La concordia e “la legge di mercato”: anche nelle sale il capitale recita il suo mantra

Djanga

La legge del mercato è un film che ammutolisce, che trasforma le parole in grumi insolubili. Guardandolo si resta paralizzati, doloranti e raggomitolati sul divano, dall’inizio fino ai titoli di coda. Non è la bruttezza estetica del film a procurare la sgradevole sensazione; la fotografia è sciatta, le riprese sono banali (strizzando invano l’occhio allo stile documentaristico), la recitazione è noiosa (per quanto si cerchi di nasconderla dietro l’utilizzo di attori non professionisti), ma non è l’estetica il problema. E non è neanche un certo livello di pretenziosità che disturba: vorrebbe essere un film sul lavoro, ma non ci riesce (per quanto sia evidente il tentativo di Stéphane Brizé di copiare Loach); vorrebbe misurare la temperatura dell’epoca, ma manca degli strumenti essenziali per farlo. L’arresto di ogni muscolo dipende dal fatto che chi guarda riesce a sperimentare, a livello molecolare, la perdita totale della potentia agendi del suo personaggio principale: Thierry, un lavoratore di 51 anni.

Come fosse un TOREC (Total Recorder) – il casco di cui parla Primo Levi in Trattamento di quiescenza, grazie al quale è possibile provare le sensazioni, le emozioni e i pensieri registrati da un altro cervello umano – il film riesce a trasmettere la (progressiva perdita di) coscienza, la rassegnazione di Thierry, il suo rinunciare alla lotta e, di conseguenza, il suo ridursi a puro metabolismo.

Thierry, sposato e con un figlio down, dopo molti anni di lavoro in fabbrica, resta disoccupato. Il tentativo di ri-vendere le proprie braccia nel mercato del lavoro lo spiazza, lo disorienta e lo confonde. Dopo poco tempo, infatti, si rende conto che ora le imprese non vogliono soltanto lavoratori da sfruttare con orari umanamente impossibili e paghe da fame; ora chiedono di più: vogliono degli schiavi che siano grati e felici di essere tali. Tutti gli inutili nuovi corsi professionalizzanti e gli estenuanti colloqui con le agenzie interinali, dove dei trainer svuotati di ogni sembianza ed empatia umana infliggono gli ultimi colpi all’autostima dei lavoratori, sono tesi a trasformare Thierry in un felice servo del capitale.

“Se mi permette un commento, il suo curriculum non è molto chiaro”, “Postura troppo remissiva”, “Camicia aperta, quindi sciatta”, “Tono di voce basso, arrendevole”, “Non mi farebbe certo venir voglia di parlargli”: sono alcune delle frasi con cui altri lavoratori, addestrati a vendersi al capitale, giudicano il modo con cui Thierry affronta i nuovi colloqui di lavoro. Organizzati come degli zoo umani, – diffusi in Europa alla fine del diciannovesimo secolo per legittimare e normalizzare le aggressioni coloniali degli stati europei -, con i lavoratori sorvegliati da videocamere e poi giudicati in ogni frame della loro performance, le sedute collettive delle agenzie interinali sono finalizzate al training di massa dei lavoratori. L’obiettivo è quello di banalizzare e trasformare in senso comune la subordinazione materiale e culturale ai diktat del capitale. Questo, per sopravvivere e riprodursi, ha anche bisogno della competizione tra lavoratori. Si cerca, pertanto, di installare, come fosse elemento naturale dell’esistenza, la competizione con altri lavoratori per accaparrarsi un posto da schiavo felice. Lo impone il mercato.

Thierry affronta con senso di straniamento tutto ciò. Non comprende fino in fondo quel che accade attorno a lui, non sente suo ciò che cercano di installargli nel cervello. Non è competitivo, non invidia i colleghi, né le macchine o le case dei padroni. Non cerca di sopravvivere inferendo colpi agli altri disoccupati come lui. Fa quel che può per riuscire a portare a casa uno stipendio, conservando ancora qualche briciolo di dignità. Non cerca nemici, ma non vuole neanche capire da cosa dipende la sua condizione, chi e cosa sta procurando a lui e alla sua famiglia sofferenze indicibili, e ancora meno vuole lottare. Anche quando i suoi vecchi amici e colleghi gli chiedono di lottare insieme contro il padrone che li ha licenziati, lui rifiuta: “vedete, non ho cambiato idea, non ho tradito, è che oggi non me la sento più di lottare”. La paura e la fatica della lotta sono diventati in lui desiderio.

E’ una vittima, Thierry. In altre parole, è l’eroe del nostro tempo. E proprio per questo il film gli offre il palcoscenico, il piedistallo su cui emergere e trionfare. Perché essere vittime è qualcosa di cui farsi vanto oggi; la vittima impone ascolto e rispetto, promette riconoscimento, mette in moto un generatore automatico di identità (“ogni compassione contiene in sé un germe di identificazione”, diceva J.J. Rousseau). In quanto non agisce, ma patisce, la vittima non può neanche essere criticata ed è degna di ogni ammirazione. Del resto, come può la vittima essere responsabile di qualcosa? E’ questo il problema del film. La sua totale adesione alla ideologia della concordia, che è il vero generatore della paralisi e infelicità di Thierry, entra anche nelle vene dello spettatore, per imporre infine l’emulazione, sfruttando e manipolando la simpatia umana che ciascuno prova, in modo istintivo, per la vittima. Thierry ci insegna che ciò a cui possiamo al massimo aspirare è il rifiuto di essere aderenti al capitale nelle sue peggiori perversioni. Questo è il massimo che si può fare. La lotta contro di esso non è una questione di fattibilità o di giustizia: semplicemente non è desiderabile. La scena finale (e senza voler fare qui lo spoiler) ci mostra, infatti, Therry che esce dal nuovo posto di lavoro (vigilantes in un supermercato), perché non ha lo stomaco per reggere lo stato di cose in cui era costretto a stare. Il finale ribadisce, quindi, la sua condizione di vittima e lo trasforma contemporaneamente in “eroe buono”. La scena finale è l’ultima dose di impotenza che viene iniettata nello spettatore.

Il film di Brizé elimina dall’orizzonte di senso il conflitto, la lotta. Lo fa trasmettendoci l’idea che, in fondo, ciò sia giusto e anche perfino bello. Tale eliminazione, infatti, è collocata nella sfera più profonda dei personaggi del film, quella dei desideri: la concordia ad ogni costo è il Zeitgeist del film e anche della nostra epoca. E’ questo il trauma di Thierry, e non la perdita del posto di lavoro: è l’impotenza che genera la lesione, il trauma, e non le difficoltà dell’esistenza sotto il capitalismo. E’ l’assenza di un orizzonte, di una possibilità di cambiamento e perfino di un immaginario diverso dalla realtà asfittica a mortifera in cui viviamo che paralizzano. Questo è il trauma di Thierry e di tutti i lavoratori in Occidente, un trauma dal quale sembrano oggi incapaci di liberarsi, incapaci cioè di tornare soggetti della storia: “finché non vengono compiute azioni politiche, la domanda ‘chi?’ non può essere posta” (V. Descombes). Il compito però di un’arte rivoluzionaria è anche quello di rendere possibile immaginare orizzonti dipinti di rosso. La legge del mercato soccombe al mercato.

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