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	<title>Nueter &#187; n. 0</title>
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	<description>Foglio di agitazione anarchica di Bologna e provincia</description>
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		<title>EDITORIALE</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2011 12:45:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo lunga riflessione siamo giunti alla decisione di intraprendere questa nuova iniziativa editoriale, rivolta ai compagni e alle compagne nell’area del bolognese. “Nuèter”, traduzione bolognese di quel “Nosotros” che già un tempo indicò quelli che colpo su colpo lottarono contro governo e padroni, con l’idea di un mondo nuovo nel cuore. Siamo studenti e studentesse, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo lunga riflessione siamo giunti alla decisione di intraprendere questa nuova iniziativa editoriale, rivolta ai compagni e alle compagne nell’area del bolognese.<br />
“Nuèter”, traduzione bolognese di quel “Nosotros” che già un tempo indicò quelli che colpo su colpo lottarono contro governo e padroni, con l’idea di un mondo nuovo nel cuore. Siamo studenti e studentesse, stagisti, commessi, ricercatori e operaie, ovviamente precari e precarie.<br />
Con questo foglio di agitazione vogliamo dare voce e riferimento a tutte e tutti quei  compagni che a Bologna e nell’area circostante agiscono nell’ottica di un cambiamento radicale dell’esistente. Uno spazio libero che possa contribuire positivamente allo sviluppo del dibattito tra i compagni, che ci dia la possibilità di esporre organicamente la nostra analisi dell’esistente, che aggreghi le molte individualità attraverso un’opera di sistematica controinformazione sui fatti del nostro territorio.<br />
<span id="more-4"></span><br />
Guerre neo-coloniali, guerra interna nei confronti della classe lavoratrice e di chi si ribella, un regime reazionario che sta dimostrando di non avere remore ad utilizzare tutte le armi a sua disposizione per mantenere lo status quo all’interno del paese.<br />
La situazione che ci troviamo attorno è desolante.<br />
La propaganda patriottarda ci propina attraverso i suoi media ogni giorno, le eroiche azioni delle forze dell’ordine sul fronte interno e di quelle armate sul fronte esterno. Sappiamo bene che queste forze non sono poste a difesa degli interessi degli sfruttati. La loro funzione è chiara: la difesa dell’interesse dei potenti. Le stragi di cui ogni giorno ci giunge notizia dal nord africa sono solo il risultato ultimo di due secoli di politiche coloniali occidentali, non ci stupisce del resto che qualcuno possa esigere “qualche migliaio di morti per potersi sedere al tavolo della pace”.<br />
Contemporaneamente in Italia procede inesorabile la guerra nei confronti delle classi subalterne. Decine di migliaia di posti di lavoro sono stati “sacrificati”, con la gravissima complicità dei sindacati istituzionali, in nome di una ripresa di cui non si vede traccia.<br />
La crisi economica che, lungi dall’essere terminata, si fa sentire con sempre più insistenza nella vita di tutti i giorni è frutto di una scelta ben precisa dei padroni: riempire il più possibile le loro casse  affamando chi ha poco o nulla. L’esercito di precarie e precari, studentesse e studenti, giovani senza futuro si ingrossa sempre più, giorno dopo giorno, mentre chi ci vorrebbe distratti continua a riempire gli schermi di talk-show, imponendo modelli estetici femminili nel misero tentativo di mostrare un paese di plastica da proteggere con pacchetti sicurezza razzisti e xenofobi.<br />
La discriminazione nei confronti delle minoranze è ormai diventata la regola; la figura del migrante è sfruttata in maniera duplice: da una parte, strumento di chi, attraverso la paura e il sospetto, intende fare man bassa di voti e imporre politiche securitarie sempre più repressive, dall’altra soggetto altamente ricattabile utilizzato come forza lavoro a basso costo.<br />
Sicurezza e lavoro non sono due concetti neutri quando a pagarne le conseguenze sono in particolar modo le donne. Stupri, molestie, morti di donne per mano maschile sono all’ordine del giorno con dati allarmanti. La violenza di genere è strumentalizzata a fini razzisti dalla stampa nazionale; è sempre lo straniero ad essere demonizzato o accusato per aver violato una “donna italiana” quando è noto che la maggior parte delle violenze avvengono all’interno della famiglia tradizionale. Costrette a rincorrere lavori saltuari e insicuri, l’unica certezza per tantissime donne rimane il lavoro domestico non riconosciuto, la maternità nel precariato diventa una condanna. In questo quadro i diktat sui comportamenti femminile continuano proponendo donne dignitose al servizio della nazione. Donne molestate, addomesticate e sfruttate: la base per evitare ogni tipo di stravolgimento sociale.<br />
Siamo coscienti dell’enorme complessità e varietà dei problemi che si presentano a noi per essere risolti. Siamo ugualmente coscienti di come un cambiamento reale e sostanziale dell’esistente possa nascere solo dall’autorganizzazione degli sfruttati stessi, al di fuori dell’egemonia di questo o quel partito o gruppuscolo autoritario, senza capi né deleghe.</p>
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		<title>Manes, il demone etrusco della «Bolognesità»</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2011 10:44:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antifascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[La Lega Nord non ha idee, ma fomenta e cavalca le paure, gli egoismi e i risentimenti di un paese impoverito, confuso, violento, ipocrita, sull’orlo ormai di uno sfacelo civile senza ritorno. La Lega Nord non fornisce risposte, ma asseconda le pulsioni d’intolleranza che essa stessa ha contribuito a creare: e chiama questo «ascoltare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Lega Nord non ha idee, ma fomenta e cavalca le paure, gli egoismi e i risentimenti di un paese impoverito, confuso, violento, ipocrita, sull’orlo ormai di uno sfacelo civile senza ritorno.<br />
La Lega Nord non fornisce risposte, ma asseconda le pulsioni d’intolleranza che essa stessa ha contribuito a creare: e chiama questo «ascoltare la gente».<br />
La Lega Nord è un partito come altri: corrotto, colluso, bugiardo, truffatore, affarista. La banca leghista Credieuronord ha coperto le truffe sulle quote latte. Un’altra truffa da un miliardo di euro è stata contestata al parlamentare leghista Fabio Rainieri, presidente della Commissione agricoltura della Camera. Vi sono amministratori leghisti come Angelo Ciocca che hanno rapporti con boss della ’Ndrangheta, o che sono stati sorpresi con le mazzette in mano, o che fanno cospicui favori a parenti e amici. Vi sono comuni leghisti così ben amministrati da dichiarare bancarotta.<br />
Ma la Lega Nord ha un di più rispetto ad altri partiti: cerca di convogliare ossessivamente sui migranti la rabbia generata dall’ingiustizia sociale. È un partito razzista, xenofobo, che si compiace di una continua, aggressiva istigazione all’odio razziale. Un parlamentare leghista, Mario Borghezio, si è lasciato sfuggire questa dichiarazione: «Il regionalismo è solo una copertura. Noi siamo sempre i fascisti di un tempo».<br />
La Lega Nord ha al suo attivo gesti razzisti odiosi e irresponsabili. Nel 2006 un’esibizione del ministro Calderoli in tivù suscitò una manifestazione a Bengasi davanti all’ambasciata italiana e la polizia di Gheddafi, per compiacere gli amici leghisti, fece 14 morti. Nel 2008, mentre si moltiplicavano gli incendi dolosi nei campi nomadi, il leghista Gentilini dichiarava durante un comizio: «Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che disturbano il nostro paese. Ho distrutto due campi di nomadi e di zingari. Voglio eliminare tutti i bambini degli zingari. Voglio tolleranza a doppio zero!». Ancora Borghezio ha affermato: «Gli immigrati che annegano inquinano le acque di Lampedusa».<br />
Non si può non considerare un’offesa e una provocazione la candidatura del leghista Manes Bernardini a sindaco di una città come Bologna, che ha una tradizione radicata di accoglienza, dialogo e antirazzismo, e che ha pagato drammaticamente i crimini del Fascismo e del neofascismo.<br />
Non si può non considerare un’offesa e una provocazione il manifesto xenofobo affisso dalla Lega Nord per le strade di Bologna, «Indovina chi è l’ultimo?», che ricalca l’iconografia razziale del Ventennio fascista.<br />
Negli anni scorsi Manes Bernardini, amico carissimo dell’imbroglione Flavio Delbono, è stato il nevrastenico sacerdote leghista delle ronde, sempre in gara con il sindaco-sceriffo Cofferati nel chiedere schedature di massa di lavavetri e venditori abusivi, promotore di ridicoli ultimatum alla città e di iniziative xenofobe che hanno mostrato solo il suo desiderio di dominio e la sua personalità chiusa e paranoica.<br />
Ora Manes che fa? Posto a capo della coalizione di centrodestra, ha subito dichiarato: «Noi non abbiamo certo l’anello al naso» (non sono insomma degli ingenui “selvaggi”, ma solo autentici razzisti e fascisti “dal volto umano”, come scrivono compiacenti i giornali). Ecco Manes che va in Piazzola e cosa dice? «Temo per il continuo diminuire della presenza di commercianti italiani rispetto a quelli extracomunitari». Ogni volta Manes non sa dire altro: non punta su altro che sull’odio sociale. Eccolo di nuovo: «Precedenza ai cittadini italiani residenti in città nell’assegnazione degli alloggi pubblici». C’è la guerra contro la Libia, centinaia di migranti muoiono in mare, e Manes cosa ne pensa? «Bossi dice “immigrati föra di ball”? Dico lo stesso anch’io, ma in bolognese. In queste circostanze non possiamo permetterci di accogliere i profughi del Nord Africa. Bisogna lasciarli in Sicilia e da lì riportarli subito a casa loro. Poi gli si dà una mano nei loro paesi di origine».<br />
Va detto che, senza lo sfruttamento del lavoro migrante, questo paese sarebbe già in bancarotta, lo Stato non potrebbe pagare le pensioni, né tenere aperte le scuole, e gente come Manes finirebbe a lavorare in fonderia o a raccogliere pomodori a 2 euro l’ora.<br />
Ma non vi è solo l’odio xenofobo. Dietro il comodo paravento della demagogia razzista, quello di Manes è anche un progetto di spoliazione economica a beneficio dei poteri forti della cosiddetta «Padania», ossia dei faccendieri lumbard. Coprire le buche nelle strade? Sì, si può fare, ma per questa ardua impresa bisognerà vendere Hera agli amici degli amici (la società lumbard A2A): «I soldi per le buche? – dichiara Manes – bisogna ragionare sulle quote di Hera, ossia i proventi derivanti da cessioni di quote in partecipate che devono essere investiti per esigenze tangibili sul territorio e non destinati a colmare ammanchi di bilancio». È una vecchia ricetta che in Lombardia risale all’età di Maria Teresa d’Austria &amp; figli, come cantava nel 1785 l’abate Giuseppe Parini: «E fingendo nova esca / al pubblico guadagno, / l’onda sommuovi, e pesca / insidioso nel turbato stagno». Poi però venne l’età delle rivoluzioni.<br />
In conclusione, nonostante il ritratto compiacente offerto dalle cronache locali, Manes Bernardini ha tutta l’aria di essere l’ennesimo «furbetto della Padania» che porta solo miseria, sessismo e razzismo.<br />
Per gli etruschi il Manes era un demone doppio, raffigurato con due facce, una davanti e l’altra dietro, una buona e una malvagia, una finta e cordiale e l’altra vera e crudele. Non è difficile scorgere, dietro l’ipocrita faccia pulita di Manes, il volto livido e prepotente dell’odio leghista.<br />
Siamo certi che chi vive a Bologna e in provincia saprà rispondere in maniera adeguata al fatto che, con i soldi rastrellati nell’attività politica, la Lega Nord abbia aperto una fastosa sede a due passi da piazza Maggiore.<br />
Oggi è possibile e necessario opporsi al paradigma razzista e xenofobo della Lega Nord, immaginando, praticando e difendendo spazi di libertà, di solidarietà, di creatività antigerarchica e di autorganizzazione, al di fuori della trista palude della politica istituzionale.</p>
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		<title>1° Maggio, discriminazioni e lavoro domestico: sfruttate due volte, doppia rabbia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2011 12:41:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
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		<description><![CDATA[“La parità di retribuzione e’ un nostro diritto, ma la nostra oppressione e’ un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?“ Rivolta Femminile, 1970. Primo maggio, festa dei lavoratori, ma molte lavoratrici non conoscono feste o ferie. Le donne che ancora hanno il fardello del lavoro domestico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em>“La parità di retribuzione e’ un nostro diritto, ma la nostra oppressione e’ un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?“</em><br />
Rivolta Femminile, 1970.</p>
<p>Primo maggio, festa dei lavoratori, ma molte lavoratrici non conoscono feste o ferie.  Le donne che ancora hanno il fardello del lavoro domestico non ricevono nessuna adeguata attenzione. Il lavoro di cura non è un retaggio del passato ma, insieme alla particolarità di tutto l’ambito lavorativo femminile, richiede un’adeguata analisi che rivela discriminazioni taciute.<br />
Negli ultimi anni le gravi divaricazioni salariali tra donne e uomini — secondo i dati Istat del 2008 all’incirca del 21% — persistono senza miglioramenti, accompagnate da un generale scoraggiamento che porta una donna su due a non avere un’occupazione e neppure a cercarla (Istat, 2009).<br />
La lettura dei dati si fa ancor più drammatica quando si tratta di donne sposate e con figli: in un periodo di crisi in cui il precariato è la normalità, la scelta della maternità risulta quasi inconciliabile con un’occupazione senza sicurezze. Spesso uno dei motivi principali per cui le donne lasciano il lavoro, o sono licenziate, sono i figli. I nuovi contratti a scadenza mensile non hanno nessuna attenzione per la maternità. Inoltre la famiglia o la possibilità di averla vengono sempre visti come una minaccia per la produzione.<br />
Nonostante le difficoltà nel conciliare vita familiare e lavorativa molte donne continuano a lavorare doppiamente sopportando doppia fatica, doppio stress, doppie ripercussioni sulla salute ma senza aver in cambio alcun riconoscimento o aiuto. Più della metà delle donne ha ancora il carico del lavoro domestico anche se ha un impiego: il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne ( Istat, 2009). Oltre alle classiche ‘faccende domestiche’ che lasciano poco tempo libero e occupano tante ore giornaliere e notturne, non va dimenticato che l’assistenza ai malati e agli anziani è affidata alle donne della famiglia. Continuare a parlare di lavoro domestico è ancora oggi importante e utile per spezzare il silenzio delle prigioni familiari.<br />
Il doppio sfruttamento femminile ha alla base secolari pregiudizi che vedono la donna come predisposta principalmente alla cura e alla riproduzione, un lavoro che si pensa non faticoso  ma che dia soddisfazione. Non sono quindi ancora morti quei luoghi comuni che vogliono le donne madri, crocerossine, instancabili, accondiscendenti e possibilmente sorridenti. Tutti modelli ancora presenti nell’educazione delle bambine, nelle pubblicità e nei prodotti culturali.<br />
Oltre alle diseguaglianze di tipo materiale bisogna ricordare le molestie sessuali e psicologiche (come per esempio telefonate oscene, pedinamenti e in alcuni casi vere e proprio aggressioni) a cui sono sottoposte le lavoratrici. Secondo i dati Istat nel 2010 sono state  842 mila le donne a subire trattamenti di questo tipo. A tali violenze è difficile ribellarsi, sotto il pressante ricatto della perdita del lavoro. In più nel periodo di crisi nei luoghi di lavoro il clima diventa più oppressivo e ricattatorio, così come i tagli ai servizi sociali giustificati dalla crisi si traducono in un aumento del lavoro di cura. Le violenze inoltre si riscontrano soprattutto nell’ambito domestico in cui le donne della famiglia oltre a lavorare senza limiti sono minacciate dagli abusi da parte degli uomini quasi sempre parenti o conoscenti della vittima.<br />
La salute delle donne è minacciata anche dalla generale insicurezza dei luoghi di lavoro, sempre più luoghi di morte. Ultimo drammatico episodio è quello che riguarda una lavoratrice della provincia di Lecco, rimasta uccisa da un macchinario del salumificio Beretta. Le morti bianche occupano sempre meno spazio sui giornali e mai si tratta degli incidenti che riguardano le lavoratrici, nonostante secondo l’Inail sono circa un terzo le vittime femminili del lavoro. Tale dato deve essere letto in considerazione alla maggior disoccupazione femminile rispetto a quella maschile, non esiste di certo una particolare attenzione al lavoro delle donne. Negli infortuni in itinere, invece, la quota rappresentata dalle lavoratrici, è rilevante e pari precisamente al 46,1%. Questo dato è da leggere insieme a tutto quello stress accumulato dalle donne durante il lavoro domestico. Tantissime lavoratrici prima di uscire per recarsi sul posto di lavoro hanno speso ore e fatica in pulizie, cucina, cura dei figli o del marito, e altri compiti legati alla famiglia. Rispetto ad un lavoratore, una donna si riposa anche meno non trovando nella casa un luogo di pace in cui sfruttamento e fatica terminano. Inoltre è doveroso porre l’attenzione su quei danni alla salute di cui ancor meno si parla, come la depressione, creati spesso da un doppio lavoro scontato e invisibile.<br />
Riforme o goffi aiuti statali non aiutano di certo la posizione delle donne in ambito lavorativo e familiare. Anzi, spesso attenuano la rabbia e rafforzano i modelli maschilisti. È necessaria una rivalutazione costante dei rapporti fra generi che parta in primo luogo dalle donne che da sempre subiscono un’oppressione che, pur essendo nei secoli cambiata nelle modalità del suo manifestarsi, non accenna ad estinguersi. Perciò si ripresenta come assolutamente necessaria una riflessione delle donne, sulle donne, che non termini con la semplice negazione di un modello patriarcale, ma che apra invece la strada ad una lotta che combatta contro ogni sfruttamento.<br />
Solo le donne insieme possono dar vita a una rivolta che non le veda più schiave e sfruttate, inserite in una società che per emancipazione intende lo  scimmiottamento di ruoli maschili. Riconoscersi e confrontarsi fra donne è importante per smantellare un sistema che preferisce ancora le donne a casa e per costruire un momento collettivo che dimostri la sua forza in ogni singola reazione contro le discriminazioni di genere.</p>
<p>Deborah</p>
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		<title>25 Aprile 2011 …ripartiamo dal 1947</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2011 12:37:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[«Anche tu Saltapasti ci credevi! Saltavi, eri allegro, cantavi con noi… hai sofferto anche te la tua parte in quella guerra che ci doveva far conquistare giustizia …insomma, hai anche te rischiato la pelle …e …per questo, avrebbero dovuto farti un monumento …Sicuro, un monumento a te Saltapasti perchè, come noi partigiani, contadini e popolo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Anche tu Saltapasti ci credevi! Saltavi, eri allegro, cantavi con noi… hai sofferto anche te la tua parte in quella guerra che ci doveva far conquistare giustizia …insomma, hai anche te rischiato la pelle …e …per questo, avrebbero dovuto farti un monumento …Sicuro, un monumento a te Saltapasti perchè, come noi partigiani, contadini e popolo, anche tu hai fatto la Resistenza.. e perché, come noi pastori e contadini poveri, appartieni ai più umili della tua specie, a quelli a cui la giustizia è stata sempre promessa e mai data. Invece del monumento, ti hanno dato collare e catena… Rassegnati, dunque, Saltapasti, come mi rassegno io, Giuanin, come si rassegnano gli altri compagni…».<br />
«Ma ti voglio dire anche: il sole dell’aprile continuerà a sorgere, con la sua luce, nel cielo azzurro, nell’aria leggera e tersa, sui boschi e sui pascoli verdi e profumati e in festa di colori, di voli, di canti di uccelli e ronzio d’api… l’aprile è la primavera, e la primavera, a noi pastori, porta la voglia di vivere e la speranza di vivere meglio… non da servi sfruttati e umiliati, ma da uomini liberi… come si cantava nelle nostre canzoni, lassù… sul Poggio di Bedin …ricordi?».<br />
Saltapasti rispose con un balzo che forzò la catena e il collare.</p>
<p>Già alla fine della Liberazione  vi era la consapevolezza da parte di molti partigiani che qualcosa non tornava e che i loro ideali venivano disattesi.<br />
A consolidare questa profonda amarezza furono significativi nel giugno del 1946 il decreto di amnistia, firmato dal segretario del PCI Palmiro Togliatti, che rimise in libertà innumerevoli assassini e torturatori fascisti in attesa di processo e nel 1947 la cancellazione (per volontà della DC e del PCI) dalla bozza di Costituzione dell’articolo «Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino».<br />
Una pagina della storia poco gradita alle istituzioni fu la prosecuzione della lotta partigiana  dopo il 1945 e fino al 1947 soprattutto in Piemonte, Liguria e Toscana nonostante l’imposizione da parte del governo di deporre le armi.<br />
Al di là delle sterili commemorazioni istituzionali di tutti questi anni è da lì, da quelle migliaia di partigiani che non si piegarono che occorre ripartire per rilanciare la lotta sempre più necessaria contro l’attuale dittatura “democratica” .</p>
<p>Il figlio del partigiano centenario “Passatempo”</p>
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		<title>Ricordando Vittorio Arrigoni</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 22:01:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Arrigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[La mattina del 15 aprile le forze di sicurezza palestinesi hanno trovato, in una casa abbandonata fuori Gaza, il corpo di Vittorio Arrigoni, giornalista e attivista dell’International Solidarity Movement, che era stato sequestrato il giorno precedente dalla cellula salafita ”Brigata Mohammed Bin Moslama”, come ostaggio per uno scambio di prigionieri con Hamas. La cronaca dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La mattina del 15 aprile le forze di sicurezza palestinesi hanno trovato, in una casa abbandonata fuori Gaza, il corpo di Vittorio Arrigoni, giornalista e attivista dell’International Solidarity Movement, che era stato sequestrato il giorno precedente dalla cellula salafita  ”Brigata Mohammed Bin Moslama”, come ostaggio per uno scambio di prigionieri con Hamas.<br />
La cronaca dei fatti insinua però qualche dubbio. Perché i sequestratori non hanno voluto intavolare delle serie trattative, uccidendo l’ostaggio senza nemmeno attendere la scadenza dell’ultimatum?<br />
Come mai è stato scelto Vittorio, che si era sempre dimostrato un autentico sostenitore della causa palestinese e che aveva scelto Gaza come sua dimora d’elezione tanto da rimanervi, unico giornalista straniero, anche durante gli incessanti bombardamenti dell’operazione ‘Piombo fuso’?<br />
Queste domande, per ora senza risposta, lasciano aperta una via al sospetto che non può vedere come una semplice coincidenza il fatto che in questi anni Vittorio fosse stato designato come uno dei principali nemici della causa di Israele: ad esempio, un gruppo dell’estrema destra sionista nel suo portale web aveva lanciato un appello ai servizi segreti e all’esercito israeliani affinché lo colpissero, segnalando addirittura le coordinate con cui rintracciarlo a Gaza.<br />
A fronte della sua tragica fine, ciò che noi possiamo fare qui in Italia è innanzitutto continuare a ricordarlo come in questi giorni molti hanno fatto, scendendo in piazza a sostegno della causa palestinese che lui ha sempre difeso con forza, trascurando alle volte di tenere in giusta considerazione quelle derive autoritarie, nazionaliste e militariste che purtroppo animano diversi settori della società palestinese. Difficile però sarà per noi spenderci con la stessa determinazione con cui lui ha combattuto in questi anni: dalle corrispondenze durante i bombardamenti ( ricordiamo l’oramai celebre frase con cui chiudeva gli articoli: “Restiamo Umani”) tenute per il quotidiano “Il Manifesto” prima e per il suo blog “Guerrilla Radio” (guerrillaradio.iobloggo.com) poi, alle spedizioni di aiuti internazionali, alle azioni di interposizione in favore dei pescatori palestinesi, costretti ad uscire in mare clandestinamente per il timore di attacchi da parte di motovedette israeliane (cosa che gli era costata anche una fuga a nuoto sotto le pallottole), alle tante altre cose fatte per una terra in cui non era nato ma che amava con forza e di cui aveva sposato pienamente la causa.  Causa che i famigliari e i compagni stanno cercando di portare avanti anche ora, ottenendo di trasportare la salma in un valico verso l’Egitto, per non farla passare attraverso quei checkpoint israeliani che da vivo lo avevano spesso fatto tornare indietro.<br />
Ma nella lotta che, nel nome di Vittorio e di tutti i compagni morti in questo cammino, vogliamo portare avanti, non possiamo esimerci da una necessaria riflessione sulla Palestina attuale: le forze politiche che guidano la battaglia per l’indipendenza sono oggi estremamente divise e nelle zone occupate non mancano costanti sparatorie e lotte di fazione che hanno come primario obiettivo l’egemonia sociale, politica e militare della società palestinese e di quel poco di autonomia strappata ad Israele. A partire da questa drammatica vicenda non possiamo far altro che augurarci che il popolo palestinese ritrovi la sua unità, lontano dagli apparati e dai gruppi di potere e che indirizzi la sua lotta su una strada di laicità e di eguaglianza sociale.</p>
<p>Jacopo Frey</p>
<p>Alla famiglia e ai compagni e alle compagne di Vittorio va il fraterno abbraccio degli anarchici e di tutti coloro che lottano per l’indipendenza della Palestina.</p>
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