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pubblicato il 15.05.15
Il patto del Brancaccio, a Roma nasce la destra di Salvini e Casapound
·
12/05/2015

Il leader prepara la marcia sul centro-sud. I «fascisti del Terzo Millennio» si rifanno il look in un teatro pieno di giovani, polizia e riciclati

«C’è solo un capitano». Non è lo stadio Olimpico, non gioca Francesco Totti. I cori rimbombano in un teatro romano, il Brancaccio, dove in programma dovrebbe esserci Grease ma il protagonista diventa Matteo Salvini. Qui si tiene a battesimo l’articolazione capitolina di “Noi con Salviniâ€, creatura post-leghista che guida l’espansione elettorale al centro-sud. Per il primo incontro ufficiale a Roma c’è il pienone, almeno mille persone tra galleria e platea. Due hostess bionde stendono un tricolore su cui raccolgono le donazioni, altre colleghe invitano a votare per l’abolizione della Legge Merlin. Siamo a via Merulana, piena China Town, un alveare di negozi stranieri e palazzi ottocenteschi a due passi dalla sede storica di Casapound in via Napoleone III, «l’ambasciata d’Italia all’Esquilino» come la chiamano alcuni di loro. Le strade sono militarizzate, una ventina i blindati di Polizia e Carabinieri: devono sedare le proteste degli antagonisti che accompagnano Salvini in giro per l’Italia.

Da mesi Casapound fa campagna per Salvini e oggi cambia simbolo, si apre «anche ai non fascisti». «Matteo? È il futuro della destra, lo portiamo al ballottaggio con Renzi»

Nella Capitale gli resta il teatro: Matteo sarebbe dovuto andare alla Garbatella, sfidato pure da Claudio Amendola, ma la Questura glielo ha sconsigliato per motivi di sicurezza. «Magari ci torno senza 50 carabinieri in assetto antisommossa». Forfait anche a Primavalle, dove Salvini avrebbe dovuto visitare «una clinica occupata da migranti e una scuola occupata da nomadi». Al Brancaccio fila tutto liscio, niente lancio di ortaggi. Col segretario del Carroccio si ritrovano i comitati di quartiere, i consiglieri municipali di Noi Con Salvini, un network capitolino già in fermento ma anche diversi curiosi. Signori di mezza età e belle donne. Ma la maggioranza dei presenti è incarnata da militanti e simpatizzanti della galassia Casapound. Giovani in camicia. Poco folklore. Al massimo le magliette di ZetaZeroAlfa (il gruppo musicale di Casapound) o una polo della Decima Flottiglia Mas. Si salutano stringendosi il braccio. Sorridono, sventolano tricolori, attendono in ordine. Da mesi i «fascisti del Terzo Millennio» fanno campagna a tambur battente per Matteo Salvini. Ieri un flirt, oggi il matrimonio. Con lui dalla Capitale lanciano la nuova destra antirenziana tra ovazioni e foto ricordo. Si parte dalle regionali con i primi uomini della Tartaruga inseriti nelle liste salviniane, ma i prossimi obiettivi sono il Campidoglio e Palazzo Chigi.

Lo dice Simone Di Stefano, vicepresidente e frontman di Casapound. Al Brancaccio lo fermano pischelli e signore agghindate, vogliono stringergli la mano e fare una foto. Lui si concede volentieri, prima di abbracciare l’altro leader. «Matteo Salvini - racconta a Linkiesta - è il futuro della destra, ha portato al centro tre temi fondamentali: stop euro, basta immigrazione e “prima gli italianiâ€. Idee che vanno sostenute al netto delle diversità tra di noi». Ecco le prove generali: in Toscana la Tartaruga ha piazzato due dei suoi nelle liste della Lega. Stessa cosa in Puglia, dove Salvini e Casapound sostengono Adriana Poli Bortone. Intanto alle amministrative di Bolzano Casapound ha eletto due consiglieri, i primi di sempre in un Comune. «Un risultato storico» per una nuova destra «che deve battere Marino e portare Salvini al ballottaggio con Renzi». Ancora Di Stefano: «Vogliamo riprenderci i voti di chi è rimasto orfano di Berlusconi e Alemanno». Salvini è al centro del progetto. Ma per allargare la platea Casapound gioca la carta del restyling partendo dal Brancaccio. Bandiere, spillette e volantini non hanno il simbolo della tartaruga. Ovunque si legge Sovranità (slogan già visto a febbraio in piazza del Popolo), tre spighe di grano giallo su sfondo blu e la scritta “prima gli italianiâ€. Un escamotage per farsi digerire da un'opinione pubblica severa? «Vogliamo far partecipare più persone possibili - spiega Di Stefano - Casapound è un movimento militante e ideologizzato mentre fuori c’è un mondo che vuole sostenere le stesse idee senza essere così identificato. Con Sovranità siamo riusciti a prendere consiglieri di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Uniti per il progetto di Matteo Salvini». Il contenitore è «aperto a tutti, anche ai non fascisti» non solo a chi, come Di Stefano, si definisce «diretto erede dei caduti della Repubblica Sociale che guarda all’opera di Mussolini con ammirazione». Sovranità spalanca le porte, l'importante è che «si ami la Nazione».

Ex Ncd e Forza Italia, tutti sul carro di Salvini. C’è anche la finalista di Miss Parlamento nella scorsa legislatura: «Stimo Matteo, mi piace come parla»

Maniche di camicia e t-shirt per i Marò, Salvini si tiene alla larga dalle definizioni. «Niente etichette - chiosa il segretario del Carroccio - facciamo le stesse battaglie e parliamo a persone di provenienza diverse». Effettivamente in sala di “ex†se ne vedono parecchi. Il gran cerimoniere della serata è Marco Pomarici. Consigliere comunale, già presidente dell’Assemblea Capitolina, ora è l’uomo di Salvini al Campidoglio. Partito da Forza Italia, passato in Ncd, porta in dote un corposo pacchetto di voti. Non a caso rivendica di «battere il marciapiede della politica romana». In tanti sono saliti sul carro di Matteo, gente che ha cambiato casacca per la Lega 2.0. Souad Sbai, ex Pdl e Fli, al Brancaccio se la prende contro «la sinistra relativista» perchè «la soluzione non è mettere un bastone per i selfie in mano ai migranti sulle nostre strade». Barbara Mannucci, classe 1982, ex deputata Pdl e finalista di Miss Parlamento nella scorsa legislatura, era una bionda berlusconiana di ferro che nel 2011 giurò: «Berlusconi è la luce, resterò con lui fino alla fine». Oggi è responsabile donne di Noi Con Salvini e siede in prima fila al Brancaccio. Con Linkiesta argomenta: «Stimo Matteo, mi piace come parla, l’entusiasmo che genera nelle persone. I politici di oggi non badano alle esigenze dei cittadini, mentre lui porta temi concreti. L’alleanza con Casapound? Sono bravi ragazzi, non hanno mai fatto del male a nessuno. Mi imbarazzerebbe essere alleata con Ncd». Poi c’è la deputata Barbara Saltamartini, ex Alleanza Nazionale, ex Pdl, ex Nuovo Centrodestra, oggi con Salvini, però lontana dal teatro. «Doveva essere dei nostri ma è stata chiamata a partecipare a una trasmissione televisiva». Il leader, che conosce il mezzo, la perdonerà. Anche lui, prima di entrare in sala, ha registrato un’intervista con Formigli per Piazzapulita.

Ma al Brancaccio, dopo i discorsi degli alleati, lo show è di Salvini. Sul palco come a casa sua. Armeggia con l’ipad, sciorina il linguaggio da buon padre di famiglia, gesticola e fraseggia col pubblico. Guardato a vista dalla scorta e da un servizio di sicurezza delle grandi occasioni, si concede a un talk teatrale coi giornalisti Alessandro De Angelis e Massimiliano Lenzi. C’è tutto il repertorio. L’applausometro impazzisce. «Se cammino per strada e qualcuno dice Alfano mi fermo e mi incazzo». «Berlusconi ha fatto il suo tempo? Io non sono un infame, non pugnalo alle spalle come Renzi». «L’Unione Europea è un’associazione a delinquere». «Gli immigrati vanno soccorsi in mare ma nemmeno uno deve sbarcare sul suolo italiano». «Grazie a Dio che c’è Putin sulla Terra». «Per il Corriere siamo estremisti, io mi sento normale ma se mi dai del moderato mi incazzo come una bestia». «Non dire Fornero, è l’unico cognome che mi fa incazzare più di Alfano». «Lo Stato chieda scusa ai pensionati». «Il reddito di cittadinanza? Mi piacerebbe dare possibilità di lavoro ai giovani, non l’elemosina di Stato». «Saviano per me non è un modello». «De Luca in Campania ha coinvolto gente più a destra di Casapound». «Non sarò il candidato premier di un’armata Brancaleone». «Servono le primarie di centrodestra sul programma e sul candidato».

Nella conquista del Mezzogiorno Salvini non può fare tutto da solo. Sdogana i «fascisti del Terzo Millennio» e prova a fare selezione tra i riciclati

Nella conquista del Mezzogiorno Salvini non poteva fare tutto da solo. La cavalcata è lunga, le regioni sono più complesse di un tour elettorale. Anche per questo al Brancaccio si formalizza un «cantiere aperto, senza pregiudiziali». Il leader leghista dice di dialogare con «forze sindacali a destra e a sinistra». Oggi però l’interlocuzione con Casapound sembra la più consolidata. Un passaggio forte, senza imbarazzi né timori. Tutto alla luce del sole, con le truppe romane della tartaruga che acclamano il leader milanese. Non è Fiuggi, è via Merulana. Non ci sono due giovani Berlusconi e Fini dei primi anni Novanta. Ma l’idea è quella di un patto che sta sdoganando i «fascisti del terzo millennio» insieme a movimenti e comitati che pascolano nel recinto di Noi con Salvini. A tenere unite le truppe neo-leghiste tra centro e sud Italia ci pensa Raffaele Volpi, senatore della Lega Nord e «ufficiale di collegamento» che cura l’operazione da oltre un anno. Ma i rischi di imbarcare trombati e gattopardi sono tutt’altro che remoti. «Molti ne abbiamo scartati», confida Barbara Mannucci. La guardia resta alta e Salvini rivendica tre criteri di selezione: «Fedina penale pulita, niente riciclati al terzo o quarto mandato e poi accendo un cero alla Madonna sperando che ce la mandi buona». Alla fine del comizio tutti in fila per una foto con Matteo. Lo invocano, lo abbracciano. Lui sorride senza un filo di stanchezza, dice che c’è tempo per tutti. La nuova destra è ancora giovanissima.

http://www.linkiesta.it/salvini-casapound-roma






Ora Matteo Salvini è il leader di CasaPound




Dopo piazza del Popolo Salvini torna a Roma. Ecco una cronaca dal teatro Brancaccio, dove i militanti della formazione di destra, tutti incamiciati, hanno salutato la loro nuova guida

Questo anticipo di amministrative ha messo di buon umore Matteo Salvini, questo è sicuro. Triplicare i voti di Forza Italia, lasciando al palo Silvio Berlusconi, sotto il 5 per cento, è cosa non da poco. Se poi ci aggiungete che CasaPound elegge e bene un consigliere a Bolzano (Andrea Bonazza, più un altro piazzato in una lista civica), capite perché l’umore è alto al teatro Brancaccio, a Roma, dove il leader della Lega riunisce l’esperimento di “Noi con Salvini†e i militanti della destra romana.

«Con i ragazzi della Lega, abbiamo un ottimo rapporto» spiega proprio Bonazza, felice per la sua elezione, che arriva compresa di primato: è il più votato nel centrodestra bolzanino. Bonazza sintetizza così l’amalgama verde e nera, che riempie ordinatissima il teatro, a due passi dalla sede di CasaPound, quella che gli occupanti tengono proprio a chiamare «l’ambasciata d’Italia all’Esquilino».

Pochi striscioni, pochi cori. È la prima cosa che si nota. Non ci sono le iconiche magliette di CasaPound, con i versi degli Zeta zero alfa, neanche un «Nel dubbio mena»: guardando bene si riesce solo a trovare un banalissimo «Italia, risorgi, combatti, vinci», e un «Picchia il vip», che possiamo immaginare abbia passato la censura solo perché nelle intenzioni dovrebbe esser smaccatamente goliardico.

Neanche del simbolo di CasaPound c'è traccia, d'altronde. All’ingresso c’è solo un tricolore tenuto teso, orizzontale, da due hostess: è un cesto delle offerte molto patriottico. Le bandiere, per il resto, sono quasi tutte blu. Niente verde, niente nero. Al centro c’è il simbolo elettorale, disegnato per l'occasione della liaison con la Lega. “Sovranità†è il nome; il simbolo sono tre spighe di grano, ben dorato. Sul fondo azzurro uno si aspetterebbe di vedere il profilo di Latina, una qualche palude da bonificare, e invece niente. Anche qui, delusione.

Si vedono persino poche ragnatele tatuate sui gomiti, che erano un must insieme alla collanina con la celtica. Qualche Spqr e molte porzioni di gladiatori, le cui gambe spuntano dalle polo ben stirate e dalle maniche delle camicie tenute a metà avambraccio. L'unico striscione, “Renzi e Marino a casa", non ha neanche un carattere spigoloso, una qualche S mussoliniana.

L'organizzazione, questa sì, ricorda la passione per testuggini e pratiche militari. Gli avanbracci si stringono ad ogni saluto. Ma è la sicurezza che più colpisce: è in mano a CasaPound e si vede. Nulla è casuale, i ragazzi presidiano ogni porta, ogni colonna. L'ufficio stampa invece è della Lega, ma nulla può quando la testuggine decide che i fotografi devono seguire l'evento dal fondo della sala e questi, contrariati, se ne vanno proprio. Sciopero bianco. Solo l’intervento di un qualche graduato riesce a far applicare una nuova direttiva. È una fortuna, perché altrimenti ci saremmo persi l’immagine di Matteo Salvini che si mette la solita maglietta tributo, questa volta che alliscia la destra, sui Marò.


Ma veniamo all'affluenza. Roma, si sa, con Salvini non è così generosa. Già a febbraio la manifestazione di piazza del Popolo era andata così così, con la piazza piena a metà, nonostante il palco fosse stato posizionato strategicamente. Il teatro è più semplice, sì, e infatti è pieno, con i suoi 1300 posti. All'ingresso ci sono i cartelloni di Grease, che questa sera non va in scena, e una camion vela col faccione di Salvini. Una decina di camionette della polizia presidiano senza avere molto da fare. «Qui non ci vengono» mi dice un ragazzo, che evidentemente considera l’Esquilino - nonostante i cinesi, e la storia dell’ambasciata in terra straniera - zona “sicuraâ€.

Dentro ci sono i militanti di CasaPound, qualche volto della destra storaciana riconvertito al leghismo, qualche ex An, noto nei consigli municipali romani. «Qui c'è la Roma che non può tollerare che i marò rimangano ancora sequestrati» taglia corto il senatore Raffaele Volpi, braccio destro del leader Salvini, plenipotenziario per l'impresa dello sbarco a Sud. Poi c’è qualche forzista. C’è pure uno che è pure passato per la pattuglia alfaniana, ma tutti hanno la cortesia di non ricordarglielo, anche quando incurnante del pericolo sfotte lo stesso Alfano, dal palco, ed è Marco Pomarici, consigliere comunale a Roma, che fa i saluti e annuncia l’arrivo di Matteo Salvini. La platea a quel punto intona: «Un capitano! C'è solo un Capitano, un capitano… C'è solo un Capitano!». Si sente un solo «Duce!», ma è un attimo: sanno di esser osservati. Grande sventolio di bandiere, coordinato dalla sicurezza. La Lega - insomma - è ufficialmente un movimento personale, personalissimo. Ed è nero, anche se il nero cerca di darsi un contegno: «Crediamo in un solo uomo» dice ancora Pomarici per togliervi ogni dubbio, nel caso lo aveste.

Prima che lo spettacolo cominci, due militanti conversano nel foyer. Sbagliano, questi, nel prevedere la contestazione dei centri sociali romani, «di quelli della Garbatella», soprattutto, già protagonisti nei giorni scorsi di un ironico video per Salvini, che ha visto la partecipazione anche dell’attore Claudio Amendola. «Che poi» nota uno, «il quartiere ha dato i natali a grandi camerati». «Gli amici del mito tuo» continua un secondo rivolto a una terza, evidentemente fan dei Cesaroni, «stanno a veni' qua...». Così non è. E ha gioco facile, “il fascista del terzo millennio†Simone DI Stefano, quando è il suo turno, ad esordire con uno sfottò, dal palco: «Avete per caso visto arrivare il signor Amendola?».

Per sentir parlare Matteo Salvini bisogna aspettare un po’. Non molto, in realtà, l’ordine e la disciplina fanno sì che nessuno sfori i tempi degli interventi. Neanche Simone Di Stefano parla più del dovuto, nonostante i cori e lo sventolio di bandiere. Lui è il leader che ha ormai sostituito il fondatore Gianluca Iannone. Anche Iannone gira incamiciato, sia pure a quadri, per il teatro, ma è Di Stefano, con la giacca blu, che rilascia dichiarazioni alla stampa. «Non c'è spazio per i moderati», dice, ma fa tutto un altro effetto con i suoi capelli corti sale e pepe. L'avesse detto Iannone sarebbe suonato ben più minaccioso, testa pelata e barba lunga. Ecco, sì, le barbe, poi, si può notare, sono tante. E con loro, i capelli con la piega e il doppio taglio. Anche i camerati, insomma, hanno la loro fase hipster.

È ancora Di Stefano a spiegare l’unione con Salvini. «Non dobbiamo avere preconcetti» dice ai suoi, sempre applauditissimo. «Ne avevo quando ho visto Pietro Taricone entrare la prima volta a via Napoleone III» ricorda commosso, «ne ho avuti quando ho incontrato per la prima volta Volpi e Salvini». «Mi sbagliavo» dice Di Stefano, «sono due persone rette». «Salvini non è il mostro che vuole dividere l’Italia in due, tre, quattro o cinque parti. Salvini è partito dalle periferie di Milano per andare al Sud a difendere i pescatori». Praticamente è Garibaldi. E l’accoppiata è cosa fatta.

Il leader, ovviamente, chiude. Arriva da Foggia da dove ha twittato contento nonostante sia l’ormai consueta pioggia di uova e ortaggi. Sale sul palco, indossa la maglia, si siede e ascolta, non senza aver prima registrato una comparsata a Piazzapulita, e averne messa in agenda una a Di Martedì, così che al telespettatore non sembri neanche di aver cambiato canale. E poi, siccome è evidentemente un vizio, anche qui non fa un comizio ma inscena un talk show. Due colleghi ad intervistarlo. All’ex cavaliere Berlusconi dice «avessi io 79 anni mi ritirerei a godere dei frutti del mio lavoro» e promette che tornerà a chiedere le primarie: «Non mi metterei mai a capo di una armata brancaleone di centrodestra ma, in ogni caso, il leader della coalizione alternativa a Matteo Renzi lo dovranno scegliere le piazze d'Italia». Ma il bersaglio preferito è sempre Angelino Alfano, anche perché al Sud è lui che va cannibalizzato: «Quando sento per strada qualcuno che dice il suo nome» dice Salvini, carezzando il pelo alla platea, «io mi incazzo, mi mette proprio di cattivo umore».

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/05/12/news/ora-matteo-salvini-e-il-leader-di-casapound-1.211901

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