Fascismo e antifascismo: una risposta a Saverio Tommasi

http://www.inventati.org/cortocircuito/wp-content/uploads/2014/12/1175749_10153203070085612_1253272095_n.jpgL’attore e scrittore fiorentino Saverio Tommasi ha recentemente scritto un articolo sul suo sito “prendendo spunto” dai fatti di via Pistoiese di sabato scorso. Tommasi, dopo l’ovvia condanna dei fascisti di Forza Nuova, definiti “peggio della merda”, indugia per 3/4 dell’articolo in una esortazione ai giovani a non cedere alle sirene della violenza antifascista e ad abbracciare invece la la causa della democrazia e della nonviolenza.

A noi, sinceramente, di discutere se sabato era meglio scendere in piazza con i bastoni o con i palloncini non ce ne frega un cazzo. Sono discussioni oziose che non portano a niente se non a reciproche accuse (provocatori! Pacifinti! ecc.) e relative “scomuniche” (non siete veri compagni! No, siete voi i traditori! ecc.). Tutto già visto, tutto già sentito, una noia mortale e una perdita di tempo immane. Un dibattito che per esser reso interessante non basterebbe, citando il fumettista Zerocalcare: “chiudere in una stanza Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, un manifestante a caso delle primavere arabe, Ken il Guerriero, Gaetano Bresci, Roberto Saviano, VperVendetta e Giovanardi. E mandare tutto in streaming”.

Quello che ci interessa invece è entrare nel merito della presa di posizione di Tommasi, il quale, scrivendo questo sfogo, lascia trasparire quale pensiero politico stia alla base delle sue dichiarazioni.

La sinistra “ufficiale” italiana (quella che dal PCI di Togliatti arriva fino a parte dell’odierno PD e a quella galassia di partitini e gruppi figli delle mille scissioni interne a Rifondazione Comunista) ha sempre trattato la Resistenza antifascista come un Totem, destoricizzandola e ignorandone volutamente le contraddizioni, una mitizzazione funzionale a scopi politici.

Tommasi dovrebbe conoscere quante divisioni c’erano all’interno del fronte antifascista: democristiani e comunisti, socialisti e liberali. “Sì, ma tutti uniti nel combattere il nazi-fascismo!” si dirà. Falso! Giusto per fare un esempio l’Unità il 7 Gennaio del 1944 scriveva questo sui partigiani della brigata partigiana Bandiera Rossa (gruppo internazionalista, antagonista del Pci):

“Non avversari politici, dunque, come vorrebbe ancora far credere qualcuno: ma delinquenti comuni e della peggiore specie, gente senza ritegno e senza scrupoli, complici dell’hitlerismo e del fascismo, rettili abietti da schiacciare senza pietà nell’interesse non solamente del Partito e della classe operaia ma dell’umanità intera.

La lotta contro questi individui non deve conoscere tregua. Siamo vigilanti, scopriamo le loro mene, individuiamo questi traditori anche se essi sono riusciti a camuffarsi e ad infiltrarsi nelle nostre file. Ognuno di noi deve fare il massimo sforzo in questa direzione prendendo ad esempio quanto hanno fatto i compagni russi nella loro lotta per l’annientamento del trotskismo.

Smascherando e colpendo gli agenti del nemico nel nostro Partito, nei Sindacati e dovunque essi si sono annidati, noi non faremo soltanto un’opera di indispensabile epurazione ma contribuiremo efficacemente allo sterminio della V colonna hitleriana e mussoliniana nel nostro paese (fonte wikipedia)

Senza contare quanti ex-fascisti si sono affiliati ai gruppi partigiani per convenienza, appena fiutato il vento che cambiava.

Premettendo che tali questioni meriterebbero una trattazione molto più seria e approfondita, ci limitiamo a dire a Saverio Tommasi che quando si vanta di conoscere i “veri antifascisti” dovrebbe quantomeno rendersi conto che un ex-partigiano è un essere umano e non porta con sé la Verità per il solo fatto di aver combattuto una guerra 70 anni fa e che “tirarli per la giacchetta” è un’operazione disonesta.

Tuttavia il punto dirimente è cosa si intenda per “antifascismo” e conseguentemente per fascismo. Noi, contrariamente alla sinistra ufficiale, non consideriamo il fascismo solo una follia di massa o una malattia degenerativa di un corpo sociale (altrimenti sano) instillata da loschi figuri contagiati dal morbo del “razzismo e dell’omofobia” (peraltro, il fascismo, almeno prima delle leggi razziali, non era certo meno razzista né tantomeno omofobo delle altre forze politiche presenti in Italia). Il fascismo è piuttosto una delle possibili e  forse la peggiore forma politica che il sistema capitalistico può darsi, particolarmente adatta laddove il capitale esige una “reazione” nei confronti dell’emergere di una forza di classe capace di metterlo in crisi. Lo squadrismo fascista nasce col preciso scopo di reprimere nel sangue le lotte operaie e contadine del biennio rosso, bande di picchiatori agli ordini e al servizio di industriali e latifondisti di provata fede “liberale”, gli stessi che poi poco a poco si diranno “pentiti” di aver “tollerato” cotanta “follia”.

1017429_545191602208191_127487980_nUna volta arrivato al potere, il regime, facendo perno su di una retorica nazionalista che di conseguenza “censura” ogni discorso di classe, organizza il mondo del lavoro in corporazioni, ossia organi di stato in cui confluivano sia le associazioni padronali che quelle dei lavoratori (chiaramente imposte e filo-governative). Il succo del corporativismo, che Mussolini definiva la vera “essenza” del fascismo, è la negazione dell’esistenza delle classi e la “risoluzione” (ovviamente a favore del capitale) della conflittualità sociale in nome di un superiore “interesse nazionale” (ossia dello stato fascista e della borghesia).

Guardando ad oggi, le forze dichiaratamente neofasciste continuano ad essere le principali “azioniste” delle violenze di strada ai danni dei militanti di sinistra, perpetuando il proprio ruolo di polizia “informale” al servizio degli interessi padronali (ricordiamo anche la funzione di manovalanza svolta all’interno della strategia della tensione negli anni ’60 e ’70, non così dissimile da quella dei primi anni ’20).

Mentre per quanto riguarda la pars costruens della dottrina fascista si può affermare che la sua “essenza” si ripropone, seppur aggiornata, nell’involucro politico liberal-democratico odierno. Basti pensare alla retorica dei sacrifici, al “siamo tutti sulla stessa barca”  di montiana memoria, ma soprattutto al ruolo assunto dai sindacati già a partire dagli anni ‘70 quando, con l’avvento dell’epoca della concertazione, abbandonando anche la parvenza di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, confermano il proprio ruolo di mediazione tra padroni e dipendenti, ricalcando così, la funzione svolta dalle corporazioni durante il ventennio. E non ingannino le passate e recenti schermaglie tra governi e sindacati, dovute sicuramente più alle esigenze di sopravvivenza di quest’ultimi che ad un ripensamento del proprio ruolo politico-sociale.

Per tutti questi motivi non concepiamo l’antifascismo al di fuori della critica del capitalismo e quando Saverio Tommasi scrive: “Antifascista [...] è una parola bellissima perché significa lottare per la democrazia e per il diritto di tutti, anche di chi non la pensa come noi, di esistere” ci sembra una definizione tratta dal piccolo dizionario delle Giovani Marmotte, astratta dalla realtà della storia.

Quanto ai discorsi sulla nonviolenza bisogna intendersi: o si tratta di una strategia di lotta o di un valore assoluto. In quest’ultimo caso il mito della Resistenza va a farsi friggere ed è superfluo spiegare perché, nell’altro invece non si capisce come ogni piccolo tafferuglio segni una linea di demarcazione così netta. Si può dire che è una cazzata, che non ne vale la pena, che troppo testosterone fa male ecc. ma non salire in cattedra e dire “voi fuori!”. E se c’è un modello virtuoso rispetto alle pratiche di protesta questo per noi non è certo quello del periodo dei Social Forum (finito nel disastro di Genova e nel funerale politico di Firenze) ma piuttosto la Valsusa, dove un’ampia partecipazione ai processi decisionali permette alle varie anime di protestare  a modo loro nel rispetto reciproco.

Quindi caro Saverio, tu hai tutto il “diritto” di pensare e dire che il corteo di sabato sia stato controproducente e non ci sognamo né di insultarti né tanto meno di minacciarti, ma risparmiaci  prediche e scomuniche, per quelle ci sono già il Papa e Roberto Saviano. E quando inseguirai un fascista fin sotto casa per leggergli un libro augurati che qualche compagno cattivo passi di lì per caso, potrebbe esserti molto utile.

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