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	<title>Nueter &#187; admin</title>
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	<description>Foglio di agitazione anarchica di Bologna e provincia</description>
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		<title>Antagonismo migrante</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:36:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con l’autunno è ricominciata la mobilitazione dei migranti, partendo da dove ci aveva lasciati, alla fine del mese di giugno. Una situazione di “inerzia istituzionale” che, comunque la si voglia pensare, solo la lotta ha dimostrato di poter far “scivolare”. La scorsa primavera si era chiusa con importanti passaggi verso una giustizia tanto ricercata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con l’autunno è ricominciata la mobilitazione dei migranti, partendo da dove ci aveva lasciati, alla fine del mese di giugno.<br />
Una situazione di “inerzia istituzionale” che, comunque la si voglia pensare, solo la lotta ha dimostrato di poter far “scivolare”.<br />
La scorsa primavera si era chiusa con importanti passaggi verso una giustizia tanto ricercata per coloro che si sono trovati invischiati nella rete mafiosa e leghista della sanatoria “truffa”.<br />
Il reato di clandestinità, che impediva di poter anche solo partecipare alla sanatoria, è stato azzoppato prima dalle sentenze dei tribunali italiani (tra cui spicca quella per “incostituzionalità”) e poi dal pronunciamento dell’Europa.<br />
Il decreto di espulsione non è più “ostativo” alla richiesta di permesso, ovvero si è finalmente tolto uno degli ostacoli maggiori prima di tutto per coloro che hanno chiesto con la lotta un riesame della loro domanda di regolarizzazione dopo l’accertemento definitivo della “criminilità” prodotta dalla Sanatoria “Colf e badanti” del 2009.<br />
È difficile pensare che questi avanzamenti verso una giustizia sociale si sarebbe prodotti senza le “gru” e le torri dell’inverno passato, e senza la continua opera di mobilitazione e, quindi, pressione sulle istituzioni (in primis, sul Ministero degli Interni) portata avanti dai migranti autorganizzati in città come Brescia, Milano, Massa, Padova e altre ancora.<br />
Dopo mesi di attesa e, infine, di esasperazione i migranti sono tornati ad occupare le torri (Milano) e a manifestare davanti alle Prefetture (Brescia). Chiedono semplicemente il rispetto delle acquisizioni della scorsa primavera e dei tempi umani nell’esame e nel rilascio dei permessi di soggiorno. L’“inerzia” è infatti tornata a farsi sentire dopo l’estate, il Ministero dell’Interno non ha predisposto né risorse né organizzazione per la questione “sanatoria”, in linea con i grugniti e i lamenti del Ministro Maroni sulla sua impotenza in materia di immigrazione.<br />
Nel giro di qualche settimana sono stati ottenuti già dei risultati, per quanto parziali. A Brescia una serie di incontri all’Ufficio Unico della Prefettura – quello che esamina e rilascia i permessi di soggiorno e, si scopre, guidato da un dirigente appartenente al Ministero del Lavoro – ha portato all’impegno pubblico che tutte le richieste “tecniche” necessarie alla velocizzazione del rilascio dei permessi sarebbero state soddisfatte, ma proprio sulla garanzia dei tempi ha mostrato qualcosa di più nel meccanismo di “inerzia”: semplicemente, le carenze di organico dell’Ufficio non consentivano di fare previsioni sul breve tempo del rilascio dei permessi e la decisione sull’organico spetta al Prefetto, quindi al Ministero degli Interni.<br />
Le lotte dei migranti sembrano quindi portare ad un’innovazione istituzionale e sono in un certo senso necessarie allo stesso funzionamento dell’istituzione: sono la spinta all’asino che si è impuntato.<br />
Ma c’è anche un’altra dimensione della lotta, la repressione. Ad oggi, decine di persone impegnate nella lotta contro la sanatoria sono state rimpatriate a seguito dei fermi durante le manifestazioni, i presidi e le iniziative di lotta. Non si contano invece coloro che hanno subito un semplice controllo stradale, discriminazioni al lavoro, perfino vere e proprie “retate” nei quartieri operate dalle forze di polizia nell’arco di questo lungo anno.<br />
In molti, tra solidali e migranti stessi, monta la rabbia per questo “doppio accanimento” delle istituzioni: da un lato sentono la fatica che la lentezza per smuovere il colosso-apparato genera; dall’altro la rabbia per l’ingiustizia subita dai propri fratelli nella ricerca e, paradossalmente, nell’ottenimento della giustizia, le espulsioni come arma e come vendetta istituzionale su quanti si sono resi protagonisti della lotta e, nonostante la vittoria ottenuta, come strumento ancora di amministrazione “normale” dell’immigrazione, deterrente all’azione e ostinazione al muro contro muro anche quando si dimostra l’illegittimità di tali procedure.<br />
Da più parti si esprime la necessità di superare la funzione di pressione sulle istituzioni per arrivare all’impatto “contro” l’istituzione. Nel momento attuale, questa strategia mostra alcune possibilità, ma anche alcuni problemi.<br />
Concentrarsi sullo scontro frontale con l’istituzione, nell’ottica di un suo affondamento (leggi, caduta del Governo) porta in positivo la possibilità (e la necessità) di incontrare altri segmenti sociali di resistenza e quindi approfondire l’alleanza delle componenti sociali “ribelli” al dogma neo-liberista, per una società dove l’essere umano viene prima del denaro e degli interessi ad esso connessi. Permette quindi di mettere in discussione i principi stessi su cui si fonda l’odierno “governo dell’esistente” e incidere verso un cambiamento, una nuova direzione (e, detto in soldoni, aiuta a liberarsi dal rischio, se portato avanti con coerenza, che caduto questo Governo tornino le Turco e i Napolitano, i Berlinguer e gli Zecchino, i flessibilizzatori e i confindustriali “di sinistra”).<br />
Il rischio maggiore, che è quasi certezza visti i precedenti, è una chiusura ancora più autoritaria da parte delle istituzioni e un rilancio da parte delle forze xenofobe di una politica dell’identità e dei confini, anche in vista delle future elezioni.<br />
Quando si impatta, a livello delle lotte, con il “politico”, o ci si pone nell’ottica della sua trasformazione, oppure si è in grado di praticarne la sostituzione tramite l’organizzazione della lotta stessa.</p>
<p>redcat</p>
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		<title>Le opere inutili non bastano mai</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il Civis un altro mostro a Bologna: si chiama People Mover ed è una monorotaia sopraelevata che dovrebbe collegare la stazione centrale all’aeroporto. A Bologna esiste già il Servizio Ferroviario Metropolitano che consentirebbe un collegamento rapidissimo (6 minuti) fra aeroporto e stazione con un investimento di denaro pubblico di molto inferiore, la stazione “Aeroporto” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il Civis un altro  mostro a Bologna: si chiama People Mover ed è una monorotaia sopraelevata che dovrebbe collegare la stazione centrale all’aeroporto. A Bologna esiste già il Servizio Ferroviario Metropolitano che consentirebbe un collegamento rapidissimo (6 minuti) fra aeroporto e stazione con un investimento di denaro pubblico di molto inferiore, la stazione “Aeroporto” dovrebbe solo essere ristrutturata ed è a 700 metri dal terminal aeroportuale.  Ed esiste da anni un collegamento tra stazione FS e aeroporto che si chiama BLQ, l’autobus che in 15 minuti raggiunge lo stesso scopo e non ha bisogno di grandi opere.<br />
Invece si vogliono spendere 100 milioni di euro più IVA per costruire il People Mover, un’opera che mangia territorio, devasta l’ambiente e costa tantissimo. Cento milioni di euro in parte finanziati dalla RER (noi), in parte coperti da un contributo del Comune (noi) e il resto, il 65% circa, in project financing.<br />
Project financing dovrebbe voler dire che un privato investe in un’opera dalla cui gestione avrà un ritorno economico, e quello sarà il guadagno del suo investimento: la collettività ci guadagna perché si trova a disposizione l’investimento e il privato ci guadagna perché la gestione del bene è redditizia.  Questa è la teoria.<br />
Però la prima gara indetta per la costruzione e la gestione del P.M. andò deserta, segno che nessun privato ci credeva. Nelle condizioni della seconda gara venne previsto un contributo del Comune più cospicuo. A quella seconda gara partecipò solo  CCC che vinse l’appalto, naturalmente, ma costituì subito dopo una società con ATC – la Marconi Express –  basata su un accordo che prevede il passaggio della totalità delle quote alla stessa ATC entro pochi anni. Quindi sarà  l’azienda pubblica (noi) a farsi carico delle eventuali perdite.  CCC invece sarà il fornitore di Marconi Express, presenterà e incasserà le sue fatture, e quindi non ci rimetterà mai comunque vadano le cose. Altro che project financing, paghiamo tutto noi cittadini.<br />
Non ci sono soldi per gli asili, per il trasporto pubblico, per le scuole. Non ci sono soldi per gli anziani né per la sanità. Ma per le grandi opere inutili o addirittura dannose i soldi si trovano sempre. </p>
<p>Daniela V.</p>
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		<title>Violenza sulle donne: Quante ancora?</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:17:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ormai sono più di cento. Tutte donne. Tutte ammazzate. Gli assassini, uomini. Uccise perché donne. Gli uomini che stuprano, molestano, ammazzano sono di ogni colore, razza, religione, etnia, ceto sociale, classe. La violenza sulle donne non bada ai documenti né al reddito. In Italia le donne vengono uccise perché tali. Ricche, povere, disoccupate, immigrate, brutte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai sono più di cento. Tutte donne. Tutte ammazzate. Gli assassini, uomini. Uccise perché donne. Gli uomini che stuprano, molestano, ammazzano sono di ogni colore, razza, religione, etnia, ceto sociale, classe. La violenza sulle donne non bada ai documenti né al reddito. In Italia le donne vengono uccise perché tali. Ricche, povere, disoccupate, immigrate, brutte, modelle, madri, sorelle, bambine.<br />
Questo tipo di morti femminili sono in media più di un centinaio<a class="fn-ref-mark" href="#footnote-1" id="refmark-1"><sup>1</sup></a> all’anno e analizzando la situazione italiana in quanto a rapporti fra sessi non possiamo vedere gli omicidi come singoli casi. I modelli di genere tradizionali sono ben radicati nella mentalità collettiva e vengono riproposti costantemente nella pubblicità, nel privato, nei prodotti culturali, nella politica. Le donne son ancora rappresentate spesso come deboli, prede, passive, indifese, fragili, mentre l’uomo è forte e predatore. Le imposizioni di ruoli sono presenti soprattutto nell’ambito domestico e coniugale e non è un caso infatti che la maggior parte delle donne vengano uccise nel “privato”: il 70% degli omicidi si consuma a casa. Al di là dell’immagine di madre devota  e della serva della casa le donne sono usate spesso come cestino di frustrazioni, malumori, deposito non solo di compiti fisici ma anche morali nell’ascoltare e farsi carico di problemi altrui. Angelo del focolare, della morale, dei sentimenti, dei bisogni. Quando da queste situazioni di denigrazioni, controllo e  privazione si cerca di uscire iniziano le persecuzioni, lo stalking, la violenza. Sicuramente queste poche righe non soddisfano un’analisi completa sui femminicidi, ma è necessario tenere a mente il contesto culturale in cui muoiono le donne per mano maschile, senza che ciò diventi una giustificazione, ma un elemento da tenere in considerazione per capire meglio tali omicidi.<br />
Molto spesso gli assassini hanno già denunce per stalking. Ciò dimostra come  burocrazia, polizia, carceri, magistrati ecc.. non garantiscono una reale sicurezza. A dirla tutta da quando è nato il reato di stalking sono aumentati i delitti contro le donne e spesso dentro questo reato vanno a confluire molestie più gravi come  il tentativo di omicidio, lo stupro, l’aggressione, la violazione di domicilio privato, il sequestro di persona, il rapimento di minore e varie altre cose<a class="fn-ref-mark" href="#footnote-2" id="refmark-2"><sup>2</sup></a>. Probabilmente le donne sono più utili al pacchetto sicurezza che non il contrario. L’immagine della donzella in difficoltà, della fanciulla che corre via dal bruto e della fragilità femminile sono utili per creare nuovi mostri: infatti nel nostro bel paese sessismo e razzismo sono una coppia agguerrita. Complice di tutto ciò la politica xenofoba somministrata ben bene dalla stampa. Per ogni morte in cui è coinvolto anche solo marginalmente uno straniero, o si ha il vago dubbio della colpevolezza, i telegiornali impazziscono con servizi costruiti specificamente per creare il mito dell’extracomunitario che oltre a rubare il lavoro stupra “le nostre donne”. Perché quando ci si preoccupa di una violenza lo si fa strumentalmente a fini xenofobi e in senso paternalistico: le donne italiane non possono essere prese da qualcun altro, bisogna proteggerle, uno straniero le “nostre donne” non le tocca. Anche per gli omicidi che avvengono in ambienti familiari, ma di altre culture, non si risparmiano i dettagli parlandone per più giorni possibile, come se il maschilismo fosse una pratica barbara di culture altre, mondi incivili. Si dimentica che le donne in Italia vengono uccise per lo più da italiani (il 76%). Ma il ruolo della stampa non si limita al semplice razzismo. Di donne uccise se ne parla sempre poco e male nonostante la gravità dei numeri, gravità maggiore se si pensa a tutte quelle donne, che riuscendo a restar vive, non denunciano la violenza e sono la maggior parte. Quando si arriva al peggio si dedica sempre molto tempo a parlare dell’assassino e quando è italiano si cerca di analizzarlo, giustificarlo quasi comprenderlo. Ha perso il lavoro, era frustrato, aveva problemi. Oppure si parla di passione, di gelosia. Si usano termini come “raptus” e “follia omicida” come se solo chi ha seri problemi psichiatrici uccidesse le donne. Ma negli ultimi 5 anni meno del 10% degli assassini soffriva di patologie psichiatriche. In più si parla spesso di depressione e si alimenta un altro falso stereotipo per cui il depresso può diventare un folle omicida, dimenticando che sono proprio molte donne a soffrire di questo disturbo e non per questo fanno stragi di mariti. Negli articoli e servizi che riguardano le donne ammazzate, quando si dedica qualche frase alle vittime, se si trova qualcosa di non consono alla morale comune come un amante o relazioni extra coniugali, non ci si limita nei dettagli; oppure si racconta del rapporto con l’omicida quasi a cercare una qualche causa o una colpa. Inoltre la “gelosia” è frequentemente presentata come causa delle morti. Qui sta un doppio gioco di giustificazione dell’assassino e di controllo femminile, insomma dando la colpa alla gelosia si sta quasi ad indicare alle donne di “far da brave”, di non avere comportamenti che possano far scatenare le ire del partner, come se le donne certe morti orribile se le cercano.<br />
La violenza sulle donne è visto come male oscuro, raro, relegato ai malati di mente, agli stranieri incivili, a chi ha problemi, a situazioni particolari, falsificando dati e insabbiando la trasversalità di tali omicidi.<br />
Polizia, magistratura, oscene campagne contro lo stalking non sono sicuramente dalla parte delle donne. Lo stato patriarcale vive sulle discriminazioni di genere e sullo sfruttamento delle donne. Per non parlare poi delle immagini femminili propugnate dall’attuale governo che inoltre, visti i tagli, costringe i centri antiviolenza a chiudere. Non è impresa facile l’analisi dei femminicidi e del retroscena culturale in cui si compiono tali delitti ma non si può esser indifferenti al maschilismo che accompagna la vita di tantissime. Comunicare fra donne, riconoscere le stesse sofferenze di cui moltissime sono vittime e non vedersi più come passive, impotenti o sole aiuta nella costruzione di  una rete solidale fra donne  che è più potente di ogni forma di brutalità maschile.</p>
<p>Debs</p>
<div id="footnote-list" style="display:inherit"><span id=fn-heading>Note a pié di pagina</span>    (↵ returns to text)
<ol>
<li id="footnote-1" class="fn-text"> La Casa delle Donne ha svolto un’indagine sul femmicidio in Italia nel 2010 (tutti i dati citati sono presi da tale indagine).<a href="#refmark-1">↵</a></li>
<li id="footnote-2" class="fn-text"> www.femminismo-a-sud.noblogs.org e www.bollettinodiguerra.noblogs.org sono due siti che si occupano di donne  e femminismo e in particolar modo il secondo di femminicidi.<a href="#refmark-2">↵</a></li>
</ol>
</div>
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		<title>Già prima dell’autunno, a Bologna</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:13:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante le prime settimane di settembre a due compagni bolognesi è stato notificato il foglio di via obbligatorio da Bologna, correlato da diverse denunce per i fatti più ridicoli volte a rafforzare la validità della misura preventiva. Questo provvedimento è caratterizzato da un’ampia discrezionalità, essendo applicato direttamente dal questore senza il passaggio davanti a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante le prime settimane di settembre a due compagni bolognesi è stato notificato il foglio di via obbligatorio da Bologna, correlato da diverse denunce per i fatti più ridicoli volte a rafforzare la validità della misura preventiva.<br />
Questo provvedimento è caratterizzato da un’ampia discrezionalità, essendo applicato direttamente dal questore senza il passaggio davanti a un giudice, che sulla base di comportamenti ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblici può predisporre l’allontanamento del soggetto in questione dal territorio comunale per un periodo massimo di tre anni.<br />
La dicitura “comportamenti” è centrale nella comprensione del testo di legge, autorizza, infatti, l’allontanamento coatto dal proprio comune di domicilio o addirittura di residenza (come nel caso della compagna cui è stato notificato la scorsa settimana) non sulla base di denunce né tantomeno di condanne, bensì sulla base di condotte, atteggiamenti, addirittura frequentazioni e amicizie che di per sé non costituiscono alcun tipo di reato, anzi, mancando dei chiari riferimenti legislativi che determinino distintamente cosa costituisce suddetta “pericolosità” è lasciato alle autorità uno spazio operativo decisamente amplio.<br />
Non è difficile capire come tale provvedimento sia facilmente utilizzabile come strumento di controllo sociale a scopo puramente repressivo.<br />
Alcune delle motivazioni addotte dalla questura per giustificare la misura preventiva ai danni dei due compagni mostrano chiaramente l’intento dei tutori dell’ordine costituito: la partecipazione alle manifestazioni di protesta nell’ambito del movimento no Gelmini e contro l’apertura della nuova sede di casa Pound a Bologna, la presenza attiva all’interno dell’ “aula c autogestita”, la frequentazione del circolo di documentazione anarchico “Fuoriluogo”,  rientrano tra le condotte ritenute pericolose, in grado di giustificare un provvedimento di natura fortemente restrittiva e delle conseguenze immediate e drastiche sulla vita e la libertà dei singoli.<br />
Nell’ultimo anno l’aumento di questo tipo di misure preventive è stato esponenziale così come la crescita della conflittualità sociale legata agli effetti della crisi economica, sociale e politica che sta investendo il mondo che conosciamo, costruito sui modelli del capitalismo e dello statalismo, investito continuamente da sollevazioni e rivolte.<br />
Il ritornello è conosciuto, ripetuto con ogni mezzo e in ogni forma: obbligare a un determinato modello di comportamento, atteggiamento, consumo; militarizzare strade, piazze, valli; eliminare il dissenso e prima e oltre il dissenso, il difforme, l’estraneo, il diverso.<br />
E se tutti gli sforzi ancora non bastano reprimere, reprimere, reprimere.<br />
Isolare, esiliare, rinchiudere le lotte, le idee, gli affetti.<br />
L’intento è chiaro: colpire tutte quelle persone attive nell’opposizione a un esistente squallido e precario nello sterile tentativo di placare la tempesta che si sta abbattendo sul loro modello di progresso fatto di bombardamenti e repressione, basato sulla distruzione delle persone e dell’ambiente, quel modello che si è già abbondantemente dimostrato autodistruttivo e fallimentare.</p>
<p>Petirrojo</p>
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		<title>La posta in gioco</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:18:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ molto probabile che questo sciopero non sarà “generale” anche se ci si aspetta che diversi milioni di persone scendano in piazza. La situazione è ancora confusa. Molti lavoratori (ma anche i disoccupati, i giovani, ecc..) non hanno esperienza di autoorganizzazione e si fidano sempre meno dei sindacati ufficiali. Il quadro vede, poi, CISL e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ molto probabile che questo sciopero non sarà “generale” anche se ci si aspetta che diversi milioni di persone scendano in piazza. La situazione è ancora confusa. Molti lavoratori (ma anche i disoccupati, i giovani, ecc..) non hanno esperienza di autoorganizzazione e si fidano sempre meno dei sindacati ufficiali. Il quadro vede, poi, CISL e UIL appiattite sulle manovre della politica, in attesa che il governo tratti una qualche norma meno ingiusta. Illusi, come illuso è il PD che vorrebbe un ruolo subalterno del movimento dei lavoratori alle battaglie parlamentari. Preoccupato è il governo che ha trovato nella FIOM il capro espiatorio di possibili disordini sociali. Il vertici della FIOM, parte in commedia, hanno rilasciato dichiarazioni paracule.</p>
<p><strong>La posta in gioco</strong><br />
 Nei prossimi due anni, lacrime e sangue. Dei 100 miliardi di euro della manovra (quella di giugno e questa di settembre) abbiamo una ripartizione di questo tipo: 45% taglio dei servizi; 25% aumento delle tasse (non per i dirigenti, i parlamentari, gli evasori, etc): dalle addizionali all’IVA, dai ticket alle accise; 10% licenziamenti (il così detto taglio della “politica”); 20% rapina su salari e pensioni.<br />
Tutto il resto è fumo negli occhi degli italiani.</p>
<p><strong>Le cause in sintesi</strong><br />
 Nel 2004 si è preso nota che la produzione mondiale di beni e servizi eccedeva abbondantemente le necessità dell’intera popolazione mondiale. Non che tutti stiano “bene”, per noi è evidente, visti i privilegi di pochi e lo sfruttamento di molti ma se la distribuzione dei beni e servizi fosse equa ciò che si produce potrebbe bastare a soddisfare le necessità di tutte/i. Dal 2004 al 2007 per finanziare la “guerra al terrorismo” si è generato debito; visto che la guerra non ha dato gli esiti sperati (sostanzialmente senza vinti e vincitori) la bolla del debito è esplosa, producendo nel 2007 la crisi dei “derivati”. Siccome gli esiti della guerra e la crisi finanziaria minacciavano la stabilità dei governi questi si sono affrettati a “coprire il buco” stanziando circa 7000 miliardi di euro per salvare le principali banche mondiali e continuando a stampare moneta con una prospettiva inflazionistica che avrebbe ammortizzato “l’investimento”. Ma se non c’è espansione della produzione e del consumo di beni e servizi non ci può essere inflazione; ecco che la crisi di sovrapproduzione ha fatto nuovamente capolino e messo in crisi le ingegnerie finanziarie e fiscali.<br />
A questo punto crolla l’ultimo baluardo del capitalismo: i debiti “sovrani”.<br />
Le manovre di questi mesi (in Portogallo, in Grecia, in Spagna, in Italia) servono a fare le ”flebo” ad un sistema moribondo. Questo è un buon motivo per dire che “noi la vostra crisi non la paghiamo”.<br />
Scrivevamo, in occasione dello sciopero dei metalmeccanici del 27 gennaio scorso: <em>«[…]Il movimento dei lavoratori deve riprendere il mano il proprio destino e lo può fare contando solo su sé stesso. Non ci sono aree politiche, non ci sono governi “amici” che possano sostituire l’autonoma iniziativa delle lavoratrici e dei lavoratori. Un nuovo movimento “dal basso” deve ripartire per aggregare attorno a sé tutta la società degli sfruttati e degli oppressi, aprendo una nuova stagione di lotta che sappia dare un futuro a chi oggi un futuro non ce l’ha.[…] »</em><br />
Così come non c’è nel quadro attuale nessun’altro “soggetto” che possa affrontare questa crisi.<br />
Lo sbocco a questa crisi è la rivoluzione: la definitiva messa al bando del capitalismo e del suo tutore, lo stato.<br />
Un altro mondo non è solo possibile, diventa, giorno dopo giorno, urgente, impellente, necessario.</p>
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		<title>Europa nera fra Oslo e Bologna</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:15:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il terrorista cristiano di Oslo e Utoya, poco prima di compiere le stragi che hanno sconvolto la Norvegia, ha scritto un mail al bolognese Alberto Ferretti, 50 anni, imprenditore informatico, politico di destra ed ex poliziotto. Ne dà notizia il “Resto del Carlino”. Figlio del fondatore a Ferrara dell’M.S.I. e di A.N., Alberto Ferretti da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il terrorista cristiano di Oslo e Utoya, poco prima di compiere le stragi che hanno sconvolto la Norvegia, ha scritto un mail al bolognese Alberto Ferretti, 50 anni, imprenditore informatico, politico di destra ed ex poliziotto. Ne dà notizia il “Resto del Carlino”.<br />
Figlio del fondatore a Ferrara dell’M.S.I. e di A.N., Alberto Ferretti da sempre milita nell’estrema destra nazionalista. Candidato in passato con “La Destra” di Francesco Storace, dalla primavera scorsa è coordinatore regionale di “Progetto Nazionale – Fiamma futura”, il partitino animato dal nazi Piero Puschiavo e vezzeggiato dal leghista Flavio Tosi.<br />
Sul perché della mail, Alberto Ferretti dà al “Carlino” questa spiegazione che adombra comunque una qualche rete internazionale: «Credo abbia pescato a casaccio per trovare gli indirizzi, mi sono fatto questa idea parlando con la polizia postale. Magari navigando nei siti nazionalisti. Tra l’altro, tutti gli indirizzi della mailing list sono in chiaro. Che terrorista è uno che lascia in chiaro gli indirizzi? Mi stanno scrivendo persone dal Belgio e dalla Francia per chiedermi chi sia quel pazzo. Anche loro hanno ricevuto il messaggio».<br />
D’altro canto, poco tempo prima della strage Alberto Ferretti scriveva: «I movimenti nazionalisti e identitari europei (le famose destre europee come si usa semplificare nei media) stanno segnando una svolta, un nuovo corso, risultati elettorali quasi dovunque a doppia cifra, stanno a confermare in modo inequivocabile che hanno saputo ben interpretare i bisogni e le richieste di cambiamento dei loro popoli. Movimenti che si ispirano al nazionalismo (British National Party) alla tradizione e all’identità (Vlaams block, Jobbik), alla stirpe (i veri finlandesi, la lega delle famiglie polacche)».<br />
Sono ben 117 i destinatari italiani a cui lo stragista norvegese ha mandato per mail la sua rivendicazione. Ci sono neonazisti, neofascisti, teste rasate, razzisti, predicatori d’odio contro islamici, rom ed ebrei. Ci sono politici di estrema destra, esponenti di Fiamma Tricolore, giovani ultras delle curve e integralisti religiosi che sognano nuove crociate. C’è un intero blocco di militanti e dirigenti di Forza Nuova, dalle basi regionali alla sede centrale.<br />
A denti stretti, qualcuno ha dichiarato la propria «estraneità alla violenza», ma altri hanno comunque rivendicato la bontà delle idee di Brejvik. In Italia lo ha fatto il leghista Mario Borghezio. In Francia Jacques Coutela, esponente del Front National, ha scritto sul suo blog: «L’obiettivo dell’azione terroristica del nazionalista norvegese è stato combattere l’invasione musulmana. Facciamo di questo resistente un’icona». Anche sui muri di Bologna sono comparse scritte odiose di approvazione della strage di Oslo e Utoya come: «W Breivik eroe anticoloniale».<br />
Pressoché tutti i media di regime hanno parlato di un «pazzo isolato», ma i pazzi sono parecchi e la cultura nazionalista e razzista che li muove è propagandata da organizzazioni, partiti, associazioni culturali di destra.<br />
Oggi parte dell’estrema destra populista considera la cultura araba incompatibile con la «Civiltà occidentale» e agita lo spettro di una possibile colonizzazione musulmana dell’Europa «giudaico-cristiana». Al consueto antisemitismo, questa destra tradizionalista sostituisce o aggiunge il razzismo antiarabo, l’islamofobia e l’odio per chiunque sostenga idee antirazziste, multiculturali, libertarie, visto come collaborazionista con le «forze di occupazione musulmana» e quindi come nemico da eliminare.<br />
Ed è un delirio tanto più sordido e grottesco oggi che il mondo arabo ci sta dando lezioni di lotta, rivolta e libertà contro dittature sostenute per decenni proprio dalla «Civiltà occidentale»…</p>
<p>Nostra patria è il mondo intero! Nostra legge, la libertà e la rivoluzione sociale!</p>
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		<title>Dal Cile: studenti in lotta contro la scuola (e la società) di classe</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:11:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da mesi gli studenti cileni sono in sciopero e sono scesi diverse volte in strada. Esigono un sistema scolastico e universitario più giusto (cioè meno classista) e con le proteste hanno maturato via via una critica complessiva al sistema capitalista. In un paese ricco come il Cile infatti (con il Prodotto Interno Lordo maggiore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da mesi gli studenti cileni sono in sciopero e sono scesi diverse volte in strada. Esigono un sistema scolastico e universitario più giusto (cioè meno classista) e con le proteste hanno maturato via via una critica complessiva al sistema capitalista. In un paese ricco come il Cile infatti (con il Prodotto Interno Lordo maggiore di tutta l’America Latina, e in costante crescita del 4/5% annuo), le differenze sociali si acuiscono e il governo tende a rispondere con la repressione alla questione sociale. Negli ultimi, straripanti, cortei di agosto ci sono stati pesanti scontri, più di un migliaio di arresti e i carabineros — gli stessi dei tempi di Pinochet  — hanno ammazzato un ragazzino di quindici anni. Qui di seguito un’analisi del movimento di un compagno, nostro corrispondente, del Frente de Estudiantes Libertarios http://feluchile.blogspot.com/</em></p>
<p>Il movimento studentesco in Cile è stato sempre fondamentale nelle mobilitazioni sociali del post-dittatura, e oggi sta riuscendo a coinvolgere una buona parte degli studenti in un processo di messa in discussione di alcune delle basi strutturali del sistema educativo vigente.<br />
Se dovessimo definire gli elementi centrali della domanda studentesca, troveremo certamente una focalizzazione su questioni settoriali, ma contemporaneamente, nel quadro della radicalizzazione delle richieste, troveremmo anche innumerevoli voci, a livello dirigenziale e di base, che hanno messo in evidenza il legame diretto tra i cambiamenti richiesti e la necessità di una svolta di fondo, che ovviamente va al di là delle semplici esigenze corporative.<br />
Lo scenario nel quale è emersa la protesta studentesca è quello di un Cile segnato dalla sfiducia verso la politica ufficiale da parte di una società che, per quanto ancora in maggioranza disorganizzata e frammentata, ha sollevato però importanti questioni sociali; le esperienze recenti, a conferma di questo, sono: la rivolta nella provincia di Magallanes per l’aumento dei prezzi del petrolio, le gigantesche manifestazioni, principalmente a Santiago, contro le centrali idroelettriche progettate nel sud (Progetto Hidroaysén), e poi le grandi proteste studentesche, che hanno raggiunto livelli di partecipazione poche volte visti nel Cile contemporaneo, con oltre 500 mila persone per le strade.<br />
Più che analisi più o meno condivise a livello politico, tra le molteplici sinistre presenti nel panorama delle principali università del paese sono state privilegiate questioni di maggiore gravità sociale come l’accesso all’educazione superiore, marcato da una forte discriminazione di classe, tasse universitarie eccessivamente alte, la mancanza di democrazia interna, in maggior o minor misura, e l’esistenza di università che, non rispettando nemmeno la legislazione esistente, lucrano sui propri stabilimenti. Tutto è iniziato con un dibattito all’interno della Confederazione degli Studenti che aveva l’obiettivo di opporsi alla riforma dell’educazione voluta dal governo e di portare avanti un processo educativo definito dagli studenti.<br />
Ora, se vogliamo capire gli obiettivi e le possibilità di questo movimento, dobbiamo analizzare alcune questioni contestuali. Innanzitutto il fatto che sia in atto in Cile un esperimento neoliberista  e quindi che ci sia un potere enorme in mano all’impresa privata, con uno Stato al suo servizio, a cui si contrappone una popolazione organizzata solo in alcuni suoi settori; in secondo luogo la posizione debole del primo governo di destra dai tempi della dittatura e in particolare del suo presidente a cui fa fronte una opposizone politica altrettanto debole, ma anche un’opposizone generale di popolo; un modello del sistema educativo ereditato dalla dittatura  militare e rafforzato dai successivi governi di centro (la cossiddetta Concértacion) composti da esponenti del Partito Socialista e Democristiano che hanno perpetuato un sistema totalmente ingiusto e classista dove ci sono scuole e università per ricchi e scuole e università per tutti gli altri, in cui  le rette mensili sono superiori al salario medio.<br />
Ci si potrebbe chiedere però: dato che queste condizioni durano da anni, perché proprio adesso è nato questo movimento? Perché c’è stata una maturazione nella critica al neoliberismo a cui si è affiancata una partecipazione di massa in grado di controllare i tipici maneggi che sono appannaggio dei leaders studenteschi tradizionalmente vicini a qualche partito politico.<br />
Di fronte a un governo che non riesce nemmeno a pensare un sistema educativo staccato dal modello neoliberista, gli studenti sono consapevoli che ottenere una vittoria potrebbe essere cosa non immediata, ma sanno anche che una nuova scuola e una nuova università sono possibili solo con una nuova società e sanno che essa si ottiene attraverso la ricostruzione di un tessuto sociale e organizzativo solidale. In questo senso il movimento si sta radicalizzando e gli scontri di piazza di agosto sono il riflesso di una critica più complessiva al sistema.<br />
Gli studenti delle scuole superiori e delle università stanno quindi dimostrando di essere capaci di andare oltre una vertenza settoriale e di mettere in discussione il modello politico ed economico vigente e in questo senso hanno ottenuto le simpatie di diversi settori sociali, in maniera trasversale. Questo ci permette di guardare con fiducia al prossimo futuro, perchè, sebbene il pericolo dell’istituzionalizzazione del movimento sia sempre in agguato, oggi c’è una critica generalizzata al governo politico classista e neoliberista e questo potrebbe avere inaspettate conseguenze, se il popolo si organizza autonomamente per mettere fine all’attuale sistema di dominazione.</p>
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		<title>Inferno? Cie di via Mattei, Bologna</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:06:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La lotta delle migranti è la lotta di tutte/i Chi parla di sicurezza ormai troppo spesso parla anche di clandestini e immigrazione. Una delle immagini più usate è quello dello stupratore quasi sempre straniero e della donna bianca, la donna degli italiani, da difendere. Si mescolano così stereotipi sessisti e razzisti. Una delle conseguenze istituzionalizzate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La lotta delle migranti è la lotta di tutte/i</strong></em></p>
<p>Chi parla di sicurezza ormai troppo spesso parla anche di clandestini e immigrazione. Una delle immagini più usate è quello dello stupratore quasi sempre straniero e della donna bianca, la donna degli italiani, da difendere. Si mescolano così stereotipi sessisti e razzisti. Una delle conseguenze istituzionalizzate della xenofobia sono i Cie, lager per stranieri. Ovviamente in questi inferni non sono rinchiusi solo uomini dipinti come mostri ma ci sono anche tantissime donne. Queste donne però non sono da proteggere o difendere. Non sono le donne bianche, le italiane, le donne da sorvegliare. Le donne rinchiuse nei Cie sono trattate come delle criminali che subiscono, anch’esse, i deliri xenofobi usati per “questioni di sicurezza”. Ingabbiate. Di fronte agli occhi maschili delle guardie sono animali da rinchiudere o oggetti sessuali nella peggior ottica colonialista. Stupri, molestie, ricatti sessuali, pestaggi, offese e umiliazioni. Cibo scarso e con sedativi, condizioni igieniche inesistenti. Ma l’altra sera a Bologna le donne del Cie hanno detto no e le urla disperate per una volta sono giunte anche a noi. Il 24 agosto volano sedie e si incendiano materassi: si protesta perché quei lager sono invivibili. “Non siamo drogate né assassine, siamo qui solo per una questione di documenti. Qui dentro siamo troppe, fa molto caldo, ma noi non siamo animali. Per favore venite a vedere com’è la situazione qui, aiutateci” dice un delle donne rinchiuse. La risposta della polizia non si fa attendere riempiendo di lividi chi aveva alzato la testa e arrestando una di loro. I Cie ai margini delle città sono elemento chiave di politiche sessiste, razziste e repressive che vediamo quotidianamente. La lotta contro i lager non può essere separata dalle altre. Le violenze che subiscono le donne nei Cie riguardano tutte le donne ancor di più se si pensa che anche le donne italiane vengono usate in un’ottica paternalistica e razzista per legittimare i Cie. Sessismo e razzismo: ecco i veri mostri da cancellare.</p>
<p>Deborah Sannia</p>
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		<title>Fumo di Londra</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 10:02:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La rivolta di Londra e delle altre città inglesi hanno acceso l’estate. Non l’hanno illuminata, hanno detto in molti – anche fra i “sinistri” nostrani – perché sarebbe mancata una chiara coscienza politica, perché quelle notti di saccheggi sono state troppo caotiche e casuali. Quei fatti però vanno presi così come sono, non come si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La rivolta di Londra e delle altre città inglesi hanno acceso l’estate. Non l’hanno illuminata, hanno detto in molti  – anche fra i “sinistri” nostrani – perché sarebbe mancata una chiara coscienza politica, perché quelle notti di saccheggi sono state troppo caotiche e casuali.<br />
Quei fatti però vanno presi così come sono, non come si vorrebbe che fossero. Un assassinio poliziesco fa saltare la pentola a pressione di discriminazioni, odii ed esclusioni; i sottoproletari inglesi, per lo più giovani e abitanti delle periferie, di qualunque origine etnica, si riversano in strada, attaccano i commissariati e si prendono dai negozi quella merce che il mondo capitalista mette loro quotidianamente davanti agli occhi, senza dargli spesso la possibilità di averla. Si prendono tutta la merce: il pane e anche le rose, anche gli Ipad e i televisori, gli Iphone e il divano.<br />
Da qui le critiche: ma come, sembrava che dicesse qualche “purista” nostrano: “fanno tutto sto casino per pendersi i gingilli tecnologici e le felpe nike?!”.  Critiche un po’ vuote. Il pane e le rose,  il bancomat e l’ultimo modello di jeans firmati, nelle rivolte è spesso così.<br />
I fatti inglesi sono piuttosto un segnale lanciato al sistema attuale, alla pari di quel che accade – in altre forme – in Spagna, Grecia, Cile, Irlanda, Egitto, Tunisia ecc. Il capitalismo mostra il suo volto più feroce. “Crescita” o stagnazione, crisi o non crisi, le differenze sociali aumentano, una piccola classe di super ricchi detta legge, la politica esegue, gli eserciti e le polizie vigilano e reprimono: migliaia di arresti, condanne rapidissime e severe, sono state l’unica risposta della politica alle sommosse inglesi. E non potrebbe essere diversamente, perché ovunque, in Inghilterra come in Italia, lo spazio della mediazione è finito, i partiti di sinistra sono uguali a quelli di destra, la socialdemocrazia è tramontata da un pezzo, lo stato sociale si è liquefatto di fronte al “grande sole” del capitale. Sottoproletari e indignados, disoccupati e migranti, precari e studenti lottano per riguadagnarsi una dignità che è loro negata, ognuno con i mezzi che conosce, o che si può permettere.<br />
Di quante sommosse, rivolte e insurrezioni ci sarà bisogno prima di riuscire a fermare la voracità del capitalismo?! Molte, probabilmente, e la trasformazione sociale rischia di richiedere prezzi molto alti. E però non c’è alternativa: o finire stritolati nella morsa di Stato e capitale e affamati dall’ingordigia dei nostri sfruttatori, o ribellarsi, in ogni modo possibile.<br />
Londra è solo l’inizio della fine delle democrazia liberale, un inganno durato decenni che oggi ha gettato la maschera. Agli sfruttati, ancora una volta, tocca distruggere per ricostruire meglio. Noi siamo pronti?  </p>
<p>A. Soto</p>
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		<title>Spezzare il tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 12:19:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A dieci anni da Genova tifiamo rivolta. La prossima. Quanto sono difficili i ricordi! E le commemorazioni, poi?! Gigi, il nostro Di Lembo, mi diceva che gli faceva sempre una gran fatica metter giù un qualche articolo in occasione di anniversari particolari. Credo che fosse perché scrivere dei nostri anniversari voleva dire guardarsi indietro, ricordare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>A dieci anni da Genova tifiamo rivolta. La prossima.</h3>
<p>Quanto sono difficili i ricordi! E le commemorazioni, poi?! Gigi, il nostro Di Lembo, mi diceva che gli faceva sempre una gran fatica metter giù un qualche articolo in occasione di anniversari particolari. Credo che fosse perché scrivere dei nostri anniversari voleva dire guardarsi indietro, ricordare quel che si era, o quel che si era stati, e ciò distoglieva dalla passione dell’animale politico, o meglio sociale, che abita in noi: agire nell’oggi, con un pensiero al futuro, per cambiare — oggi e domani — noi e il mondo che ci sta attorno.<br />
Per ricordare bene Genova bisognerebbe poi esser poeti, ancor più che storici: i miei vent’anni, l’attacco ai simboli del potere, la reazione armata dello Stato, quella ragazza che piangeva il suo amico Carlo la notte del venerdì su un lungomare che sapeva di lacrimogeni. Un dramma, un momento di storia collettiva per una generazione, una spinta — per alcuni — verso l’anarchia, perché quando vedi cose così o ti ritiri a vita privata o abbracci con più forza l’Idea di uguaglianza e di libertà.<br />
Da allora dieci anni di arretramento, anni di lotta di classe portata avanti scientemente dai padroni. Anni in cui l’arroganza dello stato si è mostrata con sempre meno pudore: ruberia generalizzata, consenso della classe politica ai minimi storici, messa ulteriormente a valore di ogni ambito del vivere comune, repressione in aumento fuori e dentro le carceri. Anni di salari che diminuiscono, l’inflazione che cresce, i diritti che scompaiono, una opinione pubblica supina al governante di turno.<br />
Eppure sono stati anche dieci anni di radicamento delle istanza di trasformazione, anni in cui si sono accavallate lotte sempre meno generiche, sempre più puntuali, etiche e materiali insieme.<br />
Da una parte abbiamo assistito all’entrata in crisi delle organizzazioni politiche: non solo dei partiti della sinistra ma di tutte quelle forme “classiche” dell’azione politica organizzata, dall’altra, senza questi “soggetti”, i conflitti sociali — abbozzati o dispiegati — sono stati innumerevoli: nelle scuole e università, nei luoghi di lavoro, per le strade delle città, in difesa dell’ambiente, per la dignità delle donne, per i diritti dei migranti ecc. Tante di queste sono state indubbiamente lotte difensive, per non arretrare ulteriormente, ma sono queste asperità che danno linfa ora a un processo reale di trasformazione sociale.<br />
Oggi non è più tempo di manifestazioni oceaniche e simboliche, non c’è più Genova 2001, né la Firenze del Social Forum, né la Roma del 2003 con i milioni di manifestanti in piazza contro l’attacco all’Irak. Le proteste si sono moltiplicate, sparse sul territorio, la gente scende in strada non solo per una istanza morale, ma perché vede messo in pericolo il proprio presente e la possibilità di un futuro almeno decente.<br />
Le istanze di cambiamento che da Genova in poi si sono sedimentate sanno di stare dalla parte giusta. Sono movimenti carsici, irregolari, ma potenzialmente di massa. Il magma ribolle, sempre negato, oscuro ai più, ma visibile a chi ha occhi per vedere.<br />
Quel che è accaduto a Roma il 13 dicembre 2010 e in Val Susa il 3 luglio 2011 indica che i rivoli del conflitto sono pronti a unirsi. La rivolta e la consapevolezza di quelle giornate segnalano che la resistenza sta crescendo in ogni dove: nella piazze si scappa sempre di meno, sembriamo più fermi nelle nostre ragioni, mentre le istanze di autonomia, autogoverno, rifiuto della delega sono diffuse e radicate; se ci guardiamo intorno, sono sempre di più quelli disponibili a mettersi in gioco.<br />
Abbiamo, certo, tutti contro: forze dell’ordine, politici di qualsiasi schieramento, giornali e televisioni, ma abbiamo, forse, affinato le nostre tecniche. Rifiutiamo la violenza in quanto tale, però sappiamo che difendersi è un diritto, e stiamo quindi imparando a non cascare nella duplice trappola, quella violentista e quella gandhiana a tutti i costi.<br />
Siamo armati fino ai denti, di volontà e di tenacia, e soprattutto sappiamo che è ormai tempo di attaccare nuovamente.<br />
Come anarchici abbiamo molto da dire in questo momento e diversi sono i piani su cui è necessario  lavorare: rafforzare le relazioni con i compagni e i movimenti di altri paesi, in Europa e non solo; contrastare la divisione tra “buoni” e “cattivi”, quel “dagli al black block!” che tanti danni ha fatto nel dopo Genova; facilitare le relazioni tra i diversi approcci coesistenti all’interno dei movimenti; far crescere l’appoggio popolare, attraverso l’esempio dell’azione e l’uso intelligente dei nostri mezzi di comunicazione.<br />
E allora diamoci da fare. È luglio, ma l’autunno è già vicino: l’Europa del welfare ha gettato la maschera da quel dì e i governi varano manovre da 70 miliardi di euro come fosse la cosa più normale del mondo. Il re è nudo e non è più tempo di mediazioni. Diego Camacho alias Abel Paz, biografo di Durruti, quando parlava del luglio ‘36 in Spagna, ricordava “l’attimo della rottura. Quando […] spezzi il tempo per dar vita a un nuovo tempo che poi, certo, verrà sommerso da un altro tempo, di segno contrario — ma non importa, l’essenziale è spezzare il tempo”.<br />
Vamonos!</p>
<p>A. Soto</p>
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