Sono uno dei 93 arrestati nella scuola Diaz. Non avevo fatto del male a niente e a nessuno. Sono stato selvaggiamente picchiato dalla polizia. Questa è la mia testimonianza di ciò che accadde.
E. me lo diceva, me lo disse più volte quel giorno, "proprio a Genova dovevamo passare, siamo in vacanza, qua finisce che ci rovinano la vacanza". Per noi era l'inizio di quella che doveva essere una piacevole avventura, arrivare in autostop fino a L'Aia, dove un amico ci aveva messo a disposizione delle biciclette, e poi fare il giro dell'Olanda in bici. Prima di andare in Olanda però dovevamo scegliere un punto d'incontro con D., un mio amico spagnolo, che partiva da Barcellona sempre in autostop, e io e D. avevamo scelto proprio Genova, chiaramente non solo perché è più o meno a metà strada tra Benevento e Barcellona, ma anche perché volevamo partecipare alla manifestazione pacifica contro il G8. Perché? Potrei riempire pagine e pagine di motivazioni, considerate che studio Scienze Politiche, però detto in breve non sono ne' anarchico ne' comunista, in politica sono semplicemente pessimista e a volte cinico, però mi sembra insensato discutere della possibilità di migliorare la salute dell'ambiente e diminuire la povertà del mondo avendo come obbiettivo primario nient'altro che la Crescita Economica, questo moderno idolo sul cui altare si può sacrificare tutto, a cominciare dalla salute del pianeta e dei sui abitanti. Come si può continuare a nutrire un idolo insaziabile non sapendo a cosa conduce, anzi avendo solo la certezza che il suo cibo, al contrario della sua fame, ha una fine? Perché il nostro obiettivo deve essere aumentare all'infinito la quantità dei beni materiali, e con essa dei desideri, quando i nostri più semplici bisogni non sono soddisfatti? Abbiamo la possibilità tecnica di dare a tutti un tetto e del cibo, e invece pensiamo ad avere più vestiti, automobili e telefonini. Lo so, questo non è un argomento esauribile in poche righe, chi vuole approfondirlo legga Veblen o Galbraith. Volevo solo dire che sono andato alla manifestazione per dimostrare che siamo in tanti a non emozionarci perché il Mibtel è aumentato del 2%, e a richiedere ai governi risultati più chiari, semplici e reali: meno fame, meno guerre, più rispetto per l'ambiente. E così io ed E. siamo andati a Genova, prendendo con altri amici il treno speciale da Napoli venerdì notte. Dopo la notizia della morte di Carlo Giuliani, E. era ancora più teso, ma io tranquillizzavo lui (e anche me stesso) dicendogli che per stare lontani dalle mazzate, in fondo, sarebbe bastato tenersi lontani dalle prime linee. Avevo ragione, almeno per quanto riguarda la durata della manifestazione: infatti io ed E. siamo stati tutto il tempo a indietreggiare, anziché seguire il corteo, allontanandoci non appena vedevamo a distanza il fumo dei lacrimogeni; il risultato è che non abbaiamo dovuto nemmeno correre, a alla fine della manifestazione non avevamo neanche un graffio. C'era però il problema di incontrare D.: l'unica soluzione che avevamo trovato, considerando che non avevamo telefoni, non conoscevamo Genova e non potevamo sapere quando sarebbe arrivato D. (che veniva in autostop), era internet: una volta arrivati a Genova, inviare a D. una e-mail da un qualche centro telematico, dargli un appuntamento a una certa ora in un certo posto, tornare a scrivergli una mail con un nuovo appuntamento in caso D. non si fosse presentato. Avevamo però decisamente sottovalutato la situazione che si stava verificando a Genova: infatti, sembrava impossibile trovare un centro telematico aperto, tutti i negozi erano chiusi per giusta paura del caos che stava verificandosi. Infine, al termine della manifestazione, salutati gli amici di Benevento che tornavano a prendere il treno, un genovese mi da l'indirizzo della scuola Diaz di via Battisti, dicendomi che lì avrei potuto utilizzare internet. La prima volta che siamo entrati nella scuola è stata verso le 7 del pomeriggio, mi pare. Dopo una fila, accediamo a internet e troviamo una lettera di D., scritta quella mattina da Marsiglia. Non arriverà a Genova prima di Domenica, credo, però potrebbe avere fortuna e quindi gli diamo appuntamento in quella stessa scuola, alle dieci di sera, e altri due appuntamenti sempre lì alle 12 e alle 20 del giorno successivo. L'appuntamento alla scuola era la cosa più saggia: così avremmo potuto anche trovare messaggi di D. in caso avesse avuto qualche contrattempo e trovato il modo di accedere a internet. Già che c'ero ho scritto altre due mail, poi io e E. abbiamo deciso di fidarci della gente che era lì (davvero sembravano ragazzi tranquilli) e lasciare finalmente i nostri pesanti zaini, e siamo quindi andati a piazza Kennedy a mangiare. Poi ci siamo fermati un po' sugli scogli, e infine tornati alla scuola verso le dieci e venti. D. non c'era. Al termine di una nuova fila per accedere a internet gli ho inviato un'altra mail, a conferma dei due appuntamenti del giorno dopo. Poi E. voleva che andassimo a dormire in un bel posto che avevamo visto quella mattina, un prato pieno di tende che ci aveva indicato un simpatico tedesco, però l'ho convinto che la cosa più saggia fosse dormire lì nella scuola, per non dover fare inutili chilometri con lo zaino, ed essere certi di arrivare puntuali all'appuntamento con D. del giorno dopo. Inoltre, a me quell'ambiente, pieno di ragazzi stranieri, piaceva, e certo non avevamo visto nessuna cosa che somigliasse ad un'arma. Abbiamo chiacchierato un po' con uno svedese, e poi con un simpatico ragazzo della Lituania. Non so esattamente che ora fosse quando, ormai dentro i nostri sacchi a pelo, stavamo mettendoci a dormire. Poi e scoppiato il panico. Grida all'interno e dall'esterno della scuola. In un attimo io ed E. stavamo riavvolgendo i sacchi a pelo, però io ancora non avevo capito che stesse succedendo, infatti dissi scherzando: "mi sa che hai ragione, è molto più saggio dormire nel parchetto". Un ragazzo, tremando, mi chiede: "do you know what's happening?". Gli rispondo che ne so quanto lui, e mi accorgo che anche la mia voce trema. Si cominciano a sentire fortissimi colpi, stanno sfondando le porte della scuola, sembra quasi che stiano sfondando anche le mura. Rifatto lo zaino in tempi da record mi metto a correre dietro E., passo davanti ad una porta esattamente nel momento in cui viene sfondata; seguo E. su per delle scale, lui fa in tempo a scappare per un pelo, seguendo dei ragazzi fuori da una finestra. Io ho visto la salvezza davanti agli occhi, ma sono stato sfortunato: esco dalla finestra, getto la valigetta sull'impalcatura, faccio per saltare, ma resto incastrato nella finestra con lo zaino. Dietro di me c'era un ragazzo, gli grido di liberarmi lo zaino, mi giro e vedo che è troppo tardi: un gruppo di celerini è ormai arrivato in cima alle scale. Scendo dalla finestra e mi consegno alla polizia, subito comincia la valanga di manganellate. Mi chino a terra, in ginocchio con la testa curva sulle gambe, le braccia sulla testa come misera e dolorosa protezione; ricevo colpi sulle braccia, sulla schiena, sulla testa; il dolore aumenta, le mie grida sono sempre più forti e si fondono con quelle dell'altro ragazzo rimasto con me, i poliziotti mi lanciano ingiurie (bastardo comunista, sei voluto venire al G8 e ora prendi, stronzo frocio e così via), io provo a gridargli che non sono comunista, che non ho fatto niente, ma questo sembra solo farli accanire ancor di più; ricordo ogni colpo sulla testa come un bagliore di luce bianca davanti agli occhi; non mi resta che sperare che smettano presto, ma sembrano non voler smettere. Poi smettono, riprendono la loro caccia su per le scale. L'altro ragazzo continua ad urlare come un ossesso, piange; ricordo di aver desiderato stringergli la mano, dirgli qualcosa, però anch'io impazzivo di dolore. Provo ad alzarmi, non l'avessi mai fatto. Una nuova orda di celerini arriva dal piano di sotto, uno di essi mi da una manganellata in faccia frantumandomi gli occhiali, le schegge di vetro mi sfregiano il volto; cado a terra, la valanga di colpi riprende, grido con quanto più fiato ho in gola; un poliziotto mi strappa una ciocca di capelli; non vogliono smettere, quelli che vanno su per le scale vengono subito sostituiti da altri che arrivano da sotto; quelli che solo passano non mancano di darmi almeno un calcio o una manganellata. Tanta cattiveria sfugge alle mie possibilità di comprensione: come si può picchiare uno che è già a terra in una pozza di sangue? Non ce la facevo neanche più a urlare; ricordo il sollievo datomi dalla scoperta che, grazie a ciò, diminuiva l'intensità dei colpi. Però non vogliono smettere. Smettono solo quando, finalmente, qualcuno grida basta e si mette davanti a me a farmi da scudo. Non lo vedevo bene, senza occhiali non vedo niente (ho 8 diottrie di miopia ad entrambi gli occhi), ricordo solo che aveva una tuta arancione, e che volevo aggrapparmi alle sue gambe, ma non riuscivo a muovere le braccia. Quell'uomo mi aiuta ad alzarmi, mi sostiene ed accompagna giù per le scale fino alla sala dove c'eravamo messi a dormire. Qualcuno mi intima di stare giù, mi getto nel primo vuoto che intravedo tra le decine di sagome sdraiate a terra. Ero terrorizzato, avevo paura che riprendessero a picchiarmi, volevo stare zitto a faccia in giù ma non riuscivo a non gemere, non c'era un punto del mio corpo dove potessi appoggiarmi senza provare acuti dolori, e così continuavo a gemere e a rotolarmi nella vana ricerca di una posizione che non mi facesse male. Gridavo "aiuto!" ogni volta che vedevo passare una di quelle tute arancioni, ma loro stavano impazzendo alla ricerca di chi avesse più bisogno tra i tanti feriti, qualcuno ha detto che non c'erano abbastanza ambulanze, e che dovevano portare via prima gli epilettici. Ho così dovuto attendere soccorso per almeno mezz'ora; una tuta arancione è passata a disinfettarmi le ferite, ma mi ha detto che non poteva fare altro. Finalmente sono arrivate le ambulanze, tutti i ragazzi che erano stesi a terra attorno a me hanno gridato alle tute arancioni che io ero uno di quelli che avevano più bisogno. Sono stato caricato su una barella. Davanti all'uscita un poliziotto ha fermato la barella per perquisirmi, io gli ho detto che avevo perso i documenti (erano nella valigetta rimasta sull'impalcatura), lui prima di lasciarmi andare mi ha stretto il pene dicendomi "ti piace, eh?"). Ricordo poi le voci della gente che era fuori, qualcuno gridava poliziotti bastardi, una voce accanto a me ha detto "guardate come li hanno ridotti". Poi il viaggio in ambulanza, poi i medici che mi rasavano i capelli per cucirmi una ferita sulla testa, e poi i punti sopra e sotto l'occhio e sul "buco" rimastomi sullo stinco, e la voce dell'infermiera che mi dice che non devo addormentarmi, è pericoloso, ma a volte pensavo che la morte sarebbe stata un sollievo; e poi la sete ma mi dicono che neppure posso bere, e i tremendi dolori di stomaco, e l'infermiere che mi porta la padella dove cago con dolorosissimo sforzo, e poi finalmente persi i sensi. Mi risvegliai in un letto d'ospedale, in una stanza piccola e vuota, dov'ero solo in compagnia degli infermieri e dei dottori che ogni tanto venivano a medicarmi o a prelevarmi per qualche esame, e dei poliziotti che perennemente mi sorvegliavano. Ho trascorso la giornata di domenica con una flebo nel braccio, principalmente cercando nel sonno il sollievo dal dolore e dalla paura, e quando non riuscivo a dormire provavo a parlare con i poliziotti, ma nessuno mi credeva e tutti mi credevano un terrorista o un black block; molti dicevano ironicamente "come no, qua siete tutti innocenti", uno mi ha anche detto che se fosse stato per lui mi avrebbe ridotto peggio. In un momento di lucidità feci il punto della situazione, dicendomi: se tutto va bene, esco di qua presto e mi risarciranno, se tutto va male, finisco pure in galera. Sforzandomi di pensare positivamente, mi dissi: la mia vita è cambiata, ma ogni giorno in fondo è un nuovo inizio. Pensai, se finisco in carcere potrò forse terminare comunque l'università ed avrò molto tempo da dedicare allo studio del disegno (adoro disegnare, ed è mia intenzione studiare arte dopo l'università). Mi sentii un po' meglio ma pensavo anche ad E., chissà se era riuscito a scappare, e a D., disperato per le strade di Genova alla ricerca di me e di una spiegazione. Conversando sottovoce con un infermiere solidale, gli diedi la mail di D. per avvisarlo. Non volevo che fossero avvisati i miei genitori, che stavano per partire per la prima meritata vacanza da anni; chiesi se potevo fare una telefonata a mio zio, ma mi dissero che ero in stato di fermo, non potevo vedere ne' sentire nessuno. Poi una infermiera mi disse che qualcuno aveva avvisato i miei genitori, e che stavano venendo a Genova; la notizia un po' mi rattristò, ma mi diede anche sollievo. Ad un certo punto venne a trovarmi qualcuno, mi chiese se lo conoscevo, gli dissi che non mi pareva ma comunque ero senza occhiali; mi disse che era venuto a riconoscermi, era l'ispettore L. della digos di Benevento. Nella sua cartella sugli elementi potenzialmente sovversivi di Benevento non compariva il mio nome, e mi disse che se non avevo precedenti, e se non fossi apparso tra le foto che avevano scattato durante la manifestazione ai ragazzi del centro sociale di Benevento, allora potevo stare tranquillo. Dio mio, non sapevo se la situazione in cui mi trovavo fosse più kafkiana oppure orwelliana. Durante la notte un poliziotto è venuto ad accendermi la luce, svegliandomi. Gli ho chiesto se per favore poteva spegnere la luce, e lui mi ha detto che se non volevo vedere le luce potevo chiudere gli occhi. Sono scoppiato a piangere, gli ho detto "cazzo, io non ho fatto niente e guardate come mi avete ridotto, ti chiedo solo di farmi dormire!" ma lui mi ha risposto: "piangi, piangi" e se ne è andato. Per fortuna non tutti erano bestie come quello, un altro poco dopo venne a spegnermi la luce. Il giorno dopo finalmente venne a fare la guardia un poliziotto gentile, della provincia di Benevento; un bravo ragazzo (anche se pure lui convinto che eravamo tutti terroristi) che diventò il mio santo protettore: mi accompagnava in bagno, mi aiutava a mangiare, e infine ha pure creduto alla mia innocenza, convinto forse dal fatto che sono un lavoratore prossimo alla laurea. Nel pomeriggio mi ha fatto trasferire in una stanza con altri ragazzi, e la casualità ha voluto che mi ritrovassi affianco al ragazzo picchiato con me nella tromba delle scale. Siamo stati felici di rivederci, e abbiamo chiacchierato un po': si chiamava F., era svizzero, e mi ha detto che a un certo punto, lì sulle scale, era sicuro che io fossi morto. Lui non era neanche stato portato subito all'ospedale: lo avevano dapprima portato in prigione, dove era stato messo faccia al muro con altri ragazzi; però lì era svenuto, e quindi lo avevano finalmente portato all'ospedale. Ero l'unico italiano nella stanza che parlasse inglese, e quindi traducevo tutto per F. Lui era terrorizzato: quando, parlando con un poliziotto, ha capito che pensavano fossimo chissà che poderosa organizzazione terroristica internazionale, era dapprima incredulo, poi le gambe hanno cominciato a tremargli vistosamente. Ho cercato di tranquillizzarlo, dicendogli che se non aveva precedenti non c'era da aver paura, e lui precedenti non ne aveva. Le mie parole sembrarono avergli fatto bene. Però io condividevo la paura di F.: che quelle armi nella scuola ce le avesse messe proprio la polizia per giustificare la sua azione, e che quindi noi fossimo il capro espiatorio delle violenze del G8. Poi sono arrivati i miei genitori. Non potevo vederli, ma il mio santo protettore ha detto agli altri poliziotti che ero un bravo ragazzo, e mi hanno permesso di salutarli dal corridoio. Mia madre all'inizio ha detto "quello non è mio figlio"… com'ero ridotto non mi aveva neanche riconosciuto. Abbiamo potuto scambiare poche parole, poi ho detto al mio santo protettore di accompagnarmi in bagno perché la situazione era troppo straziante. Poi, tornato nella stanza, una infermiera mi ha portato un tavor per dormire. Sono però stato svegliato, finalmente, dall'ottima notizia: era arrivato l'ordine della mia scarcerazione. Il poliziotto che lo portava faceva l'ironico, era assai antipatico, diceva che se non firmavo in maniera leggibile sarebbe stato ben felice di lasciarmi lì; ma mi era del tutto indifferente, era la fine dei miei supplizi, ero di nuovo libero. Mi hanno trasferito finalmente in un reparto senza polizia. Mi dispiace solo di non aver potuto salutare F., che pure aveva preso un tavor e dormiva profondamente. Chissà dov'è ora, se è libero; chissà che fine hanno fatto gli altri prigionieri innocenti, selvaggiamente pestati dalla polizia e poi anche incarcerati. Ora io sono a casa a Benevento, circondato da parenti e amici; ho ritrovato il buon umore, ma mi resta la paura che non sia finita, che infamie del genere si ripetano, e che questo governo torni con forza ad utilizzare questi metodi ("prima ti spacco le ossa e ti sequestro, poi vedo se sei colpevole") e poi a giustificarli con tanta insistenza. Dopo quello che ho vissuto, resta una forte sfiducia nelle istituzioni, e addirittura la paura di esse.
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