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Intervista Paolo Borsellino
by Andrea C. (soc) Tuesday June 22, 2004 at 12:34 PM mail:  

Trascrivo di seguito una piccola parte del libro di Elio Veltri e Marco Travaglio "L'odore dei soldi - origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi" Ne consiglio a tutti la lettura

DOCUMENTO
Fabrizio Calvi intervista Paolo Borsellino

Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa nostra.

Uomo d'onore di che famiglia?
Uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò
- ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì da un procedimento cosiddetto "procedimento Spatola", che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso - che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Il Mangano, di droga... Vittorio Mangano - se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti - risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli".

Comunque lei, in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Sì. Tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata dalla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant'è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga.

E Dell'Utri non c'entra in questa storia?
Dell'Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

A Palermo?
Sì, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Ma rcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri?
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto... Cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

Ifratelli
Sì.

.. Quelli della Publitalia. Sì.

Perché c'è, se ricordo bene, nell'inchiesta della San Valentino, un'intercettazione fra lui e Marcello Dell'Utri in cui si parla di "cavalli".
Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo.

C'è un socio di Marcello Dell'Utri, tale Filippo Rapisarda
che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontate.
Eh, Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose. Si è parlato addirittura in certi periodi almeno di duemila uomini d'onore con famiglie numerosissime: la famiglia di Stefano Bontate sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200. Si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente.

Perché a quanto pare, Rapisarda, Dell'Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, ex assessore regionale siciliano ai tempi di Ciancimino, sindaco di Palermo e socio di Filippo Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex
amico dei fratelli Dell'Utri.
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell'Utri e Rapisarda, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi - ripeto sempre -
di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?
All'inizio degli anni '70, Cosa nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa: un'impresa nel senso che, attraverso l'inserimento sempre Più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero, e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

Lei mi dice che è normale che Cosa nostra si interessa a Berlusconi?
E' normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

Mangano era un pesce pilota?
Sì, guardi, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia.

Si è detto che ha lavorato per Berlusconi.
Non le saprei dire in proposito, o... anche se le debbo far presente che, come magistrato, ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali atti sono ormai conosciuti e ostensibili, e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda che, la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

C'è un'inchiesta ancora aperta?
So che c'è un'inchiesta ancora aperta.

Su Mangano e Berlusconi, a Palermo?
Sì.
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2. POST SCRIPTUM
Palermo, Arcore, Italia

Due giorni dopo questa intervista di Paolo Borsellino, il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone - distaccato presso il ministero della Giustizia e candidato numero uno per diventare il primo Procuratore nazionale antimafia - salta in aria insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta sull'autostrada Punta Raisi-Palermo in località Capaci. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, salta in aria (con 5 uomini della scorta) anche Paolo Borsellino, da poche settimane tornato a Palermo (dopo la parentesi di capo della Procura di Marsala): anche lui è candidato alla Procura antimafia, ed è l'ultima "memoria storica" del glorioso pool antimafia di Palermo, nonché l'uomo di punta di quella Procura palermitana che, come ha rivelato lui stesso nell'intervista, sta indagando sui legami fra esponenti mafiosi e il duo Berlusconi-Dell'Utri.
Più che naturale che i magistrati di Caltanissetta, che da nove anni indagano sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, appena scoperta l'esistenza di quell'intervista, l'abbiano subito acquisita agli atti. Ritenendola utilissima per iniziare la ricerca dei "mandanti a volto coperto" delle stragi. Così ha fatto Luca Tescaroli, che indagava (prima della sua partenza poco spontanea da Caltanissetta) sui registi occulti di Capaci. E così han fatto Anna Palma e Antonino Di Matteo, che investigavano (Prima del loro trasferimento a Palermo) su quelli di via D'Amelio.
Di che cosa si stava occupando Borsellino negli ultimi mesi della sua vita, nella sua nuova veste di procuratore aggiunto a Palermo? Rispondere a questa domanda significa, probabilmente, scoprire il movente vero del suo assassinio. Un assassinio che, a differenza di quello di Falcone, non trova alcuna spiegazione logica nemmeno nell'ottica mafiosa. Infatti, fino alla vigilia, non rientrava nei piani a breve e medio termine di Cosa nostra, che - come hanno riferito diversi collaboratori di giustizia - stava preparando attentati contro ben altri obiettivi (ad esempio l'on. Calogero Mannino). Che cosa li indusse a ripiegare precipitosamente su Borsellino?
Palma e Di Matteo, nella loro requisitoria al processo per la strage Borsellino, hanno così ricostruito il contesto di quella drammatica intervista, davanti alla terza sezione della Corte d'assise nissena, nell'udienza del 29 settembre 1999: "Abbiamo accertato che l'impegno dopo la strage di Capaci del dottor Borsellino, che pure da sempre era abituato a lavorare dalla mattina alla sera, divenne assolutamente frenetico, spasmodico, quasi parossistico. Borsellino iniziò a girare come una trottola impazzita, a interrogare pentiti, a rispolverare vecchi rapporti e indagini che Giovanni Falcone aveva seguito con grande interesse. Borsellino rivisitò vecchi rapporti riguardanti la attività e i collegamenti milanesi delle famiglie palermitane. Borsellino rilasciò anche interviste su questi argomenti, prendendo spunto dalle vicende giudiziarie di Vittorio Mangano e di uomini d'onore della famiglia di Santa Maria di Gesù. In una intervista prodotta agli atti, che rilasciò alla televisione francese il 21 maggio del '92, quindi ancor prima della strage di Capaci, asserì - andate a rileggere il testo letterale di quella intervista, anche questa è un po' stupefacente - l'esistenza di indagini che risalivano da Vittorio Mangano e da uomini d'onore della famiglia di Santa Maria di Gesù fino a Dell'Utri e ai canali di riciclaggio del denaro sporco ... ".
Ancor più inquietanti gli scenari tracciati da Tescaroli nella requisitoria pronunciata nel 1999 dinanzi alla Corte di assise d'appello di Caltanissetta, nel secondo processo ai killer di via D'Amelio (per chi la volesse leggere integralmente: Perché fu ucciso Giovanni Falcone di Luca Tescaroli, Soveria Mannelli, Rubettino, 2000) Scenari che contemplano quei tre nomi, pronunciati nella fatidica intervista da Borsellino: Silvio Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano.
"Non v'è dubbio - dice Tescaroli - che l'agire criminale di Cosa nostra potrebbe apparire prima facie dissennato, se valutato sìc et simpliciter nel suo divenire fenomenico, alla stregua della prevedibile controffensiva dello Stato. In realtà lo stesso appare, di contro, sulla scorta delle acquisizioni probatorie, consono al disegno criminale e sincrono ai tempi di evoluzione di attività relazionali esterne intraprese dai vertici dell'organizzazione.
"La linea di attacco ordita dal 1991 non mirava a produrre una rottura fine a se stessa, ma a una cesura protesa alla creazione di nuovi equilibri e alleanze con nuovi referenti politico-istituzionali-fìnanziari: una frattura costruttiva oggettivamente agevolata dal fiorire, all'inizio degli anni '90, di una serie di iniziative politiche, riconducibili in gran parte alla massoneria deviata o all'estremismo politico di destra, e caratterizzate, tra l'altro, dal sorgere di piccoli movimenti con vocazione separatista in più punti del territorio nazionale: le Leghe Italiane Pugliese, Meridionale-Centro-Sud-Isole, Molisana, Marchigiana, degli Italiani, Sarda, La Lega delle leghe, quella Nazional Popolare, Sud della Calabria, Toscana, Laziale, Sicilia Libera (che veniva fondata il 28 ottobre 1993, a Catania, da Antonino Strano, poi divenuto assessore regionale di An per il Turismo e lo Sport, nonché dall'avv. Giuseppe Lipera e da Gaspare Di Paola, dirigente del gruppo imprenditoriale riconducibile ai fratelli Costanzo), Sicilia Libera nell'Italia Libera ed Europea (che veniva fondata in data 8 ottobre 1993, a Palermo, presso lo studio del notaio Salvatore Li Puma, residente in Corleone, da Tullio Cannella, da Vincenzo Edoardo La Bua, e da altri, e che avrebbe dovuto avere come referente, nella Provincia di Trapani, Gioacchino Sciacca), ecc.
"Leonardo Messina ha riferito che i vari rappresentanti Provinciali di Cosa nostra si erano riuniti, nell'Ennese, nel settembre-ottobre del 1991, per "gettare le basi per un nuovo progetto politico" di stampo separatista: creare una nuova formazione. la Lega del Sud, appoggiata da un un'ala della Massoneria e da Cosa nostra, nel cui ambito dovevano entrare uomini dell'organizzazione, in contrapposizione alla Lega Nord, costituente, a suo dire, espressione della P2 di Licio Gelli e di Giulio Andreotti [ ... ].
"A riprova del fatto di come i vertici dell'organizzazione fossero impegnati, correlativamente e nel mentre dell'esecuzione di un vero e proprio disegno cospirativo, alla ricerca e al consolidamento di più legami per giungere a individuare nuovi referenti politico-istituzionali, sorreggono le indicazioni" di diversi collaboratori di giustizia, fra i quali Angelo Siino, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Maurizio Avola.
"Siino evidenziava di aver appreso da Nino Gargano e da Giuseppe Madonia che Bernardo Provenzano stava adoperandosi per "agganciare Craxi tramite Berlusconi". Ha aggiunto di avere, successivamente, saputo da Antonino Gioè che Bagarella, tramite un ex ufficiale della Guardia di finanza, amico di Salvatore Di Ganci [ ... ] stava cercando di contattare una persona influente vicina all'on. Craxi e che, a tal fine, era necessario "fare più rumore possibile" (alludendo con ciò ad attentati), onde consentirgli poi di intervenire per far sistemare "la situazione in Italia" a favore di Cosa nostra".
Il 29 gennaio '98, davanti al pm Tescaroli, Cancemi racconta che "20 giorni prima della strage di Capaci", mentre già fervevano i preparativi per imbottire di tritolo l'autostrada Punta RaisiÄPalermo, partecipò a un vertice "presso l'abitazione di Girolamo Guddo, alla presenza di Raffaele Ganci e Salvatore Biondino, nel corso del quale Riina ebbe a dire: 1o mi sto giocando i denti, possiamo dormire tranquilli, ho Dell'Utri e Berlusconi nelle mani, che questo è un bene per tutta Cosa nostra". Questo incontro avvenne mentre era in corso la preparazione dell'attentato [ ... ] quasi contemporaneamente alle confidenze ricevute dal Ganci [cioè fatte da Ganci a Cancemi] sulle "persone importanti" (incontrate da Riina prima della strage). Il contesto in cui le parole di Riina si inserivano era proprio quello riguardante la strage e le conseguenze che dalla stessa sarebbero potute derivare a tutta l'organizzazione [ ... ] Riina reiterava discorsi fatti anche in precedenza, confermando che gli accordi intervenuti con quelle "persone importanti" avrebbero garantito non soltanto i provvedimenti legislativi favorevoli per tutta l'organizzazione ed in genere interventi con l'Autorità giudiziaria, ma anche la protezione per le conseguenze derivanti dall'esecuzione della strage". In aula, il 22 ottobre '99, Cancemi aggiunge che Riina tranquillizzava tutti dicendo: "Queste persone sono quelle che a noi ci devono portare del bene, queste persone noi le dobbiamo garantire ora e nel futuro di più".
Nel mese di giugno, a cavallo fra Capaci e via D'Amelio, ci furono altri vertici, in cui "Riina specificò di aver chiesto favori legislativi alle "persone importanti"", le quali si erano impegnate a soddisfarle. Le richieste riguardavano - ricorda Cancemi - "annullare 'stu 41 bis, sta legge sui pentiti, sequestri di beni, insomma un sacco di cose: l'ergastolo, tutte queste cose [ ... ]. Lui le ripeteva diverse volte ... ". E "nella riunione di giugno Riina aveva una certa premura, una certa urgenza per fare questa strage di Borsellino. Ha spiegato che 'sta cosa si
deve fare subito [ ... ]. Lui era tranquillo, aveva queste persone e quindi lavorava sicuro ... ".
Dunque - riepiloga Tescaroli - "Cancemi riferiva che Riina, in epoca antecedente alla strage di Capaci, si era incontrato con "persone importanti" [ ... ], autorevoli personaggi del mondo politico nazionale (il cui nominativo apprendeva da Riina e ha indicato al processo d'appello)", per avviare negoziati "aventi a oggetto provvedimenti legislativi favorevoli all'organizzazione, interventi sull'Autorità giudiziaria e garanzie dalle conseguenze derivanti dalla strage". Cancemi riferiva pure "che appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente una somma di 200 milioni lire a titolo di contributo ["Questi soldi, con assoluta certezza, Riina li usava per Cosa nostra, per alimentare Cosa nostra", assicura Cancemi. Sottolineava che il Riina si era attivato, a far data dagli anni 1990-91, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale (mettendo in disparte Vittorio Mangano, che fino a quel momento li aveva gestiti) e che, tramite Craxi, stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani o viceversa. Peraltro, non sapeva precisare se e come, Riina avesse preso il controllo diretto di questo rapporto, ma ricollegava la stagione stragista proprio a tale avvicendamento. Ha aggiunto che Riina, nel corso del 1991, gli aveva riferito che detti soggetti erano "interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo" e che lui stesso si sarebbe occupato dell'affare, avendolo "nelle mani". Riina e Mangano gli avevano fatto presente che era stata incaricata una persona, chiamata "ragioniere", per seguire "materialmente l'operazione". E ancora [Cancemi] ha dichiarato di aver appreso da Raffaele Ganci, intorno agli anni 1990-1991, mentre transitavano con l'autovettura in prossimità di via Notarbartolo, che in quella zona vi erano dei ripetitori che interessavano "a Berlusconi". Sottolineava di aver ricevuto conferma di quest'ultima circostanza dal Riina. Va rilevato, solo incidentalmente, che le indicazioni del Cancemi, con specifico riferimento agli esborsi di denaro, hanno trovato puntuali conferme nelle dichiarazioni di altri collaboranti (Francesco Paolo Anzelmo, Calogero Ganci, Aurelio Neri, Antonino Galfiano e Giovan Battista Ferrante) e riscontri obiettivi.
"Cancemi ha fatto riferimento a contatti tra i vertici di Cosa nostra e soggetti capaci di orientare la legislazione in senso favorevole all'organizzazione, intercorsi sia in epoca precedente, che successiva all'arresto di Salvatore Riina, e ha dichiarato di aver avuto conferma - da una frase pronunciata da quest'ultimo: la responsabilità è mia", nel corso di una riunione tenutasi per brindare al buon esito della strage di Capaci e per deliberare quella di via D'Amelio - che il Riina aveva ricevuto precise garanzie in favore dell'organizzazione, nonostante l'effettuazione di un eclatante attentato da compiersi a breve distanza da uno parimenti grave, da parte delle persone importanti (che ha indicato nei dottori Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi) verso le quali aveva presentato tutta una serie di richieste, fra le quali quelle di "far annullare 'sta legge sui pentiti ", di abolire l'ergastolo e di eliminare la normativa sul sequestro dei beni o di affievolirne le conseguenze".
Dunque le "persone importanti" che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi
- dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina -
soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri. "Io - racconta in aula Cancemi - quando sono andato da Mangano, ci dissi: "Vittorio, senti qua, ho parlato cu' 'u zu' Totuccio [Riina - e mi disse che per quelle persone, Dell'Utri e Berlusconi, siccome lui se l'ha messo nelle mani lui, che è un bene per tutta Cosa nostra, quindi tu fammi questa cortesia [ ... ] mettiti da parte perché è una cosa che sta portando avanti 'u zu' Totuccio, e quindi mettiti da parte" [ ...]. Il Mangano mi disse: "Ma, perciò, è una vita che ce l'ho nelle mani, ora mi devo mettere da parte. Ma perché? - dice - perché io non sono un uomo d'onore e non posso portare le cose avanti io?". Ci dissi: "Vittorio, per cortesia, fammi questa cortesia, non insistere, non mi dire niente. Quando lui mi dice che è un bene per tutta Cosa nostra, che cosa ci devo dire io? Dimmelo tu" [ ... ]. Poi il Riina mi disse che queste persone erano interessate ad acquistare la zona vecchia di Palermo [ ... ]. E mi disse: "Me la sbrigo io, come ti ho detto che ce li ho nelle mani io, ci penso a tutto io" [ ... ]. Siamo, credo, nel 1991".
Nell'udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: "Senta, lei ha fatto riferimento - per quanto attiene l'individuazione dell'epoca in cui eseguire la strage di Capaci -
a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste "persone importanti" e Riina. Chi sono queste persone importanti?". Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa - chissà perché - proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi "angeli custodi": "Ma io quando... quando me l'ha detto il Ganci lui non me l'ha fatti i nomi, quando stavamo andando... indietro... a Capaci. Mi disse solo "4 persone importanti": `U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti". Poi, io, più avanti, l'ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell'Utri e Berlusconi".
Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): "Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell'Utri e Berlusconi a Cosa nostra Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l'ha fatto vedere una volta passando di là [ ... I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo. Quindi il Riina diceva che questo era un contributo che arrivava per Cosa nostra".
Tescaroli pone un'altra domanda precisa: "Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?". E Cancemi: "Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi [ ... ], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino".

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SANTA MAFIA
by rivoluzionario anti imperialista Monday July 26, 2004 at 05:50 PM mail:  

SANTA MAFIA...
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P2 UNA LOGGIA MASSONICA SEGRETA:nel meandro dei poteri occulti
http://www.misteriditalia.com/loggiap2/

L’esistenza di una loggia massonica coperta, denominata "Propaganda 2", emerge nel marzo del 1981 quando, indagando sul caso Sindona, i magistrati di Milano, Turone e Colombo, sequestrano molti documenti nella villa e negli uffici aretini di Licio Gelli, grande maestro della massoneria, un personaggio dal passato quanto mai ambiguo.Tra quei documenti una lista di 953 nomi, per lo più di esponenti politici, alti ufficiali, personaggi del mondo economico e uomini dei servizi segreti, tutti raccolti in una loggia segreta, potente strumento di intervento nella vita del Paese. Licio Gelli ed alcuni suoi consulenti avevano anche stilato un "piano di Rinascita Democratica" che, attraverso il controllo dei mass media, mirava alla normalizzazione dei sindacati, al controllo della magistra- tura e al rafforzamento in senso autoritario del potere istituzionale.La Loggia P2 si delinea così come un potere parallelo forse addirittura in grado di promuovere e gestire la strategia della tensione,mirata a minare la struttura democratica del Paese. Il dubbio che a tutt’oggi rimane è che in realtà quella che è stata scoperta è soltanto una parte, la meno influente, della loggia e che il potere cospirativo ed occulto della massoneria riservata sia continuato negli anni.

IL PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA DELLA P2
http://www.misteriditalia.com/loggiap2/ilpiano/ilpiano.html

Il Piano di rinascita democratica fu sequestrato all’aeroporto di Fiumicino nel sottofondo malamente camuffato di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, che stava tornando in Italia da Nizza. Il documento è databile attorno al 1976. Dopo averli fatti rinvenire, Gelli ha avuto cura di introdurre nuovi elementi di confusio- ne precisando, nel giugno del 1984, che il Piano di rinascita non è mai esistito. Esso era solo un insieme di appunti che dovevano servire da scaletta per una serie di articoli e relazioni. "Non era altro – dirà lo stesso Gelli - che un'esposizione sullo stato della nazione, lecita per qualsiasi cittadino che voglia esprimere il suo punto di vista sull'andamento generale del paese". Sta di fatto che – a ben vedere – alcuni obiettivi contenuti in quel Piano di Rinascita risultano oggi applicati. Lasciamo al lettore il giusto e la curiosità di scoprire quali.

LA LISTA DELLA P2 SEQUESTRATA A LICIO GELLI
http://www.misteriditalia.com/loggiap2/elencop2/elencop2.html

Questo è l’elenco alfabetico dei nomi di 962 presunti iscritti alla "Loggia P2" della massoneria sequestrato il 17 marzo 1981 a Licio Gelli (distribuito dalla presidenza del Consiglio il 21 maggio 1981). La relazione della Commissione parlamentare d'in- chiesta, consegnata ai presidenti della Camera e del Senato il 12 luglio 1984, afferma che: "le liste se- questrate a Castiglion Fibocchi sono da considerare: a) auten- tiche: in quanto documento rappresentativo dell'organizzazione massonica denominata Loggia P2 considerata nel suo aspetto soggettivo; b) attendibili: in quanto sotto il profilo dei conte- nuti, è dato rinvenire numerosi e concordanti riscontri relativi ai dati contenuti nel reperto". Ciononostante, dal momento che questo elenco è stato contestato, con successo, da diverse persone i cui nominativi figurano nello stesso e che si sono rivolte alla magistratura, è necessario avvertire il lettore che la presenza di un nominativo in questa lista non significa l’acclarata appar- tenenza dello stesso alla Loggia massonica P2. C’è infine da tenere conto del fatto che la Corte d'Assise romana ha recentemente negato la fondatezza della accusa di cospi- razione mediante associazione, escludendo quindi che la P2 sia stata una struttura in grado di interferire ad un livello diverso da quello (di bassissimo profilo) dello scambio di favori e di raccomandazioni. Quella che segue, quindi, è solo la lista degli appartenenti alla P2 così com’è stata sequestrata a Licio Gelli.

GLI ISCRITTI ALLA LOGGIA P2 DIVISI PER CATEGORIE LAVORATIVE
http://www.misteriditalia.com/loggiap2/categorie/categorie.html

Su 972 iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli ben 177 sono militari, tutti ufficiali. Ad essi vanno aggiunti 6 ufficiali del corpo delle guardie di PS, 5 prefetti e vice prefetti, 11 questori e 5 funzionari di polizia. Per un totale di 204 persone che, prima del giura- mento massonico, avevano giurato fedeltà allo Stato. Come dire che più del 20% della Loggia massonica segreta era composta da servitori dello stato.Ecco, comunque, un elenco per categorie lavorative degli aderenti alla massoneria del venera- bile maestro Licio Gelli:
GLI ISCRITTI ALLA LOGGIA P2 DIVISI PER CATEGORIE LAVORATIVE
Mamma mia, quanti militari….


Su 972 iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli ben 177 sono militari, tutti ufficiali. Ad essi vanno aggiunti 6 ufficiali del corpo delle guardie di PS, 5 prefetti e vice prefetti, 11 questori e 5 funzionari di polizia. Per un totale di 204 persone che, prima del giuramento massonico, avevano giurato fedeltà allo Stato. Come dire che più del 20% della Loggia massonica segreta era composta da servitori dello stato.

Ecco, comunque, un elenco per categorie lavorative degli aderenti alla massoneria del venerabile maestro Licio Gelli:

MILITARI E FORZE DELL’ORDINE: 208
Esercito 50
Marina 29
Aeronautica 9
Carabinieri 52
Guardia di Finanza 37
Prefetti e Vice 5
Questori e Vice 11
Funzionari PS 5
Ufficiali PS 6

MAGISTRATI: 18

UOMINI POLITICI: 67
Ministri 3
Deputati 38
Senatori 4
Presidenti e Vice di regione 2
Pres. Provincia 1
Sindaci 3
Partiti politici 16

SEGRETARI PARTICOLARI (politici) 11

FUNZIONARI REGIONALI: 7

DIRIGENTI COMUNALI: 8

INDUSTRIALI: 47

DIRIGENTI INDUSTRIALI: 23

IMPRENDITORI: 18
Edili 9
Altri 9

SOCIETA’ PRIVATE (Presidenti): 12

SOCIETA’ PUBBLICHE (Presidenti): 8

SOCIETA’ PUBBLICHE (Dirigenti): 12

DIRIGENTI MINISTERIALI: 52
Lavori Pubblici 5
Pubblica Istruzione 7
Trasporti 1
Finanze 10
Agricoltura 2
Giustizia 1
Sanità 2
Industria 2
Esteri 1
Commercio estero 2
Tesoro 10
Difesa 7
Partecipazioni statali 2

SINDACALISTI: 2

DIPLOMATICI: 9

DOCENTI UNIVERSITARI: 36

PROVVEDITORI AGLI STUDI: 2

BANCHE: 49
Presidenti: 10
Direttori generali: 10
Funzionari e Direttori: 26
Membri Cons. d’amm.: 3

COMMERCIANTI: 1

COMMERCIALISTI: 28

CONSULENTI FINANZIARI: 4

COMPAGNIE AEREE: 8

EDITORI: 4

DIRIGENTI EDITORIALI: 6

GIORNALISTI: 27
Direttori 5
Altri 22

SCRITTORI 3

DIRIGENTI RAI-TV: 10


COMPAGNIE DI ASSICURAZIONE: 6

MEDICI: 38
Primari ospedalieri 22
Medici 16

ENTI ASSISTENZIALI E OSPEDALIERI: 10
(dirigenti e funzionari)

ARCHITETTI: 7

AVVOCATI: 27

NOTAI: 4

LIBERI PROFESSIONISTI: 17

ANTIQUARI: 6

ALBERGHI (Direttori): 4

ASSOCIAZIONI VARIE: 10

ATTIVITA’ VARIE: 12

LIONS CLUB: 4

ROTARY CLUB 7

NB: il totale supera la cifra di 972 perché alcuni sono stati inseriti in più

LA LOGGIA P2
http://www.misteriditalia.com/loggiap2/commissionestragi/commstragi.html

Sono i concetti di "doppia appar- tenenza", di "doppia lealtà" e di "oltranzismo atlantico" quelli che vengono analizzati nella relazione Pellegrino.
Concetti ricavabili dall’esame dei documenti della P2, primo fra tutti il piano di rinascita democratica.

LA LOGGIA P2
Nell’analisi della Commissione Stragi (relazione Pellegrino)

Sono i concetti di “doppia appartenenza”, di “doppia lealtà” e di “oltranzismo atlantico” quelli che vengono analizzati nella relazione Pellegrino. Concetti ricavabili dall’esame dei documenti della P2, primo fra tutti il piano di rinascita democratica.
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AVVERTENZA: La relazione Pellegrino non va letta come una sorta di maxi-sentenza definitiva, ma soltanto come <<la formulazione di un giudizio storico-politico globale>>.
Come ogni analisi storico-politico essa è, comunque, soggetta a integrazioni e mutamenti.

I netti contorni della svolta del 1974 si possono cogliere anche nel raffronto tra i contenuti di ben noti documenti provenienti da Licio Gelli e più in generale dalla Loggia massonica P2.
Sull'analisi di tale fenomeno e sul suo intrecciarsi con le vicende politiche, la relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta dall'onorevole Anselmi ha fissato punti fermi che mantengono ancora oggi la loro validità, avendo trovato nel tempo addirittura ulteriori conferme.
E' pur vero che sul piano valutativo le conclusioni cui si è giunti in sede parlamentare sembrano aver trovato smentita in ambito giudiziario, dove la Corte d'Assise romana ha recentemente negato la fondatezza della accusa di cospirazione mediante associazione, escludendo quindi che la P2 sia stata una struttura in grado di interferire ad un livello diverso da quello (di bassissimo profilo) dello scambio di favori e di raccomandazioni.
E' vero peraltro, da un lato, che si tratta di un accertamento penale ancora provvisorio, essendo stato impugnato dalla pubblica accusa, dall'altro, che sussistono differenze strutturali tra l'accertamento giudiziario penale e la valutazione storico-politica, in cui consiste il proprium di un'inchiesta parlamentare.
Infatti, mentre in sede giudiziaria assume fondamentale importanza la verifica della riconducibilità di ogni specifico aspetto ai comportamenti concreti dei singoli imputati, in sede di valutazione politica diventa centrale esclusivamente l'esame di insieme del sistema delle connessioni.
Può dunque, ovviamente, non solo confermarsi l'esistenza di un progetto politico modificatosi e adattatosi nel tempo allo sviluppo degli avvenimenti, ma anche la sua inerenza alla ragione d'essere stessa dell'organizzazione, che esiste proprio quale strumento di realizzazione di quel progetto.

Il fatto che, come osservato dalla Commissione Anselmi, la logica ispiratrice della P2 fosse quella del controllo e non quella del governo dei processi politici attraverso un'articolazione trasversale ai partiti e particolarmente attenta agli apparati, crea una perversa sinergia tra le diverse anime della P2 - quella del condizionamento politico, quella della fratellanza massonica e quella degli affari - che solo un'ottica miope può tendere a schiacciare sul suo profilo più basso. E' un giudizio che appare quindi opportuno riconfermare nella sede parlamentare dell'inchiesta affidata a questa Commissione, dai cui specifici oggetti di indagine la Loggia P2 può solo ad una prima approssimazione ritenersi estranea una volta che - come si è già evidenziato - affiliati alla Loggia assumono rilievo centrale, in qualche modo collegandole, in numerose vicende di sicura competenza della Commissione. La P2 sta quindi all'interno del contesto occulto che viene investigato; e la circostanza che la maggior parte dei suoi affiliati fossero personalità investite da responsabilità istituzionali di elevato rilievo focalizza ancora una volta l'attenzione sul tema della "doppia appartenenza" o della "doppia lealtà", canale attraverso cui il piano occulto degli eventi reagisce su quello apparente, a volte con risultati di vera e propria torsione.
E' un profilo che appare di indubbia rilevanza afferendo ad uno dei temi conduttori delle inchieste, e che non viene né smentito, né sminuito dalla considerazione della P2 come un luogo di "oltranzismo atlantico", come autorevolmente suggerito dall'ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, perché “oltranzismo atlantico” richiama appunto il tema della "doppia lealtà" arricchito dal vincolo di fratellanza massonico che operava come filtro selettivo del riferimento.
Non diversamente - e sia pure per altro profilo - le più recenti acquisizioni che incrinano un'immagine monolitica della P2, evidenziando le dinamiche di forte contrapposizione esistenti al suo interno, non escludono la possibilità di ritenere che progetti politici siano stati nel tempo elaborati all'interno della Loggia P2, cogliendone le differenze e quindi le linee evolutive.

In tal senso assumono rilevanza i documenti provenienti da Gelli fra i quali il "Memorandum sulla situazione politica del paese" ed il "Piano di rinascita democratica" che furono rinvenuti all'aeroporto di Fiumicino nel sottofondo malamente camuffato di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, in arrivo da Nizza. Si tratta di due documenti databili intorno al 1976 di diverso contenuto, pure se complementari tra loro.
Dopo averli fatti rinvenire, Gelli ha avuto cura di introdurre nuovi elementi di confusione precisando, nella memoria trasmessa dall'avvocato Dean al Presidente della Commissione Anselmi nel giugno del 1984, che:

"il Piano di rinascita democratica non è mai esistito, posto che ciò che fu trovato nella borsa di mia figlia Maria Grazia non era altro che una quantità di appunti, che dovevano servire da scaletta per una serie di articoli e relazioni sul tipo del mio "Piano R", che consegnai nelle mani del Presidente della Repubblica Giovanni Leone; non era altro che un'esposizione sullo stato della nazione, lecita per qualsiasi cittadino che voglia esprimere il suo punto di vista sull'andamento generale del paese".

Lo "schema R", verrà poi pubblicato da Gelli nel suo libro "La verità", mentre il Presidente Leone, che non fu ascoltato in audizione dalla Commissione Anselmi, ma che ebbe con l'Ufficio di Presidenza un incontro il cui contenuto fu reso noto al plenum negò recisamente di aver avuto qualsiasi documento da Gelli; al contrario del presidente Cossiga che, in sede di deposizione processuale, anche questa resa fuori udienza, ha ricordato di aver avuto da Gelli, in un incontro, materiale documentale che ragionevolmente potrebbe essere quello dei documenti programmatici, senza aver dato ad esso soverchio rilievo.
Il contenuto di tali documenti smentisce con evidenza l'ipotesi di un Gelli solitario elaboratore di appunti personali su fantasiose ingegnerie costituzionali per diletto o per la soddisfazione di qualche accolito nostalgico e sprovveduto.
Lo stile dei documenti, pur infarciti di luoghi comuni cari alla tradizione più gretta e reazionaria, non è riconducibile né allo stile stentato che Gelli dimostra possedere negli scritti a lui sicuramente attribuibili, né al livello assai mediocre della sua preparazione culturale anche sul piano istituzionale.
Peraltro ciò che ora interessa è il raffronto contenutistico tra lo "schema R" da un lato, ed il "Memorandum" ed il "Piano di rinascita" dall'altro. E ciò perché nel loro collegamento cronologico (lo "schema R" è almeno di qualche tempo anteriore rispetto al "Memorandum" ed al "Piano di rinascita", i quali appaiono il frutto di una elaborazione databile intorno al 1976) i documenti consentono di cogliere anche all'interno della P2 il passaggio di fase che si colloca a cavaliere della metà del decennio. Il senso di insieme che è dato cogliere dal raffronto del documento più antico con i due più recenti è appunto quello dell'evoluzione, da un'idea di colpo di Stato per la costruzione di un assetto politico e sociale autoritario e paternalista, ad un progetto di conquista del controllo dello Stato con mezzi più morbidi e secondo una visione più moderna di un assetto sociale "ordinato", che si connota di efficientismo, meritocrazia, esaltazione dei valori individuali ed esasperazione della preminenza delle esigenze economiche, ma che conserva una sostanziale continuità con le impostazioni autoritarie precedenti.

Lo "Schema di massima per un risanamento generale del paese", che fu pubblicato da Gelli, è un progetto politico di taglio decisamente golpista.
Il documento si fonda su un'analisi politica assai più grossolana e datata di quella relativa al "Piano di rinascita nazionale" (ed al "Memorandum" a questo allegato).
L'anticomunismo (inteso come contrasto all'ideologia e insieme all'espansionismo anche militare dell'URSS) e l'avversione alla formula politica del centro-sinistra richiamano in parte i documenti del convegno dell'Istituto Pollio (di circa un decennio anteriori), assumendo un notevole rilievo sul piano storico specie con riferimento al succedersi e all'intrecciarsi delle istanze golpiste che vanno esaurendosi proprio tra il 1974 ed il 1975 e al loro stretto concatenarsi con la P2.
Dal punto di vista cronologico lo "Schema" si direbbe immediatamente successivo alla tornata elettorale del 1975, e precedente di qualche tempo il "Memorandum" che contiene una lettura assai più articolata della situazione generale.
Per queste ragioni desta qualche perplessità, peraltro priva oggi di conseguenze sul piano pratico, l'affermazione di Gelli secondo la quale sarebbe stato questo e non il "Piano" il documento sottoposto all'attenzione del Presidente della Repubblica.
Come già accennato il pericolo di una eccessiva ascesa del partito comunista in Italia è il dato politico ispiratore di tutta la parte introduttiva del documento, che paventa la possibilità di un assorbimento dell'Italia nell'area di influenza del mondo comunista e vede nella crisi della Democrazia Cristiana il venir meno di un possibile baluardo a tale ascesa.
La soluzione per una tale possibile catastrofica degenerazione della situazione politica italiana, che determinerebbe imprevedibili reazioni anche in campo internazionale per la impossibilità, da parte degli Stati Uniti, di prendere atto passivamente di una così rilevante modifica degli equilibri concordati dopo la fine della guerra, è condensata in un programma di interventi affidati all'iniziativa del Presidente della Repubblica, il quale dovrebbe varare immediatamente tre provvedimenti urgenti indispensabili:

-revisione della Costituzione con la trasformazione dell'Italia in Repubblica presidenziale; - proclamazione dello stato di "armistizio sociale" per un periodo non inferiore a due anni;
-nomina ed insediamento di un "comitato di coordinamento" composto da non più di undici membri, scelti tra tecnici di provata esperienza e capacità nelle rispettive specializzazioni con il compito immediato e principale di studiare e proporre eventuali riforme all'attuale Costituzione.

In epoca immediatamente successiva si dovrebbero concedere al Comitato di coordinamento i poteri necessari per poter esaminare, analizzare ed eventualmente modificare gli schemi di riforme sociali ed economiche, nonché tutti i progetti di legge da rimettere al Parlamento.
Inoltre il predetto Comitato dovrebbe avere pieni poteri per poter procedere al riesame di tutta la legislazione attualmente in vigore.
Il meccanismo di accentramento del potere, di sospensione delle garanzie fondamentali e di creazione di una sorta di Comitato di salute pubblica risponde proprio ai principi elementari della manualistica del colpo di Stato ed il resto del documento non delude le aspettative in questa direzione. La limitazione del diritto di sciopero, la modifica della legge elettorale, l'aumento dei poteri delle forze dell'ordine e l'impiego dell'esercito nelle operazioni di ordine pubblico, la predisposizione di un piano di richiamo in servizio dei carabinieri ausiliari e di un piano di ripiegamento dell'arma territoriale con

"raggruppamento in centri di raccolta opportunamente scelti in base a criteri operativi per fronteggiare eventuali esigenze di ordine pubblico e per evitare che le forze restino inoperose ed inutilizzabili...",

la trasformazione dell'esercito da esercito di leva in esercito di volontari ed una serie di misure a favore delle forze armate e di rafforzamento del principio di autorità al loro interno, il ripristino della pena di morte, la riduzione del numero dei quotidiani, i provvedimenti in tema di "moralità pubblica", di economia e di istruzione costituiscono infatti lo sviluppo, che si articola in ben cinquantaquattro punti, delle premesse poste con il preambolo e con l'enunciazione dei provvedimenti urgenti necessari.

Di contenuto e natura diversa sono invece i documenti sequestrati a Fiumicino e cioè il "Piano di rinascita democratica" ed il "Memorandum", che lo integra e lo motiva.
Il contenuto dei documenti è tale da escludere che si sia trattato, come Gelli
afferma, di una serie di appunti elaborati in vista di successivi interventi sulla stampa. Si tratta invece, come già osservato, di un progetto politico complessivo, frutto evidente di un'elaborazione collettiva; e cioè documenti programmatici che assumono rilievo non tanto in sé, ma in virtù della loro esatta coincidenza con l'accertata attività concreta della Loggia, e con comportamenti assunti nel tempo dai suoi affiliati.
Vuol dirsi cioè che, analizzando i comportamenti concreti e i criteri con cui
furono individuate le persone da reclutare, si evidenzia in controluce un piano di azione non molto dissimile da quello rinvenuto nella valigia di Maria Grazia Gelli e composto, come già più volte ricordato, dal "Piano di rinascita democratica" e dall'allegato "Memorandum".
Quest'ultimo è un documento di analisi della situazione politica che parte dalla constatazione della situazione di crisi della Democrazia cristiana.
La soluzione a tale problema potrebbe venire dalla creazione di due nuovi movimenti politici, uno social-laburista e l'altro liberal-moderato o conservatore, in grado di catalizzare, a destra ed a sinistra della D.C. le aree
moderate che stentatamente convivono all'interno del partito impegnandosi in una lotta interna esiziale.
Ma poiché tale progetto appare troppo ambizioso in termini di costo e di tempo necessari per la realizzazione, non rimane che avviare un processo di
rifondazione della Democrazia cristiana che passi anche attraverso il ringiovanimento dei quadri e la sostituzione di almeno l'80% della dirigenza del partito.
E' necessario poi che la D.C. prenda atto della "cetimedizzazione" della società italiana abbandonando perciò la sua anima più radicatamente popolare che solo nella contrapposizione all'ideologia comunista trovava la sua giustificazione, in favore di una "morale fondata sull'equilibrio fra diritti e doveri, sul principio del neminem ledere", sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale. Anche l'apparato del partito deve adattarsi con radicali cambiamenti articolandosi in clubs territoriali e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori nel campo della propagazione delle idee mentre il ricambio ai vertici del partito deve essere garantito dall'eliminazione di gran parte dei vertici nazionali e periferici e la sostituzione con nuove leve provenienti dal mondo esterno.
Solo una struttura di questo tipo sarebbe in grado di realizzare il programma contenuto nel "Piano di rinascita", che costituisce una sorta di allegato al "Memorandum", mentre d'altro canto non avrebbe senso lo sforzo necessario per la creazione della struttura, se non per la realizzazione di cambiamenti prospettati nel piano.
Significativamente il documento termina con una previsione di spesa di una decina di miliardi, necessari per inserirsi nel sistema di tesseramento per "acquistare il partito" mentre una cifra altrettanto consistente appare necessaria per provocare la scissione del sindacato, altra condizione indispensabile per la realizzazione del progetto.
Il "Piano di rinascita democratico" fissa, dandosi obiettivi a breve, medio e lungo termine, i punti necessari per il raggiungimento dello scopo e indica gli obiettivi da tenere presenti: i partiti, i sindacati, il Governo, la Magistratura, il Parlamento, Partiti, stampa e sindacati possono fin da subito essere oggetto di quella opera di "penetrazione" da parte di persone di fiducia che, con un costo prevedibile di trenta o quaranta miliardi, potrebbe assicurare il controllo degli apparati rendendoli disponibili all'operazione di salvataggio contenuta nel piano.
Il resto del documento analizza partitamente ogni settore, individuando gli obiettivi da raggiungere immediatamente o in tempi più lunghi e tale disamina è preceduta da una premessa:

"Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'omogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di trenta o quaranta unità. Gli uomini che ne fanno parte devono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire un collegamento valido con la massoneria internazionale".

In questo paragrafo è in qualche modo condensata la filosofia essenziale del "Piano di rinascita", che è quella di una visione fortemente economicista della società che relega in un angolo la politica, i cui rappresentanti hanno necessità di una garanzia che non gli viene dalla legittimazione ma dai rappresentanti delle élite, attribuendogli un ruolo di strumento di mediazione tanto ineliminabile quanto sgradito e quindi relegato in una posizione fortemente marginale e in buona sostanza appena tollerato per conservare il carattere democratico del sistema.
Per quanto riguarda i procedimenti si può brevemente dire che l'obiettivo deve essere, nei partiti, nella stampa e nel sindacato, quello del controllo delle persone che in ogni formazione o in ogni giornale siano ritenute sintoniche con gli obiettivi del "Piano" e della creazione di strutture (formazioni politiche e giornali) che se ne facciano strumento di realizzazione.
Per il sindacato in particolare, deve essere prioritario l'obiettivo della scissione dell'unità sindacale per poi consentire la riunificazione con i sindacati autonomi di quelle componenti confederali sensibili all'attuazione del "Piano".
Tale obiettivo è preferibile (e meno costoso in termini economici) rispetto a quello, pur esso positivo, del rovesciamento degli equilibri di forze all'interno della confederazione.
Per quanto riguarda i programmi, il documento si articola con l'illustrazione di una serie di interventi, sul piano delle istituzioni, dell'istruzione e dell'economia, coerenti con le premesse date e idonee alla realizzazione del progetto sia nel breve termine che nei tempi medi e lunghi. Il risultato finale di tutta l'operazione avrebbe dovuto restituire una magistratura più controllata (con la diversa regolamentazione degli accessi e delle carriere) e meno autonoma (con la modifica del CSM); un pubblico ministero separato e legato alla responsabilità politica del Ministro di giustizia; un Governo il cui presidente viene eletto dalla Camera, libero da condizionamenti del Parlamento e i cui decreti non sono emendabili; un sistema della rappresentanza congelato con elezioni a scadenza rigida e simultanee per il Parlamento ed i consigli regionali e comunali; un Parlamento profondamente modificato e ridimensionato nella composizione e nelle funzioni; una Corte costituzionale ricondotta in argini più ristretti attraverso il divieto delle sentenze cosiddette additive; una amministrazione forte nei suoi apparati da contrapporre alla fragilità del controllo politico esercitato su di essa, una struttura sociale più rigida e meritocratica, una stampa più controllata, un'economia libera da eccessivi condizionamenti.
Abbastanza agevole è quindi cogliere, così chiarendo il senso del "passaggio di fase", una distinzione tra il "Piano R", vero schema di colpo di Stato, ed il programma di rinascita che assumeva i profili dell'illiceità con riferimento non al contenuto del Piano (a parte l'inciso sulla possibile sua realizzazione per decreto), quanto ai mezzi che ci si proponeva di utilizzare (non la legittimazione del voto, ma ad esempio le cosiddette "operazioni finanziarie" di controllo dei meccanismi della rappresentanza). Tuttavia, anche all'interno del "Piano" e del "Memorandum", è possibile ritrovare tracce testuali di una continuità di elaborazione che collega tali documenti posteriori allo "Schema R" e che testimonia della non episodicità e della non individualità delle riflessioni dell'organizzazione P2 sul tema.
Anche lo "Schema" contiene infatti riferimenti al divieto di sentenze additive per la Corte costituzionale, alla necessità di abolire le province e di fissare una data comune e inderogabile per le elezioni del Parlamento e per quelle regionali e comunali, all'accertamento dei poteri di programmazione attraverso la riforma del Ministero delle partecipazioni statali (che nel "Piano" diventa Ministero dell'economia).

Su tali basi è quindi possibile rilevare come ben relativo fosse il carattere democratico del "Piano di rinascita" che pure i suoi estensori pretesero di attestare in limine, e cioè nell'incipit della premessa:

"l'aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente Piano ogni movente o intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema".

Ad asseverare tale dichiarazione di intenti potrebbe valere il rilievo che gli obiettivi del "Piano" ben potrebbero considerarsi rientranti nel programma politico di un partito conservatore, soprattutto oggi che almeno parte di essi sono nel dibattito politico oggetto di una condivisione abbastanza ampia.
Ma è l'analisi dei mezzi (e non dei fini) ad escludere, come già ricordato, il carattere democratico del Piano, affidato ad un'operazione occulta degli affiliati all'interno delle istituzioni, dei movimenti politici, del sistema dell'informazione e dell'economia.
D'altro canto tutta la storia della P2 dimostra un tentativo di occupazione del potere e si realizza attraverso la distribuzione di uomini "propri" (VEDERE IL NANO DI ARCORE CAVALIERE DEL "LAVORO IN NERO" DOTTOR SILVIO BERLUSCONI !!!!!) in ogni posto di responsabilità e se questo è nella logica storicamente consolidata della massoneria di tutte le "fratellanze" di qualsiasi matrice, si fonde nella P2 con lo sforzo di realizzazione di un progetto politico e di un assetto istituzionale che stravolge radicalmente quello esistente impossessandosene da dentro e violando i suoi principi fondamentali.
A riprova che il carattere democratico di un ordinamento riposa non soltanto sul profilo statico di istituzioni che fondano e recuperano la loro legittimazione nel consenso popolare, ma anche (e in maniera non meno intensa) sul profilo dinamico dei metodi, caratterizzati da trasparenza e visibilità, ai quali l'ordinamento stesso affida le prospettive di una sua possibile riforma.

LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE
PARLAMENTARE SULLA P2
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Il 12 luglio 1984 la deputata democristiana Tina Anselmi invia alle Camere il testo di un documento. E’ la relazione di maggioranza che conclude i lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla loggia massonica P2, commissione che la stessa Anselmi aveva presieduto per quasi tre anni.
La Commissione d’inchiesta era stata, infatti, costituita dal Parlamento con un’apposita legge il 23 settembre 1981, esattamente sei mesi e sei giorni dopo la scoperta da parte della magistratura di Milano dell’esistenza di una loggia massonica segreta, denominata, appunto, loggia Propaganda 2, cioè P2.
I giudici milanesi, temendo gli interventi del potere amico di Gelli, fanno fare una copia di tutti i documenti, la mettono al sicuro e solo allora informano il governo della scoperta. L'opposizione chiede che gli elenchi siano pubblicati ed inutilmente il governo cerca di trincerarsi dietro il segreto istruttorio. I giudici milanesi trovano un modo per superarlo: mandano i documenti alla commissione parlamentare che si occupa del caso Sindona, ben sapendo che da lì le fughe dei documenti avvengono facilmente. In poche ore lo scandalo della P2 diventa di pubblico dominio. E uno scandalo nazionale. Con una buona dose di ipocrisia.
Scriverà Giorgio Bocca: "La caccia ai piduisti minori, le epurazioni discriminate, contradditorie esprimono un fatto grave: il vecchio Stato, primo responsabile di un fenomeno come la P2, si salva buttando a mare i pesci piccoli e sacrificando qualcuno dei suoi pesci grossi per dare un contentino alla opinione pubblica, ma rifiuta o elude una autocritica impietosa. Si arriva come al solito alla commissione parlamentare di inchiesta, affidata alla democristiana Tina Anselmi: lo strumento adatto per diluire lo scandalo all'infinito, per sotterrare le verità più scottanti sotto un numero enorme di testimonianze in gran parte false".
Noi riteniamo, invece, che a qualcosa quella Commissione d’Inchiesta sia servita.
Ed è per questo che ne pubblichiamo di seguito, integralmente, la relazione di maggioranza.

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La composizione della commissione parlamentare d’inchiesta

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LA RELAZIONE DI MAGGIORANZA


Introduzione

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- CAPITOLO I -
L’ORIGINE E LA NATURA


La massoneria di Palazzo Giustiniani e le altre "famiglie" massoniche

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La prima fase della Loggia P2: dal 1965 al 1974

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2002%20-%20La%20prima%20fase%20della%20Loggia%20P2.pdf

La seconda fase della Loggia P2: dal 1974 al 1981

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2003%20-%20La%20seconda%20fase%20della%20loggia%20P2.pdf

Licio Gelli, la loggia Propaganda 2 e la massoneria

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- CAPITOLO II -
L’ORGANIZZAZIONE E LA CONSISTENZA


Il sequestro di Castiglion Fibocchi

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Autenticità ed attendibilità delle liste

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK-06-Autenticitadelleliste.pdf

La struttura associativa della Loggia P2

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La posizione personale degli iscritti

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- CAPITOLO III -
I MEZZI IMPIEGATI E LE ATTIVITA’ SVOLTE


SEZIONE I - GLI APPARATI MILITARI E I SERVIZI SEGRETI

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La documentazione anteriore all'informativa COMINFORM


L'informativa COMINFORM ed i suoi sviluppi

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2010%20-%20l'informativa%20Cominform%20ed%20i%20suoi%20sviluppi.pdf

La documentazione successiva all'informativa COMINFORM

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2011%20-%20LA%20DOCUMENTAZIONE%20SUCCESSIVA%20ALL.pdf

Analisi dei documenti

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2012%20-%20ANALISI%20DEI%20DOCUMENTI.pdf

Gli apparati militari

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2013%20-%20GLI%20APPARATI%20MILITARI.pdf


SEZIONE II - I COLLEGAMENTI CON L’EVERSIONE

I contatti con l’eversione nera

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2014%20-%20CONTATTI%20CON%20L'EVERSIONE%20NERA.pdf

Considerazioni conclusive

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2015%20-%20CONSIDERAZIONI%20CONCLUSIVE.pdf

L'Affare Moro

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2016%20-%20L'affare%20Moro.pdf


SEZIONE III - LA LOGGIA P2, LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LA MAGISTRATURA.

I rapporti con la pubblica amministrazione

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2017%20-%20i%20rapporti%20con%20la%20pubblica%20amministrazione.pdf

I rapporti con la magistratura

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2018%20-%20I%20RAPPORTI%20CON%20LA%20MAGISTRATURA.pdf


SEZIONE IV – LE ATTIVITA’ ECONOMICHE

Il mondo degli affari e dell'editoria

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2019%20-%20Il%20mondo%20degli%20affari%20e%20dell'Editoria.pdf

I rapporti internazionali

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2020%20-%20I%20rapporti%20internazionali.pdf

- CAPITOLO IV -
LE FINALITA’ PERSEGUITE

La loggia P2 e il mondo politico

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2021%20-%20LA%20LOGGIA%20P2%20E%20IL%20MONDO%20POLITICO.pdf

La loggia P2 come associazione politica

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2022%20-%20LA%20LOGGIA%20P2%20COME%20ASSOCIAZIONE%20POLITICA.pdf

Il Piano di Rinascita Democratica ed il principio del controllo

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2023%20-%20IL%20PIANO%20DI%20RINASCITA%20DEMOCRATICA.pdf

Conclusioni

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2024%20-%20CONCLUSIONI.pdf

CAPITOLO V

Considerazioni finali e proposte

http://www.misteriditalia.com/loggiap2/relazione-commissione/download/OK%20-%2025%20-%20CONSIDERAZIONI%20FINALI%20E%20PROPOSTE.pdf

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Documentazioni e fonti 'inedite'
by mugre reporter Monday July 26, 2004 at 06:01 PM mail:  

Per gli 'sprovveduti' e disinformati,
eccovi lista di libri documentativi su Silvio Berluskonen,
e saprete:

* chi egli in vero sia
* chi frequenti
* in che 'mondo' egli viva
* i suoi alleati (mafia ma$$oneria questa roba quà insomma!)
* i suoi discepoli
* i suoi compagni di merende nel 'miglior' e più puro stile Bettino Craxi & Pacciani
* i suoi nemici: primi trà tutti ormai gli elettori, poi altri mafiosi come lui poi gli industriali e i ma$$onici poi ...
* poi leggetevi quanto segue e basta !!!!!!

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LA LOGGIA P2
by doppia lealtà Monday July 26, 2004 at 06:11 PM mail:  

Nell’analisi della Commissione Stragi (relazione Pellegrino)

Sono i concetti di “doppia appartenenza”, di “” e di “oltranzismo atlantico” quelli che vengono analizzati nella relazione Pellegrino. Concetti ricavabili dall’esame dei documenti della P2, primo fra tutti il piano di rinascita democratica.
------------------------------------------------------------------------


AVVERTENZA: La relazione Pellegrino non va letta come una sorta di maxi-sentenza definitiva, ma soltanto come <<la formulazione di un giudizio storico-politico globale>>.
Come ogni analisi storico-politico essa è, comunque, soggetta a integrazioni e mutamenti.

I netti contorni della svolta del 1974 si possono cogliere anche nel raffronto tra i contenuti di ben noti documenti provenienti da Licio Gelli e più in generale dalla Loggia massonica P2.
Sull'analisi di tale fenomeno e sul suo intrecciarsi con le vicende politiche, la relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta dall'onorevole Anselmi ha fissato punti fermi che mantengono ancora oggi la loro validità, avendo trovato nel tempo addirittura ulteriori conferme.
E' pur vero che sul piano valutativo le conclusioni cui si è giunti in sede parlamentare sembrano aver trovato smentita in ambito giudiziario, dove la Corte d'Assise romana ha recentemente negato la fondatezza della accusa di cospirazione mediante associazione, escludendo quindi che la P2 sia stata una struttura in grado di interferire ad un livello diverso da quello (di bassissimo profilo) dello scambio di favori e di raccomandazioni.
E' vero peraltro, da un lato, che si tratta di un accertamento penale ancora provvisorio, essendo stato impugnato dalla pubblica accusa, dall'altro, che sussistono differenze strutturali tra l'accertamento giudiziario penale e la valutazione storico-politica, in cui consiste il proprium di un'inchiesta parlamentare.
Infatti, mentre in sede giudiziaria assume fondamentale importanza la verifica della riconducibilità di ogni specifico aspetto ai comportamenti concreti dei singoli imputati, in sede di valutazione politica diventa centrale esclusivamente l'esame di insieme del sistema delle connessioni.
Può dunque, ovviamente, non solo confermarsi l'esistenza di un progetto politico modificatosi e adattatosi nel tempo allo sviluppo degli avvenimenti, ma anche la sua inerenza alla ragione d'essere stessa dell'organizzazione, che esiste proprio quale strumento di realizzazione di quel progetto.

Il fatto che, come osservato dalla Commissione Anselmi, la logica ispiratrice della P2 fosse quella del controllo e non quella del governo dei processi politici attraverso un'articolazione trasversale ai partiti e particolarmente attenta agli apparati, crea una perversa sinergia tra le diverse anime della P2 - quella del condizionamento politico, quella della fratellanza massonica e quella degli affari - che solo un'ottica miope può tendere a schiacciare sul suo profilo più basso. E' un giudizio che appare quindi opportuno riconfermare nella sede parlamentare dell'inchiesta affidata a questa Commissione, dai cui specifici oggetti di indagine la Loggia P2 può solo ad una prima approssimazione ritenersi estranea una volta che - come si è già evidenziato - affiliati alla Loggia assumono rilievo centrale, in qualche modo collegandole, in numerose vicende di sicura competenza della Commissione. La P2 sta quindi all'interno del contesto occulto che viene investigato; e la circostanza che la maggior parte dei suoi affiliati fossero personalità investite da responsabilità istituzionali di elevato rilievo focalizza ancora una volta l'attenzione sul tema della "doppia appartenenza" o della "doppia lealtà", canale attraverso cui il piano occulto degli eventi reagisce su quello apparente, a volte con risultati di vera e propria torsione.
E' un profilo che appare di indubbia rilevanza afferendo ad uno dei temi conduttori delle inchieste, e che non viene né smentito, né sminuito dalla considerazione della P2 come un luogo di "oltranzismo atlantico", come autorevolmente suggerito dall'ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, perché “oltranzismo atlantico” richiama appunto il tema della "doppia lealtà" arricchito dal vincolo di fratellanza massonico che operava come filtro selettivo del riferimento.
Non diversamente - e sia pure per altro profilo - le più recenti acquisizioni che incrinano un'immagine monolitica della P2, evidenziando le dinamiche di forte contrapposizione esistenti al suo interno, non escludono la possibilità di ritenere che progetti politici siano stati nel tempo elaborati all'interno della Loggia P2, cogliendone le differenze e quindi le linee evolutive.

In tal senso assumono rilevanza i documenti provenienti da Gelli fra i quali il "Memorandum sulla situazione politica del paese" ed il "Piano di rinascita democratica" che furono rinvenuti all'aeroporto di Fiumicino nel sottofondo malamente camuffato di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, in arrivo da Nizza. Si tratta di due documenti databili intorno al 1976 di diverso contenuto, pure se complementari tra loro.
Dopo averli fatti rinvenire, Gelli ha avuto cura di introdurre nuovi elementi di confusione precisando, nella memoria trasmessa dall'avvocato Dean al Presidente della Commissione Anselmi nel giugno del 1984, che:

"il Piano di rinascita democratica non è mai esistito, posto che ciò che fu trovato nella borsa di mia figlia Maria Grazia non era altro che una quantità di appunti, che dovevano servire da scaletta per una serie di articoli e relazioni sul tipo del mio "Piano R", che consegnai nelle mani del Presidente della Repubblica Giovanni Leone; non era altro che un'esposizione sullo stato della nazione, lecita per qualsiasi cittadino che voglia esprimere il suo punto di vista sull'andamento generale del paese".

Lo "schema R", verrà poi pubblicato da Gelli nel suo libro "La verità", mentre il Presidente Leone, che non fu ascoltato in audizione dalla Commissione Anselmi, ma che ebbe con l'Ufficio di Presidenza un incontro il cui contenuto fu reso noto al plenum negò recisamente di aver avuto qualsiasi documento da Gelli; al contrario del presidente Cossiga che, in sede di deposizione processuale, anche questa resa fuori udienza, ha ricordato di aver avuto da Gelli, in un incontro, materiale documentale che ragionevolmente potrebbe essere quello dei documenti programmatici, senza aver dato ad esso soverchio rilievo.
Il contenuto di tali documenti smentisce con evidenza l'ipotesi di un Gelli solitario elaboratore di appunti personali su fantasiose ingegnerie costituzionali per diletto o per la soddisfazione di qualche accolito nostalgico e sprovveduto.
Lo stile dei documenti, pur infarciti di luoghi comuni cari alla tradizione più gretta e reazionaria, non è riconducibile né allo stile stentato che Gelli dimostra possedere negli scritti a lui sicuramente attribuibili, né al livello assai mediocre della sua preparazione culturale anche sul piano istituzionale.
Peraltro ciò che ora interessa è il raffronto contenutistico tra lo "schema R" da un lato, ed il "Memorandum" ed il "Piano di rinascita" dall'altro. E ciò perché nel loro collegamento cronologico (lo "schema R" è almeno di qualche tempo anteriore rispetto al "Memorandum" ed al "Piano di rinascita", i quali appaiono il frutto di una elaborazione databile intorno al 1976) i documenti consentono di cogliere anche all'interno della P2 il passaggio di fase che si colloca a cavaliere della metà del decennio. Il senso di insieme che è dato cogliere dal raffronto del documento più antico con i due più recenti è appunto quello dell'evoluzione, da un'idea di colpo di Stato per la costruzione di un assetto politico e sociale autoritario e paternalista, ad un progetto di conquista del controllo dello Stato con mezzi più morbidi e secondo una visione più moderna di un assetto sociale "ordinato", che si connota di efficientismo, meritocrazia, esaltazione dei valori individuali ed esasperazione della preminenza delle esigenze economiche, ma che conserva una sostanziale continuità con le impostazioni autoritarie precedenti.

Lo "Schema di massima per un risanamento generale del paese", che fu pubblicato da Gelli, è un progetto politico di taglio decisamente golpista.
Il documento si fonda su un'analisi politica assai più grossolana e datata di quella relativa al "Piano di rinascita nazionale" (ed al "Memorandum" a questo allegato).
L'anticomunismo (inteso come contrasto all'ideologia e insieme all'espansionismo anche militare dell'URSS) e l'avversione alla formula politica del centro-sinistra richiamano in parte i documenti del convegno dell'Istituto Pollio (di circa un decennio anteriori), assumendo un notevole rilievo sul piano storico specie con riferimento al succedersi e all'intrecciarsi delle istanze golpiste che vanno esaurendosi proprio tra il 1974 ed il 1975 e al loro stretto concatenarsi con la P2.
Dal punto di vista cronologico lo "Schema" si direbbe immediatamente successivo alla tornata elettorale del 1975, e precedente di qualche tempo il "Memorandum" che contiene una lettura assai più articolata della situazione generale.
Per queste ragioni desta qualche perplessità, peraltro priva oggi di conseguenze sul piano pratico, l'affermazione di Gelli secondo la quale sarebbe stato questo e non il "Piano" il documento sottoposto all'attenzione del Presidente della Repubblica.
Come già accennato il pericolo di una eccessiva ascesa del partito comunista in Italia è il dato politico ispiratore di tutta la parte introduttiva del documento, che paventa la possibilità di un assorbimento dell'Italia nell'area di influenza del mondo comunista e vede nella crisi della Democrazia Cristiana il venir meno di un possibile baluardo a tale ascesa.
La soluzione per una tale possibile catastrofica degenerazione della situazione politica italiana, che determinerebbe imprevedibili reazioni anche in campo internazionale per la impossibilità, da parte degli Stati Uniti, di prendere atto passivamente di una così rilevante modifica degli equilibri concordati dopo la fine della guerra, è condensata in un programma di interventi affidati all'iniziativa del Presidente della Repubblica, il quale dovrebbe varare immediatamente tre provvedimenti urgenti indispensabili:

-revisione della Costituzione con la trasformazione dell'Italia in Repubblica presidenziale; - proclamazione dello stato di "armistizio sociale" per un periodo non inferiore a due anni;
-nomina ed insediamento di un "comitato di coordinamento" composto da non più di undici membri, scelti tra tecnici di provata esperienza e capacità nelle rispettive specializzazioni con il compito immediato e principale di studiare e proporre eventuali riforme all'attuale Costituzione.

In epoca immediatamente successiva si dovrebbero concedere al Comitato di coordinamento i poteri necessari per poter esaminare, analizzare ed eventualmente modificare gli schemi di riforme sociali ed economiche, nonché tutti i progetti di legge da rimettere al Parlamento.
Inoltre il predetto Comitato dovrebbe avere pieni poteri per poter procedere al riesame di tutta la legislazione attualmente in vigore.
Il meccanismo di accentramento del potere, di sospensione delle garanzie fondamentali e di creazione di una sorta di Comitato di salute pubblica risponde proprio ai principi elementari della manualistica del colpo di Stato ed il resto del documento non delude le aspettative in questa direzione. La limitazione del diritto di sciopero, la modifica della legge elettorale, l'aumento dei poteri delle forze dell'ordine e l'impiego dell'esercito nelle operazioni di ordine pubblico, la predisposizione di un piano di richiamo in servizio dei carabinieri ausiliari e di un piano di ripiegamento dell'arma territoriale con

"raggruppamento in centri di raccolta opportunamente scelti in base a criteri operativi per fronteggiare eventuali esigenze di ordine pubblico e per evitare che le forze restino inoperose ed inutilizzabili...",

la trasformazione dell'esercito da esercito di leva in esercito di volontari ed una serie di misure a favore delle forze armate e di rafforzamento del principio di autorità al loro interno, il ripristino della pena di morte, la riduzione del numero dei quotidiani, i provvedimenti in tema di "moralità pubblica", di economia e di istruzione costituiscono infatti lo sviluppo, che si articola in ben cinquantaquattro punti, delle premesse poste con il preambolo e con l'enunciazione dei provvedimenti urgenti necessari.

Di contenuto e natura diversa sono invece i documenti sequestrati a Fiumicino e cioè il "Piano di rinascita democratica" ed il "Memorandum", che lo integra e lo motiva.
Il contenuto dei documenti è tale da escludere che si sia trattato, come Gelli
afferma, di una serie di appunti elaborati in vista di successivi interventi sulla stampa. Si tratta invece, come già osservato, di un progetto politico complessivo, frutto evidente di un'elaborazione collettiva; e cioè documenti programmatici che assumono rilievo non tanto in sé, ma in virtù della loro esatta coincidenza con l'accertata attività concreta della Loggia, e con comportamenti assunti nel tempo dai suoi affiliati.
Vuol dirsi cioè che, analizzando i comportamenti concreti e i criteri con cui
furono individuate le persone da reclutare, si evidenzia in controluce un piano di azione non molto dissimile da quello rinvenuto nella valigia di Maria Grazia Gelli e composto, come già più volte ricordato, dal "Piano di rinascita democratica" e dall'allegato "Memorandum".
Quest'ultimo è un documento di analisi della situazione politica che parte dalla constatazione della situazione di crisi della Democrazia cristiana.
La soluzione a tale problema potrebbe venire dalla creazione di due nuovi movimenti politici, uno social-laburista e l'altro liberal-moderato o conservatore, in grado di catalizzare, a destra ed a sinistra della D.C. le aree
moderate che stentatamente convivono all'interno del partito impegnandosi in una lotta interna esiziale.
Ma poiché tale progetto appare troppo ambizioso in termini di costo e di tempo necessari per la realizzazione, non rimane che avviare un processo di
rifondazione della Democrazia cristiana che passi anche attraverso il ringiovanimento dei quadri e la sostituzione di almeno l'80% della dirigenza del partito.
E' necessario poi che la D.C. prenda atto della "cetimedizzazione" della società italiana abbandonando perciò la sua anima più radicatamente popolare che solo nella contrapposizione all'ideologia comunista trovava la sua giustificazione, in favore di una "morale fondata sull'equilibrio fra diritti e doveri, sul principio del neminem ledere", sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale. Anche l'apparato del partito deve adattarsi con radicali cambiamenti articolandosi in clubs territoriali e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori nel campo della propagazione delle idee mentre il ricambio ai vertici del partito deve essere garantito dall'eliminazione di gran parte dei vertici nazionali e periferici e la sostituzione con nuove leve provenienti dal mondo esterno.
Solo una struttura di questo tipo sarebbe in grado di realizzare il programma contenuto nel "Piano di rinascita", che costituisce una sorta di allegato al "Memorandum", mentre d'altro canto non avrebbe senso lo sforzo necessario per la creazione della struttura, se non per la realizzazione di cambiamenti prospettati nel piano.
Significativamente il documento termina con una previsione di spesa di una decina di miliardi, necessari per inserirsi nel sistema di tesseramento per "acquistare il partito" mentre una cifra altrettanto consistente appare necessaria per provocare la scissione del sindacato, altra condizione indispensabile per la realizzazione del progetto.
Il "Piano di rinascita democratico" fissa, dandosi obiettivi a breve, medio e lungo termine, i punti necessari per il raggiungimento dello scopo e indica gli obiettivi da tenere presenti: i partiti, i sindacati, il Governo, la Magistratura, il Parlamento, Partiti, stampa e sindacati possono fin da subito essere oggetto di quella opera di "penetrazione" da parte di persone di fiducia che, con un costo prevedibile di trenta o quaranta miliardi, potrebbe assicurare il controllo degli apparati rendendoli disponibili all'operazione di salvataggio contenuta nel piano.
Il resto del documento analizza partitamente ogni settore, individuando gli obiettivi da raggiungere immediatamente o in tempi più lunghi e tale disamina è preceduta da una premessa:

"Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'omogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di trenta o quaranta unità. Gli uomini che ne fanno parte devono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire un collegamento valido con la massoneria internazionale".

In questo paragrafo è in qualche modo condensata la filosofia essenziale del "Piano di rinascita", che è quella di una visione fortemente economicista della società che relega in un angolo la politica, i cui rappresentanti hanno necessità di una garanzia che non gli viene dalla legittimazione ma dai rappresentanti delle élite, attribuendogli un ruolo di strumento di mediazione tanto ineliminabile quanto sgradito e quindi relegato in una posizione fortemente marginale e in buona sostanza appena tollerato per conservare il carattere democratico del sistema.
Per quanto riguarda i procedimenti si può brevemente dire che l'obiettivo deve essere, nei partiti, nella stampa e nel sindacato, quello del controllo delle persone che in ogni formazione o in ogni giornale siano ritenute sintoniche con gli obiettivi del "Piano" e della creazione di strutture (formazioni politiche e giornali) che se ne facciano strumento di realizzazione.
Per il sindacato in particolare, deve essere prioritario l'obiettivo della scissione dell'unità sindacale per poi consentire la riunificazione con i sindacati autonomi di quelle componenti confederali sensibili all'attuazione del "Piano".
Tale obiettivo è preferibile (e meno costoso in termini economici) rispetto a quello, pur esso positivo, del rovesciamento degli equilibri di forze all'interno della confederazione.
Per quanto riguarda i programmi, il documento si articola con l'illustrazione di una serie di interventi, sul piano delle istituzioni, dell'istruzione e dell'economia, coerenti con le premesse date e idonee alla realizzazione del progetto sia nel breve termine che nei tempi medi e lunghi. Il risultato finale di tutta l'operazione avrebbe dovuto restituire una magistratura più controllata (con la diversa regolamentazione degli accessi e delle carriere) e meno autonoma (con la modifica del CSM); un pubblico ministero separato e legato alla responsabilità politica del Ministro di giustizia; un Governo il cui presidente viene eletto dalla Camera, libero da condizionamenti del Parlamento e i cui decreti non sono emendabili; un sistema della rappresentanza congelato con elezioni a scadenza rigida e simultanee per il Parlamento ed i consigli regionali e comunali; un Parlamento profondamente modificato e ridimensionato nella composizione e nelle funzioni; una Corte costituzionale ricondotta in argini più ristretti attraverso il divieto delle sentenze cosiddette additive; una amministrazione forte nei suoi apparati da contrapporre alla fragilità del controllo politico esercitato su di essa, una struttura sociale più rigida e meritocratica, una stampa più controllata, un'economia libera da eccessivi condizionamenti.
Abbastanza agevole è quindi cogliere, così chiarendo il senso del "passaggio di fase", una distinzione tra il "Piano R", vero schema di colpo di Stato, ed il programma di rinascita che assumeva i profili dell'illiceità con riferimento non al contenuto del Piano (a parte l'inciso sulla possibile sua realizzazione per decreto), quanto ai mezzi che ci si proponeva di utilizzare (non la legittimazione del voto, ma ad esempio le cosiddette "operazioni finanziarie" di controllo dei meccanismi della rappresentanza). Tuttavia, anche all'interno del "Piano" e del "Memorandum", è possibile ritrovare tracce testuali di una continuità di elaborazione che collega tali documenti posteriori allo "Schema R" e che testimonia della non episodicità e della non individualità delle riflessioni dell'organizzazione P2 sul tema.
Anche lo "Schema" contiene infatti riferimenti al divieto di sentenze additive per la Corte costituzionale, alla necessità di abolire le province e di fissare una data comune e inderogabile per le elezioni del Parlamento e per quelle regionali e comunali, all'accertamento dei poteri di programmazione attraverso la riforma del Ministero delle partecipazioni statali (che nel "Piano" diventa Ministero dell'economia).

Su tali basi è quindi possibile rilevare come ben relativo fosse il carattere democratico del "Piano di rinascita" che pure i suoi estensori pretesero di attestare in limine, e cioè nell'incipit della premessa:

"l'aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente Piano ogni movente o intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema".

Ad asseverare tale dichiarazione di intenti potrebbe valere il rilievo che gli obiettivi del "Piano" ben potrebbero considerarsi rientranti nel programma politico di un partito conservatore, soprattutto oggi che almeno parte di essi sono nel dibattito politico oggetto di una condivisione abbastanza ampia.
Ma è l'analisi dei mezzi (e non dei fini) ad escludere, come già ricordato, il carattere democratico del Piano, affidato ad un'operazione occulta degli affiliati all'interno delle istituzioni, dei movimenti politici, del sistema dell'informazione e dell'economia.
D'altro canto tutta la storia della P2 dimostra un tentativo di occupazione del potere e si realizza attraverso la distribuzione di uomini "propri" in ogni posto di responsabilità e se questo è nella logica storicamente consolidata della massoneria di tutte le "fratellanze" di qualsiasi matrice, si fonde nella P2 con lo sforzo di realizzazione di un progetto politico e di un assetto istituzionale che stravolge radicalmente quello esistente impossessandosene da dentro e violando i suoi principi fondamentali.
A riprova che il carattere democratico di un ordinamento riposa non soltanto sul profilo statico di istituzioni che fondano e recuperano la loro legittimazione nel consenso popolare, ma anche (e in maniera non meno intensa) sul profilo dinamico dei metodi, caratterizzati da trasparenza e visibilità, ai quali l'ordinamento stesso affida le prospettive di una sua possibile riforma.

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Io mi domando
by e non lo so mica Monday August 02, 2004 at 01:14 AM mail:  

ma voi tutte queste cose kome le sapete?
quali le fonti please?

grazie

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