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assemblea
by rete universitaria contro la guerra Wednesday, Apr. 02, 2003 at 6:43 PM mail:

volantino dell'assemblea

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giovedì 3 aprile alle 21.30 si riunisce la rete universitaria contro la guerra in un'assemblea interfacoltà presso l'aula magna di lettere in piazza morlacchi.
ecco il volantino per le facoltà che vogliono stamprlo e distibuirlo.

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Azioni dirette
by R.U. contro la guerra Wednesday, Apr. 02, 2003 at 11:35 PM mail:

Durante l'assemblea di questa sera saranno anche proposte le azioni dirette contro la guerra discusse a Sc.Politiche ieri sera. Inoltre vi comunico che la paventata esercitazione a Foligno - dopo il diniego del comune dovuto ad un'interpellanza - è stata annullata!

DISERTIAMO LA GUERRA... SEMPRE RIBELLI!

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Notizie dalla repubblica
by lettore Thursday, Apr. 03, 2003 at 10:54 AM mail:

...e intanto le prime avanguardie sono già arrivate alla periferia di Baghdad ed è ora che mi pongo un po' di domande: ma credono davvero di prendere Saddam Hussein? o vogliono prendere il paese? Come potranno gestire la capitale se non hanno ancora preso tutta Bassora? Come reagiranno di fronte ad una popolazione ostile e a sacche di resistenza più o meno legata al clan di Saddam? Come potranno portare la democrazia maggioritaria con la certezza che la stragrande maggioranza del paese nutre una profonda diffidenza (quando non è odio) verso ogni le proposte degli aggressori? La risposta è semplice: la popolazione irachena conoscerà una terribile dittatura militare questa volta non diretta da un signore con i baffi, ma da un protettorato anglo-americano. Questa è un'occupazione militare e pertanto l'ONU dovrebbe mettere sotto embargo gli USA perchè non noto differenze con l'invasione del Kuwait del '91. Ma - si sa - missili e bombe piovono senza interruzione sulla capitale e ogni richiamo al diritto appare in questo momento poco più di una veglia, quindi e a voce alta è ora di dire che tutto il medio oriente deve essere liberato; non vorrei che a ricordarlo siano poi le varie organizzazioni islamiste come i fratelli musulmani.

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Gli incubi di Bagdad

CITTA' SOTTO ASSEDIO

Il regime nega l'avanzata degli americani
"Sono solo bugiardi da quattro soldi"

Dall'inviato del "La Repubblica" BERNARDO VALLI


BAGDAD
LA CITTA' piatta, in molte direzioni senza prospettiva, al punto che l'orizzonte è una linea retta, ti consente di allungare comodamente lo sguardo. E quindi di vedere, a distanza notevole, quel che turba il panorama. Nessuna collina o alto edificio nasconde le sempre più numerose colonne di fumo che si alzano dai quartieri meridionali. Oltre i quali ci sono le unità avanzate americane. L'assenza di ostacoli lascia libero corso ai rumori delle esplosioni, che non sono più soltanto quelle dei missili ma anche delle cannonate. La loro intensità, anzi regolarità, è, ormai, quasi ininterrotta. E' continuo anche il violento brontolio degli aerei che adesso scorrazzano invulnerabili, impuniti, poiché la contraerea singhiozza o tace. Non si sentono neppure più le sirene d'allarme.

I radar che le facevano scattare sono dunque fuori servizio. A queste annotazioni, che spiegano come la battaglia di Bagdad non sia più tanto lontana, bisogna aggiungere il nervosismo, la tensione dei funzionari con cui hai a che fare. Come la battaglia si svolgerà resta ovviamente un'incognita. E questa incognita è un po' il nostro incubo. Non solo di noi giornalisti, ma di tutti coloro che vivono in questa antica capitale. In apparenza una capitale senza memoria, visto che i suoi monumenti hanno decenni mentre la storia del paese conta parecchi millenni. Soltanto il fiume Tigri, che non perdi mai di vista, ti ricorda un passato che arriva fino al Vecchio Testamento. Un passato ritmato da tante civiltà. Penso sia inevitabile, e comunque perdonabile, il desiderio di dare un po' di solennità al teatro in cui si svolgerà il dramma. Restare prigionieri dei dettagli del presente equivale a sottomettersi all'assurdità di una guerra, voluta o provocata da uomini, sull'uno o l'altro versante, che non hanno tratto alcun insegnamento dalla storia. Cerco dunque di ricordare la nobiltà di questa terra, tanto crudelmente governata, e tanto incoscientemente invasa (con il dichiarato obiettivo di liberarla).

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A svegliarmi è stato Fuad, la mia guida palestinese. Veniva dall'ospedale dove, all'alba, dopo una notte passata nel rifugio scavato nel giardinetto di casa, aveva portato la moglie. Lo spostamento d'aria delle esplosioni le aveva provocato una forte emorragia al naso e alle orecchie. Fuad abita in un quartiere meridionale, dove i missili piovono senza interruzione. Da due giorni la zona è sorvolata dai jet che danno la caccia alle guardie repubblicane e ai feddayn di Qusay Hussein, il figlio prediletto di Saddam. Fuad si intende di guerre. E' un palestinese di Hebron. Mi ha annunciato subito che "i tempi si accorciano". Anche lui pensa che la battaglia di Bagdad non è più tanto lontana.

Le unità avanzate americane non dovrebbero essere a più di quaranta chilometri dalla periferia meridionale, dove abita Fuad. Avrebbero già largamente superato la linea rossa, che passa virtualmente a ottanta chilometri. Scavalcati sia l'Eurfrate sia una delle tante curve del Tigri, agli americani e agli inglesi manca poco per imbattersi nelle prime case della capitale. Ma è probabile che aspettino i rinforzi indispensabili per proteggere alle loro spalle le linee di rifornimento; e che prima di arrivare a uno scontro diretto con i difensori annidati nella popolazione, attendano che le unità provenienti da Nord si avvicinino anch'esse a Bagdad, al fine di stringerla.

Già quarantotto ore fa un responsabile iracheno diceva, non tanto sottovoce, che gli americani e gli inglesi si sarebbero presentati alle porte della capitale entro quattro giorni. Ma, ufficialmente, il ministro dell'informazione, Al Sahaf, nega che essi abbiano guadagnato terreno. E definisce "bugiardi da quattro soldi" gli americani.

L'incognita (ossia il nostro incubo) risiede nel come gli iracheni cercheranno di respingere le truppe in arrivo. Il pensiero corre inevitabilmente alle tanto evocate armi di distruzione di massa. Scacciata questa sinistra idea, resta da immaginare una battaglia strada per strada, tra gli anglo-americani accompagnati dagli elicotteri, e le guardie repubblicane e i feddayn che scaricano le loro armi, dalle case e dai bunker in cui sono asserragliati da settimane. Una battaglia che si svolge tra la popolazione civile è destinata a fare un incalcolabile numero di vittime. Ma prima di arrivare a quello scontro brutale, ci saranno varie tappe. Bagdad dovrà essere estenuata, dai bombardamenti, che già adesso mi sembrano pesanti.

Questa antica città senza memoria è adesso una città chiusa. Nell'attesa che si apra, si spalanchi, cerchi di capirne i sentimenti. Tenti di liberarti dei fantasmi che tu stesso crei, con i tuoi timori. Non è la prima guerra che seguo in terra araba. E ho la netta impressione che sia quella in cui gli accenti religiosi sono i meno forti. Le invocazioni alla guerra santa, alla jihad, e i richiami al paradiso, in cui finiscono gli eroi morti in guerra, fanno parte di un linguaggio rituale in queste situazioni. Nell'Islam il termine musulmano è usato anche come sinonimo di individuo, come quando da noi si diceva un cristiano per dire un uomo. E' evidente che Saddam Hussein, il quale un tempo si richiamava a un partito laico come il Baas (Rinascita), di cui ha poi fatto un brutale strumento di potere, in questa decisiva tenzone ricorre a tutto ciò che gli può servire. E' del resto da un pezzo che usa l'Islam.

Ma non è questa impronta che conta. Non c'è nell'atteggiamento del regime, giunto alla prova decisiva, quel fanatismo religioso che caratterizza, ad esempio, Osama bin Laden. L'aspetto laico, non certo nella sua forma migliore, continua ad affiorare. Prevale piuttosto un meccanismo di potere, perfezionato in tre decenni, in cui tutti si controllano, e in cui nessuno può disertare impunemente. "E' una struttura forte per la sua spietatezza, che può però esplodere come un pallone, punto da uno spillo", mi dice un intellettuale iracheno. Ma a sostegno di quel meccanismo di potere, del quale non pochi si augurano probabilmente la fine, è venuto un forte sentimento nazionale. Sentimento che spinge alla disciplina, e quindi alla resistenza. Dice l'intellettuale di Bagdad: "Per questo gli americani non sono stati accolti con gli sperati applausi". Quel che accadrà a Bagdad nell'immediato futuro resta tuttavia un'incognita. Per ora vedo soltanto lampi e odo esplosioni.

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