Proteste in Brasile – La tariffa non è denaro, è tempo

di Eliane Brum*, pubblicato su El Pais il 18.01.16

traduzione di Clelia Pinto per il Resto del Carlinho Utopia

Il tempo non è denaro. E  la tariffa è tempo, non denaro. Riguardano il tempo, quindi, e non il denaro, le manifestazioni contro l’aumento dei biglietti del trasporto pubblico nel 2016, come lo sono state quelle del 2013.

Se non sarà riconosciuta la potenza di quel che è in gioco nelle strade di São Paulo e di altre città del Brasile, tutto si ripeterà come farsa. E la polizia militare brutalizzerà con violenza i corpi già brutalizzati dagli aumenti e, principalmente, dalla vita monetizzata. La vita ridotta alla logica del capitale.

Ci sono sue linee principali nella narrativa delle proteste da parte della stampa. Una sottolinea il fatto che l’aumento della tariffa di autobus, treni e metro di São Paulo, da 3,50 reais a 3,80, è stata inferiore all’inflazione. L’altra si concentra sullo “scontro” della Polizia Militare con i manifestanti per impedire la depredazione e il “vandalismo” ai danni del patrimonio pubblico e privato.

Questi due approcci, intimamente legati, sembrano essere naturali, come se esistesse un ordine “naturale” nelle “cose così come sono” che viene prima della vita e della politica – e anche della tariffa del trasporto pubblico e dell’azione delle forze di sicurezza dello stato. Sono i dogmi non religiosi che anche una parte della stampa laica riproduce.

Nella prima linea narrativa si afferma implicitamente che, se la tariffa è salita meno dell’inflazione, non c’è nessuna ragione di protestare. Sarebbe ovvia, conti alla mano, la necessità di accompagnare l’inflazione in modo tale da permettere al sistema di continuare a funzionare. Così, il fatto che l’aumento sia inferiore all’inflazione dovrebbe rappresentare per i cittadini un vantaggio di cui esser grati. L’affermazione nascosta è che la logica della vita è monetaria. E, principalmente, che la tariffa dei trasporti non è una questione politica ma di sapere fare conti.

La seconda linea narrativa trasforma la Polizia Militare nella principale protagonista, nella misura in cui le forze di sicurezza dello stato decidono quale sarà l’andamento della manifestazione – o se sparerà lacrimogeni e proiettili di gomma e distribuirà o meno manganellate all’inizio, durante o alla fine delle manifestazioni.  Questa è l’incognita di ogni manifestazione contro l’aumento della tariffa. Ed è con “naturalezza” che questo è descritto, come se la PM (Polizia Militare) fosse un corpo autonomo e come se la sua azione non alludesse a una visione del mondo e non fosse il risultato di un ordine del governatore. È anche come se il governatore e la PM non dovessero render conto alla popolazione. L’azione della PM sarebbe risultato dell’ordine “naturale” delle cose e non della politica. “Mantenere l’ordine” sarebbe un ordine al di sopra dell’ordine, che non ha la necessità di passare dalla domanda obbligatoria su quale sia quest’ordine che si pretende mantenere.

Questi dogmi laici – e quelli laici possono essere peggiori di quelli religiosi, perché nascondono quel che sono – servono per coprire quel che è in gioco nelle proteste contro l’aumento della tariffa dei trasporti. E, principalmente, che queste proteste siano di piazza e che riguardino i trasporti – e non un’altra dimensione della vita. Questi dogmi laici servono per nascondere che è di tempo che si tratta e non di denaro. Si tratta di patrimonio immateriale, intrasferibile, di ogni persona- e non di patrimonio materiale, commerciabile, lucrativo, di multinazionali o stati. Questi dogmi laici servono a coprire che le proteste sono politiche, sì, ma nel senso profondo della politica, che dice come le persone vogliono stare con le altre nello spazio pubblico. E di come vogliono vivere quel che c’è di più importante o tutto quel che di fatto c’è in una vita: il tempo.

Le proteste contro l’aumento delle tariffe rifiutano la monetizzazione della vita e restituiscono la gestione del tempo al territorio della politica. È utile ricordare la frase del professor Antonio Candido, uno degli intellettuali brasiliani più importanti del ventesimo secolo:

“Il capitalismo è il signore del tempo. Ma il tempo non è denaro. Dire che il tempo è denaro è una brutalità. Il tempo è il tessuto delle nostre vite”.

Quando si scende in piazza per protestare contro un aumento di 20 centesimi, come nel 2013 o di 30, come ora, nel 2016, non è “solo” per i 20 o i 30 centesimi.  Certo è anche per questo, ma la protesta è principalmente su una cosa alla quale il capitalismo vuole dare un prezzo, ma che fugge dal capitalismo. Non esiste nulla di “naturale”, quanto al tempo, che dica che ha un prezzo.  Esiste politica e cultura, esiste la creazione umana.

È di politica che si tratta quando si protesta contro l’appropriazione del tempo. La logica delle proteste è quella per cui tutto si può muovere, in quanto cultura e creazione umana. È anche la logica del possibile, non del già stabilito. Così, la logica delle proteste non è soggetta a dogmi. Essa si assoggetta al soggetto. E il soggetto, quando viene assoggettato, diventa oggetto.  È questa la conversione fatta dalla logica della monetizzazione e dalla logica della brutalizzazione dei corpi da parte della Polizia Militare: ridurre il soggetto a oggetto perché nulla si muova. Per impedire che questo si ripeta come farsa, è necessario riaffermare la gestione del tempo come esperienza della politica.

Ricerche che mettono in relazione quantità di tempo di lavoro e valore monetario delle tariffe, come quella realizzata dagli economisti Samy Dana e Leonardo Lima, della fondazione Getúlio Vargas, sono importanti. A São Paulo una persona, nel 2015, doveva lavorare circa 13,30 minuti per pagare il biglietto. In altre capitali che sono ammirate e elogiate come il meglio offerto del capitalismo, dove i servizi di trasporto pubblico presentano una qualità oggettivamente migliore, le tariffe sono inferiori e anche di molto: Londra (11,30 minuti), Madrid (6, 20 minuti), New York (5,80) e Parigi (4,50).

Il rilievo della discrepanza dei valori monetari, che prova come siano possibili tariffe meno care anche in paesi capitalisti, è fondamentale per iniziate a decostruire i conti e rivelare il contenuto che in essi è nascosto, molto oltre il livello dell’inflazione. È essenziale per fare le domande più complicate, quelle necessarie per capire perché in Brasile c’è una tariffa tanto cara per un servizio pessimo. Ma forse quel che più importa in questo genere di ricerche è richiamare l’attenzione sull’elemento principale: il tempo.

Vale la pena sottolineare il fatto che una parte delle persone lavora più di tredici minuti a São Paulo per pagare un unico biglietto di autobus o metro per raggiungere il posto di lavoro. Tra andata e ritorno è quasi mezzora di vita. E molti prendono più di un autobus o di una metro per andare e tornare, ingoiando più vita. E questo senza contare il tempo medio che questo percorso richiede. A volte ore. Di vita. Vale anche la pena ricordare che, invece, per il tempo libero manca.

Mi riferisco alle persone – e non ai “lavoratori” – per non ridurre l’ampia dimensione di un’esistenza al lavoro o alla monetizzazione dei corpi. Così, questo tipo di ricerca serve per ricordare non che il tempo è denaro, ma proprio la negazione di questa mostruosità: il tempo non è denaro. È questo che i manifestanti contro la tariffa ricordano a tutti occupando le strade. Ma la loro voce è coperta dai dogmi laici. Che, come ogni dogma, rifiutano qualsiasi dubbio.

La Polizia Militare “vandalizza” persone per proteggere il patrimonio pubblico e privato, perfora carne umana per proteggere vetro, cemento e ferro.

Quelli che difendono la “tariffa zero”, come il Movimento Passe Livre, principale artefice delle proteste del 2013 e del 2016, credono che non sia l’utente a dover pagare personalmente per il servizio ma il complesso della società, perché tutti abbiano accesso al diritto di spostarsi. Come succede, ricorda l’ingegnere Lúcio Gregori,  segretario dei Trasporti nella gestione di Luiza Erundina (ndt. Sindaca di San Paolo dal 1989 al 1993), con la raccolta rifiuti, con l’educazione e la sanità, tra gli altri esempi, con risultati migliori o peggiori. Succede perché la società capisce quanto è importante garantire l’accesso a tutti. Ci sono varie proposte per implementare tutto questo ma il dibattito è oscurato e i suoi interlocutori repressi.

La “tariffa zero” è controversa? Sì. Come tutto quel che riguarda la sfera politica. Forse meno controversa dell’idea che un servizio essenziale sia sottomesso al profitto dell’imprenditore del settore. Ma, qual è la minaccia così grande all’ordine e ai dogmi, per cui non è possibile neanche mostrare un cartello per la tariffa zero senza prendersi un lacrimogeno o una manganellata in testa o sugli stinchi? Questa è la domanda che ognuno dovrebbe farsi prima di difendere la repressione dei manifestanti o di sostenere che la tariffa zero è irreale. In una democrazia non c’è nulla che non possa o non debba essere discusso dalla società. In una democrazia l’unico imperativo su ogni questione è questo: l’obbligo legale e etico di dialogare su tutto. In questo caso, dialogare prima di imporre un aumento di trenta centesimi.

Dialogare non è una scelta dei governatori eletti, come quello di São Paulo, Geraldo Alckmin (PSDB), e del sindaco di São Paulo, Fernando Haddad (PT). Entrambi perdono la loro legittimità se non dialogano con i molteplici attori della società, dentro il sistema che li ha eletti.  È un’ovvietà debitamente dimenticata, che il potere non gli appartiene ma è stato loro delegato dal voto.

Che Alckmin e Haddad, che rappresentano PSDB e PT, siano uniti in questa impresa dell’aumento delle tariffe senza il necessario dialogo con la società rispetto alla mobilità a São Paulo è un’altra prova della corrosione della politica di partito, con la crescente perdita della sua capacità di rappresentanza. Il fatto che Haddad, un sindaco che ha osato affrontare, nell’area della mobilità urbana, le reazioni di settori della classe medio-alta paulistana, sia al fianco di Alckmin, un governatore conservatore che in genere si lamenta perché i movimenti sono politici (come se mai potessero essere qualcos’altro), ed entrambi sostengano l’aumento della tariffa (sebbene non allineati nel sostegno alla violenza della polizia), rivela quanto sia spinoso questo tema. Un altro motivo perché ci sia un dibattito e non il contrario.

La tariffa è cara perché i corpi umani costano poco

È necessario fare attenzione alle parole usate per raccontare le manifestazioni. “Scontro”, per esempio, presuppone forze simili, e presuppone che forse simili occupino lo stesso luogo simbolico. Quando viene usato nei discorsi, titoli e testi della stampa per descrivere le manifestazioni e l’azione della PM, questo termine può essere funzionale all’appagamento di una dimensione fondamentale di questa relazione: i manifestanti sono cittadini che esercitano il loro diritto di protestare e le forze di sicurezza dello Stato dovrebbero essere lì a difendere questo diritto. Si cancella così il fatto che è della normalità democratica che dovrebbe trattarsi e non di un lato e dell’altro, come se fosse una guerra e si trattasse di nemici.

Le volte in cui questo è messo in discussione, si sentono frasi come quella del governatore Geraldo Alckmin (PSDB), dimenticandosi immediatamente dei suoi elogi alla polizia che ha pestato ragazzini nelle manifestazioni contro la “riorganizzazione scolastica”: “Una manifestazione legittima e pacifica è positiva, è nostro dovere accompagnarla e renderla sicura. Altra cosa è il vandalismo selettivo”. Per giustificare il fatto che la polizia ha violato la legge sparando lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti, di solito si sfoggia un’altra espressione: “manifestazione pacifica”.

Questa espressione contiene per lo meno due punti su cui vale la pena riflettere. Il primo è che, anche se una piccola parte dei manifestanti depreda il patrimonio pubblico o privato, questo non autorizza la PM a abusare della sua forza. È per fare meglio di tutto questo che dovrebbe essere addestrata, visto che non si tratta di una gang di strada ma di una forza di sicurezza dello stato. Che parte della società tolleri e in seguito applauda il fatto che la PM agisca come una gang di strada, truculenta e impreparata, è preoccupante.

L’altro punto, e questo è il più insidioso, è l’insinuare che il conflitto sia qualcosa di negativo. Lo spazio pubblico, come ha detto così bene l’architetto Guilherme Wisnik, è un luogo di conflitti: “il grande attributo della sfera pubblica è mediare il conflitto, perché la società in sé è conflittuale. L’idea di uno spazio senza conflitti è ideologica, una pacificazione irreale. Quando uno spazio pubblico non ha conflitto è perché non sta compiendo la sua funzione”.

Quando i manifestanti vanno in strada sventolando la bandiera della “tariffa zero” sono in conflitto con la visione di settori dei governi e delle società che difendono idee opposte. Tentare di spegnere i conflitti, senza affrontarli con dibattiti e ascolto, come il Brasile ha fatto storicamente con temi quali il razzismo, porta a una pacificazione che tutti sappiamo essere falsa. È lo “scontro” – e non il conflitto – che presuppone nemici da pestare, massacrati a colpi di manganello e intossicati con il gas.

La grande sovversione è l’andare, il muoversi

È davvero necessario prestare molta attenzione alle parole prima di ripeterle o di far proprio un discorso che puo’ essere lo stesso dell’oppressore. Quando i manifestanti “bloccano” le strade di São Paulo, non le stanno bloccando. Al contrario. Stanno andando per le vie di São Paulo. Muovendosi. Quando “interrompono” il traffico, non lo stanno interrompendo. Le macchine si fermano perché le persone camminino. Si muovano. È proprio perché non si muovano che la polizia “ferma” “accerchia” e “reprime” con lacrimogeni, proiettili di gomma e manganelli. È proprio perché non camminino che la PM “detiene” “arresta” o “immobilizza” manifestanti poi liberati perché non c’è e non c’è mai stato nulla che potesse giustificare legalmente il loro fermo o arresto o immobilizzazione.  La grande sovversione, alla fine, è camminare. Muoversi. È necessario impedire che vadano, perché nulla si muova “nell’ordine naturale delle cose”.

A cosa serve la Polizia militare con il suo apparato di guerra? Per controllare i corpi a colpi di manganello, proiettili di gomma e lacrimogeni e mantenere il muoversi come valore meramente monetario. Per impedire che le persone chiedano perché non possono andare. La PM sta lì a proteggere il “patrimonio”. Ma non quello umano, quello è economico nella logica della monetizzazione: più di tredici minuti di vita per pagare un biglietto d’autobus. I corpi di quelli che vogliono andare possono essere massacrati, intossicati, violati perché la vita umana, per lo meno quella della maggioranza, ha poco valore. Quel che non può è depredare il patrimonio di fatto caro, quello materiale.

La PM compie atti vandalici sulle persone per proteggere il patrimonio. Ma il discorso è perversamente invertito perché i “vandali” siano quelli che rompono cemento, vetro e ferro e non quelli che perforano la carne umana.  Se svariate volte la PM compie atti vandalici sui manifestanti prima che sia avvenuta una qualsiasi depredazione contro il patrimonio è possibile pensare che questo succede tanto perché la PM è al servizio della produzione di “vandali” e dello “scontro” per nascondere le rivendicazioni delle piazze durante i tg, quanto per il fatto che il patrimonio che di fatto sta proteggendo, ventiquattro ore su ventiquattro, sia in effetti  quello dello status quo, e questo è minacciato dal momento in cui il primo manifestante mette piede in strada. Compiere atti vandalici contro persone in difesa del patrimonio è l’ordine per mantenere un ordine secondo il quale valiamo poco. La tariffa è cara proprio perché la carne umana costa poco.

L’insubordinazione di quelli che camminano, quella che la PM è tenuta a reprimere, sta nel sostenere che il loro tempo ha valore e che questo valore non è meramente monetario. È questa la ribellione che è necessario reprimere prima che avanzi nelle strade. Il movimento da interrompere con la forza, prima che interrompa il traffico dei privilegi, è quello che ricorda che il tempo non è denaro, ma il tessuto della vita.  È quello che rivendica il tempo “per gli affetti, per amare la donna che ho scelto, per essere amato da lei, per convivere con i miei amici, per leggere Machado de Assis”.

Passeremo.

Eliane Brum* è scrittrice, reporter e documentarista. Tra le sue opere:

Coluna Prestes – o Avesso da Lenda, A Vida Que Ninguém vê, O Olho da Rua,

A Menina Quebrada, Meus Desacontecimentos e il romanzo Uma Duas.

Sito: desacontecimentos.com

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