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ergastolo bianco
by marco Monday, Oct. 24, 2005 at 3:05 PM mail:

il carcere infinito ovvero le case di lavoro

"RIDETE?
AH! IL PROMESSO SHOW,
STATE PER ASSISTERE
AL PIU' AMBITO SPETTACOLO
DAI GIUSTI:
IL ROGO DELL'INGIUSTIZIA!
OH...SUBLIME!
...PECCATO NON VEDRETE,
SIETE LO SPETTACOLO
RIDETE!"
marco


Qualche mese fa mi è capitato tra le mani una specie di “breve saggio”, scritto da un detenuto (internato), che ha 47 anni di cui 27 li ha passati in carcere. Conosco un certo numero di persone che hanno vissuto quella che è la più orribile istituzione dello stato, del potere, dei ricchi. Le forme di restrizione alla libertà sono molte, ricordiamo, ad esempio, i domiciliari che stanno vivendo da tempo alcuni partecipanti al corteo antifascista che sfilò a Torino in risposta all’infame attacco al Barocchio conclusosi con due accoltellati. Ci sono molte altre forme che lo stato usa per limitare la libertà, ma la peggiore è, a mio avviso, la galera; quest’ultima alle volte cambia nome, un po’ come tutto ultimamente (la guerra non è più guerra, ma missione di pace o antiterrorismo). Di galera voglio parlare e far parlare. Voglio e posso dar voce ad un certo numero di persone che vivono direttamente o meno il carcere. Mi piacerebbe creare un dibattito, dare informazione e dar voce e spazio a chi solitamente non a che fare con i nostri canali (alternativi). Insomma sentire racconti di chi, come Vincenzo (l’autore del “breve saggio” che ho battuto riportando fedelmente parola per parola compresi gli errori grammaticali…) ha vissuto il carcere per parecchi anni; racconti di persone che sono state in carcere assieme ad Horst Fantazzini, ed hanno vissuto le più grandi rivolte avvenute nei carceri italiani (ad esempio racconti delle punizioni avvenute a Volterra dopo la famosa rivolta dove era presente lo stesso Horst, furono portati a due per volta in corridoio lungo una decina di metri e largo due che aveva una sola via di uscita, la quale si trovava dietro le spalle di quindici poliziotti in tenuta antisommossa armati dell’immancabile manganello) conoscere e vedere le diverse sfaccettature di cose che forse conosciamo, ma non da diversi punti di vista; conoscere i più grossi cambiamenti, in termini legali, degli ultimi anni che hanno cambiato i rapporti umani all’interno delle carceri (prima i detenuti si sostenevano molto tra di loro, schierati contro il nemico comune, ora invece ognuno per sé). Beh avete capito vorrei sapere e far sapere il più possibile, discutere e se possibile aiutare (conosco persone che vivono e rischiano per aiutare sconosciuti che “vivono” loro malgrado in galera).
Per ora vi propongo uno scritto sulle case di lavoro, chi lo scrive non è un anarchico non è nemmeno comunista, ma leggete un po’….

-il titolo è mio-


Ergastolo bianco

La casa di lavoro è una misura di sicurezza detentiva, qualche volta viene data in sentenza come pena accessoria ma il più delle volte è un aggravamento della libertà vigilata, la danno per abitualità, professionalità o per tendenza.
L’abitualità comporta come durata minima anni 1 o 2; la professionalità: durata minima anni 3 e per tendenza durata minima anni 4. Si parla di durata minima perché non c’è una fine certa. Quando scade il periodo della durata minima fanno una camera di consiglio per valutare se hai dato dei segni di reinserimento, se ritengono che ciò non è avvenuto te l’aumentano e quando termini l’aumento fanno di nuovo la camera di consiglio e si va sempre avanti di questo passo finche non pensano che le cose stanno cambiando. Solo una volta su cento si riesce ad ottenere nel corso della prima camera di consiglio la revoca totale della misura altrimenti il più delle volte ti fanno uscire con un anno di libertà vigilata e se trasgredisci a qualche prescrizione torni in casa lavoro e ricominci da capo la misura che ti era stata data all’origine. Solitamente si continua di questo passo per moltissimi anni e per questo motivo viene definita “ergastolo bianco”. In Italia ci sono quattro case di lavoro: Castelfranco Emilia (Mo) circa 30 internati; Saliceta San Giuliano (Mo) circa 25 internati; Sulmana (Aq) circa 50 internati e Favigliana (Tp) meno di 10 internati. Nel caso durante l’internamento avviene un aggravamento, la stessa viene tramutata in colonia agricola e vieni mandato in Sardegna Isili (Nu) circa 20 internati. Saliceta San Giuliano è una struttura adibita solo a casa di lavoro, ha le stesse modalità di un carcere ma per fortuna c’è una direttrice (Dallara) che si interessa agli internati ed è in stretto contatto con il Magistrato di Sorveglianza e questo da la possibilità agli internati di usufruire spesso di licenze trattamentali che danno la possibilità agli internati di potersi trovare un lavoro e di riallacciare i contatti con la famiglia. Castelfranco Emilia fino a un anno fa era solo Casa di lavoro ma ora ha solo una sezione perché il resto è diventata casa di reclusione. Il magistrato è lo stesso di Saliceta ma la direzione si interessa in po’ meno e gli internati escono con un pochino più di difficoltà. A Sulmona gli internati si trovano in due sezioni all’interno della casa circondariale. Le prime licenze si cominciano ad ottenere dopo 4/5 mesi ma sono più brevi di quelle che si ottengono in Emilia Romagna. Il trattamento è lo stesso sia in nelle sezioni adibite al carcere che nelle sezioni adibite a casa di lavoro. A Favigliana di andare in licenza non se ne parla proprio, essendo casa di reclusione è piena di ergastolani e di persone che devono scontare tanti anni di carcere. Gli internati li tengono al 3° reparto ma nello stesso reparto ci sono anche tanti reclusi, il trattamento è lo stesso. Nel 2004 e nei primi due mesi del 2005, non c’è stato un internato che sia andato in licenza. Per natale 17 reclusi (anche con pene alte) hanno ottenuto il permesso premio ma gli internati niente. Quando sei internato non puoi usufruire dei 90 giorni di liberazione anticipata che spettano ai detenuti in caso di buona condotta e siccome ti mandano in casa di lavoro solo dopo che hai scontato per intero la pena che ti era stata inflitta per i reati che avevi commesso, ti trovi lì senza alcun reato e quindi l’internato non usufruisce né di indultino, né di eventuali amnistie e indulti. Come si può notare dai numeri, gli internati in Italia sono circa 130 e di questi sono una piccolissima parte che riescono a venirne fuori perché solitamente si va in casa di lavoro dopo avere scontato una vita di carcere e durante tutti gli anni trascorsi in carcere quasi tutti hanno perso i contatti con la famiglia: chi si è lasciato con la moglie e i figli si sono fatti grandi e vivono una loro vita, chi ha perso i genitori perché con il passare degli anni si sono fatti anziani e molti sono deceduti e così via. Oltretutto la popolazione internata è formata per circa il 50% da persone che in passato avevano o hanno ancora problemi di alcolismo o di tossicodipendenza. Con tutte le ristrettezze che ti vengono imposte quando ti mandano in licenza è molto difficile mettere a frutto quei giorni per costruire qualcosa di buono. Non è molto facile da spiegare ma è veramente difficile venire fuori da un ingranaggio che ti stritola giorno dopo giorno. E’ molto difficile accettare di seguire delle regole quando ci si rende conto che si è dentro senza alcun reato e anche se la parola “casa di lavoro” può dare l’idea di qualcosa di meno duro, non è così! Si è all’interno di una struttura che non ha niente di diverso dal carcere. I custodi sono gli agenti di polizia penitenziaria e anche per lavorare si aspetta il turno come in qualsiasi carcere. A Castelfranco oltre ai soliti lavori che ci sono in ogni carcere (scopino - cucina detenuti – spesino – e piccola manutenzione interna) c’è una piccola azienda agricola vi lavorano circa 5 persone è all’esterno della struttura ma sempre all’interno di un recinto guardato da un agente e vi lavorano solo persone che già usufruiscono di licenza e ci vuole il permesso del giudice. Siccome sono in pochi, cercano di far lavorare un po’ tutti a rotazione. Le ore d’aria sono le stesse che ci sono in tutte i carceri e fino alle 19 per molte ore si può stare nei corridoi, sempre con le guardie che ti tengono d’occhio. Le sbarre delle finestre le sbattono per un controllo 2 volte al giorno, le conte vengono effettuate dal capoposto negli stessi orari in cui le fanno negli altri carceri. A Saliceta i lavori interni sono ancora di meno e a parte qualche lavoro di responsabilità, gli altri lavorano tutti a rotazione (lavori un mese e poi aspetti di nuovo il tuo turno). A Sulmona sia i controlli che la sorveglianza e il lavoro si svolgono allo stesso modo sia nelle sezioni detenuti che in quelle internati. Quando in TV parlano per i vari fatti di cronaca del supercarcere di Sulmona, non accennano mai al fatto che all’interno ci sono anche due sezioni per internati. A Favigliana il discorso si differenzia da tutti gli altri: le sezioni o reparti, si trovano 7 metri sotto il livello della strada, infatti quando si arriva appena terminano con le perquisizioni, si scendono delle scale e siccome è tutto sottoterra, nelle celle non ci sono finestre, le celle danno direttamente sui passaggi, sia che sei internato o recluso, non fa differenza, a passeggio vanno insieme detenuti e internati, quando piove non si può uscire dalla cella perché non esistono corridoi e ai passeggi non esistono tettoie. Quando piove è anche un problema per il mangiare che passano con i carrelli perché appena alzano il coperchio, il mangiare si riempie di acqua. Sia l’educatore che la direzione dicono che non sono preparati per gli internati ma continuano ad accettare persone in casa di lavoro. In superficie c’è un capannone adibito a sartoria e tessitoria, vi lavorano sia detenuti che internati, è sempre un posto recitato e controllato da agenti. Un po’ più di un anno fa è andato il Ministro di giustizia “Castelli” senza neanche visitare tutti i reparti ha detto che come posto era invivibile e che bisognava chiuderlo, nel giro di due mesi hanno fatto partire circa la metà dei reclusi, sembrava che chiudeva da un momento all’altro ma poi una volta trascorso quel momento, le persone sono tornate ed è di nuovo pieno come prima. Circa 5 mesi fa è venuta in visita un altra commissione, anche lì hanno fatto sembrare che il carcere stava per chiudere da un momento all’altro e subito doveva essere eliminata da quella struttura la casa di lavoro, ne hanno parlato i telegiornali locali ma poi non è cambiato niente. Le voci dicono che trattandosi di una piccola isola, d’estate vive sul turismo ma per il resto dell’anno l’economia dell’isola si basa sul carcere e quindi finche non faranno una nuova struttura (si dice che presto inizieranno i lavori) tutto rimarrà così com’è adesso. Quando durante la casa di lavoro ti arriva una carcerazione definitiva da scontare, ti sospendono la casa di lavoro, ma non cambia niente, cambia solo la dicitura in matricola, da internato passi a detenuto. Nonostante la mia famiglia sia residente a Torino, dopo un lungo periodo trascorso in casa di lavoro a Castelfranco Emilia, alla direzione arrivarono voci su un mio probabile cattivo comportamento e mi trasferirono a Favigliana, fregandosene che avevo una famiglia e che essendo così distante non avevo la possibilità di fare dei colloqui e nonostante le mie numerose istanze per ottenere il trasferimento in un istituto un pochino più vicino, mi hanno sempre risposto di no. Da queste robe si potrà capire perché uno si incattivisce con certi tipi di istituzioni. Uno si rende conto di continuare a stare in carcere nonostante abbia pagato fino all’ultimo giorno le pene inflitte per i reati commessi, in più ti mandano su un isoletta a 2000 km di distanza e non contano le leggi previste per gli internati nonostante siano riportate dal codice. La cosa che ogni internato si chiede è questa: ma possibile che in tutt’Italia siano sempre e solo noi ad essere giudicati irrecuperabili?
Le case di lavoro furono ideate da Mussolini e vi metteva dentro gli antifascisti dell’epoca, poi le hanno usate per tutti quelli che erano imputati per prostituzione e maltrattamenti in famiglia ed ora piuttosto che eliminarle, si sono inventati nuove categorie da rinchiudervi. Si parla tanto di garantismo ma questo problema che per gli internati è grosso ma per lo stato è minuscolo, non viene mai discusso. La maggior parte delle persone non sanno che esiste la “casa di lavoro” e qualcuno che per caso ne ha sentito parlare, non riesce ad immaginarsi di cosa si tratta.

-Quello che segue e un altro scritto di Vincenzo il titolo e suo-



“BEATO “A,, PINOCCHIO”
Di un articolo letto sulla “Repubblica”, mi ha colpito oltre al titolo (se Pinocchio finisse in carcere) anche l’interpretazione della fiaba di Pinocchio.
Noi siamo qui perché siamo stati dichiarati “delinquenti abituali o professionali”; questi titoli ci vengono assegnati perché nell’arco della nostra vita abbiamo commesso più di un reato, peraltro tutti pagati con la galera.
Alcune volte e in alcune città i Magistrati di Sorveglianza supponendo che forse la nostra indole ci porterà a commettere altri reati ci da uno, due tre anni di durata minima di misura di sicurezza detentiva, chiamata Casa di Lavoro.
Siamo un centinaio in tutta Italia, per chi non sa potremmo sembrare i più cattivi d’Italia e invece se viene qualcuno a farci visita si accorge che il nostro non è neanche un mondo carcerario, è un sottomondo.
A Castelfranco Emilia siamo una ventina, quasi la metà è senza famiglia e quindi manca loro persino l’affetto di una persona cara, quasi tutti abbiamo problemi di tossicodipendenza o di alcolismo, però quello che ci provoca inquietudine è sapere che non è un obbligo metterci in carcere senza reato, perché fuori come noi ce ne sono centomila! E sono fortunati in quanto abitano in città dove i Magistrati di Sorveglianza capiscono che la Casa di Lavoro, nonostante il nome possa trarre in inganno, è un carcere a tutti gli effetti. Quindi non ritengono opportuno confinare all’interno di queste strutture persone che forse domani commetteranno un reato.
A quest’ora Pinocchio sarebbe il mio vicino di cella, perché ne combina una dietro l’altra e ogni volta si pente e giura di non farlo più, ma ogni volta ci ricasca.
Cap.V: “Il Grillo Parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire da casa…..”.
Cap.VIII: “Vi prometto, disse il burattino singhiozzando, che da oggi in poi starò buono…..”.
CAP XVII: “Oh! Ma un’altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, con la bara sulle spalle….”
CAP.XX: Liberato dalla prigione, dice fra sé e sé, “Ma da questa volta in là, faccio proponimento di cambiare vita e diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente….”.
CAP.XXI: Acchiappato mentre ruba l’uva moscatella, piange, : “Un’altra volta non lo farò più….”.
CAP.XXIII: “Perché non sono morto io, che sono tanto cattivo?….Voglio stare sempre col mio Babbo e non lasciarlo più, più, più!”.
CAPXXV: “Da oggi in poi voglio mutare vita!”.
CAP.XXIX: “Io sono un monello, che prometto sempre di correggermi e non mantengo mai!…”.
CAP.XXX: “Ma ora non ci ricasco più!…”.
Perfino la Fata perde la pazienza ad un certo punto: “Anche per questa volta ti perdono, ma guai a te se ne fai un’altra delle tue!…”.
Ma la fata ha un principio saldo: “Dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati al male, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada:
Come possono una piccola parte dei Magistrati di Sorveglianza ergersi alla stregua di Dio: - Va e non peccare più!!-.
Fanno ridere perché, per gettare fumo negli occhi o per cattiveria pura marchiano come pericolosi sociali un centinaio di persone senza chiedersi come mai nell’ultimo decennio la popolazione detenuta è raddoppiata: da trentamila è passata a sessantamila!!.
Meno male che Pinocchio non ha trovato il mio Magistrato di Sorveglianza, altrimenti a quest’ora sarebbe il mio vicino di cella… alla “12” della sezione bronx!!

vincenzo

Vincenzo ha scritto tutto ciò per informare, per far sapere. Voleva usare qualsiasi canale e non aveva e non ha paura di firmare col suo nome e cognome, (ho deciso io di non mettere il suo cognome essendo fortemente perseguitato dalla legge). Quando presi in mano le pagine da lui scritte vennì a conoscenza del fatto che dovevano arrivare in mano ad un giornalista della Repubblica (di cui non faccio il nome per rispetto di una persona a me cara che purtroppo ha dei rapporti con lui) che, a suo dire, le voleva pubblicare e commentare; per me fu inutile, poi ho un profondo odio per il giornalismo e quindi per i giornalisti servi nelle mani dei potenti, inventori folli di realtà inesistenti, “deformatori” laureati della verità…infami è il giusto epiteto. Ma ovviamente nessuno pubblicò l’articolo. Lo faccio io (anche se non posso essere sicuro che nessun giornalista non lo pubblichi in futuro, dato che il testo originale è stato restituito). Spero giri in più canali possibili, spero si crei un dibattito e spero non rimanga una goccia…spero in un acquazzone, io da parte mia butterò altra acqua…

HO UN SOGNO NEL CUORE, UN PENSIERO, LA CHIAMANO UTOPIA...L'ANARCHIA!
PER UN MONDO SENZA GALERE...
A.C.A.B.
marco “pino”
-_entropia_-@libero.it

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