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	<title>Nueter &#187; n. 8</title>
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	<description>Foglio di agitazione anarchica di Bologna e provincia</description>
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		<title>L’Antifascismo che viene</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 17:56:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, c’è stato un aumento dell’attività neofascista a Bologna. Come attività non intendiamo i pestaggi, le aggressioni e le violenze, di cui è possibile avere un’idea ad esempio seguendo l’ottimo Ecn.org/Antifa bensì la presa di spazi pubblici per promuovere la loro becera e inumana ideologia. Poco importa se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, c’è stato un aumento dell’attività neofascista a Bologna. Come attività non intendiamo i pestaggi, le aggressioni e le violenze, di cui è possibile avere un’idea ad esempio seguendo l’ottimo <a title="Vai al sito" href="www. ecn.org/antifa/" target="_blank">Ecn.org/Antifa</a> bensì la presa di spazi pubblici per promuovere la loro becera e inumana ideologia. Poco importa se questo avviene tramite partiti dichiaratamente neofascisti o neonazisti, oppure attraverso associazioni “civetta” che servono a tentare di mascherare le stesse persone. Poco importa se questo avviene rivendicando apertamente discorsi fascisti e xenofobi oppure mimetizzato in un discorso falsamente rivoluzionario. Come scrive il Nodo Sociale Antifascista: «L’ideologia fascista da sempre si è alimentata di discorsi rivoluzionari e libertari per virarli verso l’autoritarismo. Per questo la resistibile ascesa del fascismo porta sempre con sé persistenti fenomeni di collaborazionismo e mimetismo politico. Per questo i neofascisti sono tanto interessati a fare discorsi “di sinistra”, “anticapitalisti”, “rivoluzionari”, “antimperialisti”. Non da oggi è la loro strategia. Ma le idee portate avanti dai neofascisti attuali non sono che una versione aggiornata e travestita delle idee del fascismo storico. Alla lobby giudaico-pluto-massonica, cara alla propaganda nazista, subentra oggi la lobby mondialista. Al razzismo si sostituisce il “no all’immigrazione” e il “no<br />
al multiculturalismo”. E tuttavia il neofascismo continua a negare lo sterminio nazista, a esaltare il regime fascista, a praticare lo squadrismo “patriottico” contro immigrati, compagni, gay e lesbiche.»</p>
<p>L’unico modo con cui questi porci hanno potuto prendere sale di quartiere o piazze è stato grazie alla sorda e viscida complicità del Comune di Bologna e in particolare dell’amministrazione filo-fascista del Quartiere S. Stefano. Il problema, quindi, non sono la decina di fascistelli in sé — la cui incidenza sul piano politico è pari a quella di una caramella — ma l’assoluta connivenza dell’amministrazione e delle forze dell’ordine che li difendono e concedono loro agibilità politica. Li abbiamo visti in piazza Galvani e alla Sala dell’Agelo, protetti da cordoni di polizia e blindati, per citare i fatti più recenti, ma anche l’anno scorso ci sono stati episodi simili in via Guerrazzi e al Baraccano.</p>
<p>Quello che si è mosso, però, in tutte queste occasioni è stato di gran lunga più importante sul piano politico e sociale di questa città: ogni volta che i fascisti hanno provato a farsi vedere, protetti da polizia e Comune la risposta popolare antifascista è stata trasversale e di massa. Bologna ha ribadito che l’azione diretta antifascista è l’unica risposta adeguata a chi promuove idee di odio, violenza e sopraffazione.</p>
<p>Non lo nascondiamo, per noi è una questione di metodo: ogni qual volta la canaglia fascista ha tentato di uscire allo scoperto, la costruzione di percorsi orizzontali, inclusivi e trasversali è stata la chiave per mobilitazioni<br />
antifasciste partecipate e popolari. Il coordinamento tra tutte le forze antifasciste, pur nelle loro differenze, attivamente voluto e costruito con impegno, può costituire quella base su cui edificare un discorso non solo di risposta “emergenziale” alla minaccia fascista bensì un discorso sul piano culturale, sociale e politico che metta al centro i valori dell’antirazzismo e dell’antifascismo per una società aperta, plurale, meticcia.</p>
<p>In un momento in cui la crisi colpisce duramente le classi popolari e in est-europa il nazionalismo autoritario sembra prendere il sopravvento come nel caso ungherese, in un momento in cui gli antifascisti vengono uccisi — come il giovanissimo compagno anarchico russo Nikita Kalin — o arrestati — come a Nizhny Novgorod — un percorso orizzontale di antifascismo appare quantomai necessario.</p>
<p>La costituzione di una rete o coordinamento antifascista, in questo momento, oltre che auspicabile, è possibile, raccogliendo quanto di buono è stato fatto in termini di percorso comune e condiviso nell’ultimo anno: le realtà antagoniste, le associazioni, la cosiddetta “società civile”, le individualità che hanno partecipato alle mobilitazioni dei mesi scorsi, ma anche tutte quelle che partendo da una base comune vi parteciperanno.</p>
<p>Come anarchiche e anarchici, non possiamo che ribadire il nostro impegno per un’azione diretta antifascista, autorganizzata e orizzontale, contro tutti i<br />
fascismi, contro tutti gli autoritarismi, per un mondo di libere ed eguali.</p>
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		<title>Mele Marce? La Questura di Bologna non è mai stanca…</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 17:47:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alcuni fatti sono ormai noti: 4 poliziotti delle volanti sospesi dal servizio e agli arresti, perché “pescati” a malversare dei “delinquenti” dopo la “normale” sequenza di intimidazioni, minacce e percosse. Se non ci fosse stata la malversazione (si parla di 600 euro in un caso e 900 euro in un altro) tutto sarebbe finito nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni fatti sono ormai noti: 4 poliziotti delle volanti sospesi dal servizio e agli arresti, perché “pescati” a malversare dei “delinquenti” dopo la “normale” sequenza di intimidazioni, minacce e percosse. Se non ci fosse stata la malversazione (si parla di 600 euro in un caso e 900 euro in un altro) tutto sarebbe finito nel novero delle “normali” funzioni di pubblica sicurezza; al massimo con qualche lavata di capo per un eccesso di zelo.</p>
<p>La difesa d’ufficio del corpo viene dai vertici della questura che, com’è ormai ovvio e ritrito, parlano delle solite mele marce, isolate dal corpo sano che è stato interpretato dai colleghi della mobile (i celerini, per capirci). La stampa evoca scaramanticamente la Uno Bianca, mettendo subito in chiaro che non c’è connessione, che è tutta un’altra storia. Peccato che il contesto, gli uffici, le connessioni siano proprio le stesse. Punto di snodo il SAP, quel sindacato di polizia che raccorda la difesa corporativa alla coltivazione di un humus di securitarismo cameratesco e maschio, necessario, a loro dire, ad affrontare le insidie della strada.</p>
<p>Che il SAP sia di “destra” non rappresenta scandalo; che il suo segretario sia stato a sua volta un picchiatore delle volanti nessuno lo menziona.</p>
<p>Anche questa vicenda finirà presto nel dimenticatoio; già il Viminale ha inviato una signora in doppio petto ad “investigare” e rimettere le cose al loro posto.</p>
<p>Nessuna connessione verrà rilevata dalla dott.sa Stradiotto con altri fatti di cronaca e con la sequela dei fatti che alle cronache sono sfuggite perché le vittime non hanno trovato modo di denunciare i torti (sempre in sequenza, intimidazioni, minacce, percosse) subiti. Nonostante che dall’interno della stessa questura si levino voci che mettono in evidenza il “sistema” attraverso il quale si esercita la pubblica sicurezza. Nonostante il fatto che i “casi” e le mele marce siano una sequela lunga, articolata, inoppugnabile. Nonostante i<br />
“servizi di sicurezza ed investigazione”, privati e pubblici, siano i gangli di un sistema nel quale si effettuino le operazioni coperte e si sviluppino le iniziativa personali, dove gruppi “interforze” possono godere di sostegno, logistica, armi e munizioni fuori ordinanza e le “provviste” siano ottenute con tutti i mezzi necessari allo scopo.</p>
<p>Anche nei primi anni ‘90 mettevamo in luce come i fatti che si verificavano in città, in provincia e nella regione fossero da ricondurre ad un sistema. Di fronte alle faide che si scatenarono nei gruppi “interforze” lo stato espiò con il sacrificio della banda della Uno Bianca. Quella mattanza non poteva essere opera di una “banda” per quanto criminale, per quanto determinata. Le operazioni “militari” (significativa la rapina all’ufficio postale di via Emilia Levante del 15/1/1990) e le ricorrenze con i comunicati della Falange Armata portavano ad intravedere un complesso sistema di gestione della “crisi”: eravamo a pochi anni dall’esplosione di tangentopoli e la “banda” verrà “sgominata” solo dopo la ri-stabilizzazione del potere.</p>
<p>Quando quelle circostanze venivano denunciate in tempi non sospetti le reazioni erano scontate: pregiudizio ideologico, falsità, forzatura dei fatti.</p>
<p>Oggi a chi voglia mettere in evidenza il sistema di gestione dell’ordine pubblico si risponde con le stesse rime: voi, nemici dello stato, non siete credibili perché odiate la polizia a prescindere.</p>
<p>Eppure la gran parte delle cosiddette mele marce di ieri e di oggi sono al loro posto, hanno avuto avanzamenti di carriera, sono andate in pensione con le gratifiche di servizio. Ricompensate per il loro silenzio, la loro complicità, la loro dedizione al servizio. Questo fa scuola.</p>
<p><em>La Questura di Bologna non è mai stanca</em></p>
<p><em>di giorno manganelli, di notte uno bianca</em></p>
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		<title>Occupy Oakland: spring is coming</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 17:36:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il movimento statunitense Occupy nonostante la repressione poliziesca e un naturale riflusso continua nella sua elaborazione critica della società attuale, dando vita a diverse iniziative pubbliche. A Oakland, il 2 novembre 2011 uno sciopero generale bloccò il porto e buona parte della città. Ora il movimento chiama alla prossima mobilitazione: il Primo Maggio 2012. Ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I<em>l movimento statunitense Occupy nonostante la repressione poliziesca e un naturale riflusso continua nella sua elaborazione critica della società attuale, dando vita a diverse iniziative pubbliche. A Oakland, il 2 novembre 2011 uno sciopero generale bloccò il porto e buona parte della città. Ora il movimento chiama alla prossima mobilitazione: il Primo Maggio 2012. Ecco cosa scrivono. Ci sembra calzante anche per la situazione italiana ed europea. Riprendiamo in mano il Primo Maggio, facciamone un’occasione di attacco ai nostri sfruttatori!</em></p>
<p> </p>
<p>È di nuovo tempo di sciopero generale, in un’epoca di tagli allo stato sociale, di razzismo contro gli immigrati e di enorme speculazione finanziaria. Nel 2011 la percentuale di lavoratori sindacalizzati negli USA era appena dell’11,8%, non più di 14,8 milioni di persone. Ma gli sfruttati sono milioni: milioni e milioni di persone infatti in questo paese sono disoccupati o sotto occupati, sono immigrati senza documenti, spesso sono lavoratori manuali. Ma ci sono anche coloro che lavorano da casa e che svolgono un lavoro riproduttivo senza ricevere nessun salario. Ci sono gli studenti che sono oggi indebitati fino al collo e devono fare più lavori alla volta per provare a pagarsi gli studi. Ci sono tutti coloro che sono rinchiusi in galera. Nel dicembre 2011 il tasso di disoccupazione a Oakland era di circa il 15%, e mentre in città le misure di austerity si fanno sempre più severe gli ultimi soldi pubblici sono divorati dalla corruzione, dalla militarizzazione esasperata che ha l’unico obiettivo di arginare il conflitto sociale.</p>
<p>Dopo lo sciopero generale del 2 novembre 2011 quando bloccammo il porto e buona parte della città dobbiamo re-immaginarci uno sciopero in una fase in cui la stragrande maggioranza dei lavoratori non è iscritta a nessun sindacato, dove gran parte di noi lotta per conquistare il privilegio ad avere un lavoro prima ancora che per avere miglioramenti delle condizioni di lavoro. Dobbiamo portare la lotta nelle strade, fin sotto gli uffici del governo locale. Un nuovo tipo di sciopero significa trovare soluzioni immediate per quelle comunità devastate dai tagli alla spesa sociale e dal continuo abuso delle autorità poliziesche, una soluzione che non Primo Maggio giornata di lotta internazionale sia solo il ricambio dei vertici politici. Tutti noi dobbiamo impegnarsi a dare vita a un nuovo movimento Occupy partendo dalla consapevolezza che non solo dobbiamo trovare modi<br />
per soddisfare i nostri bisogni al di là dello Stato, ma dobbiamo anche attaccare le istituzioni che ci costringono a una vita di sfruttamento, indebitamento e povertà crescente. Se non possiamo vivere, non possiamo nemmeno lavorare.</p>
<p>Il Primo Maggio è la giornata internazionale dei lavoratori in onore dei martiri di Haymarket del 1886 quando la polizia, difendendo come sempre gli interessi dell’1% della popolazione, ha attaccato e massacrato i lavoratori manuali che scioperavano per reclamare le otto ore di lavoro. Anche oggi, nonostante quel che ci dicono i media, il conflitto sociale è vivo e si dispiega quotidianamente contro tutti i lavoratori, gli studenti, gli immigrati, i disoccupati, i senza casa, le donne, i trans, i prigionieri.</p>
<p>Invece di cercare se abbiamo qualcosa in comune con i nostri padroni, è tempo di combatterli!</p>
<p>Il Primo Maggio 2012, in contemporanea alle lotte di ogni altro angolo del mondo, fermeremo la circolazione del capitale che arricchisce ogni giorno di più le classi dominanti e impoverisce tutti gli altri. Non ci verrà concesso nulla se non quel che otterremo con le nostre mani, rivendicando il diritto all’esistenza che continuamente provano a sottrarci.</p>
<p>Rivolta per una vita degna di essere vissuta! Sciopera/Blocca/Occupa!</p>
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		<title>Grecia: per l’autogestione della società</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 17:27:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 5 dicembre 2011 ci è venuto a trovare Nikos, un compagno del Gruppo dei comunisti libertari di Atene, che in una conferenza pubblica al Circolo Berneri ci ha raccontato diverse cose interessanti sulla società, il movimento anarchico e le lotte in Grecia. Le sue parole sono state un utilissimo spunto di riflessione sulla situazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I<em>l 5 dicembre 2011 ci è venuto a trovare Nikos, un compagno del Gruppo dei comunisti libertari di Atene, che in una conferenza pubblica al Circolo Berneri ci ha raccontato diverse cose interessanti sulla società, il movimento anarchico e le lotte in Grecia. Le sue parole sono state un utilissimo spunto di riflessione sulla situazione greca di questi ultimi tempi, ma anche su quello che succede in Italia, sulle similitudini e le differenzi dei movimenti sociali nei due paesi. Se, come ci diceva Nikos, in Grecia la crisi economica si è tramutata oggi in una crisi dell’intero sistema sociale e politico capitalista, è bene cominciare a chiedersi a che punto siamo di questo processo qui in Italia. Forse molto più avanti di quanto venga generalmente percepito e di sicuro di quanto riportano i mass media. È bene allora cominciare a esserne consapevoli, per intensificare la lotta da tutti i lati contro questo sistema, per coniugare il necessario attacco con la costruzione di reti solidali e la sperimentazione di alternative autogestionarie.</em></p>
<p><em>Riportiamo qui un riassunto della conferenza: un punto di vista parziale, come ha sottolineato più volte lo stesso Nikos, ma a nostro avviso estremamente significativo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Alla fine degli anni Novanta i movimenti anarchici greci hanno portato a maturazione un’evoluzione importante delle proprie impostazioni di lotta sia per quanto riguarda le tematiche affrontate sia per quanto riguarda la pratica dell’azione sovversiva quotidiana.</p>
<p>Molte/i compagne/i infatti hanno constatato come una lotta politica solida e radicata avesse bisogno di basarsi su relazioni sociali altrettanto solide, con le persone e con i luoghi; perciò si è deciso di smettere di agire solo nel centro di Atene e di cominciare a intervenire invece nei quartieri dove si viveva e lavorava. Qui accanto alle “solite” attività politiche e controculturali sono state costruite assemblee in cui fossero rilevanti tematiche relative al quartiere, come ad esempio la pianificazione urbana e l’uso degli spazi pubblici. Ciò ha permesso di costruire rapporti di fiducia, di solidarietà e al contempo di vincere delle battaglie su obiettivi specifici.</p>
<p>Queste assemblee locali si basano su tre principi:</p>
<p>1. la democrazia diretta, secondo cui l’unico strumento per raggiungere una decisione è sempre l’assemblea locale: durante le assemblee c’è il tentativo di raggiungere un consenso, senza che nessuno impedisca in alcun modo ad altri di dimostrare una posizione alternativa, riconoscendo invece i limiti propri e altrui, e concentrandosi su ciò su cui c’è accordo;</p>
<p>2. l’estraneità ai partiti politici e ai meccanismi istituzionali: in generale la società greca è stata abituata a lottare attraverso il partito e i sindacati controllati e le lotte sociali vedono una forte presenza del partito comunista di stampo stalinista. Ormai però lo stato greco è percepito dalla società in generale come qualcosa di ostile pertanto tante forme di delega sono automaticamente escluse;</p>
<p>3. la neutralizzazione delle gerarchie informali e invisibili che si creano dove ci sono diversi livelli di esperienza e partecipazione politica: ciò consiste nel non volere invocare o attendere l’intervento di esperti, ma nell’affrontare difficoltà ed esperienze insieme, come crescita collettiva, in un tentativo continuo di responsabilizzare tutti i partecipanti.</p>
<p>Dopo questo lungo percorso, nel dicembre 2008, quando l’assassinio di Alexis Grigoropoulos ha innescato una rivolta senza precedenti, le assemblee cittadine hanno iniziato ad occupare gli edifici municipali nei quartieri, bloccando le attività del sindaco, con la partecipazione anche di centinaia di persone. La questione centrale è stata quella di portare avanti la rivolta ed espanderla, di offrire solidarietà concreta agli arrestati, di resistere agli attacchi indiscriminati e brutali da parte dell’anti-sommossa. Da allora a oggi la situazione si è ulteriormente modificata: la crisi si è aggravata e però i processi di autorganizzazione si sono ulteriormente strutturati: oggi la questione che viene affrontata quotidianamente dalle assemblee è quella dell’autogestione come organizzazione politica e delle lotte del quartiere. Queste assemblee affrontano anche tematiche generali, con una forte connotazione di classe e una prospettiva internazionale; inoltre partecipano agli scioperi generali con le proprie modalità, nonostante non ci sia una percezione positiva dei sindacati e della partecipazione sindacale. Le assemblee locali sono diventate così un punto di riferimento e un modo attraverso il quale molti attivisti dei movimenti sociali trovano il modo di partecipare agli scioperi e alle agitazioni.</p>
<p>È significativo poi che oggi siano in atto tentativi di organizzazione alternativa del conflitto sia all’interno dei sindacati classici, sia attraverso assemblee parallele nei luoghi di lavoro che spesso riescono a coordinarsi con le assemblee locali.</p>
<p>Le assemblee locali si occupano di tematiche di classe, ma non da un punto di vista meramente lavorativo o settoriale, perché chi partecipa all’assemblea di quartiere si sente nello stesso momento abitante del quartiere e lavoratore, anche se è uno studente, un precario o un disoccupato.</p>
<p>Nel corso del 2011 la partecipazione di segmenti non politicizzati della società è aumentata sempre più: oggi solo ad Atene ci sono circa trenta assemblee locali in città e nelle periferie circostanti e si è arrivati al punto che durante le manifestazioni gli spezzoni delle assemblee locali sono più numerosi di quelli dei sindacati.</p>
<p>Queste assemblee locali da una parte chiedono e rivendicano della riforme da parte dello stato, come quando si oppongono a una tassa o chiedono più fondi alle municipalità per le scuole, ma allo stesso tempo si percepiscono come qualcosa di diverso dalle istituzioni, c’è tendenzialmente<br />
un rifiuto verso i partiti e le istituzioni, e non circoscrivono il loro agire politico dentro il quadro delle leggi borghesi.</p>
<p>Almeno per quanto riguarda le assemblee alle quali il gruppo di Nikos ha partecipato, il modo di reclamare qualcosa dallo stato o dal municipio non implica una legittimazione di queste istituzioni, perché l’idea diffusa è che le ricchezze appartengono ai cittadini e questi rivendicano semplicemente ciò che spetta loro.</p>
<p>Di fronte a una crisi del sistema capitalista e in generale della società greca non c’è nessuno spazio politico che può dire di proporre davvero delle soluzioni alternative. Tale incapacità indica quale debba essere uno degli obbiettivi principali del movimento anarchico, ovvero quello di cercare di costruire soluzioni concrete. La rivolta sociale deve portare alla trasformazione radicale dell’esistente, prima che altre formazioni politiche, sistemiche o fasciste, intervengano a proporre o imporre una svolta ancora più autoritaria della nostra società.</p>
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		<title>La servitù volontaria</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 17:13:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vi è mai capitato di fare uno stage o un tirocinio gratuito? Vi è mai successo, insomma, di lavorare gratis? E avete accettato la cosa come dolorosa, ma necessaria, vero?! Vi succede mai di ascoltare qualche “capo”, a qualsiasi livello e, nonostante i tanti dubbi, di obbedire? Vi capita di continuare a seguire regole senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi è mai capitato di fare uno stage o un tirocinio gratuito? Vi è mai successo, insomma, di lavorare gratis? E avete accettato la cosa come dolorosa, ma necessaria, vero?!</p>
<p>Vi succede mai di ascoltare qualche “capo”, a qualsiasi livello e, nonostante i tanti dubbi, di obbedire? Vi capita di continuare a seguire regole senza senso, ma, oltrepassate le quali, scatterebbe automatica la punizione?</p>
<p>Non dite di no, è la vostra, la nostra vita. Una vita di servitù, imposta a volte, ma spesso volontaria: la servitù volontaria, appunto. Ecco ciò che regge il modello padrone-schiavo su cui si basa oggi come ieri il sistema economico, politico e sociale entro cui siamo costretti.</p>
<p>Cinquecento anni fa Étienne de La Boétie scriveva che il popolo non sempre è tenuto a bada con la frusta, ma spesso potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo, ritenendo naturale la condizione servile. Una condizione talmente normale che nasconde allo sguardo, e al pensiero, la possibilità di “fare altrimenti”, di non servire, di essere liberi. Eh sì, perché non sempre è necessario scontrarsi col potere per essere liberi. Basterebbe non sostenerlo più, ed esso perderebbe la propria capacità di trattarci come servi.</p>
<p>Ma allora perché ciò non succede? Qual’è il trucco che usano i governi per continuare a ottenere la fiducia dei propri sudditi? In altri termini: perché il popolo continua a sostenere il potere? Perché, ci dice de La Boétie, ogni forma di governo sottomette i sudditi cooptandone alcuni per metterli contro gli altri. Non che i primi smettano in questo modo di essere oppressi dal potere: lo sono sempre, eccome, ma hanno l’illusione di fare parte della cerchia degli eletti e dimenticano così la propria condizione di oppressi, avendo trovato qualcuno più in basso di loro su cui esercitare una simile oppressione.</p>
<p>Questo libricino del Cinquecento è un’analisi acuta dei meccanismi di dominio moderni; ci conferma che la liberazione, individuale e collettiva, è cosa complessa. E che senza libertà non si è davvero né uomini né donne, ma solo meccanismi di un ingranaggio bestiale.</p>
<p><em>La servitù volontaria</em> di Étienne de La Boétie merita una lettura. Lo trovate in biblioteca e in libreria in varie edizioni, ristampato più volte anche recentemente e scaricabile <a title="Scarica il pdf (Hosted by Inventati.org)" href="www.inventati.org/apm/abolizionismo/boetie/boetie.pdf" target="_blank">qui</a>.</p>
<p><em> </em></p>
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