Renzi e Napolitano: il manifesto della classe dominante

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Per il premier, è necessario “evitare un rischio pazzesco”, ovvero “un disegno per dividere il mondo del lavoro”. Perché, sostiene, “non esiste una doppia Italia, dei lavoratori e dei padroni: c’è un’Italia unica e indivisibile e questa Italia non consentirà a nessuno di scendere nello scontro verbale e non solo, legato al mondo del lavoro”.

Matteo Renzi all’assemblea degli industriali di Brescia nello stabilimento della Palazzoli (3-11-2014)

“Vi è il rischio che, sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità forse mai vista prima”.

Giorgio Napolitano, in occasione della cerimonia al Quirinale per la Festa delle forze armate (4-11-2014)

Uno spettro si aggira per il Belpaese: l’antagonismo della lotta di classe. Così potremmo sintetizzare gli interventi dei due principali esponenti istituzionali della classe dominante (anche se litigante) italiana.

Il Presidente del Consiglio Renzi ha reso ancor più esplicite le intenzioni del suo Governo e, per superare l’impasse mediatico dell’ultima settimana (in seguito alle cariche contro gli operai Ast Terni) ha ribaltato il piano comunicativo, mandando un messaggio chiaro. Se fino ad oggi ne aveva sparate molte, a settimane e giorni alterni, tenendo sempre dritta la barra su finte contrapposizioni per le proprie manovre politiche (garantiti – non garantiti, i politici e la ggggente, vecchio e nuovo) stavolta, dopo aver fatto capire ai sindacati che non è più aria e che bisogna fare sul serio, senza nemmeno passare per l’inutile concertazione sul grado di abolizione delle condizioni di vita, afferma l’esistenza di un “unico popolo indivisibile”.

Interessante questa retorica, al di là dello stratagemma comunicativo: dato che nel “popolo” ci sono le classi, Renzi si rivolge a tutte queste come se non esistessero differenze, superando i cosiddetti corpi intermedi del sindacato e dell’associazionismo, e inglobando nel proprio discorso la varie “parti sociali” tanto da metterle al servizio diretto del proprio operato. Una strategia non nuova, ovviamente, che arriva solo dopo un precedente utilizzo in campagna elettorale, come fa tradizionalmente il classico “partito pigliatutto”. E’ la stessa di Mussolini, ma anche di Roosvelt, come di Hitler, Churchill, Stalin, di qualunque esponente della classe dominante, al netto delle circostanze nelle quali la propaganda deve sapersi adattare, con la quale si prende atto che lo scontro c’è, esiste, è nella “civiltà” capitalistica e non lo si può negare, ma che la soluzione andrebbe condivisa con spirito di sacrificio, facendo tutti la stessa parte perchè avremmo tutti (a prescindere dalla classe di appartenenza) gli stessi interessi. Ovviamente non è così, è palese che, dopo la retorica di Landini sull’occupazione delle fabbriche, vedere un Presidente del Consiglio che ne occupa una (gli operai erano fuori, in ferie forzate) di fronte agli industriali, non sta facendo “gli interessi di tutti”. Allora cosa vorrebbe questo gggiovane premier? Semplice: fare quello che è già stato messo in pratica, in tempi diversi e in particolare in modi diversi, in Gran Bretagna e Germania alla fine degli anni novanta. Ristrutturare il capitalismo italiano secondo le necessità imposte dalla competizione internazionale. Per farlo serviranno sicuramente i “sacrifici necessari”, ma questa retorica l’ha già utilizzata il Governo Monti (quello sostenuto dalle stesse forze politiche di oggi,  dagli stessi interessi di classe), quindi si richiama una sorta di fascismo 2.0 e ci si affida al caso e alla necessità. Perchè riproporre le stesse ricette (vedi mini job o Jobsact) quindici anni dopo, in un altro contesto globale e nazionale, non è un progetto, è un’avventura. Fino ad oggi, essendoci ancora un po’ di grasso colante, in termini economici, la classe dominante italiana se lo è potuta permettere, ora inizia una nuova fase e servirà anche stabilità interna.

Qui entra in gioco il messaggio di Napolitano, pronunciato il giorno dopo quello di Renzi (guarda le coincidenze) sulla necessità di mantenimento dell’ordine sociale in Italia e non solo. E’ singolare il riferimento al pericolo di un’eventuale saldatura fra il mondo del lavoro e l’antagonismo che vi si trova, mentre il solito riferimento all’estremismo non è certo una novità. E’ lo stesso timore che emerge tra le righe del rapporto dei servizi segreti dell’anno scorso sulla situazione generale italiana: le “rotture e violenze di intensità forse mai vista prima” sono alle porte, all’ordine del giorno a livello globale e il Capo dello Stato sa bene che oggi non esistono più i carri armati di una volta, quando si poteva “difendere il socialismo” (il capitalismo di Stato Russo) solo stando con chi uccideva chi vi si ribellava. Oggi bisogna essere democratici, quindi far finta di niente, rassicurare i vari imperialismi del fatto che ognuno avrà la sua fetta a buon prezzo e, infine, suggerire al giovane premier di rispolverare i manuali del ventennio.

ll “comunista preferito” di Kissinger  (ma non da noi, non essendo Napolitano comunista) ci tiene anche a sottolineare che sarebbero inutili, oggi, “contrapposizioni ideologiche” perchè datate, fuori contesto. Su questo siamo d’accordo: fare un’apologia di un’idea, oggi, di fronte all’incontestabilità dei fatti, materiali e non, in full-HD come in 4K, non ha senso. I licenziamenti a pioggia, la miseria realitiva crescente, il capitale e la ricchezza concentrati sempre in meno mani e un’esercito di potenziali lavoratori resi disoccupati dalla crisi, sono qualcosa di granitico, indiscutibile. Specie nel Belpaese, dove si sopravvive, come ama ricordare Ilvo Diamanti, grazie alla pensione di qualche milione di nonni ( divisi anch’essi a seconda della classe di appartenenza) e tutto sembra ancora ingessato.

Ma qualcosa, ultimamente, sta emergendo: tra i soliti cortei rituali e le ricorrenti parole d’ordine, pian piano si intravedono piccoli embrioni organizzativi, con nuove e vecchie rivendicazioni sempre più necessarie. Sta a noi rifiutare il progetto di fascismo 2.0, ovvero il nuovo che si fa vecchio perchè il vecchio non è mai abbastanza superabile. Noi, che non avremo nemmeno a breve termine la possibilità di scelta fra le briciole che cadono dall’alto, dobbiamo organizzarci. Sapremo metterci alla prova rifiutando vecchi e nuovi feticci?

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