, non solo dagli esperti, ma persino dai ministri alla Difesa a alla Sanità (7-11-1988) e dalla Commissione Affari Esteri della Camera (risoluzione 11-2-1990).


I sistemi di controllo in condizioni di "normalità” debbono essere riferiti a:
Terreno - aria - acqua del mare - acqua della rete di distribuzione - acqua dei pozzi - pesci - mitili - carni - vegetali - latte - uova.

In condizioni normali, nel periodo di sorveglianza ambientale, per conoscere meglio e raffrontare i dati rilevati al momento del passaggio o della sosta di unità nucleari, si dovrà avere una frequenza di prelievo secondo i tipi di campione.
Ad esempio, l'acqua del mare dovrà essere sottoposta a un controllo permanente, l'aria dovrà essere controllata settimanalmente, i frutti di mare e i pesci ogni tre mesi. Il controllo dovrà essere trimestrale anche per carni, latte e uova; semestrale per frutta e verdura; quadrimestrale per l'acqua della rete e così via.
Proponiamo in questi termini la rete di controllo e sorveglianza nucleare:
50 punti di prelievo di campioni ambientali;
70 punti di rilevamento dei livelli integrati di esposizione.
5 stazioni fisse per la misurazione costante dei livelli di radioattività nell'atmosfera e per la misurazione discontinua (settimanale) di accumulo di iodio e particolati.

Dato che il CNEN ipotizza una possibile contaminazione nucleare in atmosfera, occorre partire da questa considerazione. Il controllo delle condizioni meteorologiche deve, dunque, funzionare regolarmente sulle 24 ore, deve trovare un impiego di massima utilità in caso di emergenza nucleare e, pertanto, deve attuarsi attraverso un sistema che effettua le seguenti misure: componente orizzontale della velocità del vento, componente orizzontale della direzione del vento ( deviazione, fluttuazione orizzontale ), variazione della temperatura dell'aria con l'altezza.

In condizioni di emergenza debbono essere previsti, ovviamente, degli interventi straordinari e specifici in ogni campo ambientale.
Riguardo ad altre possibili contaminazioni come quella del suolo, e conseguentemente della catena alimentare, per la quale gli organismi scientifici ipotizzano valori significativi entro un raggio di circa 40 km., riteniamo che vada previsto, non solo il blocco temporaneo delle derrate alimentari eventualmente soggette a contaminazione e i controlli radiometrici, ma che venga assicurata, oltre tale raggio, una zona denuclearizzata tale da garantire l'approvvigionamento dei beni di consumo alimentare in modo naturale ( anche se è fondamentale prevedere delle scorte per far fronte ad un'emergenza che può essere dell'ordine di qualche settimana o di qualche mese ).
Il Piano che noi riteniamo maggiormente conforme alle circostanze deve prevedere, comunque, l'eventualità di allontanamento di tutta la popolazione oltre il raggio dei 20 km. e la sistemazione temporanea in alberghi, scuole, strutture pubbliche oltre quella zona.

Il sito dell'attracco di navi e sommergibili a propulsione nucleare.

E' necessario uno studio sulle caratteristiche del sito, ad esempio le condizioni atmosferiche e climatiche della zona di passaggio e di attracco delle navi e dei sommergibili della US Navy. Santo Stefano e l’intero Arcipelago sono, infatti, soggetti all'influenza di molti fattori atmosferici, soprattutto del vento. Il fondale del mare si presenta di varia natura; se si studiasse con attenzione si scoprirebbe il danno irreversibile da esso subito fino a punti molto profondi, mappando lo stesso fondale si potrebbero scoprire eventuali sacche o "ombelichi" formati e nascosti dalla natura. Non meno importanti sono da considerarsi i livelli di profondità del mare e la stessa velocità delle correnti.

Non vogliamo, ora, sviluppare dei ragionamenti, né fare delle analisi superficiali, ma riteniamo opportuno e indispensabile uno studio serio della situazione del sito in cui passano e attraccano le navi/ i sottomarini nucleari, da portare avanti con un'azione di monitoraggio ai vari livelli di profondità marina e in superficie. Uno studio che parta da accurate indagini per giungere a conclusioni precise e all'adozione di provvedimenti adeguati in relazione alla conformazione dell'ambiente.

Le caratteristiche demografiche del territorio

Seguendo le indicazioni dei piani di emergenza conosciuti, quelli di La Spezia e Taranto, per definire la zona contaminata, da evacuare in caso d'incidente, prendiamo come parametro un raggio di 20 chilometri a partire dall'ubicazione dell'unità nucleare.
L’area interessata comprende La Maddalena, Caprera, Palau, Arzachena, l’intera Costa Smeralda e lambisce Santa Teresa. Nel periodo estivo i flussi turistici fanno salire vertiginosamente il numero delle persone coinvolte e pongono particolari problemi.
La riflessione che facciamo in proposito è che in situazione di emergenza il sistema di comunicazione viaria gioca un ruolo fondamentale: se le vie di comunicazione sono poche, come nel nostro caso, l'evacuazione in condizioni di emergenza diventa estremamente problematica. Occorre conoscere e mappare le caratteristiche demografiche del territorio, i flussi e le strutture turistiche, tenendo conto dei mezzi di trasporto usati dai residenti e dai turisti in modo che TUTTI, residenti e turisti, siano addestrati e messi nelle condizioni di essere pronti a eventuali evacuazioni e spostamenti.
Sono tutte questioni di enorme importanza ai fini di un Piano di emergenza nucleare, così come non devono essere ignorati i servizi legati all'informazione ( TV, radio, giornali ) per la rilevanza pubblica che essi rivestono.

Trasporti

Sul sistema dei trasporti occorrerebbe fare un ragionamento molto approfondito: le comunicazioni via terra sono limitate, in caso di incidente nucleare provocato da navi o sottomarini a propulsione atomica il mare non può essere usato per facilitare l'evacuazione della popolazione. Per l’isola di La Maddalena non resta altro che l'evacuazione con elicotteri.
La questione a questo punto si complica. Si rende necessaria una conoscenza precisa delle possibilità offerte, in caso di emergenza, sia dal trasporto tramite elicottero, sia dai servizi pubblici su strada, sia dai mezzi di trasporto privati anche nel periodo estivo di massima affluenza di turisti in stragrande maggioranza senza auto al seguito

Ipotesi M.I.C. ( Massimo Incidente Credibile).

Il massimo incidente ipotizzato nei piani di Emergenza Nucleare resi noti ( La Spezia e Taranto) consiste nella "rottura del circuito primario del reattore con perdita di refrigerante, conseguente fusione del nocciolo e fuoriuscita dei prodotti di fissione”. La diffusione della nube radioattiva contamina l’atmosfera e le superfici con le quali viene a contatto.
La relazione del CNEN valuta come prima conseguenza l'irraggiamento esterno delle persone che, si dice, è inferiore al livello di riferimento entro due ore dall'inizio del rilascio della nube radioattiva. Il piano di emergenza militare di La Spezia, a questo riguardo, appare più prudente, infatti, dispone l'allontanamento IMMEDIATO delle persone irraggiate.
La seconda conseguenza è l'inalazione di cesio, stronzio, iodio radioattivo con contemporaneo irraggiamento esterno della tiroide.
La tempestività nell'allontanamento dell’unità sinistrata e delle persone è indicata come misura idonea a ridurre i rischi da irraggiamento diretto e inalazione. “ La contaminazione del suolo sarebbe invece sempre rilevante fino a distanze notevoli”, oltre i 40 chilometri e risulta incontrollabile.

La "probabilità molto bassa" - sostenuta dal CNEN - di incidenti o avarie con contaminazioni atmosferiche, è alquanto discutibile, considerato che i numerosi incidenti nucleari avvenuti negli anni molti hanno avuto origine proprio nel sistema di raffreddamento del reattore.
Se l’ipotesi MIC è ha un livello di probabilità molto basso, perché nessuna assicurazione stipula polizze di risarcimento in caso d’incidente nucleare? Significa che le assicurazioni attribuiscono all’evento una concreta probabilità statistica?
Onde evitare polemiche in proposito, diciamo che la questione fondamentale è essere pronti anche a ogni “lontana” eventualità, come sono stati pronti il Prefetto di Taranto e la Marina Militare di La Spezia che hanno stabilito misure anche nell’ipotesi MIC e previsto l’evacuazione della popolazione nel raggio di venti chilometri.
Il Piano che riteniamo maggiormente conforme alle circostanze deve prevedere l'eventualità di allontanamento di tutta la popolazione oltre il raggio dei 20 km. e la sistemazione temporanea in alberghi, scuole, strutture pubbliche oltre quella zona.

Simulazione d’incidente nucleare

Da oltre trent’anni la popolazione, i Comuni, la Provincia, la Regione, sono completamente sprovveduti di fronte al rischio nucleare della Base navale statunitense. Nella consapevolezza del danno incalcolabile che subirebbe la popolazione direttamente coinvolta e l’intera Sardegna, sta la motivazione di questa nostra istanza, la quale pone una serie di interrogativi affinché le Istituzioni forniscano le necessarie e urgenti risposte.

Una volta ricevuta la segnalazione dell'incidente quale ruolo svolge l’Autorità civile nel controllo del danno e nella definizione del livello d’intervento? Qual’è la sede della Task-Force che, in relazione all'entità dell'incidente, ne stabilisce il livello e dichiara conseguentemente lo stato di emergenza per l'attuazione delle misure previste ai vari livelli? Chi assume la direzione delle operazioni di intervento?
Una volta informate tutte le autorità, secondo gli schemi stabiliti dal Piano Nazionale contro Le Emergenze Radiologiche, dal Prefetto al Ministro dell'Interno, al Questore, al Comando Carabinieri, ai Vigili del Fuoco, ai Sindaci, al Medico provinciale, al CNEN, come viene informata la popolazione e quali disposizioni vengono date?
Le strutture di emergenza esistenti, dalla protezione civile ai vigili del fuoco, sono in grado di far fronte ad una situazione di allarme nucleare?
Ammesso che vi sia una rete di ponti- radio, come si procede? Quali sono i livelli di coordinamento? Come funziona la " sala operativa"? Chi determina con ordinanza, in relazione allo stato di contaminazione, le limitazioni o i flussi di circolazione delle persone e dei mezzi, in un’ipotetica intesa con il Piano della Marina Militare e in un’improbabile correlazione all’eventuale Piano della Marina USA?
Quali sono le sedi previste per la decontaminazione, il pronto soccorso e il controllo medico? Le strutture sanitarie esistenti sono attrezzate per adottare le misure indispensabili del caso?
Come si procede per l’evacuazione della popolazione? Quali sono i punti di raccolta? Dove vengono sistemate le persone? Come si procede per i trasferimenti e il trasporto? A chi spetta reperire i mezzi di trasporto necessari?
Quali sono le strutture attrezzate in modo stabile per rifornire e distribuire viveri, acqua minerale, vestiario? E i Sindaci, di quali conoscenze, ruoli, compiti, funzioni, attrezzature, strumenti sono in possesso per far fronte al pericolo?

CONCLUSIONI
Non intendiamo drammatizzare né allarmare, ricordiamo che la simulazione d'incidente è prevista per il personale militare ed è prassi acquisita dalle comunità che si trovano in situazioni a rischio o comunque delicate ( ad es. la Centrale dismessa, di Caorso, le zone esposte al rischio di terremoti, eruzioni, alluvioni ).
Il problema vero è, dunque, quello di creare un Piano di emergenza adeguato alle condizioni strutturali del territorio, con un'adeguata informazione fornita ai cittadini e con la predisposizione di strutture e strumenti di intervento, sapendo che è la legge stessa che lo impone (DL 230/95).
Ribadiamo che il Piano deve essere strettamente legato alla costituzione di un POLO PER LA PROTEZIONE CIVILE. Pensiamo di aver argomentato le ragioni per cui un SERIO “Piano di Emergenza Esterna” debba essere dettagliatamente conosciuto dalla popolazione, dai soggetti che dovrebbero applicarlo. Per queste stesse ragioni a noi sembra logico e giusto che,
in assenza di un Piano EFFICACE e CREDIBILE di prevenzione e di emergenza, non sia consentito il transito e la sosta di unità militari a propulsione nucleare.


Appare superfluo rimarcare che riteniamo sia da eliminare alla radice la situazione che rende necessari piani di protezione civile in caso d’incidente nucleare ai mezzi militari.


idem

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