Quaranta testate nucleari sono stoccate all’aerobase
I dimostranti: «E i piani di emergenza che competono al prefetto?»
Le quaranta testate nucleari stoccate a Ghedi - risulta da dichiarazione del parlamento americano e da un documento del Dipartimento Usa Air Force - da usare in caso di attacco atomico innescano preoccupazioni e inquietanti interrogativi. Per questo il circolo Leni di Rifondazione Comunista di Ghedi e il Brescia Social Forum hanno presidiato ieri mattina nella piazza di Ghedi, sostenuti da altri circoli e social forum, dallo Spi Cgil e dai Ds di Ghedi. Il presidio voleva informare i cittadini del circondario che ignorano l’"atomica" convivenza, richiamare l’attenzione sull’assenza di piani di sicurezza note, sensibilizzare sui rischi effettivi che si corrono. «In Inghilterra durante uno spostamento di una bomba simile a quelle presenti nel campo militare di Ghedi - informano i dimostranti - un fulmine ha colpito l’hangar vicino. L’inchiesta ha stabilito che se avesse colpito la bomba vi sarebbe stato il pericolo concreto di un’esplosione». Ma ci sono alti interrogativi, altre questioni. «Se come dice un documento ufficiale del governo degli Stati Uniti in Italia sono stoccate 90 testate nucleari di cui 40 conservate nell’aeroporto militare di Ghedi al limite della sua capienza (le altre 50 si trovano ad Aviano), considerato che l’aerobase di Ghedi ha comando totalmente italiano, sorge l’interrogativo: l’Italia è o non è una potenza nucleare? E allora ci si chiede che cosa prevedono gli accordi segreti firmati nel 99 e nel 2001 dei governi italiani e statunitensi, se chi ha stabilito dove stoccare le armi atomiche ha pensato di farlo con il miglior rischio possibile per la popolazione, se si è tenuto conto dell’alta concentrazione di popolazione in questa zona». I dimostrati sono andati oltre con gli interrogativi: «quando si accenna alla realizzazione nei pressi dell’aeroporto di nuovi insediamenti abitativi e produttivi, linee ferroviarie dell’alta velocità, autostrade e stadi se si conosce l’entità del pericolo e le eventuali precauzioni da adottare. E ancora: i comuni interessati, e quindi non solo Ghedi, sono informati in modo ufficiale da parte delle autorità centrali di queste ingombranti presenze? Saprebbero cosa fare e cosa dire alla popolazione in caso di allarme nucleare? Esiste un piano di evacuazione per tutta la popolazione? Le normali operazioni di manutenzione sono ancora rischiose, come sosteneva il generale Mc Peak una decina di anni fa in rapporto ufficiale? Si fa notare che la vicina Svizzera è così preoccupata da mandare due troupe televisive per capire che cosa sta succedendo al di qua delle Alpi e a 100 chilometri dal suo confine». «Il nostro non vuole essere terrorismo psicologico ma un’appello a tutte le forze democratiche a farsi carico in maniera civile e responsabile in primis della salute e della sicurezza dei cittadini» così dicono i dimostranti che sottolineano le interpellanze parlamentari su questo tema che fanno riferimento tra l’altro al decreto legislativo 230 del ’95 che obbliga i prefetti a divulgare piani di emergenza in caso di incidenti nucleari. «Aspettiamo che anche il prefetto di Brescia dia notizie in tal senso» è la conclusione di ieri. Milena Moneta
www.bresciaoggi.it/ultima/oggi/cronaca/Caa.htm
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