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pubblicato il 11.03.05
Strage di Verona, Arrigoni
·

Strage di Verona, Arrigoni
Mar. 01, 2005 at 7:23

Sembra che a sparare contro i due poliziotti della volante siano state due pistole. Da chiarire l’omicidio della donna

dal nostro inviato PAOLO BERIZZI

Fiori sul luogo della strage

VERONA – I proiettili che hanno ucciso i due poliziotti, Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti, pur essendo dello stesso calibro, potrebbero essere di tipo diverso. È una delle indiscrezioni, se non la più imprevista, forse la più interessante, emersa dalle autopsie effettuate ieri sui corpi delle vittime della strage di Verona: la terribile sparatoria nella quale, domenica notte, in uno spiazzo sulla statale 11 che collega Verona e Brescia, hanno perso la vita quattro persone: i due agenti in servizio alle Volanti della questura – Turazza e Cimarrusti – l’investigatore privato Andrea Arrigoni, bergamasco, ex guardia di scorta di Umberto Bossi, e la prostituta ucraina Galyna Shafranek.

Il particolare, se confermato, potrebbe aprire nuovi scenari nella ricostruzione del conflitto a fuoco: e se dietro la mattanza ci fosse un’altra pistola? E se Arrigoni non fosse stato solo ad aprire il fuoco sui due agenti che lo avevano sorpreso sul ciglio della strada, alle 2.20, in compagnia della prostituta? Il quadro fin qui tracciato dagli inquirenti, supportato dagli elementi raccolti finora, è quello di un violentissimo scontro a colpi di pistola, a distanza ravvicinata, cinque-sei metri al massimo, tra l’Arrigoni e i due poliziotti (Davide Turazza era fratello di Massimiliano, un altro poliziotto ammazzato nel ‘94 mentre tentava di sventare una rapina in banca). Ed è, al momento, l’unico ritenuto possibile da chi conduce le indagini.
Ma c’è un però. Che potrebbe aggiungere nuovi elementi all’inchiesta affidata al pm Fabrizio Celenza e al capo della Squadra Mobile della questura di Verona Marco Odorisio. È vero, come ha detto il procuratore della Repubblica Guido Papalia, che gli esiti delle autopsie eseguite ieri sui corpi di Turazza, Cimarrusti e del loro presunto assassino Arrigoni confermano, in linea di massima, la prima ricostruzione della sparatoria; ma è altrettanto vero che se, come pare, i proiettili estratti dai corpi dei due poliziotti sono di tipo diverso (pur dello stesso calibro 9×21 della Glock, la pistola utilizzata dell’investigatore privato), qualcosa, nello scenario della tragedia, potrebbe clamorosamente, inaspettatamente mutare.
“Non è affatto confermato che la dinamica del conflitto a fuoco sia quella ricostruita finora – ha spiegato Gianfranco Ceci, l’avvocato della famiglia Arrigoni – Oltre al particolare dei proiettili, resta soprattutto l’incognita sui chi ha ucciso la prostituta. Ritengo, sulla base di quanto ho appreso dai medici che hanno effettuato le perizie sui corpi delle vittime, che l’ipotesi della presenza di un quarto uomo non sia ancora da escludere”.
Una cosa sembra invece sicura: quando Turazza e Cimarrusti si sono fermati davanti alla Panda 4×4 di Arrigoni, Galyna Shafranek era già stata gravemente ferita (due fori all’addome, sotto l’ombelico). La donna, con tutta probabilità, giaceva a terra tra rivoli di sangue e grida di dolore; e sarebbe stata questa la circostanza che avrebbe spinto i poliziotti a illuminare con il faro della Volante lo spiazzo della concessionaria “Bonometti Centro Caravan”. Intanto, da Bergamo, emergono altri racconti sulla vita e la professione di Andrea Arrigoni. Trentasei anni, titolare dell’agenzia “Mercury Investigazioni”, un tempo militante leghista, Arrigoni aveva due passioni: la politica e il suo lavoro, le investigazioni.
Due colleghi con i quali Arrigoni aveva spesso lavorato, Luigia Barbieri, della San Giorgio Investigazioni, e Stefano Gerosa, detective di Lecco, raccontano che è possibile, altamente possibile che l’ex paracadutista di Osio Sotto lunedì notte fosse in servizio a Verona. “Magari per indagare su una delle tante storie di tradimenti che gli capitava di risolvere” dicono. Due particolari, soprattutto, farebbero pensare questo. La macchina che ha preso per andare a Verona. “In dieci anni non l’ho mai visto in giro sulla Panda – dice Gerosa – . Secondo me stava svolgendo una missione molto ma molto delicata”.

E il telefonino lasciato a casa, spento (un modo per non risultare rintracciabile). Proprio il cellulare rappresenta un altro mistero della storia ancora tutta da chiarire.
(23 febbraio 2005)

da:http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/cronaca/verona/complice/complice.html
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Una telefonata, poi a Verona
La famiglia: aspettiamo l’autopsia
Andrea Arrigoni, 36 anni, l’investigatore privato ucciso a Verona, abitava con i genitori a Osio Sotto. Era titolare, e unico addetto, dell’agenzia di investigazioni privata «Mercury», specializzata soprattutto in intercettazioni ambientali. La sede è in via Sant’Alessandro, nel cuore di Bergamo, poco distante dalla piazza della chiesa parrocchiale.Un’altra sede di trova invece a Vilminore.

Diplomato al Liceo classico, Arrigoni aveva fatto il paracadutista partecipando anche alla missione in Somalia. Dieci anni fa era stato militante leghista e membro della «guardia nazionale padana». Per l’allora capo dell’organismo Corinto Marchini era stato anche nella scorta di Umberto Bossi. Poi aveva lasciato per «beghe interne» dice Marchini. «Un ragazzo per bene e riservato, fin troppo timido in alcune situazioni» ldice chi l’ha visto crescere, mentre per i colleghi dell’Unipitalia, un’associazione che rappresenta gli investigatori privati italiani (legata a Alleanza Nazionale n.d.antifa), era «un giovane e brillante collega». «Era una persona onesta. Non era uno che andava in giro a sparare di notte, non era un killer» dice il fratello Marco, che racconta come ieriAndrea avesse passato la domenica in famiglia con i genitori. Tutto normale. Verso le 23 Andrea Arrigoni avrebbe ricevuto una telefonata presumibilmente da un cliente e, quando poco dopo è uscito, avrebbe detto ai parenti che sarebbe tornato presto. Per il fratello Marco, la dinamica dell’accaduto «è assolutamente incomprensibile. E poi non ci sono testimoni. Io so solo che Andrea è uscito ieri sera, intorno alle 23, dopo aver ricevuto una telefonata, forse da un cliente, per andare a Verona. Il suo lavoro lo portava spesso in quella zona, così come a Padova. E a Verona aveva anche la fidanzata – ha raccontato -. Ma ieri sera sono convinto ci sia andato per lavoro. Poi è accaduto qualcosa d’inspiegabile».

Durante la notte a casa dei familiari di Arrigoni sono arrivati i carabinieri con la notizia della tragedia. La famiglia ora vuole attendere la ricostruzione esatta dell’episodio, ma non crede alle prime informazioni che attribuirebbero ad Andrea la responsabilità del terribile conflitto a fuoco. Il papà di Andrea, Alberto, 65 anni, è distrutto dal dolore. «Di mio figlio – dice – sono già state dette troppe cose. Non voglio aggiungere altre parole inutili. Lasciatemi tranquillo». Poi spiega che troppe cose non quadrano nella vicenda: «Voglio vedere i risultati dell’autopsia», ripete. «Aspettiamo – insiste – perché sicuramente c’é da capirne di più. Speriamo che l’autopsia dia qualche risultato utile». Alberto Arrigoni confida «nel lavoro delle forze dell’ordine e di quanti, in questo momento, stanno lavorando per ristabilire la verità», e intanto manifesta tutta le sue perplessità: «Mio figlio frequentatore di prostitute? Non scherziamo. Chi può credere che da Osio sia andato fino a Verona, con una Panda carica di oltre 200 mila chilometri, solo per incontrarsi con una prostituta? Semplicemente, non ha senso»..
«Non era pregiudicato – ha voluto sottolineare il fratello – e la denuncia della quale si è parlato in queste ore risaliva a molti anni fa, per un litigio con un uomo, per la quale era stata presentata una controdenuncia. Poi la vicenda era stata archiviata». Tanto che non aveva avuto alcun problema a rinnovare il porto d’armi.

Da diversi anni Arrigoni aveva una fidanzata in provincia di Verona. Forse pensava di andare a vivere con lei, visto che stava cercando di spostare il suo lavoro soprattutto verso il Veneto, a Padova e Verona.

(21/02/2005)
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