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pubblicato il 14.06.05
Qualche domanda su quei saluti romani nella rossa San Lorenzo
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Qualche domanda su quei saluti romani nella rossa San Lorenzo di Stefano Bocconetti

A Radio Onda Rossa sono arrivate le prime telefonate. Polemiche, assai polemiche. Anche se non ce l’avevano con nessuno in particolare. Ma possibile mai? Saluti fascisti a San Lorenzo? A due passi dal centro sociale “32”? “Ma insomma, che accade?”. Già, che accade se il Secolo d’Italia, il quotidiano di An, cominciava un articolo con questa frase: “Stavolta i saluti romani non scandalizzano la sinistra”?
Accade che domenica scorsa, sulla Pontina, è morto Paolo Zappavigna, in un tragico incidente con la moto. Il giorno dopo, il Corriere dello Sport il quotidiano più venduto il lunedì nella capitale gli ha decidato un titolo in prima pagina, una pagina intera all’interno. Sì, perché Zappavigna era un personaggio. Era il leader indiscusso dei Boys, uno dei gruppi degli ultrà romanisti, dichiaratamente di estrema destra. Come il loro capo. Ma al suo funerale, l’altro giorno, c’erano davvero tante persone. Tutti. La squadra, i campioni giallorossi, Totti in testa, Cassano addirittura accompagnato dalla madre. C’erano gli ultras della Lazio, politici. Di destra e di sinistra. Perché Paolo Zappavigna personaggio di cui si erano accorti anche i media: nello storico derby del marzo 2002, vinto dalla Roma per cinque a uno, una rete Mediaset seguì la partita in sua compagnia , Zappavigna, si diceva, aveva saputo tessere una enorme rete di relazioni. Anche qui: a destra e a sinistra. Aveva aperto la sede dei Boys nel popolarissimo quartiere di San Lorenzo, dove fino a qualche anno fa, la destra aveva percentuali elettorali tipo Servire il Popolo negli anni ‘70. Aveva discusso con Paolo Cento, dei verdi, una proposta di legge per evitare lo strapotere delle Questure allo stadio. E chi sa queste cose, chi vive e fa politica a San Lorenzo, racconta che Paolo Zappavigna, quarantenne, fisico da lottatore, non era molto diverso dagli altri. Da tutti gli altri qui. Odiava l’ingiu stizia, odiava i soprusi, istintivamente odiava tutto ciò che sapeva di scontato, di banale. Fascista sui generis, scrive il manifesto. Sicuramente. Anche se non c’è nulla di “anomalo” per un fascista saper tenere insieme la politica e gli interessi. Quelli materiali, economici. Perché Zappavigna sul tifo ci aveva costruito la sua attività economica. Il negozio dove si vende il merchandising della Roma, anche quello a San Lorenzo, ma non solo. Attraverso di lui, attraverso il cugino Guido (ex consigliere circoscrizionale dell’Msi, coinvolto ma solo coinvolto nell’assassinio di Fausto e Iaio), si vendono biglietti, si organizzano i viaggi per le trasferte. Soldi, insomma. Anche se lui assicurano tutti, amici e nemici non ha mai messo da parte chissà quali cifre. Questo era Zappavigna. Poi, ai funerali a San Lorenzo, quei sei, sette ragazzi che circondano la bara, appena fuori dal sagrato, lanciano il loro grido: “Chi siamo noi?”. La risposta, la forniscono loro stessi: “Siamo i Boys. Boia chi molla è il nostro grido di battaglia”. Alzano un braccio teso, a mo’ di saluto fascista. Li imitano un’altra ventina. E così percorrono le strade di San Lorenzo. A molti dà fastidio. A qualcuno non piace. Non piace neanche alla moglie, alla moglie di Zappavigna che segue il feretro coi figli. Chi sa, chi c’era, racconta che gli “accordi” non erano questi. Racconta che da sempre il capo dei Boys aveva evitato, e soprattutto fatto evitare ai “suoi”, per le strade di San Lorenzo, qualsiasi riferimento alla simbologia fascista. Per prudenza, per quieto vivere. Spesso era intervenuto contro i “suoi” ragazzotti quando avevano atteggiamenti “coatti”, provocatori. Ma ora Paolo non c’è più. E quella ventina s’è sentita autorizzata a fare il saluto romano. A San Lorenzo, nel quartiere dove il Pci, in tutta la sua storia, non è mai sceso sotto il cinquanta per cento di voti, nel quartiere dove è nata l’autonomia operaia

M olti, anche il manifesto, ha scritto, ha riportato i pareri di chi pensa che Paolo non potesse essere definito fascista: “Aveva un senso della giustizia molto simile a quello di chi lotta per affermare i suoi diritti”. Lo dicono tutti. C’è da creder loro. Ma poi ci sono i saluti romani. Che non sono il simbolo di chi lotta per i diritti. Ci sono i saluti fascisti a San Lorenzo. E ci sono i discorsi, i “saggi” sulle curve. Che identificano le due cose, curva e saluto romano. E allora qualche domande vale la pena farla. Con una premessa, l’ultima. I riferimenti simbolici hanno forse perso il loro valore. E non da oggi, non dalle ultime campagne elettorali, come scrive qualcuno, “perché i manifesti dei partiti ora sono tutti uguali”. No, li hanno persi da tempo. Sid Vicious, il leader dei Sex Pistols, girava con una svastica. Era il suo modo di sbattere in faccia a tutti, la sua alterità. Il suo disprezzo per il “musicalmente corretto” che alla fine degli anni ‘70 ti costringeva ad ascoltare solo i Roxy Music. E i Sex Pistols, e quel che verrà dopo di loro, hanno cambiato la musica e il mondo più di quanto abbiano fatto i musicisti rispettosissimi delle icone. No, non è questione di simboli, allora. Ma le domande restano. Quelle braccia tese, quelle degli amici di Zampavigna, non hanno davvero più alcun riferimento all’ideologia che le ha generate? E perché, allora, allo stadio partono da lì, dai Boys i fischi ai giocatori di colore? Perché sono sempre e solo i Boys, quelle braccia tese, che per insultare qualcuno lo definiscono “un napoletano”? Saluti romani che c’entrano poco con le curve. C’entrano poco anche coi loro linguaggi altri. Perché in curva si fa solidarietà, in curva si odia il potere costituito, in curva si prova a sottrarsi all’arbitrio di chi decide come e con quale stile devi vivere una passione. In curva si piange per i bambini uccisi dal crollo della scuola colpita dal terremoto, si raccolgono i soldi per i loro genitori. In curva, nella curva che conosco, in quella che qualcuno ha definito una Zona Temporaneamente Autonoma, una delle poche nella città, si denunciano le inerzie delle indagini per la morte di Marta Russo. E poi ci sono i Boys, e, fino a qualche mese, “Tradizione e Distinzione”. Lassù, in alto, verso la Monte Mario. E ci sono i saluti romani. Ci sono gli insulti a Carlo Giuliani, seppellito con la bandiera della Roma. C’è la tolleranza con la cultura mafiosa, verso chi espone scritte “Basta Infami solo lame”. E’ un pezzo della curva, non è la curva. Attraversata come ogni strada, le strade che erano la casa di Zappavigna, da tensioni, da progetti, da visioni diversi. Opposte, contrapposte. Da contrapporre. C’è quella di chi fa il saluto romano, quella di chi ha occupato il settore verso i distinti alla vigilia delle regionali coi simboli di uno dei movimenti che faceva riferimento alla Mussolini, e c’è chi vorrebbe tacitare quei gesti e quei simboli. Vorrebbe, vorremmo, prima persona plurale. Perché ed è l’ultima domanda quando prima di Roma Reggina, poche giornate dalla fine del campionato, dai Boys partì l’inno “Faccetta nera”, qualcuno, chi scrive abbonato alla Roma, ingresso 22, fila 56, posto non lo dico , quando partì l’inno fascista qualcuno provò a fischiare. Prima un gruppetto, poi altri, poi altri ancora. Quei saluti romani furono azzittiti. Per una volta almeno. E perché dovrebbero, dovremmo riprovarci se anche quei saluti e quei cori raccontano solo di un “esser contro che ispira naturale simpatia”? Perché si dovrebbe rischiare ad applaudire un avversario nero o “napoletano”, se poi vigono “accordi” con i Boys? Quali accordi? E poi: quegli “accordi” valgono solo per San Lorenzo o anche allo stadio? Qualcuno di quelli che ha riflettuto ha mai provato ad andare lì in alto, nel settore della curva occupato dai Boys con il Manifesto o con Liberazione in mano? polemica

di Stefano Bocconetti

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